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Se ti piace il ramen e hai un odio innato verso le persone che ti stanno attorno, nell’emisfero di Brooklyn, New York c’è una locanda per introversi che offre la famosa zuppa di bistecca di maiale-verdure-spaghetti-scotti-cinesi.

Rain si era fissato a guardarne la ciotola per più di un’ora, tanto nessuno gli avrebbe sfracellato la pazienza, o quasi l’accidia. Un ristorantino nerd, hipster a puntino era lo scatto fotografico perfetto del suo odio dopo una notte passata in un locale di spogliarelliste, a spendere tutti i soldi guadagnati. E la tipa nel privé non gliel’aveva nemmeno data.

Nel frattempo, non che ci fosse chissà qualche tempo da far trascorrere visto che era uno Sneet, uno di quei single che non vanno a caccia di flirt e stanno sempre chiusi in casa di quelli che “dai vieni tu che leggiamo un libro sul divano e poi viene un sacco di gente nuova, si”- nel frattempo non aveva nemmeno nessuno impegno di lavoro da sbrigare dato che suo padre non lo dava neppure per disperso, Diego si stava guardando allo specchio. No, non nella ciotola. Leggeva Paul Auster, La Città di Vetro. Quello che aveva deciso essere il suo specchio.

New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though he were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more than anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him to dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal, and it no longer mattered where he was. On his best walks, he was able to feel that he was nowhere. And this, finally, was all he ever asked of things: to be nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again.

New York era il posto dove non essere da nessuna parte, il nulla costruito attorno. Destinato a non lasciarlo mai.

Però quella notte Rain era stato scalciato fuori da un’auto con la scritta Gentlemen Club, gli avevano preso tutto quello che aveva nel portafogli. Nel senso che i soldi li aveva spesi tutti lui. L’aveva solo vista, ma non toccata. Il manager gli aveva promesso che l’avrebbe posseduta. E lui se l’era presa per l’inganno. Poi l’avevano fatto bere 4 shots di tequila e lui da musulmano non era abituato.

Rain Rahami, qualche giorno prima però su Ebay aveva comprato delle pentole a pressione e dei cellulari per fabbricare un ordigno a comando.

New York non la conosceva, pensava, l’aveva sempre guardata da oltre il fiume, dal New Jersey. L’aveva letta tra le cronache fantastiche del Reader’s Digest. Una volta James Simon Kunen aveva detto questo nel suo The Strawberry Statement: “New York is the most exciting city in the world, and also the cruddiest place to be that I can conceive of. The city, where when you see someone on the subway you know you will never see him again. The city, where the streets are dead with the movement of people brushing by, like silt in a now-dry riverbed, stirred by the rush of a dirty wind. The city, where you walk along on the hard floor of a giant maze with a walls much taller than people and full of them. The city is an island and feels that way; not enough room, very separate. You have to walk on right-angle routes, can’t see where you’re going to, only where you are, can only see a narrow part of sky, and never any stars. It’s a giant maze you have to fight through, like a rat, but unlike the rat you have no reward awaiting you at the end. There is no end, and you don’t know what you’re supposed to be looking for. – And unlike the rat, you are not alone. You are instead lonely. There is loneliness as can exist only in the midst of numbers and numbers of people who don’t know you, who don’t care about you, who won’t let you care about them. – Everywhere you walk you hear a click-clack. The click-clack of you walking never leaves you, reminding you all the time that you are at the bottom of a box. The earth is trapped beneath concrete and tar and you are locked away from it. Nothing grows.”

Qui non cresce niente, si diceva pure Rain mentre si ricordava le parole del padre mentre vendeva pollo fritto nella gastronomia sotto casa nel New Jersey. Il primo Pollo Fritto Americano. Grandi affari di famiglia! E il consiglio comunale aveva pure chiesto di chiuderlo alle 10 di sera per le proteste del vicinato, sporcizia…rumore. Lui aveva fatto ricorso per discriminazione razziale.

Aveva abbandonato sua moglie e la figlia piccola, in due anni non la vedeva piu’ tant’ è che la ex aveva fatto richiesta di divorzio. Un’infedeltà basata sulla mancanza di fiducia.

E infatti Rain Rahimi non si fidava neanche della tenacia di una mosca sopra uno stronzo di merda. Però ogni tanto dava pollo gratis a clienti più affezionati.

I clienti lo adoravano. Lo invitavano ad uscire. E lui, meglio di un mago di scuse: “Ho un mezzo impegno, farò il possibile (a metà tra il Pinocchio e l’uomo d’affari) non ti prometto nulla, dai, provo a fare un salto (una buffa speranza), cerco di liberarmi (una promessa che arriva da Alcatraz), ti faccio sapere (bufala), ce la metterò tutta (il futuro è quanto mai sicuro), sono incasinatissimo (è una meditazione).

Se uno avesse dovuto invitare Rain, lo avrebbe immaginato come un Houdini legato con le catene. E infatti era quel sentimento muscolare di stasi che gli aveva fatto aprire gli occhi ma ancora inerte e steso sul prato, col sangue dei pugni dei bodyguard del locale delle stripper, davanti alla Cattedrale di St.John.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella mattina si era ritrovato prima davanti la Chiesa di Riverside che guarda il fiume Hudson all’altezza della 122 esima strada, sulla cima di Morningside e all’ovest delle comunità di Harlem sfoggia il suo gotico stile 13esimo secolo.

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La bocca impastata della notte e le percosse dei bodyguards lo avevano tramortito fino a farlo sentire in paradiso, non dal piacere. Il Mausoleo a memoria del Generale Grant, la tomba di uno dei presidenti degli Stati Uniti, dove Ulysses S. Grant e sua moglie Julia Dent Grant guardano i newyorkesi a ovest, lo aiutavano in quella sensazione di pestaggio gotico, a guglie appuntite sulla pelle.

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Appestato, Rain si incammina fino alla Fontana della Pace accanto appunto alla Chiesa di Saint John the Divine  che per lui era un’apocalisse newyorkese. I capitelli delle colonne erano stavolta le fotografie di cronaca che lui stesso avrebbe voluto scattare in un futuro prossimo. Distruzione, conflitto tra il bene e il male, Arcangelo Michele abbraccia una delle nove giraffe, una delle creature animali più pacifiche, dopo aver sconfitto Satana. Come anche il leone con l’agnello. La fontana a spirale è una doppia elica del DNA. Su una parte della fontana, la luna e il sole da una parte e dall’altra rivolge lo sguardo verso Amsterdam Avenue. Lo spettatore guarda il profilo di un angelo che sorregge la testa di una persona. Ma se lo sguardo si sposta di fronte, dal lato, l’angelo è visto cullare l’intero corpo.

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Rain ha un’illuminazione. Gli viene voglia di viaggiare. Non uno di quelli lunghi. Di sicuro sotterraneo.

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Quest’apocalisse lo sveglia e gli fa salire i nervi nelle gambe. Aveva passato mesi a spendere soldi a Pick-Up Lines, le linee telefoniche che ti danno la frase perfetta da rimorchio con le donne a soli 3 $ al minuto. Non poteva continuare ad innamorarsi ogni volta della prima gentilezza della ragazzina che passava ogni giorno dal negozio del padre per prendere un gallone di latte e i detersivi, senza che lui rimanesse come un ebete a farsi film in testa come i sorrisi di De Niro drogati di oppio da Sergio Leone. Ma il portafoglio svuotato dal Gentlemen Club e quindi la rivelazione del “Ratto della Sabine” del Bernini dell’ Hudson River gli scuote i piedi, ha voglia di camminare.  Raggiunge la metropolitana, con le sue gambe dal coraggio incosciente come quelle persone che si incontrano nei bar e già capiscono che passeranno la notte solo perché a loro piace e si divertono a mescolare molto sognando gli orgasmi più strani, maledendo chi decide le cose che facciamo,  ripassando le 36 domande per innamorarsi in 45 minuti contandole come pecore in cielo per prendere sonno, sognando di salvare paperelle sparse nell’oceano, Si addormenta in treno, stanco dalla fame.

Si era risvegliato come in un labirinto in quel baretto che serviva la zuppa di Ramen per introversi e per single. Ma dopo ore a vegliarla senza mangiare, persino il cameriere barbuto gli aveva chiesto il conto. E lui i soldi li aveva spesi tutti. “Ho una pentola a pressione, vi va bene?”.

L’aprì. E tutto finì . Compresi gli introversi, e gli hipster, gli alternativi, i figli di papà, i calati dall’alto, i libertari, gli amanti.

Gli amanti che per una notte di vino pagano 100 giorni di aceto.

Il museo del Tea Party

Il museo del Tea Party e Sud di Boston, dal 17esimo piano del Consolato Italiano

Quando ero piccolo in Calabria i genitori mi dicevano “mangia mangia…che ti fai grande”. Una volta un po’ più grande poi hanno smesso nel ripetermelo, stravolgendo addirittura la raccomandazione precedente : “ma quando la smetti di mangiare così tanto?”. Non è successo solo a me, ma dagli aneddoti di molti italoamericani ne ricavo che anche i nostri avi, spinti dalla paura della fame, invitavano i figli ad approfittare del ben di dio sulla tavola; ma una volta poi diventati grassi si pentivano del comandamento dato quand’erano piccoli per rivolgergli un “ma basta mangiare, non vedi quanto sei grasso?”.

Più o meno il vizio si ripete quando la gente non ti vede da molto tempo e ti dice “ma come sei ingrassato” o “ma che tribunale che hai fatto, quando smaltisci quella pancia?”. Se fossi magro mi direbbero invece “ma tua moglie non ti fa mangiare?”.

Gli italiani, si sa, non hanno VIE DI MEZZO nel dire le cose. Ogni volta che dico a un americano che un italiano gli direbbe in faccia quanto è grasso, è per farlo spaventare della crudeltà e della sfacciataggine dell’italiano medio. Magari ci penserebbe due volte nel tornarci in vacanza. È quello che succederà a me ora che torno per Natale. Purtroppo.

Devo dire la verità, qui nella parte est degli Stati Uniti non vedo molti obesi. È l’area più universitaria, intellettuale, quasi newyorkese e snob che spinge la gente a stare attenta alla linea, amante dello sport e curiosa del cibo proveniente da mercatini locali.

Perciò cari parenti e amici, la mia linea è sempre uguale…peso lo stesso di prima. Ma sarete abili nel vedermi diverso, lo so. Mi darete dell’americano, anche se non mi strafogo di hamburger come credete nei films. E se amate nutrirvi di preconcetti… se volete veramente vederli… leggete invece di quando ho parlato degli stereotipi che vi arrivano con i films (in questo link); quei luoghicomuni come potenti ministeri occulti della cultura pop americana.

Se volete venirmi a visitare, vi porterò invece a mangiare qui (in questo link). Ma la lista dei posti dove si mangia bene non è ancora esaustiva… State sintonizzati perché presto pubblicherò altri podcast in giro per fattorie e mercatini, fotografando una Boston turistica e non solo raccontata in episodi di 7 minuti.

Se volete sapere come funziona la Sanità, in modo positivo, leggete questo mio post pubblicato appena arrivato negli States, l’anno scorso.

Se volete saperne i risvolti negativi, leggete quanto ha scritto una blogger traduttrice italiana in trasferta a San Francisco.

Se volete non confondermi con un italo americano che non parla l’italiano, leggete come la pensavano i siciliani del 1821 in questo reperto trovato nel Kentucky.

Se volete leggere un piccolo aneddoto di una siciliana moderna…nella metro… potete sganasciarvi se ancora non lo avete fatto.

Gli italo americani poi meritano un capitolo a parte. Alcuni amici pensano che io un giorno me ne uscirò a parlare come gli italoamericani che inventano la VIA DI MEZZO né dialetto né inglese. I nonni degli italoamericani di oggi, l’italiano non solo non lo sapevano (essendo emigrati prima dell’Unità d’Italia e prima che Mike Bongiorno la unificasse con i quiz), ma imposero ai figli l’inglese per non essere soggetti a razzismo. Si veda la scena de Gli Intoccabili quando Sean Connery vuole sapere il vero nome del poliziotto (recitato da Andy Garcia) John Stone. Quel povero gli confesserà “mi chiamo Giovanni Petri”.

Cliccate qui (anche per chi non ha facebook) se volete vedere l’America che vedo ogni giorno con i suoi colori. E anche quella degli aneddoti fatti di scorci.

A proposito di aneddoti, questa ve la devo raccontare. A mia suocera, che dopo essere andata in pensione per scelta con meno dello stipendio di quanto prendeva (nel link altro piccolo raccontino sulle pensioni americane), ieri è successa una cosa. È andata a fare spese con sua sorella, poverina, non molto magra (si noti l’eufemismo). “Ti regalo 100$ per Natale per comprati qualcosa”, le dice. Ne spendono alla fine 329. Pagano. Ma una volta che si avvicinano alla porta per uscire, la commessa le ferma e sfodera uno di quegli slogan americanazzi “volete che oggi il nostro negozio faccia diventare i vostri sogni una realtà?”. Mia suocera che, anche se americana, non è scema: “si va be’, cosa vuoi?”. Incredula e quasi scocciata segue la tipa alla cassa. In pratica il negozio ogni giorno sceglie a caso una persona per regalargli l’intero shopping. Spesa gratis. Mia suocera rimane senza parole. Le danno indietro 329 dollari di spesa, così sull’unghia. Vestiti gratis.

Ecco, in poche parole questo è il marketing degli americani i quali stanno molto attenti a non dire a qualcuno “questo vestito non le sta perché ha messo qualche chilo in più”. Qui le VIE NON SONO DI MEZZO, si chiamano marketing diretto.

In compenso si lamentano quando il cibo americano non è così locale quanto vorrebbero. Anche loro litigano con le VIE DI MEZZO, come gli italiani alla fine.

Old State House

Old State House

 

Il mio articolo che segue in corsivo è apparso l’anno scorso prima di Natale sul sito del magazine IlFuturista. È impressionante quanto è ancora attuale dopo un anno, in fatto di cibo. Poi si dice che in America le cose cambiano presto. Altroché vie di mezzo!

Negli Stati Uniti la percentuale di persone obese e sovrappeso è elevata, il tumore al colon-retto è la seconda causa di tumore per cancro. Non è male come inizio di questo post. Questo sta succedendo però anche ai figli italiani, con le loro mamme indaffarate e distratte. In realtà tutti quanti mi chiedono come si mangia nel paese cosiddetto delle opportunità e dell’american dream: io rispondo sempre che puoi trovare di tutto, potendo scegliere tra moltissime etnie, ma solo sei educato, istruito e benestante puoi capire l’importanza del cibo. Se sei povero, ti conviene ingrassare. Se vuoi mangiare sano, devi fare lo snob, lo chic, il foodie, lo schizzinoso: scegliere gli alimenti organici e biologici.

Dove il Fondo mondiale per la ricerca sconsiglia supplementi di vitamine o minerali, negli States invece vanno matti a rimpizzarsi di pillole: tanto che per legge la pasta prodotta in USA deve avere in aggiunta vitamine e minerali quanto quella integrale ne ha già all’origine.

Quando mi offrono del vino alle 5 del pomeriggio pensando di farmi cosa gradita, visto che fa chic un italiano che parli loro del vino, li sconvolgo rispondendo che non sono un alcolizzato e che noi italiani il vino lo beviamo solo ai pasti. Anche se negli Stati Uniti il nettare degli dei lo si sta riscoprendo nei consumi di massa.

Negli Stati Uniti la digestione poi è un tabù: in una puntata di Big Bang Theory, quel telefilm sui ricercatori secchioni, un amico parla al suo coinquilino del colon, e di come digerisce: la faccia dell’altro è a dir poco scandalizzata. Scatta la risata della sitcom: per loro è una battuta. Noi italiani invece ci divertiamo a parlare dei rumori dello stomaco, di come trattiamo il fegato e di quante volte andiamo al bagno contenti. Ci fa star sereni e riappacificati con la coscienza.

Una risposta alla domanda sulla differenza culinaria e salutare sono le porzioni. Per chiedere un gelato di misura normale secondo i miei canoni di italiano devo scegliere sempre quello per bambini, perché la misura grande è veramente grande quanto una nostra vaschetta per 4 persone. Ma succede anche in molti ristoranti. Basterebbe mangiare meno, ancora molti americani non l’hanno capito. Ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison invece hanno dimostrato che un minore apporto di calorie ha lo stesso effetto nelle scimmie. Il mio medico di fiducia però mi ha consigliato di stare attento anche all’acqua: perché qui anche quella ha tante calorie. Scherzava, forse.

Ma nemmeno io scherzavo quando ho detto a casa che per Natale volevo due primi e due secondi, come da tradizione italiana. E qualche americano mi ha risposto come facciamo noi italiani a non ingrassare, se mangiamo così tanto. È stato sconvolgente fargli capire che non mettevamo nei nostri piatti almeno 10 salsine dall’origine imprecisata.

E poi ci siamo scambiati il Buon Natale.

L'antica dogana vicino il porto di Boston

L’antica dogana vicino il porto di Boston

 

 

 

Esistono posti in Italia dove l’archeologia fa rima con turismo. Non a Crotone.  Il motivo?

Una bella giornata di Luglio mi trovavo con alcuni amici turisti, passando per gli scavi di Palazzo Foti,

all’incrocio di via Mario Nicoletta e via XXV Aprile. Infatti avevo letto sul portale del Turismo della Provincia che dopo il Parco Archeologico di Capocolonna , ci furono scavi di 12 saggi, assieme a dei carotaggi del terreno, che fornirono la presenza continua di uno strato archeologico di frequentazione, compreso tra il VII e il V secolo a.c., con minori presenze nel IV e III. Per la vastità e l’integrità dell’impianto urbano, sepolto sotto i sedimenti accumulatisi nel corso dei secoli, la scoperta era stata definita di grande rilevanza non solo per l’ambito nazionale e regionale, ma per tutto l’occidente. E che ci furono scavi negli anni successivi: Campitello (1979, nei pressi del Tribunale); Campo Sportivo (1979); G. V. Gravina Pignera (1981-1985, presso l’istituto magistrale);  e appunto via XXV Aprile (1989, palazzo Foti).

Cerco l’entrata ma era chiusa da una siepe.

Da lontano cerco di vedere i resti:

Ma non capivo da ingenuo a cosa servissero i materassi. Era un messaggio per dire che il turismo è in sonno?

La questione era molto più rude e meno filosofica. I materassi servono a questo:

   

Di chi è la colpa? Siamo sicuri che la risposta inizierà a contare lunghi giorni e settimane burocratici di scaricabarile dopo la pubblicazione di questo post.

E’ anche la citta’ dove sono nato, anche se cresciuto non tutti i giorni, ma che ho lasciato per ritornarci da turista. E dispiace vederne come simbolo venduto per strada.

Il 2 giugno è stata la festa della Repubblica. Il 2 giugno del 1946 gli italiani dissero Sì alla Repubblica e mandarono a casa la Monarchia. Sembra ieri ma ancora oggi dobbiamo ricordarci di quella scelta coraggiosa, referendaria, immancabilmente propria e autonoma. Oggi saremmo troppo impegnati a guardare reality, Drive In, Isola dei famosi, Pupe e Nanetti e ballerine; siamo troppo impegnati ad andare al mare quando ci sarebbe da dire la nostra con il voto referendario. Ma perché siamo imbambolati? Perché così ha voluto un altro monarca che si è impossessato della Seconda Repubblica e l’ha fatta propria, immancabilmente falsa televisiva e disonesta come un venditore di tappeti. Come disonesti sono oggi quella parte di italiani che se ne fregano, che tirano a campare, che “tanto ci pensa lui”, che “siccome il monarca è ricco anche io potrei essere come lui pieno di donne”, che “i soldi dimmi te oggi chi se li è fatti in modo onesto”; quella parte di italiani che pensano a “magnare e magnare” tanto “poi prendo il magnesio”, quegli italiani che pensano che la meritocrazia sia avere una raccomandazione, che essere bravi sia leccare un gelato al limone dei potenti e ingoiare l’amaro calice. La nostra Repubblica di oggi l’aveva cantata benissimo un menestrello come Rino Gaetano che proprio la notte tra l’1 e il 2 giugno 1981 fece un po’ tardi con gli amici e poi la sua vita si andò a schiantare, in via Nomentana, contro un camion e contro la malasanità di più ospedali dove non si trovò posto per lui. E senza nemmeno a farlo apposta, lo scherzo del destino volle che lo stesso Rino aveva già cantato ne “La Ballata di Renzo” parole come “…si andò al San Camillo e lì non lo vollero per l’orario, la strada tutta scura s’andò al San Giovanni e li non lo accettarono per lo sciopero. Quando Renzo morì io ero al bar… con l’alba le prime luci si andò al Policlinico ma lo respinsero perchè mancava il vicecapo, in alto c’era il sole, si disse che Renzo era morto ma neanche al cimitero c’era posto. Quando Renzo morì io ero al bar, al bar con gli amici… bevevo un caffè”. La sua “Aida”, brano che raccontava un’Italia sofferente ma immancabilmente bella, il suo “Nuntereggae più” contro tutti, il suo “Nel letto di Lucia” antesignana delle veline, il suo “Sfiorivano le viole” elogio delle lotte sociali, le sue storie di migranti, di Sud, del pane sudato con la fronte, e delle barche a vela attraccate al porto del Casinò, tutte le sue canzoni devono essere la colonna sonora della nostra Terza Repubblica. Lui il 2 giugno morì per incompetenza altrui: non facciamo morire la nostra Italia giorno dopo giorno per opera di un’incompetente monarca!

p.s. Quell’incompetente e comunicatore televisivo trattasi del Presidente del Consiglio alla data di questo post, citato nei tags.

Cari Italiani in vetrina, sò che non siete tutti chiacchiere e distintivo. So che non suonate trombe, o esponete gagliardetti e cantate inni. Ma per una volta, provate sentire il gusto di non fate la guerra tra Buoni contro cattivi. Fascisti contro Comunisti. No, la patria è l’unione di tante differenze, delle diversità fra padri e figli. La Patria è di tutti, come ha detto il Presidente della Camera dei Deputati

Qualche scalmanato teppista indifferente mi ha scritto che questo 17 marzo lui non festeggia il 150° dell’Unità d’Italia, perché l’Italia, a suo dire, non si prende cura di lui. Ho risposto di non chiedersi piuttosto se sia lo Stato che debba far qualcosa per lui, ma se lui riesca a fare qualcosa per la Nazione. E’ proprio vero, come qualcuno ha detto, che gli italiani sono sempre gli altri. Ognuno delega a qualcun altro le responsabilità. A chi si pronuncia con questi anarchismi di colore, consiglio loro di leggersi chi si è sacrificato per il pezzo di terra che calpestiamo: QUI lo scrittore laziale Pennacchi sul Secolo d’Italia lo ha descritto molto bene.

Ma la Patria, l’Unità d’Italia non sono nemmeno una parata militare di un solo giorno. Filippo Rossi su Il Futurista lo aveva previsto già qualche giorno prima della celebrazione sulle possibile orgie di retorica patriottarda. E infatti gli uomini di un Pdl ormai morto – con gli ex An in prima fila (in fondo è l’unica cosa che sanno fare) – hanno saputo esporre quelle parate sessuali in pieno stile televisivo, falso, pieno di doppie morali. Filippo Rossi così ha poi scritto: “Il patriottismo pidiellino è una coccarda su un cuore d’acciaio: messa senza passione, giusto per darsi una ripulita. Giusto per nascondere quel che si è veramente, per cercare di far dimenticare agli italiani quel che si è fatto. Dopo aver difeso chi ha messo il paese nell’imbarazzo mondiale, dopo aver trasformato l’Italia in uno zimbello globale, una mano sul petto e quattro strofe imparate a memoria non potranno ripulire la coscienza, non potranno cancellare i peccati passati e futuri. Non si può essere patriottici per un giorno solo. L’amore patrio non è una sveltina”.

Se dunque fatta Italia c’è da fare ancora gli italiani, come dice la famosa frase pronunciata dai padri dell’Unità, la dice lunga un servizio televisivo apparso nella trasmissione televisiva Le Iene sulla recidiva ignoranza di molti politici contemporane riguardo la nostra storia. A loro consigliamo quest’altro link come piccolo ripasso di storia

Noi italiani abbiamo tante stranezze, contraddizioni…è per questo che ho contribuito a porre domande e soluzioni QUI. Ma lo faccio all’indomani, perché i propositi non fanno parte di uno stile da marcia militare con coccarda da mostrare, ma sono concretezze di plebisciti di ogni giorno.

Ci sono alcuni connazionali condannati in carceri estere a lunghe pene detentive per evasione fiscale, per non aver pagato l’Iva, per aver venduto merce contraffatta; è gente incredula che ancora non si capacita di stare in galera per cose che in Italia aveva sempre fatto impunemente, che continua a chiedersi cosa mai significasse la motivazione espressa dal giudice: “Lei ha sottratto alla comunità risorse che servono per curare i malati ed educare i bambini, lei ha danneggiato il lavoro degli operai che producono merce non contraffatta…”.

Sì, viviamo in una nazione che non ha fatto della legalità e del merito il proprio valore. Ma sventoliamolo nel cuore quel respiro positivo che fa sì che un cammino diventi traccia indelebile! Solo chi non si migliora, non sa poi stare in piedi sulla propria terra e, di conseguenza, nemmeno vivere.

Cari italiani, uno specchio che vi consiglio è di vedere lo spettacolo di cui vi anticipo l’intervista in podcast all’attore Fulvio Cauteruccio, cliccando su questo link.

Uno Nessuno e Centomila di Pirandello in scena al Teatro La Pergola di Firenze fino al 20 marzo 2011

Soprattutto perché anche un cagnolino che ha preso parte alla scena teatrale in un ruolo secondario, correva e scodinzolava sul palco quando il pubblico, del Teatro La Pergola di Firenze strapieno, applaudiva e cantava l’Inno di Mameli. Anche quel piccolo animale così fedele, si sentiva libero.

Fulvio Cauteruccio nei panni di Vitangelo Moscarda

Buon compleanno a tutti Voi, e a tutti NOI!

Parlare delle germe di grano o del pomodoro pelato è come ritornare bambini. No, non sono impazzito. Succede anche al critico Anton nel cartone animato Ratatouille. E’ successo anche a me.

Vai a Taste, il festival dell’alta gastronomia a Firenze, e ritrovi il sapore del pane intinto nel sugo che tua mamma ti dava appena tornato da scuola. O le germe di grano che ricordano il profumo della farina di grano duro che tua madre usava la domenica per fare la pasta fatta in casa.

Il problema oggi è l’industrializzazione di certi prodotti che ha creato la loro omologazione. Casa Barone, Paolo Petrilli con LaMotticella e la giovane Saveria Pozzuto di Masseria Dauna per il pomodoro, nonché il pastificio Morelli con le germe di grano ci stanno provando a rendere ancora più netta la differenza tra il sapore comune e quello unico. Ci sono riusciti con la caparbietà, l’umiltà e la competenza.

Tutti buoni gli aceti balsamici, i prosciutti, le birre, meno il servizio clienti inesistente di alcuni: ma trattasi di un solo caso di un anziano del periodo Avanti Web, per fortuna, e che crede ancora che deve essere il cliente ad andare in negozio e non il contrario, e della recidiva Schooner di Empoli azienda produttrice di baccalà e pesce insaccato, imbambolati nel servire quasi ad evitare il cliente) – Si veda il commento in questo post nei blog del critico Romanelli e del sommelier Andrea Gori –

Ottima idea dunque dell’Antico Pastificio Morelli di San Romano (Pisa) per aver dato un inconfondibile sapore in grado anche di sprigionare nell’acqua il colore verde del grano fresco (buono per il mercato americano, fatto per stupire!). La semplicità è una delle qualità più apprezzate dell’Italia (ahimé solo quella del cibo). I pomodori pelati delle aziende succitate ne danno un esempio: la competizione nel campo del gusto è così facile per noi italiani che eccellere a volte è un gioco troppo facile. Ma questo, solo i più bravi lo capiscono.

Mi fate schifo! Voi donne che militate nel cosiddetto Popolo delle Libertà. Ed anche voi uomini che servite piatti d’oro, come tanti Pulcinella, per compiacere il padrone anche quando sapete che le pietanze sono insipide. Mi fate schifo perché passato e caduto il “Re”, cambierete opinione. Come l’hanno cambiata quegli italiani che prima della caduta di Mussolini erano tutti fascisti, ma dopo piazzale Loreto nel 1945 gli stessi erano diventati subito tutti antifascisti. Mi fate schifo perché non scendete in strada per prendere l’autobus o fare la spesa per vedere quanto costa un chilo di patate o un litro di latte. Mi fate schifo perché non sapete cosa significa per un ventenne fare il venditore porta a porta che inganna gli anziani offrendo loro, per conto di un’azienda truffaldina, contratti di fornitura ingannevoli, solo in cambio di uno stipendio di pochi spiccioli. Mi fate schifo perché non sapete  cosa vuol dire per un laureato lavorare in un call center per 500 euro al mese. Voi donne che non meritate nessun gesto di cavalleria, perché i vostri uomini le donne le odiano: pagandole. Attenzione, non vi giudico, i vostri uomini sono liberi dei loro sollazzi sessuali, ne hanno pur diritto. Ma ciò che più mi disgusta è che una di voi disse in una campagna elettorale che il premier Silvio Berlusconi era solo un venditore televisivo e che preferiva le donne solo in posizione orizzontale (quando la sciantosa che lo disse si era presentata contro alle elezioni). Ma ora quella donna non è più quella paladina contro il mercimonio di Stato: è la sottoposta del Premier nonché fan più spietata. Mi fa schifo, fimmine del PdL, anche il vostro silenzio davanti alle parole di una scrittrice come Michela Murgia, vincitrice del Premio Campiello con il suo romanzo Accabadora, sulla discriminazione: «…se dico qualcosa di scomodo esistono meccanismi di delegittimazione appositamente applicabili al mio essere donna, sono isterica, invidiosa, con una scarsa vita sessuale, tutte apostrofi che mai verrebbero usate per un maschio». Voi, donne di questo PdL, siete serve di quel maschio che non chiamerete invece “segaiolo” perché incompetente, ma sarete lì pronte a riscuotere lauti compensi per starvene zitte e buone. La verità è che ancora oggi una donna viene candidata in politica solo se brava, ma se bisogna candidare un uomo non ci si chiede mai se quell’ uomo sia incompetente prima di essere eletto. Non valete un soldo perché siete  ripagate con una sola moneta: lo scambio sessuale. Michela Marzano, scrittrice del libro “Sii bella e stai zitta” trasferitasi in Francia, anche lei si chiede: «Perché le donne continuano a cedere alla tentazione dei sensi di colpa e, per paura di essere considerate “madri indegne”, abbandonano ogni aspirazione professionale? Perché tante donne vengono giudicate “fallite” o “incomplete” quando non hanno figli? Perché molte adolescenti pensano che l’unico modo per avere successo nella vita sia “essere belle e tacere”? ».  Caterina Soffici dal blog de Il Fatto tuona senza mezzi termini: «C’è una manciata di ragazze fin troppo strapagate, impegnate a maneggiare bigliettoni da 500 euro e costumi da infermiera, calze autoreggenti, borse firmate, occhiali di marca, brillantini, gioielli, collanine, ciondoli d’oro… E ci ridono pure sopra. Sono una minoranza ma purtroppo la più visibile. Non sono “povere ragazze”. Sono semplicemente la feccia della società, gente per cui non si può provare pietà ma solo rabbia e ribrezzo, con le loro storie da orfanelle e infanzie difficili. Sapete quante donne disoccupate  non si prostituiscono e non si vendono e fanno fatica a trovare i soldi non diciamo per il mutuo o per sposarsi o per fare un figlio, ma semplicemente per arrivare a fine mese e pagare le bollette? Eppure un pugno di “zoccole” fa scomparire le donne vere di questo paese. E, soprattutto se le si guarda dall’estero, sembra l’Italia sia solo quel “gran puttanaio” di cui parlano le intercettazioni». Siamo diventati, io mi chiedo, un Paese in cui le ragazze povere si sentono incoraggiate a vendersi? Ma per tornare a “puntarvi il dito”, a quel gran “bordello” dovreste pensarci voi, donne e “uomini del Fare” (in questo link l’indignazione verso la doppia morale di alcuni e dei loro voltafaccia). Mi fanno schifo anche quei giovani “morti” che ridono quando, come soluzione per la disoccupazione, dal Presidente del Consiglio viene suggerita quella di “sposare un miliardario”. Mi fate schifo, uomini e donne tutti di un PdL morto! Morto in quanto sentimento di popolo che non rispetta nessuna libertà di giudizio. Mi fate schifo proprio perché quella libertà negata ora non la difendete, ma sono sicuro che a banderuola caduta direte “ve lo avevo detto” e darete ragione ai vostri ex avversari. Ve ne darete addirittura la paternità di quell’opinione che non avete mai avuto. Diceva Einstein che “il mondo è un posto pericoloso, non a causa di chi compie azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla”.

Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

LE PAROLE INASCOLTATE DI UN ICONA DEL NOSTRO TEMPO

Lo scrittore Roberto Saviano

Regalare alla sinistra Roberto Saviano sarebbe una delle sciocchezze più tragicomiche che il centrodestra potrebbe fare. Lo hanno detto a gran voce Filippo Facci su Libero e Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Saviano proviene da una formazione culturale legale almirantiana, dagli elogi alle idee di Ezra Pound: il centrodestra avrebbe potuto farne un proprio simbolo, ma ragionare in questo modo sarebbe comunque fare un torto a uno scrittore che giustamente tiene alla propria indipendenza da ogni schieramento, e che ripete, ogni giorno, che la lotta alla mafia e alla camorra non è di destra né di sinistra. Non a caso lo stesso scrittore ha affermato di essere cresciuto in un’epoca in cui missini e comunisti combattevano insieme contro la criminalità. Cos’ha fatto però di male? Lo scrittore Roberto Saviano nel suo monologo all’ ultimo spettacolo televisivo record di ascolti “Vieni via con me” ha parlato anche della questione rifiuti in Campania spiegando i motivi che, secondo lui, hanno portato alla saturazione delle discariche in Campania. “Ma come è possibile che le discariche siano così piene visto che la Campania ne è piena?” si chiede Saviano. “Le discariche del Sud – ha detto Saviano – sono piene di spazzatura del Nord, il Sud è la pattumiera del Nord Italia e di parte d’Europa”. Per questo, secondo lo scrittore, “quando ascoltiamo le risposte dei politici del Nord che dicono ‘non vogliamo la vostra spazzatura, sono problemi di Napoli’, in realtà non è così: la spazzatura di Napoli è di tutti, il Paese è unito, ragionare così è da codardi, miopi e in malafede”. Nel suo monologo, Saviano aveva raccontato che alcune aziende del Nord Italia hanno affidato ad imprese in odore di camorra lo smaltimento dei rifiuti speciali a costi nettamente inferiori rispetto al mercato: “i rifiuti tossici costa smaltirli legalmente, 62 centesimi al chilo, ma la camorra a 8 centesimi risolve tutto”. Rifiuti in viaggio verso la Campania che una volta giunti a destinazione si trasformano: Saviano aveva anche spiegato il meccanismo del giro di bolla, per cui rifiuti tossici “cambiano ‘passaporto’ e diventano rifiuti legali”. Ma davvero formidabile però la capacità di certa Lega di farsi dei nemici. Maroni volle un contraddittorio per difendersi da false accuse, solo perché lo scrittore casalese aveva affermato quello che già i magistrati sanno e cioè che la Ndrangheta al Nord cerca affari con gli amministratori della Lega. E il partito di Bossi però non sa che Saviano si congratulò pubblicamente con il ministro Maroni per le brillanti operazioni di polizia che cominciarono a smantellare la cupola camorristica di Gomorra. E in cambio aveva ricevuto molti e risentiti rimbrotti della sinistra. L’ultima lezione di Saviano al programma televisivo dell’anno “Vieni via con me” sulle possibili infiltrazioni della Ndrangheta nel tessuto economico del Nord e nelle amministrazioni governate dalla Lega rientrano addirittura nella buona fede che lo scrittore campano riserva verso governi locali che potrebbero anch’essere onesti ma che la Lega ha pure questa volta scambiato come accuse, illazioni e offese invece di ringraziarlo. Ma da chi si siede su una poltrona ben calda, mai che arrivi un riconoscimento, una parola di solidarietà per chi è costretto a vivere una vita blindata a causa delle minacce camorriste. L’unico gioco di Pdl e Lega è quello del vittimismo, del regalare alla sinistra anche ciò che alla sinistra non appartiene di diritto. Soprattutto quando Saviano ha affermato, in una famosa intervista di Buttafuoco su Panorama, che “il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali; le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria, e chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra”. Il motto invece del direttore del Tg4 Emilio Fede & company pare sia quello invece del “molti nemici molto onore”. Ma per chi disse queste parole, sappiamo poi come andò a finire. E non in una discarica.

Il tempo è l’unica cosa di valore che un uomo possa spendere, diceva Teofrasto. Tutto sta in cosa si guadagna, a nascere koala o rinoceronti. A nascere paurosi e trepidanti come conigli o incalzanti come leoni. I leader politici “giovani” (cinquantenni?), che scalzino il potere di quelli decrepiti, puttanieri, scialacquoni e disonesti, spesso hanno dimostrato poco coraggio: colpa del tempo? E’ un demone che ci perseguita, lo scorrere delle lancette. In questo momento storico della politica italiana non possiamo che augurare un cambio generazionale. Anche perché il tempo scorre e bisogna cogliere l’attimo. Spesso la storia è fatta di istinti e scelte. E’ proprio il momento giusto. E’ tempo di guardare l’orologio: sono 150 anni di unità d’Italia. E scritti di precari si sprecano, lasciatemi giocar con le parole. Scritti appunto come questo: « Dopo aver studiato ci dissero: “Ma non lo sapete che la laurea non serve a niente? Avreste fatto meglio a imparare un mestiere!”. Lo imparammo. Dopo averlo imparato ci dissero: “Che peccato però, tutto quello studio per finire a fare un mestiere?”. Ci convinsero e lasciammo perdere. Quando lasciammo perdere, rimanemmo senza un centesimo. Ricominciammo a sperare, disperati. Prima eravamo troppo giovani e senza esperienza. Dopo pochissimo tempo eravamo già troppo grandi, con troppa esperienza e troppi titoli. Finalmente trovammo un lavoro, a contratto, ma con ferie non pagate, zero malattie, zero tredicesime, zero Tfr, zero sindacati, zero diritti. Lottammo allora per difendere quel non-lavoro. Non facemmo figli – per senso di responsabilità – e crescemmo. Così ci dissero, dall’alto dei loro lavori trovati facilmente negli anni ‘60, con uno straccio di diploma o la licenza media, quando si vinceva facile davvero: “Siete dei bamboccioni, non volete crescere e mettere su famiglia”. E intanto pagavamo le loro pensioni, mentre dicevamo per sempre addio alle nostre. Ci riproducemmo e ci dissero: “Ma come, senza una sicurezza né un lavoro con un contratto sicuro, fate i figli? Siete degli irresponsabili”. A quel punto non potevamo mica ucciderli. Così emigrammo. Andammo altrove, alla ricerca di un angolo sicuro nel mondo, lo trovammo, ci sentimmo bene. Ci sentimmo finalmente a casa. Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, il “Sistema Italia” fallì e tutti si ritrovarono col culo per terra. Allora ci dissero: “Ma perché non avete fatto nulla per impedirlo?”. A quel punto non potemmo che rispondere: “Andatevene affanculo!” »

Per dare una mano a Generazione Italia e a Futuro e Libertà, sul coraggio trovato a dire che il governo galleggia e non offre soluzioni circa i precari di questo paese, vi propongo un test: chi ha più coraggio e chi ha più paura. I test sono sempre un varco, un esame,  un mettersi in prova. Così come il Manifesto di Ottobre e le mie proposte del precedente post sono un passo avanti di quelle lancette diaboliche, questo è invece una presa di autocoscienza che ogni politico dovrebbe avere sul tempo degli italiani. E su sé stessi.

Cliccate su questa foto o apritela in un’altra pagina per poi ingrandirla con lo zoom

Troppi stimoli per 24 ore. Tanto più l’insoddisfazione per la mancanza di tempo cresce, tanto più diminuiscono le persone che si lamentano per la scarsità di stimoli. La prima fonte di scontento batte la seconda 2,6 a 1. (Fonte Astra-Demoskopea per Repubblica)

Controllate qui il risultato ottenuto


Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.