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Peppino Jr. Pantalone era emigrato da Reggio Emilia. In America. Ma non un’ America qualunque. Lui in Italia ci stava bene. Si era messo in capo di seguire l’esempio dei suoi, senza saperlo, e poi di sconfessarlo: nel senso, che era una tradizione di famiglia ormai quella di fare una cosa e poi di fare l’esatto opposto. E allora scelse Nuova York. Peppino, il suo nome lo aveva preso da suo padre, che era nato a Cutro, un paesino calabrese vicino Crotone. Talmente abitudinari che tutti i suoi paesani, ma proprio tutti, erano emigrati e continuavano ad emigrare solo a Reggio Emilia e negli ultimi tempi, vista la densità ormai risicata, anche verso Parma. Ognuno a Cutro aveva un parente di primo, di secondo, di terzo grado che doveva aver almeno colonizzato qualche fabbrichetta emiliana. Il padre aveva continuato la tradizione cutrese, emigrare solo dove poteva incontrare altri cutresi, ma il primo a tradire anche lui fu quando incontrò poi la futura mamma di Peppino, che calabrese non lo era.

Pantalone invece lo aveva preso dal soprannome appunto della mamma sarta. Lei l’avevano chiamata così per tutta una vita da quando lavorava a Parma nelle sartorie che facevano i Burberry. Uno degli stessi lo aveva indossato anche Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Il figlio poi era cresciuto così, a fare i conti della serva, a cucire, a disegnare e ad aiutarla a fare gli orli ai pantaloni, e a sparare gli aghi della Singer dritti per la loro strada filata.

Peppino Jr. a questo pensava, mentre sulla Quinta strada a New York guardava incantato la vetrina di un negozio vicino al suo, con gli occhi fissi come un cervo di notte su una viuzza sterrata… ah che ricordi quei fari della Bianchina di suo zio Fefé a Cutro quando incappammo in quel bellissimo animale e lo sparammo al primo colpo! Del calabrese aveva preso il modo di sognare e di stupirsi, di meravigliarsi, dell’emiliano la voglia di correre e di ingrassare il piatto. In questo caso, si stava mangiando letteralmente con gli occhi quello che avrebbe potuto cucire anche lui, ma che la vecchiaia oramai gli dava qualche segno di resa alle mani aggrinzite.

Lui era emigrato a sua volta da quella regione panciuta e grassa di ingegno, perché a lui l’America gli piaceva, e New York all’epoca andava di moda. Gli era piaciuto sentirsi a casa piano piano negli anni, e senza avere nessun parente che lo sostenesse, come i cutresi a Reggio Emilia.

Studio sartoriale della seconda metà del 1800

E Peppino continuava a pensarci sopra, dopo anni di sartoria, di sacrifici, di tagli, di apprendisti ne aveva avuti. Una cravatta di Marinella da 100 euro in vetrina la poteva comprare a 78 dollari solo nel 2002. E ora costava il doppio. Ma quante camicie e cappotti fanno in Europa per far valere quegli Euro se ora ci sono i cinesi? E gli inglesi che non ci vogliono più stare? Se ne andranno a Cutro? Mah.

Un ragazzo per strada gli aveva messo tra le mani un giornale, e Peppino era rimasto folgorato in un secondo da alcune parole che volavano via da un editoriale: Meridionale, Terroni, Tedeschi dell’Est, Schiavi… gli erano infatti caduti gli occhi su un’opinione che gli pareva magico non rifiutarne la lettura.

Quell’articolo a firma di un tale Pino Aprile diceva: –Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di vederne l’iniquità o di molta disonestà per accettarla. È facile educarsi a questo, per quella “Teoria del mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è perché lo merita; e chi ha meno è perché non merita altro: è un meccanismo potentissimo, che induce, per esempio, gli schiavi ad accettare la schiavitù, i cornuti le corna, le maltrattate le botte. Cercando, magari, in una presunta incapacità, personale e collettiva (“i meridionali” o “i tedeschi dell’Est”), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o altrui superiorità.-

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Vessillo di fine Ottocento americano

Peppino Jr. si ferma. Alza la testa dal giornale, stanco della lettura. Ma… Peppino si sentiva un meridionale? Si sentiva anche emiliano, quello sì, e si sentiva anche di un certo est, di quell’oriente nella propria pancia che non ti fa sentire il vento del perseguitato, di quello che ha paura di scavalcare il muro… e per evitare di cadere nella trappola del o scappi o non lavori, Peppino Jr. Pantalone per questo aveva avuto l’indole dello stravolgere tutto: il lavoro a Reggio Emilia non seppe mai chiedersi perché non gli bastasse, sentì che voleva dimostrare di creare con le sue mani in un’altra terra più corposa per capirne le curve. L’America. Ellis Island e poi New York. Era arrivato da Napoli, col treno da Bologna.

Interno di nave

Camera da letto in cabina da nave di fine Ottocento

Curioso per natura, negli anni si era fatto una professione di sarto rinomato a New York. Peppino aveva sempre saputo dimostrare la sua arte, la sua precisione, la sua traiettoria. E aveva vissuto senza sfarzo, con modestia. Con gli anni addosso, si sentiva più insicuro, stanco, con qualche rimpianto. Anche se alla fine era contento così.

Quel giorno, tornando in sartoria, posando il giornale di cui avrebbe ritagliato quell’articolo, un uomo armato  entra nel suo negozio, vestito da musulmano, gridando “a morte gli omosessuali  e in quel momento Peppino Jr. pensa a quando da piccolo a Cutro suo padre lo portava alla sfilata di Carnevale. Ma proprio quel vestito non l’aveva mai visto. E lui il Corano non lo aveva mai letto, era sempre stato uno che leggeva poco, un tipo più pratico Peppino. E quel barbone con la tunica gli aveva forzato di recitarlo altrimenti gli avrebbe tagliato la testa

Eppure ne aveva vestiti di amici suoi di New York che per anni gli avevano chiesto le mises più diverse e creative per le sfilate del Gay Pride. Ma quella tunica l’avrebbe tagliata in modo diverso, pensava. Mentre quello lì non voleva sentire la musica di Peppino,  se ne scappò quasi subito dopo la mitragliata con un furgone nella folla per strada.

Interno cucina di un villaggio marittimo americano

Stufa da cucina di fine Ottocento

Peppino Jr. Pantalone, mentre cadeva, pensava alla storia degli Stati Uniti, di quando l’aveva attraversata, di quando vi era salpato con la voglia di farne la nuova Reggio Emilia, la nuova Cutro, e tutta la storia gli venne davanti ai suoi occhi incantati quando quell’uomo travestito da prete gli piantò una raffica di pallottole da farlo sorridere senza pensare più a niente. Era un sorriso di ammirazione verso tutto e qualsiasi cosa che gli tirava a occhio. Era andato a fare una gita con suo marito il giorno prima in un villaggio del Connecticut, a Mystic, e gli era piaciuta per tutti i mestieri che aveva saputo riconoscere come suoi, infatti Peppino mica aveva iniziato subito da sarto…e ne aveva di doti. Quelle doti che i mericani avevano preso quando dissero di voler stare fuori dall’Inghilterra  Le nostre radici stanno nel difenderci con un fucile, dissero i patrioti delle colonie del New England, alla fine del 1600

Così da cordaio ne aveva tirato di fatica come Sacco e Vanzetti, e da fabbro ne aveva da mettere a ferro e fuoco e aizzare l’aria per soffiarla sull’incudine, tanto che quelle macchine se le sognava ancora, chissà quali esperimenti poteva ancora fare sui tessuti, tra un pentolino riscaldato a colazione e un bicchiere di vino del bottaio, e di balsami e medicine officinali lui ne era curioso quanto un alchimista perché avrebbe potuto alterare ancora i tessuti. Che io mica ne ho fatto solo uno di mestieri, fai delle foto che me le voglio stampare e mettere in sartoria!

Peppino aveva tanta voglia di raccontarla, lui che era di poche parole, della sua gita del giorno prima verso quel villaggio di libertà mericana. Aveva appena fatto stampare le foto scattate. (qui in basso documentate ad onor di cronaca, nda) Quante idee per nuovi vestiti! Lui che non usciva quasi mai, solo casa e putega, tutta una vita. Domani basta lavorare, ci rilassiamo, gli disse il marito il giorno prima. E Peppino ora sorrideva per terra, felice di amare  il suo uomo che gli disse “andiamo a fare una gita a lago, mettiamo la bandiera sulla barchetta“…ancora dopo tanti anni lo aspettava a casa, mentre Peppino grugniva per terra, col sangue ….che ancora non sentiva, non lo vedeva colare, ma era debole comunque, come quel daino ferito dalla Bianchina di zio Fefé in una notte, in una strada di campagna calabrese, attese e guardò nel vuoto…  e questa pace gli fece ricordare che quel giorno, quel giubottino doppio anti-proiettile che aveva appena cucito per un poliziottol’unico cliente della giornata, proprio funzionava che era una bellezza. Lo aveva provato per vedere se gli stava. Altro che Bulberry di Parma, e Audrey Hepburn, e Tiffany e l’Emilia e la Calabria! Le sue mani, valevano di più. Non l’avevano tradito. Era salvo grazie a loro.

Mystic, villaggio ricreato di fine Ottocento

Medicine e pozioni di fine Ottocento

Balsami e saponi da droghiere

Profumi di fine Ottocento americano

Bottaio

Macchina per soffiare il fuoco del fabbro

Arnesi da falegname nella bottega del villaggio di Mystic, Connecticut

Fabbro nel villaggio di Mystic

Cordaio

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Lago del villaggio di Mystic con bandiera americana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Tutti i riferimenti a fatti reali o persone esistenti sono puramente casuali. L’accostamento della storia inventata di sana pianta alle immagini è frutto arbitrario dell’autore.

Tutto rimane fermo dentro il famoso diner di un dipinto di Hopper.

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I luoghi del dipinto Nighthawks di Edward Hopper sono rintracciabili in certe tracce di Greenwich Village a New York, ma anche a locations da lui immaginate.

Ma tutto deve cambiare nella terra del “tutto è quello che viene mostrato”. Anche con i nostri gesti facciali.

Niente rimane. Tutto è in movimento, anche certi edifici di Boston. Ma non certe persone.

Stavo seduto a mangiare il mio panino nell’ora di pausa pranzo. A quell’ ora c’è chi nel frattempo legge il giornale o chi controlla la posta elettronica. Davanti a me avevo invece un dipinto contemporaneo. Mentre mangiavo, mi sono ritrovato davanti un redivivo Dejeuner sur l’herb però ambientato su un salottino retro e vintage. Bivaccati due ragazze e due ragazzi che, in mezz’ora, giuro ho contato i minuti, non si sono detti niente. Erano ipnotizzati a guardare i loro cellulari “intelligenti”, a scorrere foto e status di gente –amici?- che stanno al di fuori, che vivono a loro volta altri divanetti di silenzi.

Se chiudete gli occhi e l’osservate anche voi quella immagine, sembra fissa come nei quadri di Hopper… è una pennellata di solitudine dell’ americano medio, lo sfogo compulsivo delle dita nel vano tentativo di sapere come vivono e come stanno gli altri. Ma perché per chiedere “Che fai? Come stai?” questi quattro ragazzi non parlano tra di loro,  non si guardano negli occhi ma solo nei loro profili?

La scrittrice Avallone dice che “l’amore è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo”. Vuol dire che in realtà, quando anche noi siamo come quei quattro ragazzi svogliati sul divano, volevamo un’altra vita e la cerchiamo nei feticci degli altri? O non avevamo il coraggio di dirlo a noi stessi finendo poi per mentirci da soli?

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Anche Dario Argento nel suo Profondo Rosso si ispirò al Nighthawks di Edward Hopper

È di questo di cui volevo raccontare. Il mentire a sé stessi – come ha fatto il giocatore Tom Brady  – è una delle cose che a nessuno è consigliato di fare. Pena la squalifica.

photo Boston University, edificio ad angolo

Scorcio di architettura bostoniana simile ai diner ad angolo

Ogni italiano o italiana che espatria per fare un esempio, con lui o lei della coppia di un paese diverso, quell’italiano e solo lui sarà stato a scegliere liberamente questa vita, senza alcuna costrizione. Inutili i rimpianti, invece di fingere con sé stessi e stare lì annoiato
Ciò che per una parte della coppia può essere un sacrificio poi non può esserlo per un’altra. Ciò che per uno è sforzo, privazione, sofferenza, può essere normale o accettabile per un altro. Se ne parla nel blog di Mamme nel Deserto, che citando lo psicologo Morelli si affronta il tema del sacrificio: “Sacrificio fa rima con altruismo, tutti quelli che fanno il volontariato, la prima cosa che devono fare è raccontarlo a destra e a manca per far vedere quanto sono buoni”. E state lontani da quelli che dicono che “fanno sacrifici per te, perché prima o poi te la faranno pagare!” – Forse per questo è meglio esser sinceri con la propria anima.

Chi arriva poi in un paese che sente anche straniero, deve affrontare quelli che tutti prima o poi hanno vissuto: la solitudine. Proprio come nei quadri di Hopper. Sempre Mamme nel Deserto ne ha pubblicato un kit di SOS amici

È proprio di questo kit salva-solitudine di cui M. avrebbe bisogno. Chi è M.?

M., lo chiameremo così, è un uomo che ha scritto la sua recente storia sotto forma di sfogo, su uno dei tanti gruppi di Italiani in America che spopolano sui social networks. La ripubblico qui sotto perché merita di essere ascoltata tutta di un fiato. Questa volta non è un raccontino arrivatomi per cassetta postale.  La sua storia è vera. Ho solo cambiato i nomi, i tempi, rimaneggiata un po’ e trasformata in terza persona, agganciandola alle ambientazioni che la menzogna o la contraddizione spesso sa dipingere bene.

Buona sincera lettura.

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M. lavorava da otto mesi per una azienda di grafica di Mooresville nel North Carolina. Fece un’errore che gli costo` caro: “Wow Jane, i like your dress a lot!” (Trad.: Wow Jane, mi piace molto il tuo vestito) disse un giorno ad una collega.

Il giorno dopo gli arrivo` una email dal dipartimento delle risorse umane che gli chiedeva di incontrarsi a fine giornata nell’ufficio del manager… qui gli comunico` che qualcuno si era lamentato del suo modo di parlare molesto consigliandogli di contenere il linguaggio.

Lui ne parlo` con Jane scusandosi se era stato inopportuno, ma lei gli giuro` che non era stata lei a fare il report.

Alla fine della settimana, alla consegna dello stipendio, gli venne annunciato che doveva raccattare le sue cose in quanto la sua posizione era stata terminata in virtu` del suo comportamento inopportuno in ufficio e che aveva messo a disagio delle colleghe.

Insomma, si trova licenziato senza sapere neanche per colpa di chi… e soprattutto per qualcosa che non credeva di aver fatto! M. chiese la paga di disoccupazione perché era stato licenziato senza una ragione valida, ma l’azienda ricorre in appello dicendo che non gli spettava in quanto aveva molestato alcune dipendenti.

Per fortuna l’Employement Security Commission voterà poi a suo favore in quanto se M. avesse fatto qualcosa del genere, o avrebbe dovuto ammetterlo spontaneamente, o avrebbe dovuto fornire una prova tangibile come una denuncia formale che provasse di essere sotto accusa.

Fortuna volle che M. non ebbe bisogno della paga di unemployement per più di una settimana perché riuscì a trovare un lavoro di ripiego subito in un’altra azienda situata a Huntersville, sempre nel North Carolina.

Al suo secondo giorno di lavoro entrò però lo scheriffo in ufficio e venne alla sua scrivania di studio di grafica, dove la bellezza di solo 6 persone condividevano quella stanza, e senza tanto batter ciglio e senza tanta privacy gli annunciò davanti a tutti e sei che era stato citato in tribunale con l’accusa di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Subito inizio` tutto un bisbigliare, M. si difese dicendo che non era nulla del genere ed era una ripercussione relegata al fatto che il suo precedente datore di lavoro voleva negargli l’unemployment.

Il mese dopo, in aula, finalmente M. scopre chi era stato a lamentarsi… non era Jane, perché nel frattempo con lei si erano tenuti in contatto e ne era nata una relazione durata poi quasi 2 anni… no non era affatto lei, quella che si era lamentata, anzi quelle, erano due colleghe che avevano sentito il suo complimento al vestito di Jane: “ci siamo sentite in pericolo perché le sue parole facevano capire che M. la osservava con intenti sessuali.”

L’avvocato  di M. era riuscito poi a convincere il giudice di non essere un molestatore e semplicemente che in Italia è normale scambiarsi battute fra colleghi di ufficio.

Il caso venne dichiarato dismissed (ossia “accuse cadute”) con la condizione che M. avesse dovuto seguire un corso di due giorni sul “sexual harrasment” cioè la molestia sessuale e le regole per evitarla. M. rimase senza parole, le cose che insegnano a quel corso è che fra colleghi bisogna parlarsi guardosi in faccia o guardando altrove evitando di osservare altre parti del corpo e non ci si può scambiare complimenti perché seppur accettati dal/la collega a cui diretti potrebbero far venire soggezione ad altri colleghi/e e che comunque il posto di lavoro non può essere un punto di incontro per iniziare relazioni.

Insomma, per legge il lavoro deve essere palloso. Almeno per lui.

Perché inizia a domandarsi allora dove uno dovrebbe conoscere altre persone per instaurare una relazione… salvo che uno non viva in una delle grosse città, nelle città normali si va da casa al lavoro, e basta, alle 8 di sera la gente ha cenato ed ha finito o sta finendo di vedere un film ed è già a letto!

Dove puoi stringere una relazione interpersonale stando al di fuori delle ore di lavoro? Guardando un bicchiere di birra o alcol seduto da solo in un bar come in un dipinto di Hopper?

Mistero… perché luoghi di ritrovo non ce ne sono, le piazze sono una cosa sconosciuta, i bar son sempre vuoti e venerdì e sabato sera dove ciò che ci trovi è poco di buono perché ci van solo ubriaconi…. magari fra le ubriacone del weekend trovi una che alla fine non è poi così male… ma valla a trovare te!

Se ci parli sul posto di lavoro ti denunciano perché le fai un complimento, ma quando le incontri al bar nei weekend, non serve fare complimenti sul vestito perché tanto se lo tolgono prima, insomma un controsenso assurdo per M.

Tanto per esser precisi, a seguito della sentenza, pur avendo vinto, ad M. lo licenziarono perché se il giudice gli aveva ordinato di fare il corso, a loro avviso significava che probabilmente qualcosa di male lo faceva, e siccome erano in procinto di essere acquisiti da una azienda più grossa, una condizionale dell’acquisizione era non avere dipendenti con cause legali pendenti. Guarda caso la causa di M. era appena terminata, e seppur vincitore avevano preferito licenziarlo. Ma almeno questa volta la paga di unemployment M. l’aveva avuta!

Peccato fosse bastata appena tre mesi e mezzo di lavoro, quindi molto bassa.

Decise dunque di cambiare aria, andando lontano da Charlotte e tentare ad andare in giro attorno ad Atlanta, trovare lavoro a Cummings, una città nella Georgia in un’azienda che disegna grafiche per carrozzerie e camion.

Ecco cosa M. aveva imparato dall’America: qui ti pagano bene, profumatamente… In Italia se lo sognava un lavoro da 20 dollari l’ora più straordinari (che quasi mai gli permettono di fare perché non vogliono doverglieli pagare), in Italia prendeva 850 Euro al mese ed era obbligato a lavorare decine di ore di straordinari mai pagati, gli era capitato di stare fino alle 3 del mattino a lavorare in tipografia in Italia! Per questo aveva scelto questa vita. E non si sarebbe sognato di ritornare anche per l’assenza di meritocrazia. Qui invece negli Stati Uniti alle 5.30 ci si defila!

E non ci si defila al central perk di “Friends”, no perché neanche esiste un locale così, se non appunto in città come New York, Atlanta e simili, ma lì per vivere i 20 dollari all’ora non ti bastano; per vivere nelle belle metropoli dei film devi essere milionario, e quello la televisione non te lo mostra, perché la verità è che l’America la vedi meglio su “Settimo Cielo”: cittadine di poche decine di migliaia di abitanti che durante la settimana si comportano tutti da santi e giudicano chiunque, poi già il venerdì sera si danno all’alcol pesante e tutta la loro bigotteria sul sexual harrassment viene messa da parte perché vanno a letto con chi gli capita e la domenica tutti in chiesa a predicare che certe cose non si fanno.

E queste son le ragioni per cui si era lasciato con Jane (ogni venerdì sera tornava a casa da lavoro ed incassava l’assegno dello stipendio dal benzinaio e tornava a casa con una cassetta da 12 birre che puntualmente finiva entro sabato sera)… e di recente si era lasciato anche da un’altra, Memy, che dopo quasi un anno di convivenza gli aveva detto che non poteva accettare di vivere con uno che non va in chiesa ogni domenica e che la gente parla del fatto che lei vive con uno impossessato dal diavolo…ma quando M. le aveva fatto presente come si erano conosciuti (lei era ubriaca al bar e lui l’aveva rimorchiata proprio quella sera stessa) o quando M. fece notare a Memy che lei puntualmente ogni sabato andava con le sue amiche al bar da cui poi la chiamava perché la andasse a prendere perché era troppo ubriaca per guidare… Memy non ci pensò due volte a mollarlo perché “sei troppo judgemental (giudichi troppo)!”

Se fai un complimento ad una al lavoro ti giudicano stupratore e ti crocifiggono, ma se lo fai il sabato sera da ubriaco, tutto è permesso e non è giusto giudicare.

In America fuori dall’ufficio c’è solo un parcheggio, con tante tante auto, ed appena si esce ciascuno sale sulla propria, senza neanche salutarsi, al massimo un cenno con la mano sul volante… e via, a casa a cenare alle 6 di sera.

E che dire delle amicizie americane. M. vive qui da 8 anni, ancora in amicizia con i suoi due più cari amici in Italia, ma qui in America… gli amici sono amici di bevute, ma non come in Italia che ci si fa uno spritz assieme -oggi offro io per tutti, domani offri te- no, qua ognuno fa il suo, conti separati sempre… e se chiedi un favore in amicizia, la risposta è: “quanto mi dai?”

Una volta ad M. gli si era rotta l’Auto ad Atlanta e dovette lasciarla lì da un meccanico e chiedere un passaggio ad un amico, Brad, il quale era uno dei vicini di casa con cui tante volte si fanno grigliate assieme… Brad gli disse che non c’era nessun problema, tra Cummings ed Atlanta ci sono circa 45 minuti di strada: lui lo venne a prendere, poi quando erano quasi vicino casa, si era fermato dal benzinaio, e senza neanche fare il gesto di scendere dall’auto lo aveva guardato come dire: “beh, almeno mi paghi il pieno…”
Si ovvio, M. senza batter ciglio gli aveva detto: “fermo fermo, pago io”, scende e gli paga il pieno, ma ripensandoci dopo, ad M. gli era rimasta la curiosità di cosa gli avrebbe detto quando lo stava guardando se non lo avesse anticipato.

Camilleri nel suo racconto La Relazione descrive il sentimento del personaggio che più si avvicina a volte alla storia di M:  “Lui non prova nessuna emozione, niente. Si sente un uomo solo, che cammina nel deserto di una banchisa polare”.

Infatti anche M. e Brad si conoscono da 3 anni, bene o male ogni weekend combinano qualcosa a turno nella casa dell’altro; a volte arrivano altri conoscenti, ma non è amicizia, è più un tenersi compagnia per far fronte alla solitudine, in fin dei conti Brad ha 45 anni, divorziato da più mogli e 3 figli da 2 mogli diverse, e vive a casa da solo, ed M. vive da solo. E viveva da solo anche quando si erano conosciuti. In un bar, guardando ebetiti un bicchiere pieno di birra. Proprio come in un dipinto di Hopper.

 

Doc Brown: “Dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Usa nel 1985?”

Marty McFly: “Ronald Reagan”

Giovane Emmett Brown: “Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady…e John Wayne il ministro della Guerra”.

E come potevamo noi cantare, diceva una poesia di Quasimodo. E come potevamo noi bloggers scrivere nella bufera di neve bostoniana  ← qui le foto – mandataci dalla natura per farci infornare biscotti, ed anche per farci spalare montagne di ghiaccio fuori dalle nostre residenze prima di andare a lavoro lenti come formiche. A Boston è stato un lungo inverno che ha fatto fatica a sciogliersi. ← qui un bel video  –

C’è chi come Roberto Saviano che ha detto che se nasci a Napoli, c’è una parte di te che ti impedisce di sopportare il gelo. ← Meno quindici gradi ti bloccano anche la possibilità di respirare. Il freddo vissuto nel suo viaggio newyorkese lui lo ha sopportato, che quel gelo lo ha addestrato, dice, come il metallo che rovente si tempra solo se immerso in acqua gelida. “Ma non serve e continuo a puzzarmi di freddo.”

Non sono d’accordo. Se sei nato anche nel profondo Sud dell’Italia, come me, puoi amare ogni tipo di graffio, di scorza dura, di rabbia, di amore per la terra che calpesti. Appunto, sei addestrato.

Eppure io credo che ogni inverno vada vissuto come un guscio da conservare e da grattare, un guscio che ci potrà servire a comando, a richiesta, quando scoleremo quel piatto di spaghetti allo scoglio una volta entrato in casa il primo raggio di sole ai primi sbocchi di primavera. Uno sbocco come un viatico. Un guscio fatto di calore, di mare lontano (noi italiani all’estero a Boston abbiamo gli oceani freschi a meno che non imbocchiamo la 95 per dirigerci a Miami, Florida), di ruggine, di pelle morta, di sensualità repellente. Un viatico come una stazione della Via Crucis. Una fermata.

Riprendo a scrivere le mie lettere da Boston, riprendo bloccato non solo dalla neve, mi sveglio a raccontare i sipari, i colori, la gente, i racconti tradotti. E riprendo raccontando un amore imperfetto, ← come il raccontino a flusso di coscienza a firma di Silvia Avallone.

Un amore bloccato dalla nebbia negli occhi: come potevamo noi vedere la città in cui lavoriamo con gli occhi della foschia, con gli occhi sommersi, i fiori sepolti, i bulbi dormienti?

Faccio un passo indietro. Oppure nel futuro. Chi l’avrebbe mai detto (come nel dialogo all’ inizio, tratto dal film Ritorno al Futuro di R. Zemeckis) che avremmo avuto un presidente degli Stati Uniti nero, o addirittura donna, e che in Italia, nazione gerontocratica, avrebbe potuto vincere in politica uno nato negli anni 70 già così presto? Questo perché quando non riusciamo ad avere visioni nel futuro delle stagioni, ci blocchiamo, ci arrestiamo, e ne soffriamo di quel conflitto. Così imperfetto. Non riusciamo a distinguere.

Quando si è adolescenti si vuole fare incetta di sguardi, durante le passeggiate sul corso del paese, a prendere in giro le vecchie zitelle. Chi glielo dice a quell’adolescente che ci passerà anche lui da quella panchina? Lui non lo sa, non è cosciente. Non immagina il futuro. L’amore è altra cosa.

L’amore è lotta e conquista…

L’amore raccontato è immortale, ma la vita è mortale eccome.

L’amore, per come lo vedo adesso, -dice la Avallone- è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo. Non è crudele, non dura una sola stagione, non si esibisce e non si trucca. L’amore è esattamente, nel tuo volto preciso, nei tuoi modi imperfetti di fare.

Un modo imperfetto di amare è anche quel gelo che sembra toccarci, stringerci nella morsa, ma in realtà siamo noi che non lottiamo, che non curiosiamo. E se lo facciamo, non riuscimo a capire perché lo facciamo.

È una ricerca affamata, uno sfiorare senza mai afferrare… come un amore fatto di litigi.

Luciano De Crescenzo ←  aveva una bella tesi sull’erotismo, sulla vista e sul tatto.

… i “male pensiere” (e con essi il testosterone) sono direttamente proporzionali alle difficoltà che s’incontrano nel convincere l’altro sesso. L’erotismo, in altre parole, sarebbe una molla che scatta solo se qualcuno, in precedenza, ha provveduto a comprimerla.
Dicevano i futuristi: “Perché solo la Vista e l’Udito debbono godere dell’arte? E il Tatto? Che vi ha fatto di male il Tatto per privarlo dei piaceri estetici?”. E s’inventarono le mostre tattili, ovvero rassegne di opere che si potevano solo toccare. Il visitatore immergeva la mano in uno scatolone di legno ed entrava in contatto con il capolavoro. Fuori il titolo (L’Eternità, L’Invidia, L’Infinito) e dentro l’opera (uno strato d’ovatta, una spazzola, una pezza bagnata). Una delle opere era intitolata Erotismo, e fu grazie a essa che riuscii, finalmente, a capire il mistero del sesso. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga all’incirca quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito, facendo attenzione, però, perché in uno dei buchi è nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, proseguii, con cautela, a esplorare tutti gli altri pertugi. Più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii il messaggio dell’artista.
L’erotismo è una stanza buia dove si entra con molta curiosità e con un pizzico di paura, è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla, è la continua ricerca del limite. Se invece accendiamo la luce, sparisce tutto il piacere e con esso anche l’erotismo.

L’amore è soprattutto quella cosa che ti capita quando stai facendo qualcos’altro e non te ne eri accorto. È quello che voglio fare nei miei viaggi bostoniani, schiarire quella nebbia, toccarla per evitare di finire stecchiti dalla corrente della macchina del tempo.

Ecco perché voglio continuare ad amare questa città.

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
as clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
and dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away

PATRIOTI AMERICANIOgni Patriots’ Day, che cade di solito intorno al 19 aprile in ricordo della Battaglia di Lexington e Concord del 1775, in Massachusetts si celebrano i fasti degli inizi della guerra d’indipendenza americana attraverso ricostruzioni dal vivo. I cosiddetti reenactementsLi fanno in vari orari e persino alle 6.30 di mattina, come lo era nel 1775, proprio per essere realistici.

Non solo, anche la famosa Cavalcata di Mezzanotte che il patriota Paul Revere fece dalla Chiesa di North End, tramite il segnale delle lanterne in cima al campanile, fino a Concord per avvisare la milizia dell’arrivo dei britannici.

Ho pubblicato delle foto qui, e anche un video di 4 minuti sull’imboscata famosa dei patrioti americani (capitanati da Parker) nei confronti della milizia britannica.  Proprio un vero spettacolo di guerra dove ci portano anche i bambini.

Sono stato nei giorni scorsi a visitare anche il Museo del Tea Party e anche lì il genio imprenditoriale americano dà ai turisti e partecipanti una reale immersione della storia (in quei giorni anche i miei zii calabresi divertiti di essersi calati nei panni dei Nativi Indiani, mentre gettano fisicamente delle finte scatole di the in mare) in una ricostruzione in costume con tanto di attori con accento dell’epoca e una visita interattiva con ologrammi. (Nel link la spiegazione del tour)

Con il poco che hanno riescono a divertire il turista: sanno almeno sfruttare la loro storia a differenza dell’Italia i cui beni culturali peccano di accademismo.

Il bello è che questi eventi di attrazione patriottica coincidono anche con la Maratona di Boston, tra le più antiche delle maratone moderne.

Ma è di cavalcata e ancora di fuga che voglio parlare. O meglio, che mi ha fatto ricordare di una corsa. Visto che a correre io non ci penso nemmeno di andare. Pensando alla Cavalcata di Paul Revere, la mente è andata a un raccontino che avevo scritto per una scuola di scrittura a Firenze, credo fosse nel 2008. Era un esercizio creativo pensato mentre ancora ero agli albori di una storia d’amore che mi avrebbe portato proprio in America.

La ambientai negli Stati Uniti ma ispirandomi alla ragazza nel video qui sotto in coda al racconto. Il protagonista potrebbe essere un 20enne che appunto scappa ma non a cavallo. Qui c’è il mito della moto, che in realtà non mi è mai appartenuto. Forse un giorno potrei far tradurre un po’ di quei raccontini e leggerli in qualche bar letterario di Boston, dove forse si è fermato il famoso gangstar Whitey Bulger, o Malcom X a Roxbury, o Charles Dickens nel suo viaggio d’oltreoceano, o in zona Arlington dove si dice Tennesse Williams si sia ispirato per il suo Un tram che si chiama desiderio o leggerli nei bar dove Ralph Waldo Emerson o Henry Wadsworth Longfellow hanno preso solo un the con il latte.

scrittori a Boston

 Buona lettura!

“Altro che viaggio in America coast to coast! Tu te lo scordi se non impari a mangiare!”. Il rumore che fa la forchetta strisciando contro i denti mentre esce dalla bocca, a Rose le dava un fastidio che non vi racconto. Mi eccitò anche quando mi fece il paragone con il pisello: “io non lo prendo a morsi coi denti ma carezzandolo con le labbra, così faccio con la forchetta”. Me lo fece notare in un bar lontano ormai dalla città vicino il noleggio delle moto, prima della partenza. No perché… mica era cresciuta sulla strada, sai, quando tua madre ti chiama e tu le gridi “ora vengo” e non torni mai, e passi tutto il giorno a giocare a pallone mentre lei vuole una mano per imbottigliare le conserve di salsa, no, lei, dico Rose,  era cresciuta solo nella sua stanzetta di Manhattan a suonare la sua chitarra e a sognare che le tendine di pizzo un bel giorno si sarebbero trasformate in un cazzo di sipario: perché come quasi tutti gli americani aveva un sogno in un cassetto, andare a Broadway. Io, come molti europei amanti della moto, avevo un sogno che avevo covato invece nel mio garage sin da bambino quando in gruppo scoprivamo i giornaletti porno a colori dei nostri padri. Erano gli anni 80. Minnie Minoprio e Samantha Fox facevano a gara con le pagine di biancheria intima del PostalMarket: ecco, volevo sapere se veramente in una terra lontana ci fossero veramente quelle donne dalle grandi tette. L’America, questo pensavo fosse la soluzione. Approfittai del regalo di maturità sudatomi lavorando durante le vendemmie passate per prendere un aereo e andare a conoscere Rose.

Ero troppo emozionato. Ogni volta che la vedevo in video suonare ricordavo però le parole della canzone dei Creedence Clearwater Revival HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN… sognavo già di vederla cantare solo per me la frase: ”Qualcuno mi ha detto tempo fa che c’è calma prima della tempesta, quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, io voglio sapere se hai mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole…”.

Rose l’avevo conosciuta su YouTube e poi su MySpace. Qualche avvocato in cerca di affari in America ne avrebbe potuto tranquillamente approfittare per una causa di stalking, ma ero stato attento a non farmi sgamare, a dimostrare tutta la gentilezza di italiano e sfoggiando lo stereotipo dell’amante latino e tutte quelle stronzate a cui li abituano i documentari della domenica pomeriggio: ero stato insomma gentilissimo quando la contattai dicendole che mi ero innamorato come un pazzo mentre cantava, nella sua cameretta di Manhattan dalle tendine di pizzo, la cover degli Animals HOUSE OF THE RISING SUN. Mica ero scemo da dirle che volevo trombarmela pure in bianco e nero come nel video che aveva postato su YouTube! Dopo mesi di corteggiamento on line, arrivai appunto a NY e mi sentivo un po’ all’aereoporto come l’emigrato Alberto Sordi che aspetta la ciociara Claudia Cardinale per sposarsi in Australia. Patetico. Ma lei mi riconobbe dai dettagli che le avevo dato: un abbraccio da dietro all’improvviso mi fece l’uomo più felice. Era bellissima come nello schermo, lunare, con quel suo accento così Wasp, ero incantato per come parlava, come si passava la mano morbida tra i capelli, quegli occhi che mi stuzzicavano il cuore: insomma una gran fica!

Tutto cambiò però non appena mi portò a mangiare al bar del noleggio: sempre lì a notare tutti i difetti, e il rumore della forchetta, e il risucchio del bicchiere di Coca Cola, e stai attento alla majonese che ti cola dall’Hamburger…con il ketchup è meglio…con io che per far pace le dissi con garbo “posso finire il mio vino?”, e lei che sembrando ammansita disse di si ma io simpaticamente “no ma mi devi dire di no sennò sposi poi un ubriacone” …ce l’ho fatta, l’ho fatta ridere… e lei “tanto io ti voglio ubriaco ma con la botte piena, però devi imparare a mangiare…ma sei proprio un contadino!”.

Ecco, fine della canzone. Ecco il dong! A parte che ci aveva messo 3 MA e un PERO’. Già questa poi! Ma alla questione del contadino, non ce la feci più, quella ragazza dai bei capelli lunghi e la voce che solo a sentirla mi faceva drizzare… i miei di capelli… meritava una lezione. Contadino a me no! Finsi di andare al bagno ma invece sapevo che la mia Harley presa in affitto coi suoi soldi mi stava aspettando dalla parte dell’uscita di sicurezza. Ed io dovevo finire qui, io a rompermi i coglioni con lei che tutto il viaggio avrebbe avuto da ridire su ogni cosa? Rovinandomi il mio sogno coast to coast trasformato in inferno? No, scappai a tutto gas con la forchetta ancora in bocca e silenziosa. Lontano da New York ormai, direzione Ohio e poi chissà…

Qualcuno me lo aveva proprio detto che però c’era sempre una sorta di calma prima della tempesta, e che quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, come nella canzone dei Creedence. Rose non era più come quel brivido da sconosciuta all’aeroporto che all’improvviso ti abbraccia da dietro, attimo di felicità ribaltato; forse magari l’avrei rincontrata perché le americane hanno sempre l’opportunità di rintracciarti e romperti il culo e farti innamorare ma io, ora,  voglio proprio sapere se avete mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole come quella.

Saranno state le bestemmie che mi tirò Rose quando si accorse della mia fuga? Sarà stato per quello che continuando a correre sulla mia Harley, le candele del motore si bagnarono sotto quel cazzo di diluvio mai venuto giù fino ad allora!?

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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Un crotonese… pecorino a New York

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.