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Noi italiani, il cibo ce lo sogniamo la notte. Non è un proverbio trito e ritrito, ma vero. È per questo che noi italiani a Boston e dintorni siamo temuti da tutti, critici imperdonabili di ogni nuovo angolo culinario in via di apertura in città.

A dirvi la verità questo post è dedicato a quelli che in Italia mi dicono continuamente “se fossi negli Stati Uniti al tuo posto mi ammazzerei di hamburgers”. Ma molti italiani in visita in vacanza, almeno qui a Boston, dovrebbero sapere che non troveranno nei fast foods la stessa aria che si respira nei films di Hollywood. Di conseguenza, mangiare sempre carne pressata non è da vero gourmet italiano come mamma vuole, guardatevi infatti il documentario FOOD inc. (il trailer in questo link)  e qua invece i primi 10 minuti del film visibili con sottotitoli in italiano… e avrete conati e fiumi di liquidi da riversare nel mondo pari al ciccione de Il Senso della Vita dei Monty Python

Ecco, molti conoscono il cibo americano tramite il cinema, e lo conoscono male. Altri ne vengono a conoscenza tramite le loro vacanze, per cui al ritorno in Italia dovranno raccontare cosa hanno mangiato e puntualmente risponderanno “sono stata da McDonalds e faceva schifo, peggio che in Italia”. Ti credo, ci vanno i barboni! Così la catena dei miti e dei pregiudizi continua e si perpetua come se il cibo in America fosse solo fast food.

Mi perdonino i bambini che stanno leggendo questo post per l’estrema semplicità di quello che sto per scrivere, e se si sentono offesi nella loro dignità di comprendonio: il problema è che gli Stati Uniti sono grandi, e ogni Stato ha una sua cultura a sé in movimento, specialmente riguardo al cibo. Se sei povero, non comprendi il dono del pane fresco o di una coscia di pollo senza ormoni o di una verdura fresca cresciuta nell’orto. Se hai invece una educazione decente, come minimo ti informi sull’origine di ciò che stai mangiando. Differenze vanno fatte se uno vive nel deserto o in aree più urbanizzate.

Memori dunque della difficoltà italiana a trovare i posti giusti per la soddisfazione dei nostri sacri stomaci e facili dunque a distinguere un pelo nella minestra, è arrivato il momento dell’azione.

Saltando per ora i posti italiani autentici, i quali meriterebbero un post a parte ed utile soprattutto per gli espatriati residenti, direi che il consiglio che do agli italiani che si apprestano a venire in vacanza e a nutrirsi dell’inesistente mito del cibo americano è: 1) cosa venite a fare in USA e cercate la pizza o la pasta? 2) l’Hamburger da fast food non esiste, è un’invenzione della CIA per sondare eventuali antiamericanismi in Europa.

Scherzi a parte, ecco i miei preferiti:

Grass Fed http://www.grassfedjp.com/ e sai cosa mangi

Idem per Ten Tables http://www.tentables.net ottime birre e carne naturale senza ormoni

Red Bones http://redbones.com  per gli amanti del barbecue, prenotate o rimarrete fuori tutta la notte

Island Creek Oyster Bar http://islandcreekoysterbar.com  oltre al pesce fresco, un amico turista italiano mi ricordo chiese il triplo del cestino del pane. Ambiente tra il jazz e i vecchi magazzini americani del secolo scorso. Da segnalare i vari assaggi di buone birre artigianali e tutta la gastronomia delle fattorie locali a Brookline (raggiungibile con la linea Verde della Metro) al ristorante LINEAGE e dello stesso gruppo EASTERN STANDARD con meno roba nel menu ma più semplice.

Per la Clam o Fish Chowder, nota zuppa di pesce del New England, alcuni suggeriscono di provare Ned Devine’s  al Faneuil Hall noto luogo votato all’interculturalita del cibo, ma anche Legal See Foods non è affatto male, una catena esistente solo nel Massachusetts, ma anzi un buon compromesso tra buon pesce e prezzo.

Formaggio Kitchen , per gli amanti del formaggio francese e di tutti gli altri tipi; non è un ristorante ma un negozietto che Dio ha mandato in terra per noi formaggiofili.

Menzione al miglior asiatico va a Myers+Chang http://www.myersandchang.com , due chef coppia anche nella vita hanno creato il miglior modo per sfatare lo stereotipo che striscia nelle menti dell’italiano medio ancora impaurito del cibo orientale. Da provare la zuppa di melanzane e basilico… Attenzione, che scotta! Ah, troppo tardi!

Regal Beagle http://www.thebeaglebrookline.com da provare i datteri avvolti nella pancetta (bacon) abbrustolita e ripieni di gorgonzola, abbelliti con sprazzi di crema balsamica. Ottime birre.

Tres Gatos http://tresgatosjp.com I salami vi faranno sentire a casa in Europa, buoni vini.

The Blue Room http://www.theblueroom.net, ogni tanto sperimentano sul Sud d’Italia e sui sud del mondo, e il suo bar sorella (ha tutti gli amari italiani), oltre ai sottaceti (prima scottati in padella) quelli di una volta del buon hamburgeraio WESTBRIDGE nella stessa piazzetta in zona Kendall a Cambridge. Nella stessa piazzetta, da non suggerire l’hamburger di carne scadente (anche se ha delle buone birre) della Cambridge Brewing Co.

Da GIULIA a Cambridge, dopo l’Università di Harvard, si possono trovare i funghi freschi di montagna come le migliori prelibatezze di un buon italiano di lusso.

Henrietta’s Table http://www.henriettastable.com Locale di gusti raffinati e l’influenza francese e lounge si percepisce non solo dalle cremes fraiche

A Rozlindale http://www.reddsinrozzie.com da provare la carne alla brace e la paella. Ottimi vini.

Per chi vuole essere trattato bene http://www.thecapitalgrille.com/locations/boston/main.asp Ambiente elegante per la vera carne di qualità americana

Se invece volete strafarvi di Cheesecake http://www.thecheesecakefactory.com Ho assaggiato anche buone insalate molto ricche. Come molto ma molto ricche sono le porzioni dei dolci. Molto semplice.

Ultimo ma non il meno importante è Strip-T’s http://stripts.com , di giorno più diner americano vecchio stampo (cucina il padre), la sera molto moderno (cucina il figlio) ma i gusti e il modo di cucinare sono paragonati al sapore di casa. Non quella americana dei film, quella degli orti. Hanno un pane che fa invidia all’Europa.

Per i Pub facilmente raggiungibili in centro che servono anche da mangiare, in ordine di preferenza:

Beehive http://www.beehiveboston.com Imperdibili i fiori di zucca con ricotta fatta in casa. Ah, hanno la Peroni. Ma non scherzano nemmeno i concerti dal vivo e le creazioni giornaliere dello chef al banco al bar.

Russell House Tavern http://www.russellhousecambridge.com Vi ubriacherete in modo sano; provate la pizza, anche se non è quella italiana ne merita la diversità.

Ma non finisce qua.

Ci vediamo alla prossima portata. E se volete vedere un film diverso dell’America, di come ve lo siete fatti in mente, eccolo qua.

Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.