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Cosa preferiamo? Essere addormentati dalla televisione e da un Grande Fratello strisciante? (Come auspica il bravo recensore pericoloso riguardo al romando 1984 di George Orwell) E quindi sappiamo di vivere in un deviante sistema che Pasolini aveva previsto come “fascismo televisivo” e non vogliamo crederci? Oppure preferiamo la schiettezza di chi dice pane al pane e vino alvino… e sa che almeno quel sonno possa essere quello autentico delle camomille fatte a mano?

A voi la similitudine!

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Parlare delle germe di grano o del pomodoro pelato è come ritornare bambini. No, non sono impazzito. Succede anche al critico Anton nel cartone animato Ratatouille. E’ successo anche a me.

Vai a Taste, il festival dell’alta gastronomia a Firenze, e ritrovi il sapore del pane intinto nel sugo che tua mamma ti dava appena tornato da scuola. O le germe di grano che ricordano il profumo della farina di grano duro che tua madre usava la domenica per fare la pasta fatta in casa.

Il problema oggi è l’industrializzazione di certi prodotti che ha creato la loro omologazione. Casa Barone, Paolo Petrilli con LaMotticella e la giovane Saveria Pozzuto di Masseria Dauna per il pomodoro, nonché il pastificio Morelli con le germe di grano ci stanno provando a rendere ancora più netta la differenza tra il sapore comune e quello unico. Ci sono riusciti con la caparbietà, l’umiltà e la competenza.

Tutti buoni gli aceti balsamici, i prosciutti, le birre, meno il servizio clienti inesistente di alcuni: ma trattasi di un solo caso di un anziano del periodo Avanti Web, per fortuna, e che crede ancora che deve essere il cliente ad andare in negozio e non il contrario, e della recidiva Schooner di Empoli azienda produttrice di baccalà e pesce insaccato, imbambolati nel servire quasi ad evitare il cliente) – Si veda il commento in questo post nei blog del critico Romanelli e del sommelier Andrea Gori –

Ottima idea dunque dell’Antico Pastificio Morelli di San Romano (Pisa) per aver dato un inconfondibile sapore in grado anche di sprigionare nell’acqua il colore verde del grano fresco (buono per il mercato americano, fatto per stupire!). La semplicità è una delle qualità più apprezzate dell’Italia (ahimé solo quella del cibo). I pomodori pelati delle aziende succitate ne danno un esempio: la competizione nel campo del gusto è così facile per noi italiani che eccellere a volte è un gioco troppo facile. Ma questo, solo i più bravi lo capiscono.

Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

Parolacce, scurrilità, indecenze. Siamo abituati in televisione, in Parlamento, negli stadi. Una volta però c’era una separazione tra quelle private dette in famiglia o a scuola e la sfera pubblica mediatica: c’era un contesto adatto in cui certi termini o argomenti erano tollerati o banditi. La nascita delle tv commerciali ha minato quella barriera che separava quei luoghi. Perché la tv privata aveva nel Dna la propensione a spettacolarizzare l’intimità, dei cittadini come dei politici. Solo in Italia, per aumentare l’audience e la pubblicità bisognava farsi notare, contro la puritana Rai di allora. Questo mentre in U.S.A. non puoi ancora dire parolacce in tv, c’è un limite invece alla corsa a stupire: così si evitano appunto concorrenze sleali, dato che la parolaccia farebbe crescere i dati di ascolto. Ma se negli Stati Uniti, il paese del liberalismo per eccellenza, le Tv sono licenziose però solo in bestemmie -perché non è la religione che lì detta legge- da noi c’è ancora una moralistica distinzione: un premier cattolico può imprecare, ma in Tv ai personaggi dei reality show è permesso tutto eccetto che le bestemmie.

Un po’ di storia. Il 25 ottobre 1976, allo scrittore Cesare Zavattini scappò “cazzo” in diretta radiofonica: fu la prima parolaccia pronunciata in Rai. Provocò uno shock spropositato. Lui per rafforzare un concetto, gli scappò ma con la z emiliana, sibilante, a nessuno parve offensivo. La Rai, stranamente, si comportò con eleganza anche perché non era preparata. Deflagrante fu la bestemmia dell’attore Leopoldo Mastelloni in un’intervista nel 1984. Gli costò la carriera tv. Dagli anni 2000 c’è un’impennata: indecenze sulle reti nazionali ricorrono ogni 15 minuti, ore notturne e fasce protette.

E se l’attuale premier davanti alla platea della CONFCOMMERCIO, prima del voto del 2006, diede dei “coglioni” a coloro che avrebbero votato Prodi, Gianfranco Funari fu l’anticipatore di una rivoluzione triviale nella tv di fine anni 80. Il funarismo prevedeva amene scurrilità da bar dello sport (cazzo, vaffa…, lo metto in cu…, con interessante autocensura). Di rompicoglioni e di brutta troia e molto altro è fatto il repertorio di Vittorio Sgarbi che YouTube sarebbe in grado di ricostruirne una perizia. Momenti memorabili quando il critico d’arte insultò il Trio Medusa delle Iene dando loro dei “culattoni raccomandati”. O come anche quando si scagliò contro Marco Travaglio: “Non sputtanare l’Italia, stai dicendo stronzate. Siamo un grande Paese con un pezzo di merda come te”. O, sempre l’ex sottosegretario ai Beni Culturali al Ministro Bondi: “Io lo mando a cagare Benigni se dice di me quello che ha detto di te”. La vetta Sgarbi la tocca quando in un reality Show ha un battibecco con Alessandra Mussolini: tutto contornato da “merdaccia” e “stronza troia”, e la rissa è l’emblema del trash. Senza contare gli schiaffi ricevuti da D’Agostino, i litigi con lo scrittore Busi, con il giornalista Cecchi Paone; le provocazioni dell’irascibile critico d’arte sono oramai il sale di YouTube: non a caso mi sono invece limitato a postare, in calce a questo post, un bell’esempio di pubblicità oltreoceano dove si paragona il servizio italiano a quello argentino. Naturalmente il video parla di un ristorante che si vanta di poter fare meglio in fatto di maleducazione.

Ma per tornare alla televisione italiana, si potrebbero scrivere pagine e pagine di insulti: da “meglio fascista che frocio” a “ti stacco la testa, stronzo, ti uccido”. Al recente Ministro Brunetta che se la prendeva con le elites definite di “merda”, augurate di andare “a morire ammazzate”.

Oltremanica hanno coniato una regola: «CHI NON SI ADEGUA EVITANDO VOLGARITA’, NON LAVORERA’ ANCORA A LUNGO PER LA BBC».

Soluzione da fair play britannico: Perché non proponiamo una legge o un regolamento aziendale RAI o una semplice regola che possa essere inserita nel contratto di servizio tra Rai e Governo? Una norma dunque che impedisca di re-invitare in Tv personaggi i quali fanno il loro vanto di volgarità a colpi di audience! Non sono un puritano o un moralista, anzi. Ne andrebbe del gioco leale sulla concorrenza commerciale anche tra reti private, così da misurare la tv sui contenuti e non sul gioco a catturare l’emozione del pubblico solo per far crescere l’ascolto: altrimenti a misurarsi  è solo il trash; ne va della nostra intelligenza, prima ancora dell’educazione che le nostre case possano ricevere dal vecchio e oramai volgare tubo catodico.

 

Finalmente la pioggia è finita. Detta così sembra l’incipit di un tema da scuola elementare. Ma così dev’essere. Abbiamo dimenticato le cose semplici, le frasi tipo “vorrei ascoltare Modugno perché sembra che non dica niente ma c’è tutto”. Insomma, è arrivato il sole di primavera. Pare che la nube del vulcano islandese si sospetta fosse stata la causa di nuove tempeste. Non ne potevamo più. Avevamo bisogno di dimenticare i nostri debiti. Chi è che non ha debiti? Nei paesi musulmani è un reato farsi dei debiti. Noi occidentali invece li quotiamo in borsa. Il mio debito però è la pancia. Oltre che le multe e i prestiti per viaggi studio. Non riesco a smaltirla, e dò la colpa al poco tempo per gli esercizi addominali. Non è che sia un fanatico dell’estetica. Ma del mangiare bene sì. Si è gonfi, i vestiti non entrano più con l’età: come l’Italia che dopo 150 anni ha bisogno di vestiti nuovi. C’è che bisogna vedere le cose da ogni lato. Siamo come ci vediamo? Oddio, non cominciamo con Pirandello! Bisogna essere più semplici, come quella pubblicità di una nota marca di bevande che faceva dire ad una bambina “tutti parlano della crisi, ma io bevo… e mangio pane e salame, quando vado dalla nonna mi piace tanto la pasta col sugo”. Ecco, di sicuro lei non pensava ai debiti. L’Italia, nonostante gli italiani paghino poche tasse (non che ce ne siano poche, ma le evadono), ha un debito: quello che quando tutto va male, tutto si complica. Mi spiego: c’è la crisi? Un problema tira l’altro. Il turismo crolla per i pochi viaggi? Eccoti la nube islandese che ferma gli aeroporti. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, anche con i debiti. E’ un modo facile per dimenticarli e rinviarli. Come il sole che tardava ad arrivare in questa primavera. Per fortuna vivo in un paese che fa del suo fine settimana al mare il suo sport atavico. Al mare si dimentica l’infermiera morta per protestare per il mancato pagamento dello stipendio o quella degli operatori di un call center frustati. Notizie così. Però la nostra penisola ha spiagge assolate piene di umanità felice e spensierata. Tra i tanti interrogativi che ci poniamo sulle sorti del futuro italiano, pare che quello su come rimandarlo il più a lungo possibile, e quello su come affrontarlo in spiaggia, vadano per la maggiore.

La mattina, quando mi sveglio, di solito tanto per cominciare mi faccio un’oretta di sonno almeno fino alle 9. E’ per questo che forse sto bene in salute. Tranne che da un po’ di tempo ho sempre sete di notte. Sarà un principio di diabete o di ipertensione? Consigli su internet ce ne sono tanti e tutti molto comici: lavarsi i denti, bere molto, fare movimento, mangiare meno salato… cose così insomma, tipo come dire “se non fosse morto sarebbe ancora in vita“. Tant’è che mi sono deciso a prenotarmi gli esami del sangue e chiedere al medico: il che passeranno almeno due settimane, tra visita dal medico curante, richiesta prenotazione e rinnovo della tessera sanitaria presso un ufficio dell’azienda sanitaria. Il cui ufficio è aperto solo martedì giovedì e venerdì dalle 8 alle 12, che volete!? Anche loro hanno diritto almeno il lunedì ad alzarsi tardi come me e iniziare la settimana con almeno un’oretta di sonno in più. La mattina è bella insomma da viverla, perché porta salute. Anche quando aspetti una posta raccomandata che ti dia una buona notizia: oggi, infatti, a concludere la settimana lavorativa (mi scusino i disoccupati precari come me per la bestemmia “lavorativa”), il campanello ha suonato due volte. Chi era secondo voi? Il mio vicino che rompe perché gli penetra l’acqua nel suo magazzino dal mio cortile? No, se suona due volte sarà il postino. Vai! Sarà una buona notizia che aspetto da un concorso, si vinceranno dei soldi. E invece era una raccomandata di una vecchia rateizzazione Equitalia per multe non pagate 10 anni fa. 800 euro in 7 comode rate. Era meglio tornare a letto e farsi un’ora di sonno in più.

Devo passare all’azione per non cadere in depressione. Mi riguardo tutte le interviste rilasciate da Brunetta, il ministro anti-fannulloni della Pubblica Amministrazione, ai giovani precari in TV. Sono spassose, non so se le avete mai viste: consiglia loro ogni volta di fare gavetta come ha fatto lui, sorridendo, e di andar via di casa presto (anche se a 30 anni, lo ha ammesso lui, non sapeva ancora rifarsi il letto); oppure passo a rileggermi la lettera che Celli, Preside della Luiss – Università della Confindustria, ed ex presidente della RAI, scrisse al figlio dal Corriere della Sera (a quanto pare non comunicano in casa): “figlio mio vattene dall’Italia…” , non fare come me, l’Italia è un paese di raccomandati, diceva pressapoco così. Tranne che poi Montezemolo gli ha detto di fare di più il serio.

Non funziona questa terapia.

Poi leggo il comunicato stampa di una mostra “Diario di una bambola” che fa “…attraverso il colto sguardo della fotografa, il dramma dell’esistenza si fa estetico, come trappole di bellezza capaci di risucchiare pensieri d’amore…”. Apro la foto in allegato e vedo un pupazzo immortalato in chiaroscuro. Ci sono! Se rovisto nel mio garage, forse posso concedermi anche un Vernissage esponendo i miei giocattoli da bambino  e intitolare la mostra “Memoria di un gadget Juventino sciatore – drammatica inchiesta sull’alienazione del diverso”, oppure “Confessioni di un fucile regalato alla Befana – icastico reportage sull’insicurezza dell’eroe postmoderno”. Uhm…No, eh?

Mi tuffo poi nella rete dove impazza un video in cui la discografia spiega quanto sia importante la discografia e come la crisi sia da imputare ai fottuti pirati cibernetici. Poi mi chiedo: Cara Discografia! Basta con queste stronzate, muori almeno con dignità! Abbassa la tassa di lusso sui dischi e poi vedi. Non dipende da te? Ma incolpare Internet per la tua agonia è come accusare la corrente elettrica per la scomparsa delle lampade a olio di balena! La tua fine venne predetta 20 anni fa e per giunta accanirsi contro la pirateria è come se il capitano del Titanic, prima di andare giù, avesse esortato “Fanculo, affondiamo. Tutta colpa di quest’acqua di merda”.

L’avevo detto! Era meglio restare a letto a dormire.

Era meglio restare a letto ad ascoltare Lui, il campione dell’ovvietà. I consigli del narcisista televisivo e sessista nonché critico d’arte Vittorio Sgarbi, intervistato da me e da altri sul tema della crisi. La sua soluzione è… “non cambiarsi le mutande!” Intervistato a un salone del Gusto. Il che è tutto un dire!

ASCOLTA 55 SECONDI DI QUESTA PERLA

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.