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Peppino Jr. Pantalone era emigrato da Reggio Emilia. In America. Ma non un’ America qualunque. Lui in Italia ci stava bene. Si era messo in capo di seguire l’esempio dei suoi, senza saperlo, e poi di sconfessarlo: nel senso, che era una tradizione di famiglia ormai quella di fare una cosa e poi di fare l’esatto opposto. E allora scelse Nuova York. Peppino, il suo nome lo aveva preso da suo padre, che era nato a Cutro, un paesino calabrese vicino Crotone. Talmente abitudinari che tutti i suoi paesani, ma proprio tutti, erano emigrati e continuavano ad emigrare solo a Reggio Emilia e negli ultimi tempi, vista la densità ormai risicata, anche verso Parma. Ognuno a Cutro aveva un parente di primo, di secondo, di terzo grado che doveva aver almeno colonizzato qualche fabbrichetta emiliana. Il padre aveva continuato la tradizione cutrese, emigrare solo dove poteva incontrare altri cutresi, ma il primo a tradire anche lui fu quando incontrò poi la futura mamma di Peppino, che calabrese non lo era.

Pantalone invece lo aveva preso dal soprannome appunto della mamma sarta. Lei l’avevano chiamata così per tutta una vita da quando lavorava a Parma nelle sartorie che facevano i Burberry. Uno degli stessi lo aveva indossato anche Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Il figlio poi era cresciuto così, a fare i conti della serva, a cucire, a disegnare e ad aiutarla a fare gli orli ai pantaloni, e a sparare gli aghi della Singer dritti per la loro strada filata.

Peppino Jr. a questo pensava, mentre sulla Quinta strada a New York guardava incantato la vetrina di un negozio vicino al suo, con gli occhi fissi come un cervo di notte su una viuzza sterrata… ah che ricordi quei fari della Bianchina di suo zio Fefé a Cutro quando incappammo in quel bellissimo animale e lo sparammo al primo colpo! Del calabrese aveva preso il modo di sognare e di stupirsi, di meravigliarsi, dell’emiliano la voglia di correre e di ingrassare il piatto. In questo caso, si stava mangiando letteralmente con gli occhi quello che avrebbe potuto cucire anche lui, ma che la vecchiaia oramai gli dava qualche segno di resa alle mani aggrinzite.

Lui era emigrato a sua volta da quella regione panciuta e grassa di ingegno, perché a lui l’America gli piaceva, e New York all’epoca andava di moda. Gli era piaciuto sentirsi a casa piano piano negli anni, e senza avere nessun parente che lo sostenesse, come i cutresi a Reggio Emilia.

Studio sartoriale della seconda metà del 1800

E Peppino continuava a pensarci sopra, dopo anni di sartoria, di sacrifici, di tagli, di apprendisti ne aveva avuti. Una cravatta di Marinella da 100 euro in vetrina la poteva comprare a 78 dollari solo nel 2002. E ora costava il doppio. Ma quante camicie e cappotti fanno in Europa per far valere quegli Euro se ora ci sono i cinesi? E gli inglesi che non ci vogliono più stare? Se ne andranno a Cutro? Mah.

Un ragazzo per strada gli aveva messo tra le mani un giornale, e Peppino era rimasto folgorato in un secondo da alcune parole che volavano via da un editoriale: Meridionale, Terroni, Tedeschi dell’Est, Schiavi… gli erano infatti caduti gli occhi su un’opinione che gli pareva magico non rifiutarne la lettura.

Quell’articolo a firma di un tale Pino Aprile diceva: –Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di vederne l’iniquità o di molta disonestà per accettarla. È facile educarsi a questo, per quella “Teoria del mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è perché lo merita; e chi ha meno è perché non merita altro: è un meccanismo potentissimo, che induce, per esempio, gli schiavi ad accettare la schiavitù, i cornuti le corna, le maltrattate le botte. Cercando, magari, in una presunta incapacità, personale e collettiva (“i meridionali” o “i tedeschi dell’Est”), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o altrui superiorità.-

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Vessillo di fine Ottocento americano

Peppino Jr. si ferma. Alza la testa dal giornale, stanco della lettura. Ma… Peppino si sentiva un meridionale? Si sentiva anche emiliano, quello sì, e si sentiva anche di un certo est, di quell’oriente nella propria pancia che non ti fa sentire il vento del perseguitato, di quello che ha paura di scavalcare il muro… e per evitare di cadere nella trappola del o scappi o non lavori, Peppino Jr. Pantalone per questo aveva avuto l’indole dello stravolgere tutto: il lavoro a Reggio Emilia non seppe mai chiedersi perché non gli bastasse, sentì che voleva dimostrare di creare con le sue mani in un’altra terra più corposa per capirne le curve. L’America. Ellis Island e poi New York. Era arrivato da Napoli, col treno da Bologna.

Interno di nave

Camera da letto in cabina da nave di fine Ottocento

Curioso per natura, negli anni si era fatto una professione di sarto rinomato a New York. Peppino aveva sempre saputo dimostrare la sua arte, la sua precisione, la sua traiettoria. E aveva vissuto senza sfarzo, con modestia. Con gli anni addosso, si sentiva più insicuro, stanco, con qualche rimpianto. Anche se alla fine era contento così.

Quel giorno, tornando in sartoria, posando il giornale di cui avrebbe ritagliato quell’articolo, un uomo armato  entra nel suo negozio, vestito da musulmano, gridando “a morte gli omosessuali  e in quel momento Peppino Jr. pensa a quando da piccolo a Cutro suo padre lo portava alla sfilata di Carnevale. Ma proprio quel vestito non l’aveva mai visto. E lui il Corano non lo aveva mai letto, era sempre stato uno che leggeva poco, un tipo più pratico Peppino. E quel barbone con la tunica gli aveva forzato di recitarlo altrimenti gli avrebbe tagliato la testa

Eppure ne aveva vestiti di amici suoi di New York che per anni gli avevano chiesto le mises più diverse e creative per le sfilate del Gay Pride. Ma quella tunica l’avrebbe tagliata in modo diverso, pensava. Mentre quello lì non voleva sentire la musica di Peppino,  se ne scappò quasi subito dopo la mitragliata con un furgone nella folla per strada.

Interno cucina di un villaggio marittimo americano

Stufa da cucina di fine Ottocento

Peppino Jr. Pantalone, mentre cadeva, pensava alla storia degli Stati Uniti, di quando l’aveva attraversata, di quando vi era salpato con la voglia di farne la nuova Reggio Emilia, la nuova Cutro, e tutta la storia gli venne davanti ai suoi occhi incantati quando quell’uomo travestito da prete gli piantò una raffica di pallottole da farlo sorridere senza pensare più a niente. Era un sorriso di ammirazione verso tutto e qualsiasi cosa che gli tirava a occhio. Era andato a fare una gita con suo marito il giorno prima in un villaggio del Connecticut, a Mystic, e gli era piaciuta per tutti i mestieri che aveva saputo riconoscere come suoi, infatti Peppino mica aveva iniziato subito da sarto…e ne aveva di doti. Quelle doti che i mericani avevano preso quando dissero di voler stare fuori dall’Inghilterra  Le nostre radici stanno nel difenderci con un fucile, dissero i patrioti delle colonie del New England, alla fine del 1600

Così da cordaio ne aveva tirato di fatica come Sacco e Vanzetti, e da fabbro ne aveva da mettere a ferro e fuoco e aizzare l’aria per soffiarla sull’incudine, tanto che quelle macchine se le sognava ancora, chissà quali esperimenti poteva ancora fare sui tessuti, tra un pentolino riscaldato a colazione e un bicchiere di vino del bottaio, e di balsami e medicine officinali lui ne era curioso quanto un alchimista perché avrebbe potuto alterare ancora i tessuti. Che io mica ne ho fatto solo uno di mestieri, fai delle foto che me le voglio stampare e mettere in sartoria!

Peppino aveva tanta voglia di raccontarla, lui che era di poche parole, della sua gita del giorno prima verso quel villaggio di libertà mericana. Aveva appena fatto stampare le foto scattate. (qui in basso documentate ad onor di cronaca, nda) Quante idee per nuovi vestiti! Lui che non usciva quasi mai, solo casa e putega, tutta una vita. Domani basta lavorare, ci rilassiamo, gli disse il marito il giorno prima. E Peppino ora sorrideva per terra, felice di amare  il suo uomo che gli disse “andiamo a fare una gita a lago, mettiamo la bandiera sulla barchetta“…ancora dopo tanti anni lo aspettava a casa, mentre Peppino grugniva per terra, col sangue ….che ancora non sentiva, non lo vedeva colare, ma era debole comunque, come quel daino ferito dalla Bianchina di zio Fefé in una notte, in una strada di campagna calabrese, attese e guardò nel vuoto…  e questa pace gli fece ricordare che quel giorno, quel giubottino doppio anti-proiettile che aveva appena cucito per un poliziottol’unico cliente della giornata, proprio funzionava che era una bellezza. Lo aveva provato per vedere se gli stava. Altro che Bulberry di Parma, e Audrey Hepburn, e Tiffany e l’Emilia e la Calabria! Le sue mani, valevano di più. Non l’avevano tradito. Era salvo grazie a loro.

Mystic, villaggio ricreato di fine Ottocento

Medicine e pozioni di fine Ottocento

Balsami e saponi da droghiere

Profumi di fine Ottocento americano

Bottaio

Macchina per soffiare il fuoco del fabbro

Arnesi da falegname nella bottega del villaggio di Mystic, Connecticut

Fabbro nel villaggio di Mystic

Cordaio

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Lago del villaggio di Mystic con bandiera americana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Tutti i riferimenti a fatti reali o persone esistenti sono puramente casuali. L’accostamento della storia inventata di sana pianta alle immagini è frutto arbitrario dell’autore.

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Care e cari insegnanti di Italiano all’estero,

Gentilissime Istituzioni diplomatiche in U.S.A.,

Vi invito ad aderire alla seguente petizione riguardo ai sottocitati titoli di certificazione per la didattica dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri.

L’insegnamento dell’italiano L2 a stranieri, in particolare agli adulti, richiede una preparazione specifica da parte dei docenti. Per rispondere a tali esigenze, sono stati predisposti percorsi formativi specifici dalle Università italiane.

Il Ditals dell’Università di Siena, il Cedils dell’Università di Venezia  e il Dils rilasciato dall’Università di Perugia  sono  certificazioni che valutano la preparazione teorico-pratica nel campo dell’insegnamento dell’italiano a stranieri e garantiscono un certo grado di omologazione anche al di fuori di un percorso formativo specifico. Tali titoli rilasciano una competenza pedagogico-didattica di primo livello, essenziale per l’ingresso nella professione e/o per la valutazione del servizio prestato (Per la spendibilità lavorativa e il progetto accademico di ogni certificazione, si rimanda ai sopracitati link di ogni Università).

La loro validità legale, in Italia e all’estero dipende dagli ordinamenti dei singoli Stati e delle singole istituzioni. In molti casi sono già considerati un titolo valutato per l’attribuzione di un punteggio nel reclutamento degli insegnanti o per l’attribuzione di crediti nell’ambito di un percorso formativo di area glottodidattica, ma il problema è che non sono considerati tali negli Stati Uniti d’America. La loro spendibilità accademica è ridotta pare dalla non totale equiparazione ai curriculum richiesti dagli enti scolastici statunitensi.

Scopo di questa petizione è raggiungere dunque il maggior numero delle firme a sostegno della seguente proposta: l’equiparazione delle suddette certificazioni rilasciate da tali Università italiane a quelle richieste dalle istituzioni scolastiche o accademiche degli Stati Uniti, anche alla luce di un’equivalente valutazione per l’attribuzione di crediti e/o punteggi. Siamo convinti che dando valore legale al Ditals o Cedils o il Dils, posseduto da docenti in U.S.A., sia anche una buona opportunità per i docenti italiani qui residenti. Si pensi per esempio a come molti insegnanti potrebbero fare da tester o equipararsi da formatori per il Certified Proficiency Testing come l’ACTFL o per altri programmi di certificazione di conoscenza riconosciuti dagli Stati Uniti.

Per il motivo istituzionale che comporta, questo appello è rivolto soprattutto alle Istituzioni diplomatiche italiane in U.S.A. le quali ci hanno confermato di essere alla ricerca di una soluzione al problema. (Si veda lo screenshot dello scambio di idee su Twitter con l’Ambasciatore Bisogniero). In questo post-appello, si stimola a dare comunque qualsiasi contributo: altre proposte che verranno dal corpo docente saranno bene accette.

Nel ringraziarVi del Vostro tempo, mi auguro di leggere ogni Vostro contributo (con nome, titolo e/o ente presso cui lavorate, scritti in calce al commento) il più prezioso e propositivo, chiedendo inoltre alle Istituzioni un’azione che possa rendere ancora più importante l’anno della Cultura Italiana negli States promosso dal MAE nel 2013.

Grazie.

Metro. Park Street. Linea Verde. Gente che si accalca gentile, in silenzio sul ritorno verso casa. Tutti con l’Ipod alle orecchie. Salgono educati, si siedono. Alcuni stanno a leggere sul Kindle. Altri magari ascoltano il suono dell’italiano sfoggiato a voce alta da due tipi fastidiosi che inondano di rumore il vagone ovattato. Magari ritornano da lavori che si protraggono oltre il tramonto, infatti sono le 10 di sera. Ed è il nostro caso. Salgo infatti con B. insegnante di Italiano in un noto istituto in città. E quei due italiani noiosi che parlano a voce alta, siamo proprio noi. Ma non ci importa se la gente in Subway sta zitta e composta e noi siamo i soliti italiani che si fanno notare. È proprio quello il bello: possiamo dire quello che pensiamo senza che nessuno capisca.

B. è siciliana, di giorno fa un master in un college e insegna pure. B. però è scontenta, anche se ha vinto la Green Card (cioè il diritto alla residenza negli Stati Uniti) alla lotteria.

B. è scontenta perché i maschi americani “non ti vengono a prendere a casa e non ti mettono il cappotto addosso quando fa freddo e per di più se gli dici di uscire ti devi far trovare in un punto lontano da casa”. Non avendo la macchina, le tocca prendere la metro e farsi un’ora per andare in un Pub e incontrarsi lì per sbronzarsi. E poi si deve pure pagare la consumazione. Perché i maschi siciliani non glielo avrebbero permesso, di pagarsi la birra. Sia mai! Ogni sera uno a turno paga per tutti, ma tendenzialmente i ragazzi tendono a pagare e a dividersi il conto tra di loro, per galanteria nei confronti delle ragazze. Le chiedo se non sia piuttosto machismo ma mi risponde che “Ovviamente noi fanciulle, lavorando anche noi e tenendo alla nostra indipendenza, con dei sotterfugi (tipo fare finta di andare in bagno e invece andare a pagare) cerchiamo di ricambiare in ogni modo”. Tento invano di farle capire che io ho vissuto per 15 anni a Firenze e le cose che lei menziona, almeno sul ritrovarsi non per forza in comitiva, funzionano esattamente l’opposto che in Sicilia. Mi chiedevo, se erano proprio loro ad essere i diversi fuori dal Continente? Però devo ammetterlo, anche se fiorentino, il maschio italiano sarebbe stato sempre più galante di un ragazzo americano impacciato, su questo dopotutto ci posso giurar sopra.

Intanto, in piedi a un metro dal nostro posto, un ciccione dalla faccia simpatica, un po’ muratore, un po’ imbianchino, è l’unico che forse si diverte del nostro vociare. È  l’unico che nasconde un sorriso tra le labbra. Perché?

Va be’, continuiamo. B. mi spiega che a Palermo stava meglio anche economicamente. Io non ci credo. Infatti poco dopo mi racconta che aveva insegnato presso alcuni corsi organizzati dalla Regione Sicilia. Uno di quei corsi pagati e finanziati forse dall’Unione Europea, dove a lavorarci sono tutti raccomandati. B. mi racconta che al colloquio di lavoro vede il proprio curriculum con sopra scritto a matita il nome del politico che la raccomandava. In quel momento si sente imbarazzata. Le spiegano che deve insegnare ai ciechi. Lei risponde che è incompetente sull’argomento. Che dovrebbe formarsi, prima di insegnare in questo settore molto delicato. E la secca risposta fu “va be’ non si preoccupi, se lei rifiuta il posto lo diamo ad un’altra incompetente”. Testuali parole. Ah va be’, dice lei, se lo dovete dare ad un’altra incompetente io il lavoro lo prendo. Dunque comincia a studiare il software per i non vedenti e per poter dar loro un’autonomia di vita. Comincia anche a registrare la propria voce in formati audio mp3 così i non vedenti possano esercitarsi a casa. Non l’avesse mai fatto! Alla riunione degli insegnanti se la mangiano: “ma come ti sei permessa, ora tutti questi ciechi ci chiedono di registrare i podcast e così dobbiamo lavorare e fare una cosa in più”.  Ma lei risponde chiedendo come altrimenti avrebbero dovuto imparare il software, se non vedono? E loro: “dai loro le fotocopie”. Le fotocopie? Ma se non vedono!  “Si, se le fanno leggere dai parenti”. Testuali parole.

Intanto quel ciccione ricciolino vicino a noi dal viso simpatico, col sorriso un po’ sornione, l’unico ad ascoltare i nostri pettegolezzi su un’Italia che perde i suoi pezzi, l’unico tra i silenziosi pendolari americani a cui forse gli piaceva sentire il suono del nostro linguaggio, continua a guardarci. Perché?

Ma B. dopo tutte le sue frustrazioni, così com’era costretta in Sicilia a sottomettersi a quell’andazzo, e ad accodarsi a quel che sembrava fosse la fine di ogni meritocrazia, arriva veramente alla fine della sua corsa.  Smanetta al cellulare freneticamente mentre il treno si ferma nella sua stazione di arrivo. Sfreccia per uscire, quasi senza salutarmi.

Io nel frattempo mi alzo per scendere alla prossima. E chi mi chiama? Lui. Dopo tutto il nostro chiacchiericcio, chi sarà? Il grigio e silenzioso individuo americano che magari l’italiano lo ha studiato e ci ha capito tutto il tempo? Il pendolare che non ne può più di quello che ha sentito, il “civilizzatore” che a un certo punto per caso vuole ribellarsi ai nostri aneddoti intrisi di galanterie d’antan e all’italiota tendenza all’incompetenza affrescati così per bene nei racconti della mia amica B.?

No, era proprio quel tipo che stava ad ascoltarci tutto il tempo. Ridendo. Era italiano, direte voi? No. Dopo tanto tempo l’ho trovato. Un sedicente italiano che l’italiano non lo conosceva.

Mi fa: “tu pppur Ittal? Quaul partt?” – Ed io: Vuoi dire quale parte, quale regione? Siamo del Sud, io Calabria e quella ragazza dalla Sicilia – “Si, purr’io da Sicccil”. Non pensavo lo incontrassi mai nella vita reale, il personaggio dell’emigrato tipico e grottesco creato dal comico Carlo Verdone nel film Bianco, rosso e Verdone. Quando lo vidi in faccia pensavo a tutto quello di cui avevamo parlato io e la mia amica B. Volevo farglielo vedere, perché parlava proprio come il personaggio del materano nel film. Ma B. era ormai lontana nella notte americana, eppur così vicina ad un’Italia che non si sa mai come definirla o comprenderla.  Chissà se lei rimarrà negli States e cosa diventerà. Ma piuttosto, dei nostri discorsi, cosa avrà capito quel figlio dell’emigrato italiano del dopoguerra che ci ascoltava? Avrà capito che l’Italia, vista da lontano al di qua dell’Oceano Atlantico, è sempre più incomprensibile, indefinibile, e pure senza merito? Secondo me non ha capito un emerito cazzo. Così come suo padre l’ha lasciata da povero del Sud, magari alla fine degli anni Cinquanta, prima che i quiz di Mike Bongiorno unificassero gli italiani. Lui è partito e non ha più riconosciuto né la propria lingua né la propria cultura, (che nel frattempo è cambiata) e giustamente ha trovato i valori dell’Individuo nord-americano. Ma sul parlare, Verdone lo aveva dipinto molto bene. Dando per scontato che nulla cambi mai, specie in un vagone della Metro alle 10 di sera, mentre due italiani parlano sull’Italia che oggi hanno lasciato. Grazie, B.

Centro di Boston

Guarda qui anche altre foto di scorci di storia bostoniana

Negli Stati Uniti se un padre appena divorziato non paga gli alimenti ai figli, gli levano la patente. La levano anche a un semplice cittadino che non paga le tasse. Voi mi direte, che c’entra? NIENTE. Ma l’ho appena scoperto conseguendo la patente di guida americana: 1 ora di attesa, faccio il test, conseguo la patente e scopro che la leverebbero anche a un “minore” di 21 anni con un tasso alcolico nel sangue pari a 0.02, in pratica quasi… NIENTE.

Ed è più o meno sul NIENTE che si basano alcuni paradossi qui negli USA, quello più famoso per esempio è quello di non saper parlare per bene l’inglese, quasi per NIENTE. Spesso ti ritrovi gente emigrata che ha fatto fortuna, ma che l’inglese non lo sapeva per NIENTE nemmeno dopo anni.

Un esempio è questo venditore televisivo mattutino che con accento italiano ti snocciola perle, non solo di collane, inventando parole e costruzioni di frasi che non esistono in nessun dizionario o grammatica americana. Se ci fate caso nella registrazione che ho fatto con l’Iphone, a un certo punto anche chi scrive i sottotitoli per non udenti non capisce proprio NIENTE di quello che sta dicendo e si blocca. Sapete perché questo venditore ha successo? Perché parla l’italiano. E fa più figo se parla l’inglese con l’accento italiano, così sonoro, musicale, poetico all’orecchio straniero.

Magari finge pure, e ne scimmiotta l’accento. Ma quello che mi ha fatto pensare è che qui lo stereotipo è ribaltato. Non è l’italiano che per fare il moderno non fa altro che inserire qualche parola d’inglese nell’italiano quotidiano e familiare (come ho spiegato in questo link), come succede spesso in Italia, no, è il contrario: questo è un italiano in America che forse fa pure finta di non saper parlare per NIENTE l’inglese e lo fa con accento italiano perché in questo modo vende meglio i gioielli italiani…e fa pure fico. Poi non si sa se i gioielli provengano o meno dall’Italia.

Sul NIENTE sono fondati molti altri paradossi. Un altro è quello della sicurezza. Mi spiego. Chi mi conosce, sa che su Facebook ho inanellato l’altro giorno una storiella basata proprio sul NIENTE.

L’altro giorno esco di mattina ad insegnare, lascio la bicicletta alla stazione del Subway. Prendo il treno e in 10 minuti arrivo a scuola. Dopo la lezione, all’uscita mi aspetta mia suocera, che dopo essere andata in pensione si è anche iscritta pure ad un corso di italiano, venuta a prendermi per un appuntamento in un’altra parte della città. Al ritorno a casa in auto: “Ciao, grazie del passaggio… ma di che, figurati, NIENTE”.  Alle 5 del pomeriggio, scendo nel porticato dietro casa e non trovo la mia bicicletta dove è sempre parcheggiata anche senza lucchetto. Porc… smadonno. Calma. Dove sono andato l’ultima volta? Ma non posso pensare, devo andare a lavorare. Quindi, meglio che mi sbrigo ad andare a piedi fino alla Metro per oltrepassare la città. Mica sto li a piangermi addosso. Nel frattempo la moglie chiama la polizia. Non si sa mai. Se la sera prima i tipastri si saranno avventurati dietro casa vuol dire che mi avranno seguito. Sanno i miei passi. Quindi la zona, pensiamo noi, una tra le più sicure degli Stati Uniti secondo i sondaggi, comincia ad essere popolata di ladri in cerca di suppellettili da sgraffignare dietro le ville dei ricchi (anche se ricco non sono). Specie se qualche mammalucco come me con troppa fiducia nella sicurezza americana, lascia la bici non allucchettata.

E qui scatta lo stereotipo basato sul NIENTE. Sulla mia bacheca di Facebook a quel punto fioccano i commenti come “ma sei proprio scemo, dovevi proprio andare in America a farti rubare la bici? Non ti riconosco più” o “Qui in Italia nel dubbio viene data colpa agli zingari. Lì negli States? Quale è l’equivalente capro espiatorio?”. Forse i comunisti?  Ma per rifarmi, peccando d’orgoglio, ti invento a fine serata la storia (non come in una puntata radiofonica dove il malcapitato era diventato ormai folle a ricercarla con il satellite, invano) che i poliziotti, -al contrario della Mafia in Italia-  qui in quanto giustizieri della notte, erano venuti a casa riportandomi la bicicletta dicendomi “non si preoccupi, abbiamo ricevuto segnalazioni su Twitter e l’identikit era uguale a quella che abbiamo trovato nelle vicinanze…ma continui a lasciarla senza lucchetto, perché noi gliela ritroveremo comunque e in ogni caso”. Naturalmente un solo poliziotto è realmente venuto a casa quella sera, ma non ha detto quelle precise parole, pura invenzione da luogo-comune. Sulla bacheca social ho anche inventato la frase finale ad effetto alla Clint Eastwood che avrei detto al graduato dell’esercito americano nell’atto di ridarmi la bicicletta: “you make my day”. Frase che l’Ispettore Callaghan rivolgeva alla sua vittima, con un po’ d’ironia, chiedendole di dargli un “senso alla sua giornata”, come labile ma al tempo stesso stabile felicità.

Ma la verità è un’altra. La sera, di ritorno dal lavoro, cosa ti trovo alla stazione del Subway? Qualcosa nel buio che brilla nella rastrelliera. La mia bici che non ero mai tornato a riprendere. Il giorno dopo richiamiamo la polizia per dire che era tutto a posto. Che l’avevamo trovata. Mia moglie ci ha pensato due volte prima di richiamare, pensando alla brutta figura che avrebbe fatto.

Però i miei amici su Facebook sapranno che a trovarmela è stato l’esercito americano, scomodatosi dagli ultimi impegni contro il terrorismo in Libia. Il senso alla mia giornata me l’hanno dato loro, con i commenti da stereotipo italiano… ed io non facendo altro che confermar loro ciò che continueranno sempre a pensare: vale a dire che la sicurezza americana funziona. Anche quando non fa NIENTE.

Hai detto Niente?

Da un mio articolo apparso su IlFuturista il 7 dicembre 2011.

Si dice che nei prossimi 5 anni il medico di famiglia potrà leggere il Dna dei pazienti e «predire» quali sono i cibi che possiamo ingerire liberamente e quelli che sono dannosi, quali sono le malattie che potremmo contrarre e quindi curarci prima di ammalarci. Il gabinetto farà un check-up completo: analizzerà le urine e misurerà frequenza cardiaca e pressione. Le informazioni elaborate dal WC laboratorio verranno inviate in tempo reale a un microchip nel cellulare e al computer che contengono tutti i dati sul nostro stato di salute. Lo specchio del bagno ci vedrà, ci riconoscerà e proietterà il nostro programma preferito. Se si nota il manifesto del film che si vuole vedere al ritorno di lavoro, lo si inquadrerà e si scatterà una foto. Sul display arriverà il trailer e l’elenco dei cinema che lo proiettano. Un clic e i biglietti saranno acquistati. Il costo verrà scalato sulla carta di credito collegata alla sim del cellulare.

Torniamo al presente. Sono andato per la prima volta in visita da un medico di famiglia degli Stati Uniti. Mi ha chiesto di tutto, o per lo meno era già organizzata sulle domande da fare: dalla storia delle malattie in famiglia fino all’attività sessuale o alle probabili allergie, se dormo bene, se faccio sport, se fumo, se bevo troppo, se ho sete durante la notte, dalle vaccinazioni alla quantità di donne con cui faccio sesso (davanti a mia moglie), se ho subìto operazioni chirurgiche, se ho fatto uso di droghe, mi ha chiesto anche cosa mangio di solito. Una lista lunghissima per questo post. Mi ha pure detto che negli Stati Uniti anche l’acqua ha calorie. Scherzava, ma almeno ha fatto le veci della dietista.

Tutte cose che il medico di famiglia in Italia ti chiede solo se veramente vai da lui preoccupato per un problema, che so, di stitichezza. E passi una mattina intera a fare la coda allo studio medico.

Dopo dunque che la sua assistente mi ha pure pesato e misurato l’altezza, mi ha prenotato per un controllo del sangue generico. Andrò comunque a fare le analisi senza appuntamento, dall’ufficio sanno già in un elenco che devo andarci. E i risultati delle analisi li avrò via email.

Il futuro spesso comincia dalle piccole cose, evitando le code.

Quanto tempo ho trascorso allo studio medico (presso l’ospedale) a Boston? 1 ora.

Ah dimenticavo! Come ho scelto il mio dottore? Da un suo videocurriculum su YouTube.

…ovvero LE VENDETTE DEI PRESTITI NELLA BABELE DI OGGI

La gang oramai rischia di diventare una holding per come la connection si è evoluta negli anni, ora si riuniscono in convention. Chi è cresciuto per la strada, si ritrova paradossalmente a lavorare nelle corporation, oramai tutti sintonizzati su una deregulation, anche se l’escalation della crisi colpisce anche la leadership. E per giunta alla reception quando arrivi nei loro Hotel avranno sicuramente una starlet come hostess anche se con una clip in testa. L’importante è che non ci sia nessuna vamp, sennò sai le gag!

No, lo so, vi sembra ridic (ridicolous) ma oramai sembra tutto una liason tra prestiti e crediti tra varie lingue. Non è solo l’italiano che ha bisogno di un make-up in una beauty-farm. Ce ne sono tante, come monitorare, scannerizzare, switchare. Il marketing è il nuovo colonizzatore. Ma anche l’inglese ha prestiti dall’italiano (soprattutto dal linguaggio musicale e culinario) o dal francese (culinario). O direttamente dal latino.

Il rischio dei prestiti è la storpiatura: in un futuro Curry si scriverà “cherry” per l’impossibilità italiana di avere le vocali a doppio suono e di pronunciarla correttamente “cürry” con la æ-ů? Di sicuro per come gli americani pronunciano “ghnocchi” (gnocchi) o “bruscieda” (bruschetta), a me sembra la loro vendetta tardiva anche nei confronti di come gli italiani oramai usano “bistecca” presa in prestito dal “beef-steack”(parola oramai italianizzata, il cui destino riserva anche a “curry”?). E arancia anche per quest’ultimo motivo (presa in prestito dall’arabo e regalata agli anglosassoni) è diventata orange. Ogni buono tentativo di far capire alla gente come si pronuncia una cosa, è inutile. Come in questo link famoso, o nel video umoristico qui sotto di un famoso film satirico sulle manie linguistiche di Nanni Moretti.

Discorso diverso dal suono e la fonetica, ce l’ha la lessicologia. Negli Stati Uniti, patria delle semplificazioni ci si diverte però ad ascoltare abbreviazioni che permettono di starsene comodi sul divano a bere una birra senza dover per forza fare qualche sforzo per pronunciare desinenze. Gas sta per Gasolina, chimp per chimpanzee, deli, e non delicatessen. È dura saltare un giorno senza abbreviazioni. Puoi scegliere un fan club (per fanatico), suonare il (violin)cello o il piano (forte). Non importa quanto buono sia il tuo intel o quanto elastico la tua recon, non sei sicuro se le tue info siano legit, le quali potrebbero influenzare il tuo cred e la tua rep (reputation). Rischi di rimanerci secco se non stai attento, potresti prendere un flu (per influenza).

I parlanti inglese tagliano parole nella loro radice sillabica sin dal 1500: gent, per gentlemen, coz (per cousin). Ad invece di advertisement, cell al posto di cellular phone. Sup è una nuova brillante versione di Super, gorge e brill è più enfatica di gorgeous e brilliant. Qualche volta dece è meglio che decent, “it’s Ok” non è tanto Ok ma “così così”. Il lab perdere l’oratory; rep, salta –etition, alli si mangia –gator, (coccodrillo); eart perde il –quake (il terremoto fa rompere anche le parole). È una questione di pron (pronunciations) and etys (etymologies). E se snob è sine nobilitate, mob è mobile vulgus.

Voi avete altri esempi?

Al prossimo siparietto!

IL KITSCH DEL TREND NEGATIVO … E DELLE FRASI FATTE COME “ALLE PRIME ARMI” A VOLTE FA VENIRE “FITTE AL CUORE” COME A LUI

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Un crotonese… pecorino a New York

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CINGUETTÌO D’IDEE

Per contattarmi sul Libro delle Facce

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

settembre: 2017
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Mappamondo

NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

DA DOVE MI HANNO CERCATO

Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.