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La vicenda della nave della Costa crociere schiantatasi sull’sola del Giglio diventata la tragica metafora di un paese in cui le regole sono sempre relative, e in cui chiunque si arroga il diritto all’eccezione, in cui i responsabili non si prendono nessuna responsabilità, in cui i ruoli di comando diventano occasione di potere, continua a rivivere sotto le spoglie dell’amore per le donne nel film GIANNI E LE DONNE – THE SALT OF LIFE di G.DiGregorio.

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La vicenda della nave (e del suo comandante) è diventata tragica declinazione di gran parte dei mali d’Italia, di gran parte di quei mali che hanno portato l’Italia a un punto di (quasi) non ritorno.
Sono quei gesti inutili, fatti solo di “bella figura” e dettati da quella superficialità, che possono portare un paese, e una nave, verso la catastrofe. È una forma pericolosissima di narcisismo e autocompiacimento che può portare a pensare di poter andare oltre il consentito, oltre il buonsenso solo per il fatto di ricoprire un ruolo di comando. Un conto invece è quando si parla di donne.
È una forma di totale “disprezzo delle regole” che purtroppo è molto più generalizzata di quanto, noi italiani, vogliamo far intendere. I limiti riguardano sempre qualcun altro, la norma è solo per i fessi. Quante volte spacciamo il nostro sciatto anarchismo per estro fantasioso. Per azzardo vitalista. Il Belpaese è ancora quello dove per qualsiasi primo impiego ti fanno test attitudinali. Fessi come pochi, spesso banali e fuorvianti, ma si fanno. Ma un test attitudinale ai certi comandanti non lo hanno fatto.
“Vada a bordo, cazzo” andava detto a tutta la filiera di gestione del personale della Costa Crociera, ma andrebbe detto pure a molti di quegli italiani che giocano a fare i “giusti” con lo “sbagliato” Schettino. A quelli che venderebbero la nonna pur di fare la smargiassata, a Roma li chiamano sboroni.
Andrebbe detto a quelli che proprio come Schettino hanno fatto carriera basandosi sulla faccia tosta, sulla spavalderia, e adesso hanno dimenticato e si reputano i figli della meritocrazia. A tutti quei dirigenti (troppi ne conosciamo) che non prendono mai una decisione una se non quella di non prenderne, che vivono parandosi il didietro, e che contestualmente fan fallire aziende e schiantano ministeri. A tutti quelli che tirano la pietra … e nascondono la mano. A quelli per i quali l’illegalità è una gran figata (come il sindaco dell’isola), ma solo fino a quando non ci scappa il morto. A quelli che per anni hanno accettato, voluto e votato una classe dirigente forgiata sull’infingardaggine e il menefreghismo … e adesso si indignano per l’infingardaggine ed il menefreghismo (presunti) di Schettino. Agli italiani che sono rapidissimi nel giudizio inappellabile, per poi andare in trattoria parcheggiando in divieto.
E poi di fronte ai tragici effetti dei nostri errori scappiamo, facciamo finta di niente, come se la colpa fosse sempre di qualcun altro, di chi “non ha inserito quello scoglio sulle mappe di navigazione”. Scendiamo a terra come se nulla fosse, lasciando la nave a qualche “eroe per caso”. Ecco come va in onda l’arte della scusa anche di fronte all’evidenza. Diciamo bugie, a noi stessi e al mondo. Purtroppo è l’Italia delle compagnie di navigazione e dei sindaci che, naturalmente, non ne sapevano nulla. L’Italia, insomma, che sbatte i mostri in prima pagina e archivia così etica e morale. L’Italia di tutti i giorni.

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Far risultare l’Italia, con l’immagine appena descritta, sembra lo sport di cattivi patrioti. Non mi sembra invece sbagliato il volere migliorarla anche raccontandola oltreoceano, per me che tra l’altro guido i turisti italiani in visita a Boston alla scoperta della storia americana. Questa traduzione va invece agli amici stranieri.

The image of Italy, already dragging in the mud, has been pulled down even further by the Costa Concordia shipwreck and by Costa Allegra. This image continues to live in disguise in the movie by Gianni Di Gregorio named The Salt of Life about women and an old man.

What emerged from that tragedy was a gaping need to fill: the inability to choose the best of Italians workers to put in positions of responsibility, the failure of their –our- system to choose and advance the best that go on to become leaders. This is not to rage against Commander Francesco Schettino, a man whose levity has assumed the dimensions of a mountain, but whoever takes on the responsibility of four thousand lives at sea assumes the role of intermediary between those four thousand people, the crew and God.

That person should be chosen precisely because he doesn’t lie like a child who has been caught out and he doesn’t give in immediately to panic or fear at the moment in which he must coordinate the abandonment of the ship, and this applies also to the officials under his command.

What foreigners find disturbing about us is Italian ‘simpatico’ unreliability and approximation in words and substance, especially when in a non-mortal situation when we tend to seek pardon with a smile. Why did the ship sail so close to Giglioand into its shallow waters? Because her captain, Mr Schettino, wished to please an old chief steward  whose family lives on the island. He proposed an inchino (a sail-past, literally a “bow” or “curtsey”): the huge cruiser – carrying more than 4,000 passengers and crew – would show up and show off with lights glittering and sirens sounding. Once again, an Italian fell into the trap of “la bella figura” – this time, with tragic consequences. La bella figura, the beautiful figure: only in Italian does there exist an expression like this. It means making “a good impression”, in an aesthetic sense. Too often, both in public and private, we confuse what is beautiful with what is good; aesthetic appreciation sweeps ethics aside. Leo Longanesi – a perceptive Italian columnist, our H.L. Mencken – once wrote: “Gli italiani preferiscono l’inaugurazione alla manutenzione”- Italians prefer openings to maintenance. There is a lot of truth in this. It’s not a verdict, but a warning.  Cowardice was a theme in many great films of Italy’s neorealist tradition. Also in economy: It’s also the fact, for example, that one English ebayer trader declared they would not sell anymore to Italy because “for every ten packages sent seven went missing”. It’s the fact that effective merit is an optional in career advancement, which is more influenced by external or foreign factors that have nothing to do with skill. Many things put together, large and small, make up the character of a people.
Italy won’t change from one day to the next because of a shipwreck, but we can stop for a moment and begin to put substance in our words, in all sectors. This is perhaps the first step necessary to give credibility back to Italy.

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Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

Finalmente la pioggia è finita. Detta così sembra l’incipit di un tema da scuola elementare. Ma così dev’essere. Abbiamo dimenticato le cose semplici, le frasi tipo “vorrei ascoltare Modugno perché sembra che non dica niente ma c’è tutto”. Insomma, è arrivato il sole di primavera. Pare che la nube del vulcano islandese si sospetta fosse stata la causa di nuove tempeste. Non ne potevamo più. Avevamo bisogno di dimenticare i nostri debiti. Chi è che non ha debiti? Nei paesi musulmani è un reato farsi dei debiti. Noi occidentali invece li quotiamo in borsa. Il mio debito però è la pancia. Oltre che le multe e i prestiti per viaggi studio. Non riesco a smaltirla, e dò la colpa al poco tempo per gli esercizi addominali. Non è che sia un fanatico dell’estetica. Ma del mangiare bene sì. Si è gonfi, i vestiti non entrano più con l’età: come l’Italia che dopo 150 anni ha bisogno di vestiti nuovi. C’è che bisogna vedere le cose da ogni lato. Siamo come ci vediamo? Oddio, non cominciamo con Pirandello! Bisogna essere più semplici, come quella pubblicità di una nota marca di bevande che faceva dire ad una bambina “tutti parlano della crisi, ma io bevo… e mangio pane e salame, quando vado dalla nonna mi piace tanto la pasta col sugo”. Ecco, di sicuro lei non pensava ai debiti. L’Italia, nonostante gli italiani paghino poche tasse (non che ce ne siano poche, ma le evadono), ha un debito: quello che quando tutto va male, tutto si complica. Mi spiego: c’è la crisi? Un problema tira l’altro. Il turismo crolla per i pochi viaggi? Eccoti la nube islandese che ferma gli aeroporti. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, anche con i debiti. E’ un modo facile per dimenticarli e rinviarli. Come il sole che tardava ad arrivare in questa primavera. Per fortuna vivo in un paese che fa del suo fine settimana al mare il suo sport atavico. Al mare si dimentica l’infermiera morta per protestare per il mancato pagamento dello stipendio o quella degli operatori di un call center frustati. Notizie così. Però la nostra penisola ha spiagge assolate piene di umanità felice e spensierata. Tra i tanti interrogativi che ci poniamo sulle sorti del futuro italiano, pare che quello su come rimandarlo il più a lungo possibile, e quello su come affrontarlo in spiaggia, vadano per la maggiore.

Ho trovato la risposta a molte cose. Sembra ovvio ma non e’.

Perche’ gli americani ci prendono in giro sul colpo di frusta e gli spifferi che fanno male o il cambio repentino di temperatura che sbalza la pressione?

La risposta qui.

http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080805022319AAGDfrp

Le punizioni corporali sui figli a scopo educativo sono un reato dal 2007. Da noi non ce n’è bisogno ma nell’arcipelago del Pacifico si. Il 21 agosto, circa un mese fa, la Nuova Zelanda è andata alle urne per un referendum che riabilitasse la sberla formativa. Lo scapaccione come elemento di un buon sistema di correzione da parte dei genitori dovrebbe essere un crimine? Negli anni 80, qui come in Inghilterra e in Australia, poteva accadere che un insegnante, poi addirittura diventato ministro dell’Istruzione, ficcasse una palla da tennis nella bocca degli allievi “a scopo educativo”.
Non sapevo che in Italia ci fosse un Regio Decreto che vietasse le bacchettate in classe (confermato da una sentenza del 1996). Io le ho ricevute. Forse per questo sono pessimista sul mondo del lavoro?

Ma quello che mi chiedo è anche un’altra cosa. PERCHE’ NON SI RIESCE A SAPERE I RISULTATI DEL REFERENDUM SU NESSUN AGENZIA DI STAMPA IN UN PAESE, COME L’ITALIA, PER QUANTO “LIBERO” A DIRE DI ALCUNI? Forse perche’ vogliamo essere ancora il belpaese delle veline viziate sin da bambine?

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.