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“E come potevamo noi cantare”.

Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.

Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.

Andare avanti, dice lui,  go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.

Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).

Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.

È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.

L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.

La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.

amanda_knox

La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano

Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo

Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.

Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.

Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.

La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.

È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.

“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.

E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.

Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.

I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.

Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.

I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati  non fanno spesso appello per assoluzioni minori.

Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.

L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.

Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.

Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.

Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.

“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.

Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.

A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.

Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.

Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.

A volte basta un tacchino arrosto per ringraziare il cielo del raccolto. Bastava nel 1621 quando i naviti Wampanoeg fecero amicizia con i coloni inglesi, celebrando quello che da quel momento in poi fu il Giorno del Ringraziamento.

Oggi non basta più: per fare amicizia basta una birra fatta in casa di Obama o un Hamburger. Oppure per fare amicizia basta un niente che il Presidente Obama fresco di secondo mandato si metta d’accordo con i Repubblicani al Congresso per approvare importanti leggi sul cibo, la salute, l’energia. Chi mangia il tacchino oggi, ringrazia senza nessun motivo, in modo quasi religioso, ma senza appartenere ad una Religione. Ringrazia innanzitutto di essere onesto. Come lo è stato Petraeus, l’ex comandante della CIA dimessosi per una storia di corna. O meglio, avrebbe potuto anche mentire sul motivo delle dimissioni. E invece ha confessato solo perché l’FBI aveva ricevuto strani solleciti. La storia è nota. Lui ha un affair con la sua biografa Paula Broadwell (anche lei sposata con figli), ma una terza donna conoscente del Comandante della CIA a un certo punto riceve emails dalla gelosa Paula sospettosa di una possibile terza storia segreta (che in realtà non c’è). La terza quasi ingenuamente avverte dunque l’FBI per le emails di stalking, e la polizia federale scopre un conto email in comune tra Patraeus e Paula dove, invece di lasciare traccia di email a sfondo sessuale, i due si scrivevano bozze da uno stesso utente come botta e risposta. Roba che a Berlusconi gli si sta rodendo il fegato per l’invidia: solo per stare sulle prime pagine dei giornali. Quindi beninteso, non piuttosto una storia di tradimenti verso la moglie del Comandante Petraus, come lui ha ufficialmente dichiarato ad Obama, ma di tradimenti verso la CIA stessa e di segreti che potevano essere spifferati facilmente in una banale storiella extraconiugale; segreti che l’ex capo dei servizi segreti americano non poteva permettersi di far circolare per ovvi motivi legati all’efficienza del suo compito.

L’Italia, per molto tempo, ha avuto come simbolo di inefficienza e disonestà il Comandante Schettino della nave da crociera dirottata nelle acque mediterranee; il comandante reo di aver fatto naufragare anche il senso civico e la responsabilità che già in Italia c’era con un Presidente del Consiglio condannato in patria per evasione fiscale e al centro di un processo che lo vede coinvolto tuttora in un affaire di prostituzione minorile (il quale ora all’estero in questo servizio televisivo viene visto come un evasore, mentre in Italia come un fortunato vacanziere). Attualmente su Schettino vi è un processo in corso per stabilire se aveva colpa lui o l’azienda che non lo ha formato per bene. Ecco, gli italiani a chi devono ringraziare di avere queste persone come simbolo?

L’Italia è ridotta così male che chiama eroe solo colui che fa il suo lavoro? Si ascolti la famosa telefonata del Capitano De Falco al Comandante Schettino “Vada a bordo, cazzo”

Prima del caso di Petraeus degli ultimi giorni, sui giornali del Massachusetts l’ha fatta da padrona un altro caso, che Hollywood ne avrebbe fatto una storia da botteghino mondiale. La storia di Annie Dookhan, una chimica di un laboratorio di Stato, colta in flagranza e poi autoaccusatasi per aver alterato i risultati di analisi di test di droga per due o tre anni. Ne è risultato uno dei più grandi casi criminali di disordine sociale del Massachusetts, perché la sedicente chimica (pare abbia mentito anche sul possesso della laurea) non ha dato il corretto risultato degli analisi antidroga di tutti i casi giudiziari degli ultimi 9 anni della sua carriera: ed ora ci si ritrova con centinaia di processi penali per droga manipolati, in molti dei quali erano coinvolti 1141 prigionieri (arrestati quindi ingiustamente), processi che vanno dunque rivisti dal Tribunale. Questo è il bilancio del casino creato nel perfetto sistema di giustizia americano.

La Dookhan non usava il microscopio per analizzare i dati dei tests, ma la solita tiritera degli impiegati è di un’ipocrisia da copione: “era una brava persona, diligente, faceva un sacco di straordinari non pagati… chi lo sapeva che mentiva sui casi di cocaina, ne analizzava 500 al mese invece che 50…”. Lei si difende dicendo di aver aggiunto cocaina o eroina agli esempi di sangue affidatole solo per compiacere il magistrato.

I numeri rischiano di aumentare: 60mila esempi per casi di droga scambiati e 34 mila sentenze di casi criminali da rivedere.

Hollywood ha già pronto il copione ed è in cerca di sceneggiatori. Però nessun regista cercherà l’eroe italiano che ha ricevuto solo una misera pagina sul Boston Globe. Salvatore Cimmino si tuffa nei mari freddi del New England, vicino il Museo e la Biblioteca Kennedy e arriva 8 ore dopo a Charlestown. Ma il 48enne commercialista italiano ha scelto Boston per la settima tappa del suo tour mondiale “A nuoto nei mari del globo”. Prima ancora di girare a largo delle belle Boston Harbor Islands ha percorso lunghe distanze a largo della Slovenia, Argentina, Canada, Nuova Zelanda, Congo e Italia. Per lui è una battaglia, visto che ha dovuto amputarsi della gamba destra sotto il ginocchio all’età di 14 anni. Ma è una figura positiva italiana che ci piace ringraziare. Un esempio di vitalità diverso dalle parole chiave che le studentesse del corso di italiano di Wellesley College si sono viste raccontare nella mia recente visiting lesson: mancanza di meritocrazia, precari, clientelismo, nepotismo, fuga dei cervelli, mancanza di attrazione di talenti in Italia. Che sia Cimmino il vero navigatore da seguire?

Nell’Election Day del 6 novembre, in Massachusetts si è votato anche per due quesiti referendari. Uno sul fine vita e uno sull’uso della marijuana a fini terapeutici.

Se al paziente fosse stato diagnosticato un male incurabile, irreversibile che, secondo ragionevole giudizio medico, avrebbe causato decesso entro i sei mesi successivi, egli stesso avrebbe potuto esprimere il desiderio di concludere il suo percorso terreno con iniezione medica, comunicandolo al medico anche 15 giorni prima, con testimoni anche non parenti. Bocciato!

L’altro quesito ha posto la possibilità invece a pazienti terminali di richiedere una cura antidolorifica a base di tetraidrocannabinolo, nota come marjuana. Gli stati che hanno approvato l’uso della cannabis per uso medico terapeutico sono la California e l’Oregon. E ora anche Massachusetts.

Pensate se a fornire il liquido letale ad alcuni malati terminali fosse stata la chimica Annie Dookhan, scambiandolo magari con un’altra sostanza. Avremmo il sequel di un altro polpettone hollywoodiano, le cui scene intanto si svilupperanno di sicuro nel dramma, ma finiranno sempre con una storia positiva, magari con la frase finale del nuotatore italiano Cimmino che la cronista del Boston Globe ha riportato: “…un uomo si avvicina e gli lancia in aria una moneta dicendo di averla con sé da 20 anni e che gli aveva sempre portato fortuna. Cimmino la prende al volo e ringrazia, promettendo allo sconosciuto di ricordarne per sempre l’origine”.

“E lui avventuroso saluterà da lontano una bandiera a stelle e striscie”. Come ultimo piano, la cinepresa si allontanerà in un grandangolo e gli spettatori sul molo lo inviteranno a casa propria per la Cena di Ringraziamento.

Metro. Park Street. Linea Verde. Gente che si accalca gentile, in silenzio sul ritorno verso casa. Tutti con l’Ipod alle orecchie. Salgono educati, si siedono. Alcuni stanno a leggere sul Kindle. Altri magari ascoltano il suono dell’italiano sfoggiato a voce alta da due tipi fastidiosi che inondano di rumore il vagone ovattato. Magari ritornano da lavori che si protraggono oltre il tramonto, infatti sono le 10 di sera. Ed è il nostro caso. Salgo infatti con B. insegnante di Italiano in un noto istituto in città. E quei due italiani noiosi che parlano a voce alta, siamo proprio noi. Ma non ci importa se la gente in Subway sta zitta e composta e noi siamo i soliti italiani che si fanno notare. È proprio quello il bello: possiamo dire quello che pensiamo senza che nessuno capisca.

B. è siciliana, di giorno fa un master in un college e insegna pure. B. però è scontenta, anche se ha vinto la Green Card (cioè il diritto alla residenza negli Stati Uniti) alla lotteria.

B. è scontenta perché i maschi americani “non ti vengono a prendere a casa e non ti mettono il cappotto addosso quando fa freddo e per di più se gli dici di uscire ti devi far trovare in un punto lontano da casa”. Non avendo la macchina, le tocca prendere la metro e farsi un’ora per andare in un Pub e incontrarsi lì per sbronzarsi. E poi si deve pure pagare la consumazione. Perché i maschi siciliani non glielo avrebbero permesso, di pagarsi la birra. Sia mai! Ogni sera uno a turno paga per tutti, ma tendenzialmente i ragazzi tendono a pagare e a dividersi il conto tra di loro, per galanteria nei confronti delle ragazze. Le chiedo se non sia piuttosto machismo ma mi risponde che “Ovviamente noi fanciulle, lavorando anche noi e tenendo alla nostra indipendenza, con dei sotterfugi (tipo fare finta di andare in bagno e invece andare a pagare) cerchiamo di ricambiare in ogni modo”. Tento invano di farle capire che io ho vissuto per 15 anni a Firenze e le cose che lei menziona, almeno sul ritrovarsi non per forza in comitiva, funzionano esattamente l’opposto che in Sicilia. Mi chiedevo, se erano proprio loro ad essere i diversi fuori dal Continente? Però devo ammetterlo, anche se fiorentino, il maschio italiano sarebbe stato sempre più galante di un ragazzo americano impacciato, su questo dopotutto ci posso giurar sopra.

Intanto, in piedi a un metro dal nostro posto, un ciccione dalla faccia simpatica, un po’ muratore, un po’ imbianchino, è l’unico che forse si diverte del nostro vociare. È  l’unico che nasconde un sorriso tra le labbra. Perché?

Va be’, continuiamo. B. mi spiega che a Palermo stava meglio anche economicamente. Io non ci credo. Infatti poco dopo mi racconta che aveva insegnato presso alcuni corsi organizzati dalla Regione Sicilia. Uno di quei corsi pagati e finanziati forse dall’Unione Europea, dove a lavorarci sono tutti raccomandati. B. mi racconta che al colloquio di lavoro vede il proprio curriculum con sopra scritto a matita il nome del politico che la raccomandava. In quel momento si sente imbarazzata. Le spiegano che deve insegnare ai ciechi. Lei risponde che è incompetente sull’argomento. Che dovrebbe formarsi, prima di insegnare in questo settore molto delicato. E la secca risposta fu “va be’ non si preoccupi, se lei rifiuta il posto lo diamo ad un’altra incompetente”. Testuali parole. Ah va be’, dice lei, se lo dovete dare ad un’altra incompetente io il lavoro lo prendo. Dunque comincia a studiare il software per i non vedenti e per poter dar loro un’autonomia di vita. Comincia anche a registrare la propria voce in formati audio mp3 così i non vedenti possano esercitarsi a casa. Non l’avesse mai fatto! Alla riunione degli insegnanti se la mangiano: “ma come ti sei permessa, ora tutti questi ciechi ci chiedono di registrare i podcast e così dobbiamo lavorare e fare una cosa in più”.  Ma lei risponde chiedendo come altrimenti avrebbero dovuto imparare il software, se non vedono? E loro: “dai loro le fotocopie”. Le fotocopie? Ma se non vedono!  “Si, se le fanno leggere dai parenti”. Testuali parole.

Intanto quel ciccione ricciolino vicino a noi dal viso simpatico, col sorriso un po’ sornione, l’unico ad ascoltare i nostri pettegolezzi su un’Italia che perde i suoi pezzi, l’unico tra i silenziosi pendolari americani a cui forse gli piaceva sentire il suono del nostro linguaggio, continua a guardarci. Perché?

Ma B. dopo tutte le sue frustrazioni, così com’era costretta in Sicilia a sottomettersi a quell’andazzo, e ad accodarsi a quel che sembrava fosse la fine di ogni meritocrazia, arriva veramente alla fine della sua corsa.  Smanetta al cellulare freneticamente mentre il treno si ferma nella sua stazione di arrivo. Sfreccia per uscire, quasi senza salutarmi.

Io nel frattempo mi alzo per scendere alla prossima. E chi mi chiama? Lui. Dopo tutto il nostro chiacchiericcio, chi sarà? Il grigio e silenzioso individuo americano che magari l’italiano lo ha studiato e ci ha capito tutto il tempo? Il pendolare che non ne può più di quello che ha sentito, il “civilizzatore” che a un certo punto per caso vuole ribellarsi ai nostri aneddoti intrisi di galanterie d’antan e all’italiota tendenza all’incompetenza affrescati così per bene nei racconti della mia amica B.?

No, era proprio quel tipo che stava ad ascoltarci tutto il tempo. Ridendo. Era italiano, direte voi? No. Dopo tanto tempo l’ho trovato. Un sedicente italiano che l’italiano non lo conosceva.

Mi fa: “tu pppur Ittal? Quaul partt?” – Ed io: Vuoi dire quale parte, quale regione? Siamo del Sud, io Calabria e quella ragazza dalla Sicilia – “Si, purr’io da Sicccil”. Non pensavo lo incontrassi mai nella vita reale, il personaggio dell’emigrato tipico e grottesco creato dal comico Carlo Verdone nel film Bianco, rosso e Verdone. Quando lo vidi in faccia pensavo a tutto quello di cui avevamo parlato io e la mia amica B. Volevo farglielo vedere, perché parlava proprio come il personaggio del materano nel film. Ma B. era ormai lontana nella notte americana, eppur così vicina ad un’Italia che non si sa mai come definirla o comprenderla.  Chissà se lei rimarrà negli States e cosa diventerà. Ma piuttosto, dei nostri discorsi, cosa avrà capito quel figlio dell’emigrato italiano del dopoguerra che ci ascoltava? Avrà capito che l’Italia, vista da lontano al di qua dell’Oceano Atlantico, è sempre più incomprensibile, indefinibile, e pure senza merito? Secondo me non ha capito un emerito cazzo. Così come suo padre l’ha lasciata da povero del Sud, magari alla fine degli anni Cinquanta, prima che i quiz di Mike Bongiorno unificassero gli italiani. Lui è partito e non ha più riconosciuto né la propria lingua né la propria cultura, (che nel frattempo è cambiata) e giustamente ha trovato i valori dell’Individuo nord-americano. Ma sul parlare, Verdone lo aveva dipinto molto bene. Dando per scontato che nulla cambi mai, specie in un vagone della Metro alle 10 di sera, mentre due italiani parlano sull’Italia che oggi hanno lasciato. Grazie, B.

Centro di Boston

Guarda qui anche altre foto di scorci di storia bostoniana

Negli Stati Uniti se un padre appena divorziato non paga gli alimenti ai figli, gli levano la patente. La levano anche a un semplice cittadino che non paga le tasse. Voi mi direte, che c’entra? NIENTE. Ma l’ho appena scoperto conseguendo la patente di guida americana: 1 ora di attesa, faccio il test, conseguo la patente e scopro che la leverebbero anche a un “minore” di 21 anni con un tasso alcolico nel sangue pari a 0.02, in pratica quasi… NIENTE.

Ed è più o meno sul NIENTE che si basano alcuni paradossi qui negli USA, quello più famoso per esempio è quello di non saper parlare per bene l’inglese, quasi per NIENTE. Spesso ti ritrovi gente emigrata che ha fatto fortuna, ma che l’inglese non lo sapeva per NIENTE nemmeno dopo anni.

Un esempio è questo venditore televisivo mattutino che con accento italiano ti snocciola perle, non solo di collane, inventando parole e costruzioni di frasi che non esistono in nessun dizionario o grammatica americana. Se ci fate caso nella registrazione che ho fatto con l’Iphone, a un certo punto anche chi scrive i sottotitoli per non udenti non capisce proprio NIENTE di quello che sta dicendo e si blocca. Sapete perché questo venditore ha successo? Perché parla l’italiano. E fa più figo se parla l’inglese con l’accento italiano, così sonoro, musicale, poetico all’orecchio straniero.

Magari finge pure, e ne scimmiotta l’accento. Ma quello che mi ha fatto pensare è che qui lo stereotipo è ribaltato. Non è l’italiano che per fare il moderno non fa altro che inserire qualche parola d’inglese nell’italiano quotidiano e familiare (come ho spiegato in questo link), come succede spesso in Italia, no, è il contrario: questo è un italiano in America che forse fa pure finta di non saper parlare per NIENTE l’inglese e lo fa con accento italiano perché in questo modo vende meglio i gioielli italiani…e fa pure fico. Poi non si sa se i gioielli provengano o meno dall’Italia.

Sul NIENTE sono fondati molti altri paradossi. Un altro è quello della sicurezza. Mi spiego. Chi mi conosce, sa che su Facebook ho inanellato l’altro giorno una storiella basata proprio sul NIENTE.

L’altro giorno esco di mattina ad insegnare, lascio la bicicletta alla stazione del Subway. Prendo il treno e in 10 minuti arrivo a scuola. Dopo la lezione, all’uscita mi aspetta mia suocera, che dopo essere andata in pensione si è anche iscritta pure ad un corso di italiano, venuta a prendermi per un appuntamento in un’altra parte della città. Al ritorno a casa in auto: “Ciao, grazie del passaggio… ma di che, figurati, NIENTE”.  Alle 5 del pomeriggio, scendo nel porticato dietro casa e non trovo la mia bicicletta dove è sempre parcheggiata anche senza lucchetto. Porc… smadonno. Calma. Dove sono andato l’ultima volta? Ma non posso pensare, devo andare a lavorare. Quindi, meglio che mi sbrigo ad andare a piedi fino alla Metro per oltrepassare la città. Mica sto li a piangermi addosso. Nel frattempo la moglie chiama la polizia. Non si sa mai. Se la sera prima i tipastri si saranno avventurati dietro casa vuol dire che mi avranno seguito. Sanno i miei passi. Quindi la zona, pensiamo noi, una tra le più sicure degli Stati Uniti secondo i sondaggi, comincia ad essere popolata di ladri in cerca di suppellettili da sgraffignare dietro le ville dei ricchi (anche se ricco non sono). Specie se qualche mammalucco come me con troppa fiducia nella sicurezza americana, lascia la bici non allucchettata.

E qui scatta lo stereotipo basato sul NIENTE. Sulla mia bacheca di Facebook a quel punto fioccano i commenti come “ma sei proprio scemo, dovevi proprio andare in America a farti rubare la bici? Non ti riconosco più” o “Qui in Italia nel dubbio viene data colpa agli zingari. Lì negli States? Quale è l’equivalente capro espiatorio?”. Forse i comunisti?  Ma per rifarmi, peccando d’orgoglio, ti invento a fine serata la storia (non come in una puntata radiofonica dove il malcapitato era diventato ormai folle a ricercarla con il satellite, invano) che i poliziotti, -al contrario della Mafia in Italia-  qui in quanto giustizieri della notte, erano venuti a casa riportandomi la bicicletta dicendomi “non si preoccupi, abbiamo ricevuto segnalazioni su Twitter e l’identikit era uguale a quella che abbiamo trovato nelle vicinanze…ma continui a lasciarla senza lucchetto, perché noi gliela ritroveremo comunque e in ogni caso”. Naturalmente un solo poliziotto è realmente venuto a casa quella sera, ma non ha detto quelle precise parole, pura invenzione da luogo-comune. Sulla bacheca social ho anche inventato la frase finale ad effetto alla Clint Eastwood che avrei detto al graduato dell’esercito americano nell’atto di ridarmi la bicicletta: “you make my day”. Frase che l’Ispettore Callaghan rivolgeva alla sua vittima, con un po’ d’ironia, chiedendole di dargli un “senso alla sua giornata”, come labile ma al tempo stesso stabile felicità.

Ma la verità è un’altra. La sera, di ritorno dal lavoro, cosa ti trovo alla stazione del Subway? Qualcosa nel buio che brilla nella rastrelliera. La mia bici che non ero mai tornato a riprendere. Il giorno dopo richiamiamo la polizia per dire che era tutto a posto. Che l’avevamo trovata. Mia moglie ci ha pensato due volte prima di richiamare, pensando alla brutta figura che avrebbe fatto.

Però i miei amici su Facebook sapranno che a trovarmela è stato l’esercito americano, scomodatosi dagli ultimi impegni contro il terrorismo in Libia. Il senso alla mia giornata me l’hanno dato loro, con i commenti da stereotipo italiano… ed io non facendo altro che confermar loro ciò che continueranno sempre a pensare: vale a dire che la sicurezza americana funziona. Anche quando non fa NIENTE.

Hai detto Niente?

Da un mio articolo apparso su IlFuturista il 7 dicembre 2011.

Si dice che nei prossimi 5 anni il medico di famiglia potrà leggere il Dna dei pazienti e «predire» quali sono i cibi che possiamo ingerire liberamente e quelli che sono dannosi, quali sono le malattie che potremmo contrarre e quindi curarci prima di ammalarci. Il gabinetto farà un check-up completo: analizzerà le urine e misurerà frequenza cardiaca e pressione. Le informazioni elaborate dal WC laboratorio verranno inviate in tempo reale a un microchip nel cellulare e al computer che contengono tutti i dati sul nostro stato di salute. Lo specchio del bagno ci vedrà, ci riconoscerà e proietterà il nostro programma preferito. Se si nota il manifesto del film che si vuole vedere al ritorno di lavoro, lo si inquadrerà e si scatterà una foto. Sul display arriverà il trailer e l’elenco dei cinema che lo proiettano. Un clic e i biglietti saranno acquistati. Il costo verrà scalato sulla carta di credito collegata alla sim del cellulare.

Torniamo al presente. Sono andato per la prima volta in visita da un medico di famiglia degli Stati Uniti. Mi ha chiesto di tutto, o per lo meno era già organizzata sulle domande da fare: dalla storia delle malattie in famiglia fino all’attività sessuale o alle probabili allergie, se dormo bene, se faccio sport, se fumo, se bevo troppo, se ho sete durante la notte, dalle vaccinazioni alla quantità di donne con cui faccio sesso (davanti a mia moglie), se ho subìto operazioni chirurgiche, se ho fatto uso di droghe, mi ha chiesto anche cosa mangio di solito. Una lista lunghissima per questo post. Mi ha pure detto che negli Stati Uniti anche l’acqua ha calorie. Scherzava, ma almeno ha fatto le veci della dietista.

Tutte cose che il medico di famiglia in Italia ti chiede solo se veramente vai da lui preoccupato per un problema, che so, di stitichezza. E passi una mattina intera a fare la coda allo studio medico.

Dopo dunque che la sua assistente mi ha pure pesato e misurato l’altezza, mi ha prenotato per un controllo del sangue generico. Andrò comunque a fare le analisi senza appuntamento, dall’ufficio sanno già in un elenco che devo andarci. E i risultati delle analisi li avrò via email.

Il futuro spesso comincia dalle piccole cose, evitando le code.

Quanto tempo ho trascorso allo studio medico (presso l’ospedale) a Boston? 1 ora.

Ah dimenticavo! Come ho scelto il mio dottore? Da un suo videocurriculum su YouTube.

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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Mappamondo

NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

DA DOVE MI HANNO CERCATO

Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.