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“Come stai?” Non vuol dire “How are you?”. Anni di scuola ad imparar l’inglese e poi ti ritrovi una sera a chiederlo ad un americano e lui lo scambia per un semplice saluto per strada. Invece tu, italiano chiacchierone e invadente, vuoi chiedere veramente se sta bene, se ha un raffreddore, se ha passato bene la settimana senza mal di testa o avendo una buona frequenza di rapporti sessuali con il proprio partner. Il mio vicino ogni volta che passo in bici davanti casa sua lui mi saluta con un “how are you” ed io mi chiedo sempre come fa a rivolgermi il mio letterale “come stai” se vede che me ne sto andando, tant’è che una volta mi sono fermato a rispondergli per dirgli veramente come “stavano” le cose e mi sono accorto che era freddo e tutto d’un tratto mi ha salutato di fretta senza andare troppo in là nel dialogo. Avrà pensato che ero il solito pazzo italiano.

Dunque l’«how are you» è solo una formalità, più conforme al nostro “come va”. Una simpatica signora americana me lo fece notare quando, quel bel giorno che mi capitò di assistere all’infuriata di S., mi disse: “noi americani a volte siamo così formali che se chiediamo «come stai» non lo chiediamo veramente col cuore, ma solo di sfuggita mentre facciamo un’altra cosa scappando”. Se chiedi una cosa alla lettera, a volte vuol dire l’opposto. Che bello, ho pensato, siamo come in Sicilia, quando Tomasi di Lampedusa faceva dire al barone di Salina “affinché tutto cambi, tutto deve rimanere così com’è”. E quel giorno lo capii quando l’infuriata di S. mi mostrò il vero volto dei temperamenti americani, quasi come le tempeste e gli uragani. Se esistono i correttissimi (nel conteggio dei minuti che ognuno ha a disposizione) dibattiti politici in TV per la corsa alla Casa Bianca, non è detto che la gente discuta pacificamente anche per strada di quell’argomento. Non chiedete “come stai” se nemmeno volete al contrario chiedere ad un americano un’opinione politica. È un tabù esattamente se alla domanda “How are you” (scambiata quindi per il nostro letterale “come stai”) si risponde con un “oggi devo fare una colonscopia, la settimana scorsa ho anche vomitato…” e via discorrendo. Se infatti salutate un americano con l’How are you e poi gli chiedete di darvi un’opinione politica, di sicuro l’angelo più dolce del cielo diventerà diavolo. È quello che successe a me e ad una collega insegnante parlando dell’ultimo faccia a faccia Obama-Romney.

L’infuriata di S.

S. è così preciso nel darti la busta paga ma anche una persona di una calma assoluta, estrema calma. Tranquillo a tal punto che se osi pensare che ti sta fregando nello stipendio a fine settimana, lui si mette a ridere e ti spiega come funziona l’intera economia per ore ed ore. Tranne quando gli chiedi di politica. Quel giorno capii la vera tempesta che si nasconde dentro ogni americano, come al personaggio di Un giorno di Ordinaria Follia

Con una collega insegnante ci esce di bocca l’indemoniato “a me Obama piace”. Tutto d’un tratto, quell’angelo diventerà sterminatore. Inizia a urlare con un musicale crescendo di tono, saltellando anche vicino agli studenti che in quel momento entrano a scuola. Sbraita quasi fino alle lacrime, ammettendo la sua passionalità per dovere di informazione a chi ne sa di meno. Noi ci scusiamo, ammettiamo la nostra ignoranza da novelli negli Stati Uniti, solo perché non siamo abituati a quel tipo di riforma sanitaria così lontana dai canoni europei. S. con la sua voce da tenore, inonda di echi tutto l’auditorium: “Voinonsapetequellochevidiconoperchéilpartitodemocraticoamericanononè quellodiunavoltaenonèverocheRomneydifendeiricchicosìcomeanche ScottBrowndifendelaclassemediaperDio!…”

Cerco di cambiare argomento: «S. ti prego, ricordi quando mi hai consigliato per il fine settimana del foliage di andare a visitare le foglie rosse degli alberi del Mohawk Trail?». Cerco di metterla sul lato della sua anima poetica. “Romneycredenelleresponsabilitàeconomicheeneibilanciappostoeoltrequello nonhatroppicrediideologicieparaocchiperchélalibertàèimportante…”. Non funziona. Cerco di metterla sullo specchio italiano, che nell’aver sentito la frase “binders full of women”,  già diventato un tormentone nella rete, in bocca a Romney mi pare di veder gli stessi riflessi di un berlusconismo maschilista. Dribblo sulle differenze ideologiche tra Europa e Stati Uniti, poi me la cavo con la scusa dell’inizio delle lezioni. Mettendola anche sullo scherzo: “Dai, S., anche a casa siamo divisi, mio fratello è di una parte ed io dall’altra, così anche mia moglie è pro Obama e suo padre un fervente cristiano pro Romney”.

Mai chiedere agli americani di politica, specie se ti salutano con un «How are you» e tu rispondi con “mi è piaciuto Obama ieri…”. Mai. Meglio parlare di malattie iniziando con un bel “come stai”.

Volevo imparare a dire “come stai” nella lingua dei Nativi Indigeni (Indiani Pellirossa è dispregiativo) se una volta ne avessi incontrato uno, e invece neanche l’ombra nemmeno quando seguii il consiglio del pacifico S. di andare sul Mohawk Trail. Il percorso dei Mohawk affonda le sue radici nell’era post glaciale, quando i popoli del NordEst non avendo né carro né cavalli crearono un passaggio per gli scambi commerciali verso il New England.

I primi coloni europei nel 1600 naturalmente usarono il passaggio dei Nativi per viaggiare tra gli insediamenti inglesi di Boston e Deerfield a quelli olandesi di New York, e commerciare i prodotti della pesca e della caccia: gli Indiani Pocumtuck, ramo del Masachusetts e della Valle del fiume del Connecticut, inviavano salmone con i Mohawk di New York e del Deerfield River. Il National Geographic Traveler ha addirittura inserito questo tragitto naturale tra le 50 rotte più panoramiche degli Stati Uniti d’America. Ma cosa resta di questo percorso?

Quando i Nativi man mano che sparivano, un po’ per le epidemie portate dai coloni europei per cui gli indigeni non erano naturalmente “vaccinati”, un po’ per le guerre  basate sugli equivoci di traduzione, tutto pian piano andava riducendosi ad una cartolina. Dove in basso sta sempre scritto «come stai? Qui tutto bene». Non ci credete quando qualcuno ve la manderà.

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Ognuno si fa la propria graduatoria. Come il tale paese è bravo in campo scolastico, come quel tal altro paese è pessimo nel sociale. E via discorrendo. E’ un copione. I giornalisti si buttano a pesce su ogni nuova graduatoria pronti a innescare le virtù e i difetti di un paese. I politici a volte prendono seriamente queste pagelle e a volte no. Soprattutto quando pensano che i produttori di graduatorie possano avere pregiudizi. Ma sulla Sanità non si scherza. C’è l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) che rappresenta i governi. Ma, attenzione, c’è poi la società Health Consumer Powerhouse di Bruxelles, HCP, che diffonde graduatorie dalla parte dei consumatori. Ecco, sono sempre in conflitto tra loro: i paesi ai primi posti nella “graduatoria dei governi” sono spesso agli ultimi nella “graduatoria dei consumatori”. L’Italia, per fare un nome a caso, è addirittura seconda nella classifica OMS ma ultima in quella HCP. Solo per Francia e Regno Unito le due classifiche vanno più o meno d’accordo.
La graduatoria OMS è prevalentemente sullo stato di saluto della popolazione. Quella HCP è essenzialmente su quantità e qualità dei servizi sanitari. Nessuna delle due però parla di efficienza. Criteri che vanno comunque in contraddizione. L’Italia è in ottima posizione se si considera il risultato (la salute), soprattutto a causa delle abitudini alimentari. Ma in cattiva posizione se si considera la quantità e qualità dei servizi. Media, se si considera in quanto spende. L’esatto opposto degli Stati Uniti, che stanno male in salute (anche per lo stile di vita), ma hanno eccellenti servizi sanitari: sono disastrosi dunque sotto il profilo dell’efficienza.

Quello che vogliamo ricordare in questo inizio di primavera del 2010 è dunque un evento storico. Ricordate i racconti che ci arrivavano dagli Stati Uniti d’America quando ci dicevano che chi aveva un’assicurazione poteva pagarsi le cure mediche e, chi invece era povero moriva anche per un’appendicite? O di quelli che non potevano smettere di lavorare perché avevano bisogno della polizza che gli pagava l’azienda, o di quelli che facevano una vita di sacrifici per pagare ogni mese una rata troppo alta. C’erano anche quelli che dividevano le pillole a metà per risparmiare soldi, o che non potevano acquistarle del tutto. Non so se la nuova Riforma Sanitaria voluta da Obama possa contrattare sul prezzo dei farmaci, ma di sicuro è un primo passo contro la burocrazia e lo strapotere delle assicurazioni che negavano l’assistenza medica. ECCO COM’ERA PRIMA
«Abbiamo dimostrato che siamo ancora un popolo capace di fare grandi cose», ha commentato il presidente dalla Casa Bianca. La riforma estenderà i servizi sanitari a 32 milioni di statunitensi grazie all’allargamento del raggio di azione dei programmi di salute pubblica (Medicare, finora limitato ai cittadini con reddito al di sotto della soglia dell’indigenza) e grazie ai sussidi alle famiglie che non possono acquistare polizze assicurative private; vieterà anche alle compagnie assicurative di rifiutare le polizze a bambini o adulti con malattie congenite e impedirà di revocare le polizze ai già assicurati. Una riforma con la quale il 95% dei quasi 300 milioni di cittadini americani disporrà di una copertura sanitaria. Il costo per il bilancio statale di tutto ciò è naturalmente oneroso e verrebbe finanziato in parte con i tagli a Medicaid e in parte con nuove tasse ad hoc.

Anche se con tutte le critiche ricevute dagli stessi sostenitori e i DIFETTI DELLA LEGGE, uscita da lunghi compromessi…bisognerà aspettare come verrà applicata e quali problemi darà: andrà modificata? Quello che vogliamo far vedere è solo una svolta che intanto inizia a prendere piede nella mentalità degli statunitensi. Per questo, è proprio il caso di dirlo: Auguri America!

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.