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Se ti piace il ramen e hai un odio innato verso le persone che ti stanno attorno, nell’emisfero di Brooklyn, New York c’è una locanda per introversi che offre la famosa zuppa di bistecca di maiale-verdure-spaghetti-scotti-cinesi.

Rain si era fissato a guardarne la ciotola per più di un’ora, tanto nessuno gli avrebbe sfracellato la pazienza, o quasi l’accidia. Un ristorantino nerd, hipster a puntino era lo scatto fotografico perfetto del suo odio dopo una notte passata in un locale di spogliarelliste, a spendere tutti i soldi guadagnati. E la tipa nel privé non gliel’aveva nemmeno data.

Nel frattempo, non che ci fosse chissà qualche tempo da far trascorrere visto che era uno Sneet, uno di quei single che non vanno a caccia di flirt e stanno sempre chiusi in casa di quelli che “dai vieni tu che leggiamo un libro sul divano e poi viene un sacco di gente nuova, si”- nel frattempo non aveva nemmeno nessuno impegno di lavoro da sbrigare dato che suo padre non lo dava neppure per disperso, Diego si stava guardando allo specchio. No, non nella ciotola. Leggeva Paul Auster, La Città di Vetro. Quello che aveva deciso essere il suo specchio.

New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though he were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more than anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him to dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal, and it no longer mattered where he was. On his best walks, he was able to feel that he was nowhere. And this, finally, was all he ever asked of things: to be nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again.

New York era il posto dove non essere da nessuna parte, il nulla costruito attorno. Destinato a non lasciarlo mai.

Però quella notte Rain era stato scalciato fuori da un’auto con la scritta Gentlemen Club, gli avevano preso tutto quello che aveva nel portafogli. Nel senso che i soldi li aveva spesi tutti lui. L’aveva solo vista, ma non toccata. Il manager gli aveva promesso che l’avrebbe posseduta. E lui se l’era presa per l’inganno. Poi l’avevano fatto bere 4 shots di tequila e lui da musulmano non era abituato.

Rain Rahami, qualche giorno prima però su Ebay aveva comprato delle pentole a pressione e dei cellulari per fabbricare un ordigno a comando.

New York non la conosceva, pensava, l’aveva sempre guardata da oltre il fiume, dal New Jersey. L’aveva letta tra le cronache fantastiche del Reader’s Digest. Una volta James Simon Kunen aveva detto questo nel suo The Strawberry Statement: “New York is the most exciting city in the world, and also the cruddiest place to be that I can conceive of. The city, where when you see someone on the subway you know you will never see him again. The city, where the streets are dead with the movement of people brushing by, like silt in a now-dry riverbed, stirred by the rush of a dirty wind. The city, where you walk along on the hard floor of a giant maze with a walls much taller than people and full of them. The city is an island and feels that way; not enough room, very separate. You have to walk on right-angle routes, can’t see where you’re going to, only where you are, can only see a narrow part of sky, and never any stars. It’s a giant maze you have to fight through, like a rat, but unlike the rat you have no reward awaiting you at the end. There is no end, and you don’t know what you’re supposed to be looking for. – And unlike the rat, you are not alone. You are instead lonely. There is loneliness as can exist only in the midst of numbers and numbers of people who don’t know you, who don’t care about you, who won’t let you care about them. – Everywhere you walk you hear a click-clack. The click-clack of you walking never leaves you, reminding you all the time that you are at the bottom of a box. The earth is trapped beneath concrete and tar and you are locked away from it. Nothing grows.”

Qui non cresce niente, si diceva pure Rain mentre si ricordava le parole del padre mentre vendeva pollo fritto nella gastronomia sotto casa nel New Jersey. Il primo Pollo Fritto Americano. Grandi affari di famiglia! E il consiglio comunale aveva pure chiesto di chiuderlo alle 10 di sera per le proteste del vicinato, sporcizia…rumore. Lui aveva fatto ricorso per discriminazione razziale.

Aveva abbandonato sua moglie e la figlia piccola, in due anni non la vedeva piu’ tant’ è che la ex aveva fatto richiesta di divorzio. Un’infedeltà basata sulla mancanza di fiducia.

E infatti Rain Rahimi non si fidava neanche della tenacia di una mosca sopra uno stronzo di merda. Però ogni tanto dava pollo gratis a clienti più affezionati.

I clienti lo adoravano. Lo invitavano ad uscire. E lui, meglio di un mago di scuse: “Ho un mezzo impegno, farò il possibile (a metà tra il Pinocchio e l’uomo d’affari) non ti prometto nulla, dai, provo a fare un salto (una buffa speranza), cerco di liberarmi (una promessa che arriva da Alcatraz), ti faccio sapere (bufala), ce la metterò tutta (il futuro è quanto mai sicuro), sono incasinatissimo (è una meditazione).

Se uno avesse dovuto invitare Rain, lo avrebbe immaginato come un Houdini legato con le catene. E infatti era quel sentimento muscolare di stasi che gli aveva fatto aprire gli occhi ma ancora inerte e steso sul prato, col sangue dei pugni dei bodyguard del locale delle stripper, davanti alla Cattedrale di St.John.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella mattina si era ritrovato prima davanti la Chiesa di Riverside che guarda il fiume Hudson all’altezza della 122 esima strada, sulla cima di Morningside e all’ovest delle comunità di Harlem sfoggia il suo gotico stile 13esimo secolo.

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La bocca impastata della notte e le percosse dei bodyguards lo avevano tramortito fino a farlo sentire in paradiso, non dal piacere. Il Mausoleo a memoria del Generale Grant, la tomba di uno dei presidenti degli Stati Uniti, dove Ulysses S. Grant e sua moglie Julia Dent Grant guardano i newyorkesi a ovest, lo aiutavano in quella sensazione di pestaggio gotico, a guglie appuntite sulla pelle.

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Appestato, Rain si incammina fino alla Fontana della Pace accanto appunto alla Chiesa di Saint John the Divine  che per lui era un’apocalisse newyorkese. I capitelli delle colonne erano stavolta le fotografie di cronaca che lui stesso avrebbe voluto scattare in un futuro prossimo. Distruzione, conflitto tra il bene e il male, Arcangelo Michele abbraccia una delle nove giraffe, una delle creature animali più pacifiche, dopo aver sconfitto Satana. Come anche il leone con l’agnello. La fontana a spirale è una doppia elica del DNA. Su una parte della fontana, la luna e il sole da una parte e dall’altra rivolge lo sguardo verso Amsterdam Avenue. Lo spettatore guarda il profilo di un angelo che sorregge la testa di una persona. Ma se lo sguardo si sposta di fronte, dal lato, l’angelo è visto cullare l’intero corpo.

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Rain ha un’illuminazione. Gli viene voglia di viaggiare. Non uno di quelli lunghi. Di sicuro sotterraneo.

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Quest’apocalisse lo sveglia e gli fa salire i nervi nelle gambe. Aveva passato mesi a spendere soldi a Pick-Up Lines, le linee telefoniche che ti danno la frase perfetta da rimorchio con le donne a soli 3 $ al minuto. Non poteva continuare ad innamorarsi ogni volta della prima gentilezza della ragazzina che passava ogni giorno dal negozio del padre per prendere un gallone di latte e i detersivi, senza che lui rimanesse come un ebete a farsi film in testa come i sorrisi di De Niro drogati di oppio da Sergio Leone. Ma il portafoglio svuotato dal Gentlemen Club e quindi la rivelazione del “Ratto della Sabine” del Bernini dell’ Hudson River gli scuote i piedi, ha voglia di camminare.  Raggiunge la metropolitana, con le sue gambe dal coraggio incosciente come quelle persone che si incontrano nei bar e già capiscono che passeranno la notte solo perché a loro piace e si divertono a mescolare molto sognando gli orgasmi più strani, maledendo chi decide le cose che facciamo,  ripassando le 36 domande per innamorarsi in 45 minuti contandole come pecore in cielo per prendere sonno, sognando di salvare paperelle sparse nell’oceano, Si addormenta in treno, stanco dalla fame.

Si era risvegliato come in un labirinto in quel baretto che serviva la zuppa di Ramen per introversi e per single. Ma dopo ore a vegliarla senza mangiare, persino il cameriere barbuto gli aveva chiesto il conto. E lui i soldi li aveva spesi tutti. “Ho una pentola a pressione, vi va bene?”.

L’aprì. E tutto finì . Compresi gli introversi, e gli hipster, gli alternativi, i figli di papà, i calati dall’alto, i libertari, gli amanti.

Gli amanti che per una notte di vino pagano 100 giorni di aceto.

Il museo del Tea Party

Il museo del Tea Party e Sud di Boston, dal 17esimo piano del Consolato Italiano

Quando ero piccolo in Calabria i genitori mi dicevano “mangia mangia…che ti fai grande”. Una volta un po’ più grande poi hanno smesso nel ripetermelo, stravolgendo addirittura la raccomandazione precedente : “ma quando la smetti di mangiare così tanto?”. Non è successo solo a me, ma dagli aneddoti di molti italoamericani ne ricavo che anche i nostri avi, spinti dalla paura della fame, invitavano i figli ad approfittare del ben di dio sulla tavola; ma una volta poi diventati grassi si pentivano del comandamento dato quand’erano piccoli per rivolgergli un “ma basta mangiare, non vedi quanto sei grasso?”.

Più o meno il vizio si ripete quando la gente non ti vede da molto tempo e ti dice “ma come sei ingrassato” o “ma che tribunale che hai fatto, quando smaltisci quella pancia?”. Se fossi magro mi direbbero invece “ma tua moglie non ti fa mangiare?”.

Gli italiani, si sa, non hanno VIE DI MEZZO nel dire le cose. Ogni volta che dico a un americano che un italiano gli direbbe in faccia quanto è grasso, è per farlo spaventare della crudeltà e della sfacciataggine dell’italiano medio. Magari ci penserebbe due volte nel tornarci in vacanza. È quello che succederà a me ora che torno per Natale. Purtroppo.

Devo dire la verità, qui nella parte est degli Stati Uniti non vedo molti obesi. È l’area più universitaria, intellettuale, quasi newyorkese e snob che spinge la gente a stare attenta alla linea, amante dello sport e curiosa del cibo proveniente da mercatini locali.

Perciò cari parenti e amici, la mia linea è sempre uguale…peso lo stesso di prima. Ma sarete abili nel vedermi diverso, lo so. Mi darete dell’americano, anche se non mi strafogo di hamburger come credete nei films. E se amate nutrirvi di preconcetti… se volete veramente vederli… leggete invece di quando ho parlato degli stereotipi che vi arrivano con i films (in questo link); quei luoghicomuni come potenti ministeri occulti della cultura pop americana.

Se volete venirmi a visitare, vi porterò invece a mangiare qui (in questo link). Ma la lista dei posti dove si mangia bene non è ancora esaustiva… State sintonizzati perché presto pubblicherò altri podcast in giro per fattorie e mercatini, fotografando una Boston turistica e non solo raccontata in episodi di 7 minuti.

Se volete sapere come funziona la Sanità, in modo positivo, leggete questo mio post pubblicato appena arrivato negli States, l’anno scorso.

Se volete saperne i risvolti negativi, leggete quanto ha scritto una blogger traduttrice italiana in trasferta a San Francisco.

Se volete non confondermi con un italo americano che non parla l’italiano, leggete come la pensavano i siciliani del 1821 in questo reperto trovato nel Kentucky.

Se volete leggere un piccolo aneddoto di una siciliana moderna…nella metro… potete sganasciarvi se ancora non lo avete fatto.

Gli italo americani poi meritano un capitolo a parte. Alcuni amici pensano che io un giorno me ne uscirò a parlare come gli italoamericani che inventano la VIA DI MEZZO né dialetto né inglese. I nonni degli italoamericani di oggi, l’italiano non solo non lo sapevano (essendo emigrati prima dell’Unità d’Italia e prima che Mike Bongiorno la unificasse con i quiz), ma imposero ai figli l’inglese per non essere soggetti a razzismo. Si veda la scena de Gli Intoccabili quando Sean Connery vuole sapere il vero nome del poliziotto (recitato da Andy Garcia) John Stone. Quel povero gli confesserà “mi chiamo Giovanni Petri”.

Cliccate qui (anche per chi non ha facebook) se volete vedere l’America che vedo ogni giorno con i suoi colori. E anche quella degli aneddoti fatti di scorci.

A proposito di aneddoti, questa ve la devo raccontare. A mia suocera, che dopo essere andata in pensione per scelta con meno dello stipendio di quanto prendeva (nel link altro piccolo raccontino sulle pensioni americane), ieri è successa una cosa. È andata a fare spese con sua sorella, poverina, non molto magra (si noti l’eufemismo). “Ti regalo 100$ per Natale per comprati qualcosa”, le dice. Ne spendono alla fine 329. Pagano. Ma una volta che si avvicinano alla porta per uscire, la commessa le ferma e sfodera uno di quegli slogan americanazzi “volete che oggi il nostro negozio faccia diventare i vostri sogni una realtà?”. Mia suocera che, anche se americana, non è scema: “si va be’, cosa vuoi?”. Incredula e quasi scocciata segue la tipa alla cassa. In pratica il negozio ogni giorno sceglie a caso una persona per regalargli l’intero shopping. Spesa gratis. Mia suocera rimane senza parole. Le danno indietro 329 dollari di spesa, così sull’unghia. Vestiti gratis.

Ecco, in poche parole questo è il marketing degli americani i quali stanno molto attenti a non dire a qualcuno “questo vestito non le sta perché ha messo qualche chilo in più”. Qui le VIE NON SONO DI MEZZO, si chiamano marketing diretto.

In compenso si lamentano quando il cibo americano non è così locale quanto vorrebbero. Anche loro litigano con le VIE DI MEZZO, come gli italiani alla fine.

Old State House

Old State House

 

Il mio articolo che segue in corsivo è apparso l’anno scorso prima di Natale sul sito del magazine IlFuturista. È impressionante quanto è ancora attuale dopo un anno, in fatto di cibo. Poi si dice che in America le cose cambiano presto. Altroché vie di mezzo!

Negli Stati Uniti la percentuale di persone obese e sovrappeso è elevata, il tumore al colon-retto è la seconda causa di tumore per cancro. Non è male come inizio di questo post. Questo sta succedendo però anche ai figli italiani, con le loro mamme indaffarate e distratte. In realtà tutti quanti mi chiedono come si mangia nel paese cosiddetto delle opportunità e dell’american dream: io rispondo sempre che puoi trovare di tutto, potendo scegliere tra moltissime etnie, ma solo sei educato, istruito e benestante puoi capire l’importanza del cibo. Se sei povero, ti conviene ingrassare. Se vuoi mangiare sano, devi fare lo snob, lo chic, il foodie, lo schizzinoso: scegliere gli alimenti organici e biologici.

Dove il Fondo mondiale per la ricerca sconsiglia supplementi di vitamine o minerali, negli States invece vanno matti a rimpizzarsi di pillole: tanto che per legge la pasta prodotta in USA deve avere in aggiunta vitamine e minerali quanto quella integrale ne ha già all’origine.

Quando mi offrono del vino alle 5 del pomeriggio pensando di farmi cosa gradita, visto che fa chic un italiano che parli loro del vino, li sconvolgo rispondendo che non sono un alcolizzato e che noi italiani il vino lo beviamo solo ai pasti. Anche se negli Stati Uniti il nettare degli dei lo si sta riscoprendo nei consumi di massa.

Negli Stati Uniti la digestione poi è un tabù: in una puntata di Big Bang Theory, quel telefilm sui ricercatori secchioni, un amico parla al suo coinquilino del colon, e di come digerisce: la faccia dell’altro è a dir poco scandalizzata. Scatta la risata della sitcom: per loro è una battuta. Noi italiani invece ci divertiamo a parlare dei rumori dello stomaco, di come trattiamo il fegato e di quante volte andiamo al bagno contenti. Ci fa star sereni e riappacificati con la coscienza.

Una risposta alla domanda sulla differenza culinaria e salutare sono le porzioni. Per chiedere un gelato di misura normale secondo i miei canoni di italiano devo scegliere sempre quello per bambini, perché la misura grande è veramente grande quanto una nostra vaschetta per 4 persone. Ma succede anche in molti ristoranti. Basterebbe mangiare meno, ancora molti americani non l’hanno capito. Ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison invece hanno dimostrato che un minore apporto di calorie ha lo stesso effetto nelle scimmie. Il mio medico di fiducia però mi ha consigliato di stare attento anche all’acqua: perché qui anche quella ha tante calorie. Scherzava, forse.

Ma nemmeno io scherzavo quando ho detto a casa che per Natale volevo due primi e due secondi, come da tradizione italiana. E qualche americano mi ha risposto come facciamo noi italiani a non ingrassare, se mangiamo così tanto. È stato sconvolgente fargli capire che non mettevamo nei nostri piatti almeno 10 salsine dall’origine imprecisata.

E poi ci siamo scambiati il Buon Natale.

L'antica dogana vicino il porto di Boston

L’antica dogana vicino il porto di Boston

 

 

 

Se l’Italia a volte annega in cattive acque, come dal precedente post di Marzo, ritorno a catalogare sul mio palcoscenico di storielle uno spiffero di fine Maggio. Tra le lezioni di italiano e il mio inglese alla “ricerca del tempo perduto”, ho scoperto un documento storico sull’emigrazione (questa volta le navi da crociera non c’entrano) di cui vi parlero’ nel prossimo post.
A volte tra le riviste a cui sono abbonato, ricevo proposte commerciali come anche numeri zero con testimonianze letterarie e non, piccole storielle scritte da aspiranti scrittori. Ne voglio pubblicare due, così, tra quelli che mi hanno colpito in una fugace lettura in subway. Quasi stropicciati. Accartocciati nel taschino della mia camicia. A volte hanno la stessa sembianza di apparire come fantasmi o presenze nella propria mente. Come ricordi mai vissuti: nella stessa maniera in cui Benigni nell’ultimo film di Fellini “La voce della luna” vagando in un cimitero parla nella notte illuminata chiedendosi dove vanno tutte quelle vite una volta seppellite dietro un marmo. Me lo sono chiesto quando ho scoperto che dietro bacheche di un noto social network spesso continuano a vivere persone anche se all’improvviso scompaiono dalla terra: e gli amici continuano a salutare quella persona anche se sanno che il “nome utente” non potrà più loro rispondere.

Personal story by Bobbie Willis

Eugene, Oregon

What saves me from the tedium of another day is falling hopelessly in love with the people I meet: the curly-haired barista at the coffee shop who hands me my change as if dipping his fingers into holy water; the girl with Down syndrome who talks loudly about vacationing with her grandmother; the elderly couple who grow giant bubble-gum-colored puffs of dahlias at the corner of Twelfth and Chambers; the toddler girl across the street who bleats sweetly, “Mama, come see!”. I fall in love with the deep timbre of my brother’s laugh; the way my mother says my name; the way my father calls me sweetheart; the way my sweetheart calls me baby.

Dinosaur

a short story by Bruce Holland Rogers

When he was very young, he waved his arms, snapped his massive jaws, and tromped around the house so that the dishes trembled in the china cabinet. “Oh, for goodness’ sake,” his mother said. “You are not a dinosaur, he thought for a time that he might be a pirate. “Seriously,” his father said to him after school one day, “what do you want to be?”. A fireman, maybe. Or a policeman. Or a soldier. Some kind of hero.

But in high school they gave him tests and told him he was good with numbers. Perhaps he’d like to be a math teacher? That was respectable. Or a tax accountant? He could make a lot of money doing that. It seemed a good idea to make money, what with falling in love and thinking about raising a family. So he became a tax accountant, even though he sometimes regretted it, because it made him feel, well, small. And he felt even smaller when he was no longer a tax accountant, but a retired tax accountant. Still worse: a retired tax accountant who forgot things. He forgot to take the garbage to the curb, to take his pill, to turn his hearing aid on. Every day it seemed he forgot more things, important things, like where his children lived and which of them were married or divorced.

Then one day, when he was out for a walk by the lake, he forgot what his mother had told him. He forgot that he was not a dinosaur. He stood blinking his dinosaur eyes in the bright sunlight, feeling its familiar warmth on his dinosaur skin, watching dragonflies flitting among the horsetails at the water’s edge.

MI SENTO UN PO’ FELLINI IN QUESTA “AMMERIGA” A VOLTE TROPPO SQUADRATA.  Al prossimo siparietto!

 

ASCOLTA QUI L’INTERVISTA A FULVIO CAUTERUCCIO: QUELLO CHE NON CI HANNO DETTO SULL’UNITA’ D’ITALIA.

Undici minuti di intervista possono sintetizzare tomi di libri di storia sull’Unità d’Italia? Parlare con l’attore Fulvio Cauteruccio ti dà questa sensazione, è un vulcano di rimandi storici, un susseguirsi di scoperte che farebbero gola a Wikileaks. Sì perché gli sbagli e le letture che ci hanno sempre propinato a scuola sono frutto di prese ideologiche e politiche: nello spettacolo “Terroni d’Italia”, Fulvio Cauteruccio ci racconta invece come sono andate veramente le cose, in pratica una fanfara all’incontrario; non una sfilata pomposa di tricolori e magari grottescamente esposta come trofeo ma un lavoro critico su chi ha veramente costruito lo stare insieme degli italiani, un Unità fatta anche con un certo tipo di federalismo e a un certo prezzo. Che il Sud sia povero lo è grazie ai saccheggi di 150 anni. Come Cauteruccio è riuscito a raccontarcelo? Levando la maschera dei luoghi comuni sul palco del Teatro Studio, piccola grande avanguardia della provincia italiana. Il teatro una volta con i “cunti” ti faceva capire le storie, le cose vere. Oggi si preferisce la Tv dei “reality show”. Per questo l’attore calabro-toscano ha pensato di narrare al pubblico la storia di un pensionato delle Poste che sognava di fare l’attore di arte drammatica. E poi…è andata a finire come ci ha raccontato nell’intervista.

Fulvio Cauteruccio

 

Finalmente la pioggia è finita. Detta così sembra l’incipit di un tema da scuola elementare. Ma così dev’essere. Abbiamo dimenticato le cose semplici, le frasi tipo “vorrei ascoltare Modugno perché sembra che non dica niente ma c’è tutto”. Insomma, è arrivato il sole di primavera. Pare che la nube del vulcano islandese si sospetta fosse stata la causa di nuove tempeste. Non ne potevamo più. Avevamo bisogno di dimenticare i nostri debiti. Chi è che non ha debiti? Nei paesi musulmani è un reato farsi dei debiti. Noi occidentali invece li quotiamo in borsa. Il mio debito però è la pancia. Oltre che le multe e i prestiti per viaggi studio. Non riesco a smaltirla, e dò la colpa al poco tempo per gli esercizi addominali. Non è che sia un fanatico dell’estetica. Ma del mangiare bene sì. Si è gonfi, i vestiti non entrano più con l’età: come l’Italia che dopo 150 anni ha bisogno di vestiti nuovi. C’è che bisogna vedere le cose da ogni lato. Siamo come ci vediamo? Oddio, non cominciamo con Pirandello! Bisogna essere più semplici, come quella pubblicità di una nota marca di bevande che faceva dire ad una bambina “tutti parlano della crisi, ma io bevo… e mangio pane e salame, quando vado dalla nonna mi piace tanto la pasta col sugo”. Ecco, di sicuro lei non pensava ai debiti. L’Italia, nonostante gli italiani paghino poche tasse (non che ce ne siano poche, ma le evadono), ha un debito: quello che quando tutto va male, tutto si complica. Mi spiego: c’è la crisi? Un problema tira l’altro. Il turismo crolla per i pochi viaggi? Eccoti la nube islandese che ferma gli aeroporti. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, anche con i debiti. E’ un modo facile per dimenticarli e rinviarli. Come il sole che tardava ad arrivare in questa primavera. Per fortuna vivo in un paese che fa del suo fine settimana al mare il suo sport atavico. Al mare si dimentica l’infermiera morta per protestare per il mancato pagamento dello stipendio o quella degli operatori di un call center frustati. Notizie così. Però la nostra penisola ha spiagge assolate piene di umanità felice e spensierata. Tra i tanti interrogativi che ci poniamo sulle sorti del futuro italiano, pare che quello su come rimandarlo il più a lungo possibile, e quello su come affrontarlo in spiaggia, vadano per la maggiore.

Sdraiati su un prato al fresco toscano, decidiamo di fare il gioco della verità. Dopo la terza bottiglia di vino le domande si fanno interessanti: “Alzi la mano chi si è  fatto infilare un dito nel culo mentre gli facevano un pompino”. Lullo alza la mano, convinto. Layla, la sua ragazza, si stupisce: “Questa non la sapevo. E con chi eri?”. Lui butta giù un altro sorso, lunghissimo: ”Con te. Ma per comodità il dito nel culo me lo sono infilato da solo”.

Layla passa al contrattacco: “Se proprio allora la vuoi sapere, la mia ultima conquista è un graffitaro squattrinato. E’ successo al mio compleanno quando voleva regalarmi qualcosa. Un disegno mi farebbe molto piacere, gli dissi per non metterlo in crisi. Ok, ti va bene uno schizzo?, mi fece. E si tirò giù le mutande masturbandosi vigorosamente. Una fresca gittata atterra in quel momento sulla mia pancia. L’anno prossimo spero di festeggiare il mio compleanno con una scrosciante pioggia d’oro… ma con un tuo anello”.

Lullo: “E ti sembra il modo di chiederlo svelandomi che mi hai tradito?”

L’era del digitale comincia a farmi girar le palle. Dopo il battibecco tra Layla e Lullo decido di rinfrescarmi le idee e fare una passeggiata. Dicevo, il digitale. Passi per le persone che ti parlano mentre ascoltano due lettori mp3 contemporaneamente, passi per chi ascolta trenta brani in trenta secondi ma sulle mignotte vestite con jeans e coperte nel buio della periferia fiorentina che ascoltano intristite il proprio Ipod in attesa di clienti, non transigo. Ho sentito un forte bisogno di ritorno ai vinili e alle contrattazioni vocali.

Ero sempre ubriaco fradicio e nel gruppo un’altra mi aveva fissato tutta la sera. Alla fine, di ritorno dalla mia passeggiata di riflessione (ho riflettuto sul fatto che il decreto Carfagna non funziona lo stesso) ho scopato quella che mi fissava di continuo, senza pensarci, e poi l’ho congedata. Faceva la hostess, mi chiama il giorno dopo chiedendomi di passare a trovarla all’aeroporto, il suo ex non lo faceva mai. Soffro di fobia monogamica, decido di andare, ma per ringraziare e chiudere la cosa. Appena mi vede mi porta nella zona riservata e mi fa un check-in orale. Arrivo in concomitanza con il 737 da Londra. Si alza e mi chiede di cosa dovessi parlarle. Mi faccio dare i suoi turni di tutto il mese.

Come siamo avanti, oggigiorno. Cent’anni fa, i Futuristi guardavano al futuro. Se fai due conti, salta fuori che il futuro dovremmo essere noi. Sono dispiaciutissimo per Marinetti e compagnia, ma col senno di poi risulta chiaro che dalle loro teorie se ne sono fregati un po’ tutti. Il loro è un sogno infranto fra treni in ritardo, tangenziali congestionate e veline con completino rosa shocking.

Senza contare poi che l’era del digitale mi sta sempre sulle palle. Dopo gruppi pro-mafia, pro-stupri e pro-linciamo quelli sopra, un’altra ondata di terrore ha colpito tra l’altro Facebook, il sito che unisce il tuo odio per la tecnologia al risentimento rimasto per i tuoi compagni di liceo: il gruppo BARICCO PRESIDENTE RAI. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? Il palinsesto gestito dall’autore di SETA? Ore 18, Sport. La nazionale italiana di pancrazio sfida i propri sentimenti in 200 pagine mielose. Ore 20, in diretta da un battello a vapore, capitanato da un musicista jazz cieco, il telegiornale. Conduce: un personaggio rubato a Italo Calvino.

Marinetti, ti chiedo scusa!

“Altro che viaggio in America coast to coast! Tu te lo scordi se non impari a mangiare!”. Il rumore che fa la forchetta strisciando contro i denti mentre esce dalla bocca, a Rose le dava un fastidio che non vi racconto. Mi eccitò anche quando mi fece il paragone con il pisello: io non lo prendo a morsi coi denti ma carezzando con le labbra, così la forchetta. Me lo fece notare in un bar lontano ormai dalla città vicino il noleggio delle moto, prima della partenza. No perché era cresciuta mica sulla strada, quando tua madre ti chiama e tu le gridi ora vengo e non vai mai, e passi tutto il giorno a giocare a pallone mentre lei vuole una mano per imbottigliare le conserve di salsa, no, lei era cresciuta solo nella sua stanza di Manhattan a suonare la sua chitarra e a sognare che le tendine di pizzo un bel giorno si sarebbero trasformate in un cazzo di sipario: perché come quasi tutti gli americani aveva un sogno in un cassetto, andare a Broadway. Io, come tutti gli europei amanti della moto, avevo un sogno che avevo covato invece nel mio garage sin da bambino quando in gruppo scoprivamo i giornaletti porno a colori dei nostri padri. Erano gli anni 80. Minnie Minoprio e Samantha Fox facevano a gara con le pagine di biancheria intima del PostalMarket: ecco, volevo sapere se veramente in una terra lontana ci fossero veramente quelle donne dalle grandi tette. L’America, questo pensavo fosse la soluzione. Approfittai del regalo di maturità sudatomi lavorando durante le vendemmie passate per prendere un aereo e andare a conoscere Rose. Ero troppo emozionato. Ogni volta che la vedevo in video suonare ricordavo però le parole della canzone dei Creedence Clearwater Revival HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN… sognavo già di vederla cantare solo per me la frase: ”Qualcuno mi ha detto tempo fa che c’è calma prima della tempesta, quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, io voglio sapere se hai mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole…”. Rose l’avevo conosciuta su you tube e poi su myspace. Qualche avvocato in cerca di affari in America ne avrebbe potuto tranquillamente approfittare per una causa di stalking, ma ero stato attento a non farmi sgamare, a dimostrare tutta la gentilezza di italiano e con lo stereotipo dell’amante latino e tutte quelle stronzate: ero stato insomma gentilissimo quando la contattai dicendole che mi ero innamorato come un pazzo mentre cantava nella sua stanzetta di Manhattan dalle tendine di pizzo poi la cover degli Animals HOUSE OF THE RISING SUN. Mica ero scemo da dirle che volevo trombarmela pure in bianco e nero come nel video di YouTube. Dopo mesi di corteggiamento on line, arrivai appunto a NY e mi sentivo un po’ all’aereoporto come l’emigrato Alberto Sordi che aspetta la ciociara Claudia Cardinale per sposarsi in Australia. Patetico. Ma lei mi riconobbe dai dettagli che le avevo dato: un abbraccio da dietro all’improvviso mi fece l’uomo più felice. Era bellissima come nello schermo, lunare, con quel suo accento wasp, ero incantato per come parlava, come si passava la mano morbida tra i capelli, quegli occhi che mi stuzzicavano il cuore: insomma una gran fica! Tutto cambiò però non appena mi portò a mangiare al bar del noleggio: sempre lì a notare tutti i difetti, e il rumore della forchetta, e il risucchio del bicchiere di Coca Cola, e stai attento alla majonese che ti cola dall’Hamburger…con il ketchup è meglio…con io che per far pace le dissi con garbo –posso finire il mio vino?- E lei che sembrando ammansita disse di si ma io simpaticamente –no ma mi devi dire di no sennò sposi poi un ubriacone- …ce l’ho fatta, l’ho fatta ridere… e lei “ma io ti voglio ubriaco ma con la botte piena, però devi imparare a mangiare…ma sei proprio un contadino!”. Ecco, fine della canzone. Ecco il dong! A parte che ci aveva messo 3 MA e 1 PERO’. Già questa. Ma alla questione del contadino, non ce l’ho fatta più, quella ragazza dai bei capelli lunghi e la voce che solo a sentirla mi faceva drizzare…i miei di capelli..meritava una lezione. Contadino a me no! Finsi di andare al bagno ma invece sapevo che la mia Harley presa in affitto coi suoi soldi mi stava aspettando dalla parte dell’uscita di sicurezza. Ed io dovevo finire qui, io a rompermi i coglioni con lei che tutto il viaggio avrebbe avuto da ridire su ogni cosa? Rovinandomi il mio sogno coast to coast trasformato in inferno? No, scappai a tutto gas…con la forchetta ancora in bocca e silenziosa. Lontano da New York ormai, direzione Ohio e poi chissà… Qualcuno me lo aveva proprio detto che c’era sempre una sorta di calma prima della tempesta, e che quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua. Rose non era come quell’abbraccio fatto di attimo di felicità all’aeroporto dato da dietro all’improvviso da una sconosciuta, forse magari l’avrei rincontrata perché le americane hanno sempre l’opportunità di rintracciarti e romperti il culo e farti innamorare ma io, ora, voglio proprio sapere se avete mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole come quella. Saranno state le bestemmie che mi tirò Rose quando si accorse della mia fuga? Sarà stato per quello che continuando a correre sulla mia Harley, le candele del motore si bagnarono sotto quel cazzo di diluvio mai venuto giù fino ad allora!?

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.