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Rubare la bellezza, si può? Forse la pensava così chi rubò i dipinti dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston il 18 marzo 1990, in quella che era la più grande rapina di opere d’arte nella storia americana. Forse la pensa così anche chi ha dipinto questi murales su alcune pareti di edifici della capitale del Massachusetts. Ogni volta che ci passavo, durante i quasi cinque anni bostoniani, quei personaggi vivevano con me. Queste storie erano affacciate alla mia fantasia.area4
La diligenza che passava tra gli scienziati del MIT, che portava con sé l’inventore della macchina da cucire, il muratore italiano che avrebbe regalato i suoi mattoni per costruire la Società Dante Alighieri proprio lì di fronte, tutti loro avevano avuto una loro vita, dei loro passatempi. Gli operai delle fabbriche di corde e gomme pneumatiche, una mamma di colore che avrebbe partorito libera dalla segregazione, vestita borghese, orgogliosa di essersi giocata da una bolla di paura, con lo sguardo dritto a rompere la quarta parete.

Se avessi fatto qualche passo con il mio telefonino “intelligente”, mi sarei imbattuto anche nel poeta dall’aspetto simile a Leopardi, nel pensionato, nell’addestratore di Pitbull, nella cantante nera di blues, nella mamma col bambino, nella vecchia impicciona che guarda sul piazzale, nel padre preoccupato che guarda un punto lontano coprendosi dal sole con la mano, e poi un gattino, e forse un sarto.

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E ogni volta che ci torno, ogni volta che passo da queste opere d’arte spennellate ad arte su un muro, potrei gridar loro “Gotta catch them all!” per farle vivere? Cacciarli sarebbe come rubare le loro espressioni? Come quell’uomo che ha sparato a due cacciatori di Pokemon, il pirata col suo giochino elettronico che fa impazzire gli smanettoni anche a Central Park a New York forse voleva soltanto che i passanti vivessero un po’ di più, paradossalmente morendo? Proprio come un suicidio di massa degli Incas?

Il mio vicino in metropolitana quando riprende i piedi della folla alla ricerca del pupazzo giallo Pikachu, non li filma con l’intento da feticista e nemmeno per catturarne la bellezza. Non so a questi timidi giocatori solitari cosa resti, forse solo un gioco di riflessi, un raggio di sole che gli abbaglia gli occhi, la loro figura sembra al sicuro dentro una bolla, non chiedono al loro prossimo nemmeno se hanno sbagliato treno o quale sia la prossima fermata, così nessuno li potrà fulminare con gli occhi, saranno come la ragazza della metropolitana nel dipinto di George Tooker’s “Subway” o come nei dipinti delle donne sole di Edward Hopper.

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Un bambino però quando parla ad una bambola o a un soldatino come oggetto inanimato ne tira fuori l’anima. Una speranza c’è, fin quando un bel giorno mi decido, interrompo uno di loro mentre gioca:

– Ho visto un Pokemon che ancora i creatori non hanno messo in funzione…sai, hai voglia Pikachu… al confronto…
– Scusi?
– Nel senso che ho visto la preview che hanno lanciato i creatori circa un nuovo Pokemon che faranno uscire a breve
– Uh… sì come no (senza neanche degnarmi di uno sguardo)
– Guarda che avrà dei poteri interattivi, li segnala al tuo conto bancario
– Sì, ci manca che mi paghino pure per giocare… I wish
– Che ti paghino mica da subito no! Ma se lo prenderai, pare che fanno in modo che tu te lo debba conquistare.
– Ma questo è un paradosso!
– Bravo. A quanto pare i creatori volessero osare. E si avvererà la profezia.
My friend, per le prediche vai a Union square, sai quanti ne trovi?
– Non ci credi?
– Che profezia è se lo prendi ma poi in realtà non l’hai preso?
– Mi spiego. Hanno scelto il villaggio reale di GattaPilusa…non è lontano. In pratica ti accreditano sul conto bancario il biglietto per andarci in viaggio e guadagnare punti infiniti
– Ed è lì che te lo devi conquistare? Come hai detto che si chiama?
– GattaPilusa
– Mi fai lo spelling? Ga… Scusa, ma perché la chiamano profezia? Cosa prevedono?
– Perché solo nel paese dei campi di GattaPilusa il popolo dei Mammalucchi vivrà in pace cacciando gli Scimuniti
– Wow… nuovi esseri viventi? Ma dove si trova? Upstate New York?
– No, te l’ho detto… ti pagano il biglietto, bisogna prendere l’aereo.
– E poi? Bisogna acchiappare questi abitanti? Come funziona?
– In realtà loro ti manderanno prima nei loro campi, tra le vigne, solo nel mese di fine agosto, o tra settembre e ottobre, dovrai svegliarti presto la mattina, ti daranno in mano delle forbici da giardinaggio e…dovrai vendemmiare le loro uve
– Amico, mi stai prendendo in giro? Le uve? Sei un alcolizzato, man!
– Mai stato serio. Googla questa notizia. La profezia è che si avvererà solo lì quello che gli antichi Incas avevano sperimentato, che la fine della propria civiltà ad opera degli invasori portoghesi era legata all’accettare l’ideologia del suicidio come ricongiungimento con gli Dei perduti.

 

Lui mi guarda fisso, il gioco si ferma. Le porte del treno si aprono. Lui scappa impazzito con un sorriso e una lacrima pronta a drogargli la faccia.

 

Se lo fate anche voi, se interrompete il respiro fisso sul cellulare del cacciatore di Pokemon Go, la sua bolla, solo per il gusto di farvi rivolgere lo sguardo, sembrerà uscire dal treno come un palloncino. E quei personaggi sui murales rideranno, affacciati alle finestre di ogni città che amate.

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Metro. Park Street. Linea Verde. Gente che si accalca gentile, in silenzio sul ritorno verso casa. Tutti con l’Ipod alle orecchie. Salgono educati, si siedono. Alcuni stanno a leggere sul Kindle. Altri magari ascoltano il suono dell’italiano sfoggiato a voce alta da due tipi fastidiosi che inondano di rumore il vagone ovattato. Magari ritornano da lavori che si protraggono oltre il tramonto, infatti sono le 10 di sera. Ed è il nostro caso. Salgo infatti con B. insegnante di Italiano in un noto istituto in città. E quei due italiani noiosi che parlano a voce alta, siamo proprio noi. Ma non ci importa se la gente in Subway sta zitta e composta e noi siamo i soliti italiani che si fanno notare. È proprio quello il bello: possiamo dire quello che pensiamo senza che nessuno capisca.

B. è siciliana, di giorno fa un master in un college e insegna pure. B. però è scontenta, anche se ha vinto la Green Card (cioè il diritto alla residenza negli Stati Uniti) alla lotteria.

B. è scontenta perché i maschi americani “non ti vengono a prendere a casa e non ti mettono il cappotto addosso quando fa freddo e per di più se gli dici di uscire ti devi far trovare in un punto lontano da casa”. Non avendo la macchina, le tocca prendere la metro e farsi un’ora per andare in un Pub e incontrarsi lì per sbronzarsi. E poi si deve pure pagare la consumazione. Perché i maschi siciliani non glielo avrebbero permesso, di pagarsi la birra. Sia mai! Ogni sera uno a turno paga per tutti, ma tendenzialmente i ragazzi tendono a pagare e a dividersi il conto tra di loro, per galanteria nei confronti delle ragazze. Le chiedo se non sia piuttosto machismo ma mi risponde che “Ovviamente noi fanciulle, lavorando anche noi e tenendo alla nostra indipendenza, con dei sotterfugi (tipo fare finta di andare in bagno e invece andare a pagare) cerchiamo di ricambiare in ogni modo”. Tento invano di farle capire che io ho vissuto per 15 anni a Firenze e le cose che lei menziona, almeno sul ritrovarsi non per forza in comitiva, funzionano esattamente l’opposto che in Sicilia. Mi chiedevo, se erano proprio loro ad essere i diversi fuori dal Continente? Però devo ammetterlo, anche se fiorentino, il maschio italiano sarebbe stato sempre più galante di un ragazzo americano impacciato, su questo dopotutto ci posso giurar sopra.

Intanto, in piedi a un metro dal nostro posto, un ciccione dalla faccia simpatica, un po’ muratore, un po’ imbianchino, è l’unico che forse si diverte del nostro vociare. È  l’unico che nasconde un sorriso tra le labbra. Perché?

Va be’, continuiamo. B. mi spiega che a Palermo stava meglio anche economicamente. Io non ci credo. Infatti poco dopo mi racconta che aveva insegnato presso alcuni corsi organizzati dalla Regione Sicilia. Uno di quei corsi pagati e finanziati forse dall’Unione Europea, dove a lavorarci sono tutti raccomandati. B. mi racconta che al colloquio di lavoro vede il proprio curriculum con sopra scritto a matita il nome del politico che la raccomandava. In quel momento si sente imbarazzata. Le spiegano che deve insegnare ai ciechi. Lei risponde che è incompetente sull’argomento. Che dovrebbe formarsi, prima di insegnare in questo settore molto delicato. E la secca risposta fu “va be’ non si preoccupi, se lei rifiuta il posto lo diamo ad un’altra incompetente”. Testuali parole. Ah va be’, dice lei, se lo dovete dare ad un’altra incompetente io il lavoro lo prendo. Dunque comincia a studiare il software per i non vedenti e per poter dar loro un’autonomia di vita. Comincia anche a registrare la propria voce in formati audio mp3 così i non vedenti possano esercitarsi a casa. Non l’avesse mai fatto! Alla riunione degli insegnanti se la mangiano: “ma come ti sei permessa, ora tutti questi ciechi ci chiedono di registrare i podcast e così dobbiamo lavorare e fare una cosa in più”.  Ma lei risponde chiedendo come altrimenti avrebbero dovuto imparare il software, se non vedono? E loro: “dai loro le fotocopie”. Le fotocopie? Ma se non vedono!  “Si, se le fanno leggere dai parenti”. Testuali parole.

Intanto quel ciccione ricciolino vicino a noi dal viso simpatico, col sorriso un po’ sornione, l’unico ad ascoltare i nostri pettegolezzi su un’Italia che perde i suoi pezzi, l’unico tra i silenziosi pendolari americani a cui forse gli piaceva sentire il suono del nostro linguaggio, continua a guardarci. Perché?

Ma B. dopo tutte le sue frustrazioni, così com’era costretta in Sicilia a sottomettersi a quell’andazzo, e ad accodarsi a quel che sembrava fosse la fine di ogni meritocrazia, arriva veramente alla fine della sua corsa.  Smanetta al cellulare freneticamente mentre il treno si ferma nella sua stazione di arrivo. Sfreccia per uscire, quasi senza salutarmi.

Io nel frattempo mi alzo per scendere alla prossima. E chi mi chiama? Lui. Dopo tutto il nostro chiacchiericcio, chi sarà? Il grigio e silenzioso individuo americano che magari l’italiano lo ha studiato e ci ha capito tutto il tempo? Il pendolare che non ne può più di quello che ha sentito, il “civilizzatore” che a un certo punto per caso vuole ribellarsi ai nostri aneddoti intrisi di galanterie d’antan e all’italiota tendenza all’incompetenza affrescati così per bene nei racconti della mia amica B.?

No, era proprio quel tipo che stava ad ascoltarci tutto il tempo. Ridendo. Era italiano, direte voi? No. Dopo tanto tempo l’ho trovato. Un sedicente italiano che l’italiano non lo conosceva.

Mi fa: “tu pppur Ittal? Quaul partt?” – Ed io: Vuoi dire quale parte, quale regione? Siamo del Sud, io Calabria e quella ragazza dalla Sicilia – “Si, purr’io da Sicccil”. Non pensavo lo incontrassi mai nella vita reale, il personaggio dell’emigrato tipico e grottesco creato dal comico Carlo Verdone nel film Bianco, rosso e Verdone. Quando lo vidi in faccia pensavo a tutto quello di cui avevamo parlato io e la mia amica B. Volevo farglielo vedere, perché parlava proprio come il personaggio del materano nel film. Ma B. era ormai lontana nella notte americana, eppur così vicina ad un’Italia che non si sa mai come definirla o comprenderla.  Chissà se lei rimarrà negli States e cosa diventerà. Ma piuttosto, dei nostri discorsi, cosa avrà capito quel figlio dell’emigrato italiano del dopoguerra che ci ascoltava? Avrà capito che l’Italia, vista da lontano al di qua dell’Oceano Atlantico, è sempre più incomprensibile, indefinibile, e pure senza merito? Secondo me non ha capito un emerito cazzo. Così come suo padre l’ha lasciata da povero del Sud, magari alla fine degli anni Cinquanta, prima che i quiz di Mike Bongiorno unificassero gli italiani. Lui è partito e non ha più riconosciuto né la propria lingua né la propria cultura, (che nel frattempo è cambiata) e giustamente ha trovato i valori dell’Individuo nord-americano. Ma sul parlare, Verdone lo aveva dipinto molto bene. Dando per scontato che nulla cambi mai, specie in un vagone della Metro alle 10 di sera, mentre due italiani parlano sull’Italia che oggi hanno lasciato. Grazie, B.

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.