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Doc Brown: “Dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Usa nel 1985?”

Marty McFly: “Ronald Reagan”

Giovane Emmett Brown: “Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady…e John Wayne il ministro della Guerra”.

E come potevamo noi cantare, diceva una poesia di Quasimodo. E come potevamo noi bloggers scrivere nella bufera di neve bostoniana  ← qui le foto – mandataci dalla natura per farci infornare biscotti, ed anche per farci spalare montagne di ghiaccio fuori dalle nostre residenze prima di andare a lavoro lenti come formiche. A Boston è stato un lungo inverno che ha fatto fatica a sciogliersi. ← qui un bel video  –

C’è chi come Roberto Saviano che ha detto che se nasci a Napoli, c’è una parte di te che ti impedisce di sopportare il gelo. ← Meno quindici gradi ti bloccano anche la possibilità di respirare. Il freddo vissuto nel suo viaggio newyorkese lui lo ha sopportato, che quel gelo lo ha addestrato, dice, come il metallo che rovente si tempra solo se immerso in acqua gelida. “Ma non serve e continuo a puzzarmi di freddo.”

Non sono d’accordo. Se sei nato anche nel profondo Sud dell’Italia, come me, puoi amare ogni tipo di graffio, di scorza dura, di rabbia, di amore per la terra che calpesti. Appunto, sei addestrato.

Eppure io credo che ogni inverno vada vissuto come un guscio da conservare e da grattare, un guscio che ci potrà servire a comando, a richiesta, quando scoleremo quel piatto di spaghetti allo scoglio una volta entrato in casa il primo raggio di sole ai primi sbocchi di primavera. Uno sbocco come un viatico. Un guscio fatto di calore, di mare lontano (noi italiani all’estero a Boston abbiamo gli oceani freschi a meno che non imbocchiamo la 95 per dirigerci a Miami, Florida), di ruggine, di pelle morta, di sensualità repellente. Un viatico come una stazione della Via Crucis. Una fermata.

Riprendo a scrivere le mie lettere da Boston, riprendo bloccato non solo dalla neve, mi sveglio a raccontare i sipari, i colori, la gente, i racconti tradotti. E riprendo raccontando un amore imperfetto, ← come il raccontino a flusso di coscienza a firma di Silvia Avallone.

Un amore bloccato dalla nebbia negli occhi: come potevamo noi vedere la città in cui lavoriamo con gli occhi della foschia, con gli occhi sommersi, i fiori sepolti, i bulbi dormienti?

Faccio un passo indietro. Oppure nel futuro. Chi l’avrebbe mai detto (come nel dialogo all’ inizio, tratto dal film Ritorno al Futuro di R. Zemeckis) che avremmo avuto un presidente degli Stati Uniti nero, o addirittura donna, e che in Italia, nazione gerontocratica, avrebbe potuto vincere in politica uno nato negli anni 70 già così presto? Questo perché quando non riusciamo ad avere visioni nel futuro delle stagioni, ci blocchiamo, ci arrestiamo, e ne soffriamo di quel conflitto. Così imperfetto. Non riusciamo a distinguere.

Quando si è adolescenti si vuole fare incetta di sguardi, durante le passeggiate sul corso del paese, a prendere in giro le vecchie zitelle. Chi glielo dice a quell’adolescente che ci passerà anche lui da quella panchina? Lui non lo sa, non è cosciente. Non immagina il futuro. L’amore è altra cosa.

L’amore è lotta e conquista…

L’amore raccontato è immortale, ma la vita è mortale eccome.

L’amore, per come lo vedo adesso, -dice la Avallone- è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo. Non è crudele, non dura una sola stagione, non si esibisce e non si trucca. L’amore è esattamente, nel tuo volto preciso, nei tuoi modi imperfetti di fare.

Un modo imperfetto di amare è anche quel gelo che sembra toccarci, stringerci nella morsa, ma in realtà siamo noi che non lottiamo, che non curiosiamo. E se lo facciamo, non riuscimo a capire perché lo facciamo.

È una ricerca affamata, uno sfiorare senza mai afferrare… come un amore fatto di litigi.

Luciano De Crescenzo ←  aveva una bella tesi sull’erotismo, sulla vista e sul tatto.

… i “male pensiere” (e con essi il testosterone) sono direttamente proporzionali alle difficoltà che s’incontrano nel convincere l’altro sesso. L’erotismo, in altre parole, sarebbe una molla che scatta solo se qualcuno, in precedenza, ha provveduto a comprimerla.
Dicevano i futuristi: “Perché solo la Vista e l’Udito debbono godere dell’arte? E il Tatto? Che vi ha fatto di male il Tatto per privarlo dei piaceri estetici?”. E s’inventarono le mostre tattili, ovvero rassegne di opere che si potevano solo toccare. Il visitatore immergeva la mano in uno scatolone di legno ed entrava in contatto con il capolavoro. Fuori il titolo (L’Eternità, L’Invidia, L’Infinito) e dentro l’opera (uno strato d’ovatta, una spazzola, una pezza bagnata). Una delle opere era intitolata Erotismo, e fu grazie a essa che riuscii, finalmente, a capire il mistero del sesso. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga all’incirca quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito, facendo attenzione, però, perché in uno dei buchi è nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, proseguii, con cautela, a esplorare tutti gli altri pertugi. Più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii il messaggio dell’artista.
L’erotismo è una stanza buia dove si entra con molta curiosità e con un pizzico di paura, è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla, è la continua ricerca del limite. Se invece accendiamo la luce, sparisce tutto il piacere e con esso anche l’erotismo.

L’amore è soprattutto quella cosa che ti capita quando stai facendo qualcos’altro e non te ne eri accorto. È quello che voglio fare nei miei viaggi bostoniani, schiarire quella nebbia, toccarla per evitare di finire stecchiti dalla corrente della macchina del tempo.

Ecco perché voglio continuare ad amare questa città.

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
as clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
and dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away

From Latin innovare, in- “into” and -novare “make new” one could think about innovation as something extremely dynamic and flexible as it can be easily used for material as well as social sciences.

For example, the concept of “neural network” traditionally used to refer to a network of biological neurons connected through axons can be applied to a more recent and innovative concept of “social networks” (Facebook, Twitter), which now connects people through the internet.

Piero Ricchiuto, PhD

 

Domenica 15 settembre 2013, tra le 10.30 e le 2 del pomeriggio, oliate le catene e pompate le gomme delle biciclette, un gruppo di italiani – riunitisi tramite i social media sotto un gruppo col nome “Italiani a Boston-Un gruppo alternativo”, formatosi con la leadership di Piero Ricchiuto – ha fatto da pioniere documentando il primo bike-tour delle innovazioni di Boston. Ispirato dal giornalista economico Scott Kirsner del Boston Globe in questo articolo http://www.bostonglobe.com/business/2013/07/06/freedom-trail-for-innovators/epyzvqTw2RXIT43KQTHudL/story.html e da me reinterpretato nelle mappe e nella ricerca di storie dietro ogni tappa, il tour ha previsto una biciclettata di circa 6 miglia attraverso punti di interesse scientifico, tecnologico e storico di Cambridge e Boston.

Ognuna della 10 tappe, tra cui Harvard, M.I.T., M.G.H., è stata narrata brevemente anche da qualcuno dei partecipanti, coinvolti ad aggiungere curiosità, commenti o semplici “rumors” da condividere con tutti. Come testimonia questo mini-episodio su Spreaker con le loro voci. Un ringraziamento per l’organizzazione va anche allo speciale Alessandro Mora.

Il tour con partenza Cambridge – Harvard square, si è concluso con un pic-nic ai Public Garden.

Siamo partiti dal Museo del M.I.T. (Massachusetts Institute of Tecnology) dove sono esposti esempi di robot espressivi o la collezione mondiale più grande di ologrammi. Alla destra del museo vi è il Tech Model Railroad Club, uno dei più vecchi club del MIT. Si è diffuso proprio qui il significato originale della parola “hacher”, da noi definito il pirata informatico o smanettone, ma letteralmente è “qualcuno che si applica con ingenuità creando risultati intelligenti” così come la nozione di cultura hacker. L’essenza del hack è qualcosa che viene fatto velocemente e spesso in modo inelegante.

Al 250 di Mass.Ave, siamo passati da uno dei migliori esempi di riuso architettonico: dove una volta c’era la fabbrica di caramelle NECCO ora è sede della Novartis, istituto farmaceutico e per la ricerca biomedica. Costruito secondo la forma di un Wafer, da notare sono i comignoli o gli ascensori di vetro simili a quelli della fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.

Dentro la Stata Center, al 32 Vassar st, nel campus del MIT, hanno sede laboratori importanti di scienza computeristica, intelligenza artificiale e robotica. Tim Berners-Lee, il creatore del World Wide Web, lavora proprio qui, oltre al famoso linguista Noam Chomsky. L’edificio fu disegnato dal pluri premiato architetto Frank Gehry. L’editorialista esperto di architettura del Boston Globe, Robert Campbell, ne scrisse una critica molto raggiante all’epoca dell’inaugurazione: “Lo Stata Center appare come un edificio quasi non terminato, quasi stia per collassare, dalle colonne pendenti agli angoli paurosi, dai muri vacillanti che collidono a caso con curve e spigoli. I materiali cambiano da ovunque lo si guarda: mattone, superficie d’acciaio a specchio, alluminio lucidato, dal colore chiaro al metallo corrugato. Ognicosa sembra improvvisata, come se fosse tirata su all’ultimo momento: ma è proprio questo il punto, il suo aspetto è la metafora della libertà, dell’osare e della creatività della ricerca che si suppone si produca all’interno dell’edificio Proprio davanti al Marriott Hotel, sul marciapiede della passeggiata della celebrità, vi sono scolpiti nomi che hanno fatto la storia delle invenzioni come Steve Jobs, Thomas Edison, o di Bill Gates, uno dei finanziatori proprio dello Stata Center disegnato da Gehry, nonché studente di Harvard dove per primo insieme ad Allen inventarono Microsoft. Italiani al MIT

Al 500 di Main st. in Cambridge, il Koch Institute for integrative Cancer Research del MIT lavora su nuovi approcci di cura del cancro come le “smart bombs” in nanoscala adatte a distruggere i tumori con minor effetti. Di fronte, al 7 Cambridge Center, il DNAtrium al Broad Institute offre mostre gratuite e interattive sull’eplorazione della biologia umana.

Al 1 Broadway e al 101 Main St. Cambridge, i due edifici che danno inizio appunto all’appena citato Cambridge Innovation Center sono casa della collezione più densa di aziende start-up e di venture capital che non ha eguali nel pianeta. Il centro, fondato nel 1999, fa da quartier generale anche alla prima sede del Massachusetts di giganti tecnologici come Google e Amazon.  Kendall Sq, di fronte l’edificio della Microsoft  (la quale ospita spesso conferenze ed eventi di networking, molti dei quali ad accesso gratuito) è la zona dove un tempo era tutta una palude salmastra lungo il fiume Charles. Man mano che fu bonificata con la terra, sorsero aziende manufatturiere di corde, pompe idrauliche, copertoni per le biciclette, saponi e alcol. Ora il National Register of Historic places lo ha inserito tra i progetti urbani più importanti per il suo apporto nel 19esimo secolo all’architettura industriale.

EarthSphere at Kendall Sq

In Kendall Sq. vi è una scultura di Joe Davis chiamata Earth Sphere, un punto di riferimento geografico sotto forma di scultura di sorgente acquea. Joe Davis è un ricercatore affiliato al Dipartimento di Biologia del MIT e all’ Harvard Medical School. Lo studio delle sue ricerche e la sua arte vertono nel campo della biologia molecolare, la bioinformatica, le forze centrifughe, le protesi, i campi magnetici e i materiali genetici.

Tra le altre cose, ha inventato un microscopio che traduce le informazioni della luce nel suono, permettendo di “ascoltare” cellule viventi ognuno con una propria “firma acustica”; è famoso per aver inserito una mappa della via lattea dentro l’orecchio di un topo transgenico, e per aver inventato un orologio primordiale, in pratica un progetto intorno al quale gira la teoria che la vita si assembli spontaneamente.

Ultimo ma non il meno importante, fatto singolare è che ha inventato un segnale acustico, chiamato Poetica Vaginal, inviato a diverse orbite stellari vicine fatto a misura delle contrazioni vaginali.

All’ 8 del Cambridge Center, l’Akamai technologies sfrutta  127.000 server intorno al mondo per aiutare la consegna rapida a clienti di tutto il globo dei loro contenuti di pagine digitali come video e pagine internet, al 10 Cambridge Center l’edificio della Biogen Idec ci rimanda al maggior produttore di trattamenti contro la sclerosi multipla. L’azienda fu fondata nel 1978 e due dei fondatori, Walter Gilbert e Phillip Sharp, sono stati vincitori di premi Nobel.

All’ 1 di Amherst St, Cambridge, vi è il MIT Trust Center per l’Imprenditoria dove gli studenti acquisiscono le fondamenta per iniziare le proprie start-up nonché tutte le abilità per intraprendere una propria attività di affari. Più di 25.000 aziende sono possedute oramai dagli ex alunni di questa sezione del MIT, compagnie che impiegano più di 3 milioni di persone. Ma al 75 Amherst St, famoso è il Media Lab del MIT, caratterizzato per essere stata casa del kit di robotica di protesi del piede della Lego Mindstorms, ma è conosciuto in tutto il mondo dopo che è stato diffuso questo video dove il primo robot espressivo ha presentato la sua creatrice: http://video.mit.edu/watch/personal-robots-9383/

Italiani a Boston su Memorial Drive

Oltrepassando il bellissimo paesaggio del Memorial Drive, con vista sullo skyline di Boston, attraversando il Longfellow Bridge, una capatina al Mass General’s Museum of Medical History and Innovation era d’obbligo: gratuito e aperto da lun. a ven. dalle 9 alle 5, mostra l’evoluzione della medicina e della chirurgia con laboratori di simulazione e spazi teatrali. Qui nacque la prima anestesia.

L’edificio è altamente eco-sostenibile, l’esterno in rame è fatto dall 80 al 95% di materiale riciclato. Il tetto-giardino ha una pavimentazione di piante in grado di assorbire la pioggia e le tempeste e anche di ridurre il calore.

Dopo una tappa all’ Esplanade e al Public Garden e al Boston Common, l’ultima fermata l’abbiamo riservata al 30 School St. in Boston. Qui l’artigiano afroamericano e inventore Lewis Latimer disegnò il brevetto del telefono insieme ad Alexander Graham Bell ed inventò insieme a Thomas Edison il progetto sulla vita utile della lampadina. Latimer fu il primo anche ad inventare la filettatura della lampadina nonché la spina, ma senza il quale non avremmo il famoso colmo “quanti…. (italiani o irlandesi) ci vogliono per avvitare una lampadina?”. Uno per avvitarla e 10 per guardare?

Italiani a Boston ai Public Garden

Emanuele Capoano, Alessandro Mora, Piero Ricchiuto, Susanna Canali, Maria Scotto D’Apollonia, Elena Del Tordello, Allison Longley, Carmen Marsico, Nicola Micali, Andrea Ponzone, Angela Rossi, Giuseppe Romano, Bjorn Wennas, Nicola Spiniello, Giulia Spinetto, Bledar Qyrfyci, Giacomo Landi, Daniela Vecchio, Michele Connors, Donata Buda

OVVERO: COME CAPE COD NON SI PRONUNCIA COME UN FAMOSO SALAME DEL SUD ITALIA.

Tutti al mare…anzi all’Oceano! Noi italiani che cerchiamo sempre di trovare le acque tiepidi del Mediterraneo anche nell’Oceano Atlantico a largo di Boston è un puro sogno, ma abbiamo fatto, è il caso di dirlo, la scoperta dell’acqua calda: esiste un mondo dove riusciamo a non congelare i muscoli delle gambe, ed è tra le insenature di Cape Cod (ribattezzato da una mia cara zia, che non conosce l’inglese, con la pronuncia fonetica italiana “capeccoddh” che in calabrese vuol dire Capicollo).

A mo’ di salame o meno, vediamo dove conviene invece tuffarsi a sud di Boston.

Cape Cod Map

Inizio subito nel darvi un bel sito governativo dove vi spiegano quali servizi trovare e come raggiungere tutte le spiagge del Massachusetts.

Se invece vi piacciono i → laghi del Massachusetts – di solito più caldi rispetto all’Oceano-, ecco invece nel link qui a sinistra la sezione del sito governativo che fa per voi. Non fate il mio stesso errore quando leggete “fresh”. Non vuol dire “acqua fresca”, ma dolce sorgiva. Quindi un po’ tiepiducce come piacciono a noi italiani mediterranei, paurosi di reumatismi o del colpo di frusta o della strega o di tutte le altre baggianate asintomatiche che rendono noi mediterranei meno temerari in fatto di freddo.

Ciò che però vorrei regalarvi è una ricerca sulle acque meno fredde nelle spiagge pubbliche della South Coast e del South Shore della Boston Area. (ATTENZIONE. Se trovate l’asterisco * accanto ad ogni nome nella lista qui sotto, significa che quando vi tuffate non garantisco il non-congelamento istantaneo dei vostri arti inferiori, se fuori non sono almeno 40 gradi C.)

MA, Cape Cod_Chathamm Harbor_William DeSousa_Cape Cod Chamber of Commerce-652x415_17

Se sperimentate dunque una gitarella fine settimana presso una delle seguenti spiaggie di Cape Cod, sempre nella lista qui di seguito, specialmente se avrò scritto qualcosa di inesatto o sbagliato sulla temperatura delle acque (non le ho provate tutte, ma è tutto frutto di ricerche e segnalazioni), segnalatelo anche voi qui in questo post in fondo ai commenti.

Pronti? Si parte.

cape-cod

ABINGTON

Island Grove Park è un lago dotato di aree pic nic e griglie a carbone a disposizione di tutti, una piscina, posto giochi per bimbi, bagni, possibilità di pesca e gazebo. Acqua sorgiva tiepida.

Il parco è accessibile dell’entrata di Park St. o dal patio di Wilson Place oltrepassato il Memorial Bridge. La stagione dura fino agli ultimi giorni di agosto. Sono disponibili pass sia per residenti che per i non residenti. Per gli eventi www.friendsofislandgrove.com/IGCalendar.htm

 

BRAINTREE

Sunset Lake si trova sulla Safford Street a South Braintree. Il lago apre alle 10 di mattina e chiude al tramonto. Parcheggio disponibile. Non sono permesse moto d’acqua, ma canoe, barche a remi e a vela. I bagnini sono certificati dalla Croce Rossa e c’è anche un’area gioco per i bambini. Ogni martedì alle 6 di sera dalla fine di giugno c’è un concerto dal vivo.

Alla Smith Beach il parcheggio è permesso solo nelle aree disponibili e i bagnini disponibili in base alle maree, quando questi ultimi non ci sono non è permesso nuotare. I bagni pubblici sono aperti, ma attenzione alla lista delle ore settimanali di apertura settimanale affisse sulla spiaggia.

QUINCY

Quincy offre 27 miglia di costa e più di una dozzina di spiagge balneabili, zone picnic, e percorsi. Da Nickerson Beach (*non pervenuto) che ha una bella vista sulle Boston Harbor Islands all’Adams Shore (Front Heron Beach) dove si possono fare lunghe e freschissime nuotate, a Wollaston Beach * la più grande della baia di Quincy con un parcheggio gratis.

Le acque più calde ce l’hanno Avalon Beach e Sailors Snug Harbor Beach situate appunto nella baia abbastanza chiusa dalle correnti.

COHASSET

A Sandy Beach * il parcheggio è riservato per i residenti. Ci sono bagnini dalle 9 di mattina fino alle 7 di sera, ogni giorno fino al Labor Day. Bassing Beach * è accessibile solo attraverso una barca e durante la bassa marea.  

 

DUXBURY

Duxbury Beach * è una lunga spiaggia bianca ben mantenuta ma dove l’adesivo per parcheggiare costa 80$ per i residenti. I non residenti possono oltre la spiaggia con 295$. E poi attenzione anche qui all’asterisco.

 

HINGHAM

Hingham Bathing beach è abbastanza chiusa da strisce di sabbia, un po’ fresca ma non c’è bisogno di nessun permesso per parcheggiare. Aree picnic, ristoranti e bagni pubblici vicini. L’entrata è a Nord di Hingham Harbor dalla Route 3A. I bagnini ci sono solo per 5 ore al giorno. Vi è una sauna aperta solo quando i bagnini sono di turno.

 

HULL

Nantasket Beach da sempre è la destinazione preferita da famiglie, proprietari di barche, turisti. L’acqua è a volte fresca, ben riparata dalle correnti per il suo naturale lembo di spiaggia lungo la baia. 5 miglia di spiaggia coperte da buoni ristoranti, con possibilità di fare escursioni in bicicletta, scooter, kayak e barchette (anche da affittare). Aperta fino a Settembre, con bagni pubblici disponibili. Il parcheggio è di soli 7$.  Il sito è www.mass.gov.dcr/parks/metroboston/nantask.htm

 

KINGSTON

Grays Beach Park * si trova oltre la Route 3A a Rocky Nook. È una piccola spiaggia protetta dalla baia, ma le correnti a volte si fanno vive. Nuotare è possibile solo in aree limitate. Dalle 9 alle 5 ci sono bagnini fino al Labor Day weekend. Il parcheggio è di 15 $ all’anno per residenti e 50$ per non residenti. Possibili attività di gioco per bambini durante il giorno.

 

PEMBROKE

Ci sono tre città in zona con spiagge attrezzate. Una è lo Stetson Pond, su Plymouth street, poi la Little Sandy Bottom Pond su Woodbine Avenue e la Oldham Pond o the Town Landing oltre Wampatuck Street. Tutte acque dolci e belle tiepide. Per il parcheggio vale la formula “chi arriva primo” (who first come). I bagnini non sono sempre disponibili, ma è possibile nuotare oltre le ore di turno dei Baywatch fuori dalla responsabilità dei Lifeguard. A volte, a periodi alterni in estate le spiagge potrebbero momentaneamente venir chiuse dal Dipartimento della Salute Pubblica per i livelli alti di batteri causati dalle fioriture della alghe blu/verdi.

 

MARSHFIELD

Rexhame Beach. * Snack bar, bagni pubblici e campetti di pallacanestro, oltreché di lifeguards. 35$ di adesivo per il parcheggio per i residenti, da comprare alla Town Hall. Online si possono comprare a 30$. Ma i visitatori giornalieri possono prenderlo per 10$ al giorno e 15$ nei weekends. Si trova vicino la Route 139 e Winslow Street, dove imbocca verso Standish street.

Fieldston Beach *

I Baywatch sono di turno i venerdì, sabati, domeniche e lunedì dalle 9.45 di mattina alle 4 del pomeriggio. Lo snack bar apre dalle 11 di mattina alle 5 di pomeriggio. Si trova oltre la Route 139 e Surf Avenue. Stessi orari per Sunrise Beach * e Brant Rock * aperte in pieno oceano alle correnti fredde; la prima si trova oltre Foster Avenue e Route 139, la seconda sull’esplanade oltre la Route 139.

PLYMOUTH

A Plymouth Beach * benché l’acqua sia abbastanza freschina, oltre la Route 3A potete trovare la cosiddetta HOMETOWN D’AMERICA, dove i primi pellegrini sbarcarono nel 1620. Dalla pace tra il nativo Massasoit della tribù dei Wampanoag e il governatore della colonia britannica, coadiuvati dal traduttore Squanto ne scaturì la festa di Ringraziamento a base di daino.

Da segnalare, oltre alla Long Beach a cui si rimanda al sito della Town Hall, la White Horse Beach * a sud, sulla Taylor Avenue verso Manomet. Non ci sono bagni pubblici, ma tranquilla e con un paesaggio ricco di dune. A proposito, dettaglio da non trascurare: l’accesso alla spiaggia è legato da pontili, chi cerca di salire invece sulle dune, sia per farne una toilette a cielo aperto e sia per attraversarvi –dune, tra l’altro chiuse da una rete- viene avvistato dai residenti che puntualmente chiamano la polizia per farvi multare di 100$ (essendo le dune una riserva). Una dei residenti è mia suocera, che da quando è andata in pensione ha tutto il tempo per avvertire la polizia. Non dite che non vi ho avvisato.

Pontile sulla spiaggia di Manomet, Cape Cod

Pontile sulla spiaggia di Manomet, Cape Cod

Fresh Pond, ad 8 miglia da Plymouth, merita l’acqua calda ma un po’ piena d’alghe. È sulla Bartlett Road oltre la Route 3A. C’è un parking fee di 5 $. Ombra e barbecue assicurati e bella compagnia latina, stesso discorso vale per Morton Park, oltre Summer st.

L’Hedges Pond situato al 158 Hedges Pond road, vicino l’uscita 2 oltre la Route 3, ha orari da lunedì a venerdì dalle 12:30 alle 5 del pomeriggio, e fine settimana dalle 9 di mattino fino alle 5. Campi di pallacanestro e aree gioco per bimbi, ma con parcheggio a pagamento da ritirare alla Town Hall.

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Dati non pervenuti sul Great South Pond, che da Google map sembra abbastanza grande e dai laghi come Halfway Pond, a cui si rimanda al sito completo del governo del Massachusetts. Nel → sito delle spiagge pubbliche del Massachusetts potete avere informazioni anche su altre coste come quella di SCITUATE * (Humarock Beach, Peggotty Beach, Sand Hills Beach, Egypt Beach, Minot Beach) o della zona di WEYMOUTH. *

Penultima, ma non la meno importante, → Falmouth è quella più famosa per avere le acque salate d’oceano più calde.

Tutto quello che c’è da sapere sulle spiagge a sud del braccio di Cape Cod ← sta anche in questo link a sinistra.

Un altro HAPPY END a parte merita la zona di WAREHAM, dove svetta Onset Beach oltre l’uscita 1 dalla Route 25 su Onset Ave., popolare spiaggia sulla baia di Buzzard popolata da ristoranti, e la vicina Little Harbor Beach meno affollata, con bagni pubblici e il camioncino dei gelati che vi fa spesso frequenti fermate. Non ci sono bagnini ma l’acqua di tutti e due è relativamente tiepida quando non ci sono venti che entrano nella baia.

Il relax dona una forte componente alla nostra mente creativa come nella foto qui sotto

cape cod

ma se poi volete un po’ di movimento ed ebbrezza, andare a vedere le balene diventa uno spettacolo pieno di energia: non avete che da prenotare o guardare le tante altre attività che un turista può fare e che il sito turistico dello Stato del Massachusetts ← ha messo a disposizione.

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AL PROSSIMO SIPARIETTO ESTIVO, CON LE LETTURE DA SOTTO L’OMBRELLONE.

“E come potevamo noi cantare”.

Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.

Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.

Andare avanti, dice lui,  go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.

Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).

Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.

È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.

L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.

La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.

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La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano

Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo

Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.

Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.

Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.

La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.

È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.

“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.

E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.

Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.

I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.

Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.

I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati  non fanno spesso appello per assoluzioni minori.

Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.

L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.

Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.

Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.

Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.

“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.

Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.

A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.

Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.

Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.

Questo articolo non parla di carne o quale sia la migliore bistecca a striscie secondo i consumatori o di quale sia la mozzarella migliore come nel precedente post. Ma la serie di dove mangiare a Boston continua. Parla di come anche a Boston si trovino delle cantonate per turisti nei menu. Stavolta a non cascarci non sono stati i vacanzieri ma giornalisti e cittadini. Questi ultimi si sono incazzati parecchio anche contro le armi, specialmente le mamme (come dimostra il bell’articolo del giornalista Stefano Salimbeni).

“Siamo troppo indaffarati per occuparci di buffonate”, ha detto Janet Cooper di Ken’s Steak House dopo una serie di interviste telefoniche ricevute dai reporters del Boston Globe, durante le quali la manager non era riuscita a spiegare perché il suo ristorante vendeva ancora merluzzo del Pacifico (meno costoso) spacciato invece per il pescato locale.

Ad un anno dal famoso blitz reportage messo a punto dallo staff investigativo del Boston Globe, giornale di punta della città, le etichettature erronee del pesce persistono al Sand Bar & Grille a Martha’s Vineyard, dove i segugi del Globe l’anno scorso avevano trovato branzino ibrido d’allevamento spacciato per spigola vera, e la tilapia nel menu era stata rappresentata nel piatto come dentice atlantico. Il manager di un altro ristorante dal nome Oak Bluffs ha raccontato alla stampa di aver poi parlato con lo chef di sushi e credeva che il problema fosse risolto. Ma dopo il test del DNA un anno dopo, gli analisti hanno scoperto esempi di pesce tilapia nel piatto quando invece erano di un tipo di tonno e di dentice atlantico molto meno costosi.

Ma non solo nei ristoranti più cool del New England, anche nella Hub non sono stati risparmiati i più furbi. A volte i disonesti non sono tutti in Italia, sembra una battuta ma lo ricorda il link ad un mio articolo sulla biologa che cambiò i risultati dei test antidroga nei processi. (A proposito, il Boston Globe ha pubblicato due pagine intere alla sua vita di menzogne e sul processo ancora in corso). Per tornare al cibo, 76 esempi di pesce selezionati da 58 tra ristoranti e mercati che l’anno scorso hanno venduto pesce con etichetta errata. Dai risultati del DNA su questi esempi è stato trovato ancora il 76% la cui etichetta non dichiarava il reale pesce impacchettato. (Cliccare sull’immagine per ingrandirla)

differenze di pesce

Alcuni ristoratori recidivi al reato hanno dato la colpa ai loro fornitori. Molti hanno fatto revisione solo parziale del menu. Altri come Hearth ‘n Kettle in Attleboro, hanno corretto i loro menu, ma il servizio camerieri descrive ancora il pesce ai clienti come locale. Il ristorante d’ispirazione italiana Bertucci ha iniziato a trovare nuovi fornitori dopo il reportage del test del DNA nei piatti, rivelando in effetti che il suo nasello non era nient’altro che merluzzo giovane. A Durgin-Park a Faneuil Hall hanno fatto i bravi.

Simphony Sushi, uno tra i migliori ristoranti di sushi in tutta la città nel 2010 secondo il Boston Magazine, un dentice croccante è finito essere una tilapia. Non sono stati evitati nemmeno gli ospedali: al pediatrico di Boston, il panino che il cameriere della mensa dice di servirti con baccalà in realtà è merluzzo nero che è meno caro. Invece di merluzzo fresco del New England promesso nel menu, Jerry Remy’s ha servito quello del Pacifico, meno costoso e congelato già molto lontano da qui.

Anche al Doyle’s Cafe in Jamaica Plain, il baccalà del Pacifico preventivamente congelato a tocchi prende il posto del baccalà fresco del New England. La catena di steak house Smith & Wollensky, Hilltop Steakhouse in Newton, East Bay Grille in Plymouth non sono stati neanche da meno a servire pesce diverso da quello del menu, e sempre quello meno caro da acquistare.

Ma qual’è la fonte dell’errore? Il Boston Globe ha trovato essere in molti casi un’azienda dal nome North Coast che nella maggiorparte delle sue fatture indicava veramente il pesce spedito, ma la descrizione era ambigua. I documenti ricevuti da un ristorante bostoniano antico fondato nel 1600 Union Oyster House, vicino North End, ha identificato le spedizioni ricevute come baccalà ma non l’origine, se di Atlantico o Pacifico.differenze nei piatti di pesce (Nella foto la lista completa dell’indagine del quotidiano bostoniano. Cliccare per ingrandirla)

Era appena un anno fa quando dalle colonne de IlFuturista scrivevo invece queste righe che anticipavano tutto. (A proposito, il mio blog dall’America continua sul magazine di Filippo Rossi: è stato riaperto)

Spesso ristoranti e negozi gourmet vanno proprio orgogliosi del fatto che il loro cibo provenga da una fattoria, o da una barca di pescatori dal nome vicino al posto in cui si vive, e non da un’industria alimentare. In altri casi però la specificità alimentare può fuorviarne il significato. In Europa ci sono protezioni basate sulla geografia, ma le leggi nord-americane pensano al nome di un posto come un “trademark”, un marchio di marketing, piuttosto che ad un vero comunicato ufficiale che ci dica da dove viene quel prodotto. Così mentre ci sono i veri pomodori San Marzano, in Italia, cresciuti proprio lì, quelli in lattina con l’etichetta “SanMarzano” negli Stati Uniti sono spesso cresciuti in California, sebbene la varietà sia la stessa tranne che il “terroir”, il tipo di terreno. Per i commercianti e le grandi compagnie è dura resistere al fascino della finta specificità geografica. Negli Stati Uniti quando le “big corporation” invocano la geografia, spesso lo fanno in modo veloce e sfuggente: il Philadelphia Cream Cheese non è fatto a Philadelphia ma in Wisconsin, come l’etichetta alimentare Boston Market ha la sua base in Colorado e non in Massachusetts. In Gran Bretagna una ditta che vende salmoni sembra li faccia venire da “Lochmuir” un’ inesistente regione della Scozia e i suoi polli da “Oakham” una vera città inglese i cui macellai ancora sono sorpresi perché le carni di quell’azienda in realtà sono cresciute fuori dal Regno Unito.
È facile immaginare la tendenza che continuerà nel futuro: molti produttori di cibi gourmet e di lusso cercheranno di creare sempre di più un mercato di ortaggi o di carni e pesci la cui origine sarà di un posto immaginario. Che bella cosa! I piatti degli americani inconsapevoli verranno da un mondo fantastico: proprio il tipo di posto dove ognuno piacerebbe pensare che quel cibo sia cresciuto e catturato!

Il museo del Tea Party

Il museo del Tea Party e Sud di Boston, dal 17esimo piano del Consolato Italiano

Quando ero piccolo in Calabria i genitori mi dicevano “mangia mangia…che ti fai grande”. Una volta un po’ più grande poi hanno smesso nel ripetermelo, stravolgendo addirittura la raccomandazione precedente : “ma quando la smetti di mangiare così tanto?”. Non è successo solo a me, ma dagli aneddoti di molti italoamericani ne ricavo che anche i nostri avi, spinti dalla paura della fame, invitavano i figli ad approfittare del ben di dio sulla tavola; ma una volta poi diventati grassi si pentivano del comandamento dato quand’erano piccoli per rivolgergli un “ma basta mangiare, non vedi quanto sei grasso?”.

Più o meno il vizio si ripete quando la gente non ti vede da molto tempo e ti dice “ma come sei ingrassato” o “ma che tribunale che hai fatto, quando smaltisci quella pancia?”. Se fossi magro mi direbbero invece “ma tua moglie non ti fa mangiare?”.

Gli italiani, si sa, non hanno VIE DI MEZZO nel dire le cose. Ogni volta che dico a un americano che un italiano gli direbbe in faccia quanto è grasso, è per farlo spaventare della crudeltà e della sfacciataggine dell’italiano medio. Magari ci penserebbe due volte nel tornarci in vacanza. È quello che succederà a me ora che torno per Natale. Purtroppo.

Devo dire la verità, qui nella parte est degli Stati Uniti non vedo molti obesi. È l’area più universitaria, intellettuale, quasi newyorkese e snob che spinge la gente a stare attenta alla linea, amante dello sport e curiosa del cibo proveniente da mercatini locali.

Perciò cari parenti e amici, la mia linea è sempre uguale…peso lo stesso di prima. Ma sarete abili nel vedermi diverso, lo so. Mi darete dell’americano, anche se non mi strafogo di hamburger come credete nei films. E se amate nutrirvi di preconcetti… se volete veramente vederli… leggete invece di quando ho parlato degli stereotipi che vi arrivano con i films (in questo link); quei luoghicomuni come potenti ministeri occulti della cultura pop americana.

Se volete venirmi a visitare, vi porterò invece a mangiare qui (in questo link). Ma la lista dei posti dove si mangia bene non è ancora esaustiva… State sintonizzati perché presto pubblicherò altri podcast in giro per fattorie e mercatini, fotografando una Boston turistica e non solo raccontata in episodi di 7 minuti.

Se volete sapere come funziona la Sanità, in modo positivo, leggete questo mio post pubblicato appena arrivato negli States, l’anno scorso.

Se volete saperne i risvolti negativi, leggete quanto ha scritto una blogger traduttrice italiana in trasferta a San Francisco.

Se volete non confondermi con un italo americano che non parla l’italiano, leggete come la pensavano i siciliani del 1821 in questo reperto trovato nel Kentucky.

Se volete leggere un piccolo aneddoto di una siciliana moderna…nella metro… potete sganasciarvi se ancora non lo avete fatto.

Gli italo americani poi meritano un capitolo a parte. Alcuni amici pensano che io un giorno me ne uscirò a parlare come gli italoamericani che inventano la VIA DI MEZZO né dialetto né inglese. I nonni degli italoamericani di oggi, l’italiano non solo non lo sapevano (essendo emigrati prima dell’Unità d’Italia e prima che Mike Bongiorno la unificasse con i quiz), ma imposero ai figli l’inglese per non essere soggetti a razzismo. Si veda la scena de Gli Intoccabili quando Sean Connery vuole sapere il vero nome del poliziotto (recitato da Andy Garcia) John Stone. Quel povero gli confesserà “mi chiamo Giovanni Petri”.

Cliccate qui (anche per chi non ha facebook) se volete vedere l’America che vedo ogni giorno con i suoi colori. E anche quella degli aneddoti fatti di scorci.

A proposito di aneddoti, questa ve la devo raccontare. A mia suocera, che dopo essere andata in pensione per scelta con meno dello stipendio di quanto prendeva (nel link altro piccolo raccontino sulle pensioni americane), ieri è successa una cosa. È andata a fare spese con sua sorella, poverina, non molto magra (si noti l’eufemismo). “Ti regalo 100$ per Natale per comprati qualcosa”, le dice. Ne spendono alla fine 329. Pagano. Ma una volta che si avvicinano alla porta per uscire, la commessa le ferma e sfodera uno di quegli slogan americanazzi “volete che oggi il nostro negozio faccia diventare i vostri sogni una realtà?”. Mia suocera che, anche se americana, non è scema: “si va be’, cosa vuoi?”. Incredula e quasi scocciata segue la tipa alla cassa. In pratica il negozio ogni giorno sceglie a caso una persona per regalargli l’intero shopping. Spesa gratis. Mia suocera rimane senza parole. Le danno indietro 329 dollari di spesa, così sull’unghia. Vestiti gratis.

Ecco, in poche parole questo è il marketing degli americani i quali stanno molto attenti a non dire a qualcuno “questo vestito non le sta perché ha messo qualche chilo in più”. Qui le VIE NON SONO DI MEZZO, si chiamano marketing diretto.

In compenso si lamentano quando il cibo americano non è così locale quanto vorrebbero. Anche loro litigano con le VIE DI MEZZO, come gli italiani alla fine.

Old State House

Old State House

 

Il mio articolo che segue in corsivo è apparso l’anno scorso prima di Natale sul sito del magazine IlFuturista. È impressionante quanto è ancora attuale dopo un anno, in fatto di cibo. Poi si dice che in America le cose cambiano presto. Altroché vie di mezzo!

Negli Stati Uniti la percentuale di persone obese e sovrappeso è elevata, il tumore al colon-retto è la seconda causa di tumore per cancro. Non è male come inizio di questo post. Questo sta succedendo però anche ai figli italiani, con le loro mamme indaffarate e distratte. In realtà tutti quanti mi chiedono come si mangia nel paese cosiddetto delle opportunità e dell’american dream: io rispondo sempre che puoi trovare di tutto, potendo scegliere tra moltissime etnie, ma solo sei educato, istruito e benestante puoi capire l’importanza del cibo. Se sei povero, ti conviene ingrassare. Se vuoi mangiare sano, devi fare lo snob, lo chic, il foodie, lo schizzinoso: scegliere gli alimenti organici e biologici.

Dove il Fondo mondiale per la ricerca sconsiglia supplementi di vitamine o minerali, negli States invece vanno matti a rimpizzarsi di pillole: tanto che per legge la pasta prodotta in USA deve avere in aggiunta vitamine e minerali quanto quella integrale ne ha già all’origine.

Quando mi offrono del vino alle 5 del pomeriggio pensando di farmi cosa gradita, visto che fa chic un italiano che parli loro del vino, li sconvolgo rispondendo che non sono un alcolizzato e che noi italiani il vino lo beviamo solo ai pasti. Anche se negli Stati Uniti il nettare degli dei lo si sta riscoprendo nei consumi di massa.

Negli Stati Uniti la digestione poi è un tabù: in una puntata di Big Bang Theory, quel telefilm sui ricercatori secchioni, un amico parla al suo coinquilino del colon, e di come digerisce: la faccia dell’altro è a dir poco scandalizzata. Scatta la risata della sitcom: per loro è una battuta. Noi italiani invece ci divertiamo a parlare dei rumori dello stomaco, di come trattiamo il fegato e di quante volte andiamo al bagno contenti. Ci fa star sereni e riappacificati con la coscienza.

Una risposta alla domanda sulla differenza culinaria e salutare sono le porzioni. Per chiedere un gelato di misura normale secondo i miei canoni di italiano devo scegliere sempre quello per bambini, perché la misura grande è veramente grande quanto una nostra vaschetta per 4 persone. Ma succede anche in molti ristoranti. Basterebbe mangiare meno, ancora molti americani non l’hanno capito. Ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison invece hanno dimostrato che un minore apporto di calorie ha lo stesso effetto nelle scimmie. Il mio medico di fiducia però mi ha consigliato di stare attento anche all’acqua: perché qui anche quella ha tante calorie. Scherzava, forse.

Ma nemmeno io scherzavo quando ho detto a casa che per Natale volevo due primi e due secondi, come da tradizione italiana. E qualche americano mi ha risposto come facciamo noi italiani a non ingrassare, se mangiamo così tanto. È stato sconvolgente fargli capire che non mettevamo nei nostri piatti almeno 10 salsine dall’origine imprecisata.

E poi ci siamo scambiati il Buon Natale.

L'antica dogana vicino il porto di Boston

L’antica dogana vicino il porto di Boston

 

 

 

Mi ricordo quella volta che mi regalarono una pistola. Ma era di plastica. Avevo forse nemmeno 8 anni. Mi dissero che me l’avevano regalata i morti. Però durante la notte vidi nella penombra offuscata dal sonno che qualcuno, forse mia sorella la più grande, metteva una calza colorata vicino al letto e la mattina insieme al giocattolo avevo trovato cioccolati e caramelle.

Questo per me era la Halloween di allora. O meglio la All-Hallows-Even, cioè la vigilia di Ognissanti detto in inglese arcaico, presa a sua volta dall’inizio del calendario celtico. Solo che non si chiamava così. Oggi Halloween, al pari della moda americana nelle città italiane, è diventata, sapevatelo, per contrappasso una sorta di Carnevale anche negli Stati Uniti: nessuno si veste di strega, ma di Batman e di eroi moderni.

Quando il 31 ottobre bussano infatti alla porta i ragazzini chiedendomi dolcetto o scherzetto, a me viene in mente di ribaltare tutto, tanto non ti faranno mai uno scherzetto anche se non darai loro un bel niente facendo la figura del cattivo del quartiere, C’mon! Dunque prendo la mia maschera teatrale di Pulcinella con l’intenzione di spaventarli. Ma fallisco nella missione da Peter Pan perché un bambino mi risponde: “Wow, ma cos’è?! Guarda che non mi fai paura con quella maschera, noi abbiamo i superpoteri”.

La festa dei morti che iniziò nel 998 da Odilo abate di Cluny, era invece per molti italiani del Sud, come me bambino di allora, una festa dei sapori, di colori e di gioia per i piccoli, un modo felice di ricordare i propri cari. In Egitto i morti vivevano nella tomba e a Roma erano i protettori del focolare domestico. Era la festa appunto dei morti e non la commemorazione dei defunti, quindi non un giorno di lutto, ma una giornata felice. Felice perché tornavano nel ricordo, alla stessa maniera come forse molti esorcizzano vestendosi oggi da streghe ma senza saperlo. In alcune zone di Napoli c’è ancora qualcuno che si siede davanti alle tombe dei propri cari e parla a voce alta per farsi sentire, portandone in dono anche il piatto preferito del parente scomparso.

Qui alcune foto invece del mio vicinato nella subburbia bostoniana.

Ci sono molte città negli Stati Uniti che campano anche sui tour turistici nelle case stregate, come il paesino di Plymouth a Cape Cod. Anche se la bandiera del “Carnevale” americano della festa di Halloween la detiene Salem, a Nord, città dove ebbe luogo il rogo delle streghe.

Di sicuro, se per caso qualche italiano vinca un viaggio qui nel Massachusetts, in qualunque periodo dell’ anno non potrà mai trovare tanti zombi o morti viventi, nell’accezione lavorativa, come se ne trovano invece in Italia nella satira di Maccio Capatonda.

Questa settimana andrò all’Università di Wellesley, College famoso per aver sfornato laureate come Madeleine Albright o Hillary Clinton, a svolgere una visiting lesson sulla fuga dei cervelli. Mostrerò questo video alle studentesse del dipartimento di Italiano, nel corso della Prof.ssa Flavia Laviosa.

La domanda borderline per cui sarò curioso di saperne l’opinione di chi mi ascolterà è “Possono essere considerati addirittura «santi» per il grande sacrificio che hanno fatto, quei giovani che emigrano dal proprio paese facendo perderne il valore e arrichendone in frutto invece la terra d’arrivo? Se sì, ci sarà un giorno nel futuro una festa o commemorazione per la fuga dei talenti sopravvissuti?” Forse il comico Capatonda ne farà un altro video o falso trailer di un film che purtroppo si vede molto spesso nella Boston area delle Università. E stavolta non ci sarà bambino che tenga, davanti ogni porta non importa se troveremo una calza o una pistola giocattolo fumante come dolce scherzetto.

Lungo Old Greenfield

NON POTEVAMO NON RESTARE INDIFFERENTI. NON POTEVAMO NON DARE UNA RISPOSTA AL FAMOSO POST DI UN’AMERICANA A ROMA “LE 50 COSE CHE HO IMPARATO IN ITALIA“. Da tempo avevo raccolte le mie di considerazioni, scrutando ogni possibile scorcio di storia.

Ma per averne una visione più ampia mi sono fatto aiutare da Davida di Basilico & Ketchup, che ora vive in un bellissimo log cabin nel Western Massachusetts insieme al loro cane black labrador di nome Bella. Alcuni punti della lista delle 70 cose sono pertanto frutto della sua collaborazione. Siamo andati a trovarli questo fine settimana di foliage. Viaggiando per il Mohawk Trail. Un po’ parlando da italiani all’estero su cosa ci manca dell’Italia e cosa non ci manca. E la lista che ne segue, in risposta alla simpatica blogger americana a Roma, è innanzitutto un’autoironia di noi italiani (avvolta di mea culpa sui nostri vizi, e chi poi non ne ha?), ma al tempo stesso anche una satira reale di come si presenta il cittadino statunitense agli occhi di noi vecchi europei. Non mancano gli elogi all’essere americano, non mancano le incomprensioni sulle contraddizioni che abbiamo trovato (ma poi chi non ne ha?).

Se siete un italiano/a che viaggia in giro per gli Stati Uniti, non perdetevi le ultime mie foto sul foliage (anche se non l’ho beccato molto rosso questa volta).

Se siete un italiano alla ricerca delle piccole differenze tra ITALIA e Stati Uniti e che noterete solo vivendoci, tenetevi pronti. Via con le 70 COSE CHE NOI ITALIANI ABBIAMO IMPARATO IN U.S.A.!

1 – Non si capisce cosa ci mettano nel latte e nei derivati se anche quello “fresco” dura due settimane se non di più (allora non è più fresco).

2 – Negli Stati Uniti i cibi non scadono mai.

3 – Se sudiamo e poi ci mettiamo davanti a un ventilatore, non ci ammaliamo come in Italia: l’aria è diversa. Gli americani sanno conservare anche quella, oltre ai cibi.

4 – Sull’autobus anche se c’è spazio per passare, ti chiedono scusa perché hanno paura di soffiarti accanto il loro respiro: noi italiani non capiremo mai perché non ci si può nemmeno abbracciare.

5 – All’asilo, se sei una maestra, non puoi cambiare il pannolino da sola ma soltanto accompagnata.

6 – I germi non fanno anticorpi, ma sono come Bin Laden: vanno distrutti con ogni mezzo.

7 – L’aceto è il conservante “toccasana” in ogni porcheria in forma di salsina.

8 – Noi italiani ci sentiamo sempre come Meg Ryan nel film Harry ti presento Sally, vogliamo tutti “on the side”. Perché gli americani metterebbero salsine ovunque sui cibi, tanto da dar loro sempre lo stesso sapore: ketchup, mayo and mustard. Sarebbero capaci di chiederle anche in un ristorante gourmet.

9 – La più grande tragedia di un cittadino medio americano è quella che qualcuno gli rubi la bandiera americana appesa fuori casa (magari prima del 4 luglio, Festa dell’Indipendenza)… tanto da chiamare la polizia.

10 – Perché un italiano che ha fatto pochi studi conosce più dati storici rispetto al suo omologo medio americano? (Si veda il documentario 1001 Irans di Firouzeh Khosrovani o le interviste in questo video http://youtu.be/-VNmtkWlp40 )

11 – Nel sistema educativo americano è contemplata soprattutto la materia “Essere sicuri di se stessi”, prima ancora del conoscere la storia.

12 – Copiare in America è sacrilegio.

13 – Non puoi aprire con due mani una busta sigillata di un pacchetto di pasta o di crackers: ci vogliono le forbici della NATO.

14 – Una legge vecchia degli anni della Depressione prevede le vitamine dentro la Pasta e le farine in generale, perché gli americani muoiono ancora di fame.

15 – Le auto sono talmente grandi che ogni posto del parcheggio è il triplo della dimensione di quello italiano (effetto collaterale nel punto successivo).

16 – Gli americani non riescono a fare manovra con l’auto se non c’è abbastanza spazio di 5 metri! Chiamano la polizia.

17 – Due auto posteggiate vicine necessitano al massimo una distanza prossemica come due persone in autobus: distanti come due innamorati ormai lontani.

18 – Tutto è grande! Anche la larghezza della cartaigienica.

19 – Il servizio clienti di qualsiasi azienda è 3000 volte più efficiente e veloce al telefono di qualsiasi italiano (ma con l’effetto collaterale: vedi punto successivo)

20 – Basta chiamare solo una volta al telefono a un servizio clienti o per fare qualsiasi abbonamento cartaceo, che riceverai miriadi di offerte commerciali ad ogni ora.

21 – I ferri da stiro americani sono fatti apposta per far spendere di più in tintorie e stirerie: non si trova un ferro in grado di stirare come quelli italiani (e stavolta il design e il “bello” non c’entra niente). Basta pagare di più.

22 – Anche i maschi americani portano la “maglia della salute”: il bello è che la fanno vedere, anche se brutta.

23 – I sandali infradito, le cosiddette Flip-Flop, sono il culto pop di ogni donna americana al pari degli zoccoli di legno per le casalinghe italiane.

24 – Agli americani piacciono i calzettoni bianchi di spugna. Li metterebbero ovunque, coi sandali, le ciabatte e con l’abito.

25 – Le ciabatte nere a strisce bianche dell’Adidas che noi usiamo per andare in piscina o al mare, gli americani le usano per andare in giro. Con le calze, ovvio.

26 – I semafori americani non sanno cosa sia il pedone (questo punto si contraddice col successivo): se scatta il verde in una corsia, non è detto che sia verde anche per i pedoni sui marciapiedi che provengono dalla stessa direzione delle auto.

27 – Il pedone è sacro una volta che passa sulle striscie pedonali.

28 – Negli USA al semaforo puoi passare con il rosso (come a Napoli), ma solo se devi girare a destra.

29 – Se andate negli Stati Uniti e siete italiano o arabo, potete guardare negli occhi una donna anche se sconosciuta e salutarla per una strada deserta: se vi sorride, non vi vuole scopare. È solo per educazione. Una donna vi potrebbe sorridere anche dal benzinaio davanti al marito e non ci sarebbe niente di male.

30 – Il mal d’orecchio non è stato causato finalmente da un “colpo d’aria.”

31 – L’aria condizionata è diffusa con un getto proporzionale e non a cascata come in Italia: c’è un progetto scientifico preciso nel rendere felice l’americano nella sua battaglia contro il sudore.

32 – Ci si abitua all’aria condizionata, ma a volte pare di stare nel reparto frigo del supermercato.

33 – Ancora non è stato scientificamente provato il motivo per cui a molti italiani scatta l’istinto di dissenteria ogni qual volta si passa da 40 gradi Celsius di fuori, ai 5 gradi C. di un negozio o luogo pubblico al chiuso.

34 – Gli americani non associano il fegato alla rabbia come nel Medioevo, però non sanno nemmeno dove si trova… il fegato.

35 – Anche la “cervicale” non esiste. E per curare gli strappi muscolari alternano impacchi di caldo, freddo, caldo, freddo… (oddio, ci viene la cervicale solo a pensarci!)

36 – Noi italiani all’estero siamo felici che non abbiamo finalmente le nostre mamme che si preoccupano se usciamo col collo bagnato o che prendiamo freddo. Se usciamo con i capelli bagnati, la tramontana finalmente non esiste.

37 – Finalmente due finestre aperte non fanno “corrente che ci ammazza”.

38 – Gli americani quando hanno un’influenza intestinale bevono una bibita gassata. Gli italiani un po’ di riso in bianco con un pizzico di parmigiano e una goccia di olio d’oliva. Che eleganza!

39 – “Preservatives” non sono i Preservativi, ma i conservanti.

40 – Gli uomini hanno paura ad indossare dei pantaloni rossi.

41 – Se due uomini sono visti a mangiare fuori qualcosa insieme, sia una pizza o insieme al cinema, saranno di sicuro due gay.

42 – Il pigiama. Ancora un indumento che NON dovrebbe oltrepassare la porta d’ingresso della casa. Ma qui oltrepassano porte di supermercati (Walmart è il preferito) uffici postali, scuole, ecc…

43 – La salsa Alfredo dicono che è come quella italiana ai 4 formaggi, però con una differenza: senza i formaggi.

44 – Pensavamo noi italiani fossimo malati di riservatezza ma con gli statunitensi ci accomuna la privacy: è una brutta malattia. E gli americani ne sono malati profondamente.

45 – Sarà un retaggio culturale dell’epoca dei Cow-Boy ma agli americani piace mangiare col cappello in testa. Potendo, anche con gli occhiali da sole: in casa.

46 – Le parolacce non si dicono. Le bestemmie invece non subiscono il beep in Tv: perché fondamentalmente di Dio non ce n’è mica uno solo.

47 – Alcuni americani mangiano i ravioli senza condimento. Non in bianco, proprio senza condimento.

48 – Gli americani sono esagerati in tutto: col patriottismo, con l’aggiunta di salsine e anche con l’entusiasmo.

49 – Quando la gente ride ad una battuta e tu non sai perché, significa che non capisci l’humour americano.

50 – Gli americani ridono per ogni cosa, anche solo per educazione.

51 – La bandiera americana a stelle e striscie deve essere esposta solo di giorno, oppure di notte deve essere illuminata; non deve toccare terra (altrimenti tocca bruciarla) e non deve essere bagnata dalla pioggia (tocca sempre bruciarla); deve essere piegata quando la si mette via; quando usurata va cambiata; quando è vecchia o deve essere bruciata si deve portarla in appositi centri che provvederanno al tutto… guai buttarla nel pattume!

52 – Anche per la bandiera italiana ci sono regole simili, non così rigide, ma nessuno le ha mai sentite per il semplice fatto che non ce ne frega una mazza!

53 – La burocrazia americana ti fa spendere il tempo necessario di un battito di ciglia. La lentezza italiana qui è letteratura fantasy.

54 – In U.S.A. solo se hai un debito e sei in rosso puoi farti un mutuo, se sei in attivo in banca non vali niente. Vedi qui http://www.vivereinusa.com/2011/01/30/carte-di-credito-usa-come-funzionano-e-come-ottenerle

55 – Anche mia suocera americana ha la licenza per redigere gli unici atti “notarili” permessi nel caso della compravendita di immobili: prova ne è che in USA i notai “non esistono”.

56 – La sanità americana  alla fine è come quella privata italiana, molto efficiente: se paghi ti fanno gli esami necessari tutto e subito; con una differenza non da poco: qui se non hai un’assicurazione devi pagare il doppio rispetto che se l’avessi, se infatti ti fai male a un dito e sei assicurato puoi pagare al pronto soccorso 70 dollari, se non sei assicurato ne paghi 700 ma la compagnia assicurativa ne paga all’Ospedale molto meno.
57 – Gli Stati Uniti sono grandi e alcune considerazioni, su cosa è legale e cosa no, a volte scadono e non valgono fra Stato e Stato. Tranne sulla Sanità: esistono le classi come in India, i più poveri o meno abbienti contro chi si può permettere una buona assicurazione sanitaria e vivere sano secondo la Costituzione.

58 – Contrariamente al punto 57, il diritto per Costituzione di pursuit of happiness in Usa è preso alla lettera: non si deve soffrire manco dal dentista che ti anestetizza per quasi due giorni!

59 – In Italia un pazzo potrebbe fare una strage al cinema o in una scuola. Non in Massachusetts, ma facendo un viaggetto fuori porta verso la frontiera di qualche Stato tipo Colorado, Alabama, Virginia o Arizona, avrebbe invece la differenza di trovare le armi facilmente. Anche comprandole in una banca.

60 – Il consumatore americano è così assuefatto allo zucchero tanto da abbinare un vino dolce persino con un vitello nel piatto.

61 – Il pericolo è che anche l’acqua abbia delle calorie. (citazione del mio medico)

62 – Il cibo americano non esiste. Esistono i cibi delle tante etnie.

63 – I bambini al ristorante devono stare zitti. E lontani da altri tavoli per evitare che tirino i capelli ad estranei. (Sta scritto nei libri per genitori)

64 – Gli americani non si vantano in pubblico se compiono una furberia.

65 –  Alcuni tipi di americano medio, detti anche Horders,  non risparmiano ma collezionano ogni tipo di cianfrusaglia. L’espiazione si chiama yard-sell 

66 – Non puoi giocare ad una slot-machine davanti a un minorenne di 20 anni, nemmeno se gli dai succo di mela fingendo che non sia vino rosato novello. Però a 18 anni, anche se non puoi bere vino, è bene ti levi dalle sottane di mamma e papà cambiando casa.

67 – Un adolescente di 18 anni a Natale è costretto a brindare con succo di mela frizzante e credere che sia Prosecco.

68 – Rispettare la fila. La fila davanti a ogni cosa e per qualsiasi motivo. Noi italiani ci siamo abituati dopo millenni di paradiso perduto vissuti sgomitando nella follia da menefreghismo.

69 – In cosa noi italiani amiamo gli Stati Uniti? Perché sul posto di lavoro il tuo capo ti ringrazia e ti apprezza per quello che fai, anche se quel giorno a te sembra tu abbia fatto una cosa da niente.

70 – Gli statunitensi non hanno un buon rapporto con la morte e la malattia. Quest’ultima la si deve curare ad ogni costo: un medico non dirà mai al paziente in fin di vita che “non c’è più niente da fare”, sempre secondo il diritto a vivere felici fino alla fine. Ma se sei un vegetale, un tuo parente stretto -non potendoti vedere soffrire in quel modo-  ha il diritto però di staccarti la spina. (Giusto per finire con una contraddizione…e con una situazione tutta contraria rispetto all’Italia).

Al prossimo siparietto.

Metro. Park Street. Linea Verde. Gente che si accalca gentile, in silenzio sul ritorno verso casa. Tutti con l’Ipod alle orecchie. Salgono educati, si siedono. Alcuni stanno a leggere sul Kindle. Altri magari ascoltano il suono dell’italiano sfoggiato a voce alta da due tipi fastidiosi che inondano di rumore il vagone ovattato. Magari ritornano da lavori che si protraggono oltre il tramonto, infatti sono le 10 di sera. Ed è il nostro caso. Salgo infatti con B. insegnante di Italiano in un noto istituto in città. E quei due italiani noiosi che parlano a voce alta, siamo proprio noi. Ma non ci importa se la gente in Subway sta zitta e composta e noi siamo i soliti italiani che si fanno notare. È proprio quello il bello: possiamo dire quello che pensiamo senza che nessuno capisca.

B. è siciliana, di giorno fa un master in un college e insegna pure. B. però è scontenta, anche se ha vinto la Green Card (cioè il diritto alla residenza negli Stati Uniti) alla lotteria.

B. è scontenta perché i maschi americani “non ti vengono a prendere a casa e non ti mettono il cappotto addosso quando fa freddo e per di più se gli dici di uscire ti devi far trovare in un punto lontano da casa”. Non avendo la macchina, le tocca prendere la metro e farsi un’ora per andare in un Pub e incontrarsi lì per sbronzarsi. E poi si deve pure pagare la consumazione. Perché i maschi siciliani non glielo avrebbero permesso, di pagarsi la birra. Sia mai! Ogni sera uno a turno paga per tutti, ma tendenzialmente i ragazzi tendono a pagare e a dividersi il conto tra di loro, per galanteria nei confronti delle ragazze. Le chiedo se non sia piuttosto machismo ma mi risponde che “Ovviamente noi fanciulle, lavorando anche noi e tenendo alla nostra indipendenza, con dei sotterfugi (tipo fare finta di andare in bagno e invece andare a pagare) cerchiamo di ricambiare in ogni modo”. Tento invano di farle capire che io ho vissuto per 15 anni a Firenze e le cose che lei menziona, almeno sul ritrovarsi non per forza in comitiva, funzionano esattamente l’opposto che in Sicilia. Mi chiedevo, se erano proprio loro ad essere i diversi fuori dal Continente? Però devo ammetterlo, anche se fiorentino, il maschio italiano sarebbe stato sempre più galante di un ragazzo americano impacciato, su questo dopotutto ci posso giurar sopra.

Intanto, in piedi a un metro dal nostro posto, un ciccione dalla faccia simpatica, un po’ muratore, un po’ imbianchino, è l’unico che forse si diverte del nostro vociare. È  l’unico che nasconde un sorriso tra le labbra. Perché?

Va be’, continuiamo. B. mi spiega che a Palermo stava meglio anche economicamente. Io non ci credo. Infatti poco dopo mi racconta che aveva insegnato presso alcuni corsi organizzati dalla Regione Sicilia. Uno di quei corsi pagati e finanziati forse dall’Unione Europea, dove a lavorarci sono tutti raccomandati. B. mi racconta che al colloquio di lavoro vede il proprio curriculum con sopra scritto a matita il nome del politico che la raccomandava. In quel momento si sente imbarazzata. Le spiegano che deve insegnare ai ciechi. Lei risponde che è incompetente sull’argomento. Che dovrebbe formarsi, prima di insegnare in questo settore molto delicato. E la secca risposta fu “va be’ non si preoccupi, se lei rifiuta il posto lo diamo ad un’altra incompetente”. Testuali parole. Ah va be’, dice lei, se lo dovete dare ad un’altra incompetente io il lavoro lo prendo. Dunque comincia a studiare il software per i non vedenti e per poter dar loro un’autonomia di vita. Comincia anche a registrare la propria voce in formati audio mp3 così i non vedenti possano esercitarsi a casa. Non l’avesse mai fatto! Alla riunione degli insegnanti se la mangiano: “ma come ti sei permessa, ora tutti questi ciechi ci chiedono di registrare i podcast e così dobbiamo lavorare e fare una cosa in più”.  Ma lei risponde chiedendo come altrimenti avrebbero dovuto imparare il software, se non vedono? E loro: “dai loro le fotocopie”. Le fotocopie? Ma se non vedono!  “Si, se le fanno leggere dai parenti”. Testuali parole.

Intanto quel ciccione ricciolino vicino a noi dal viso simpatico, col sorriso un po’ sornione, l’unico ad ascoltare i nostri pettegolezzi su un’Italia che perde i suoi pezzi, l’unico tra i silenziosi pendolari americani a cui forse gli piaceva sentire il suono del nostro linguaggio, continua a guardarci. Perché?

Ma B. dopo tutte le sue frustrazioni, così com’era costretta in Sicilia a sottomettersi a quell’andazzo, e ad accodarsi a quel che sembrava fosse la fine di ogni meritocrazia, arriva veramente alla fine della sua corsa.  Smanetta al cellulare freneticamente mentre il treno si ferma nella sua stazione di arrivo. Sfreccia per uscire, quasi senza salutarmi.

Io nel frattempo mi alzo per scendere alla prossima. E chi mi chiama? Lui. Dopo tutto il nostro chiacchiericcio, chi sarà? Il grigio e silenzioso individuo americano che magari l’italiano lo ha studiato e ci ha capito tutto il tempo? Il pendolare che non ne può più di quello che ha sentito, il “civilizzatore” che a un certo punto per caso vuole ribellarsi ai nostri aneddoti intrisi di galanterie d’antan e all’italiota tendenza all’incompetenza affrescati così per bene nei racconti della mia amica B.?

No, era proprio quel tipo che stava ad ascoltarci tutto il tempo. Ridendo. Era italiano, direte voi? No. Dopo tanto tempo l’ho trovato. Un sedicente italiano che l’italiano non lo conosceva.

Mi fa: “tu pppur Ittal? Quaul partt?” – Ed io: Vuoi dire quale parte, quale regione? Siamo del Sud, io Calabria e quella ragazza dalla Sicilia – “Si, purr’io da Sicccil”. Non pensavo lo incontrassi mai nella vita reale, il personaggio dell’emigrato tipico e grottesco creato dal comico Carlo Verdone nel film Bianco, rosso e Verdone. Quando lo vidi in faccia pensavo a tutto quello di cui avevamo parlato io e la mia amica B. Volevo farglielo vedere, perché parlava proprio come il personaggio del materano nel film. Ma B. era ormai lontana nella notte americana, eppur così vicina ad un’Italia che non si sa mai come definirla o comprenderla.  Chissà se lei rimarrà negli States e cosa diventerà. Ma piuttosto, dei nostri discorsi, cosa avrà capito quel figlio dell’emigrato italiano del dopoguerra che ci ascoltava? Avrà capito che l’Italia, vista da lontano al di qua dell’Oceano Atlantico, è sempre più incomprensibile, indefinibile, e pure senza merito? Secondo me non ha capito un emerito cazzo. Così come suo padre l’ha lasciata da povero del Sud, magari alla fine degli anni Cinquanta, prima che i quiz di Mike Bongiorno unificassero gli italiani. Lui è partito e non ha più riconosciuto né la propria lingua né la propria cultura, (che nel frattempo è cambiata) e giustamente ha trovato i valori dell’Individuo nord-americano. Ma sul parlare, Verdone lo aveva dipinto molto bene. Dando per scontato che nulla cambi mai, specie in un vagone della Metro alle 10 di sera, mentre due italiani parlano sull’Italia che oggi hanno lasciato. Grazie, B.

Noi italiani, il cibo ce lo sogniamo la notte. Non è un proverbio trito e ritrito, ma vero. È per questo che noi italiani a Boston e dintorni siamo temuti da tutti, critici imperdonabili di ogni nuovo angolo culinario in via di apertura in città.

A dirvi la verità questo post è dedicato a quelli che in Italia mi dicono continuamente “se fossi negli Stati Uniti al tuo posto mi ammazzerei di hamburgers”. Ma molti italiani in visita in vacanza, almeno qui a Boston, dovrebbero sapere che non troveranno nei fast foods la stessa aria che si respira nei films di Hollywood. Di conseguenza, mangiare sempre carne pressata non è da vero gourmet italiano come mamma vuole, guardatevi infatti il documentario FOOD inc. (il trailer in questo link)  e qua invece i primi 10 minuti del film visibili con sottotitoli in italiano… e avrete conati e fiumi di liquidi da riversare nel mondo pari al ciccione de Il Senso della Vita dei Monty Python

Ecco, molti conoscono il cibo americano tramite il cinema, e lo conoscono male. Altri ne vengono a conoscenza tramite le loro vacanze, per cui al ritorno in Italia dovranno raccontare cosa hanno mangiato e puntualmente risponderanno “sono stata da McDonalds e faceva schifo, peggio che in Italia”. Ti credo, ci vanno i barboni! Così la catena dei miti e dei pregiudizi continua e si perpetua come se il cibo in America fosse solo fast food.

Mi perdonino i bambini che stanno leggendo questo post per l’estrema semplicità di quello che sto per scrivere, e se si sentono offesi nella loro dignità di comprendonio: il problema è che gli Stati Uniti sono grandi, e ogni Stato ha una sua cultura a sé in movimento, specialmente riguardo al cibo. Se sei povero, non comprendi il dono del pane fresco o di una coscia di pollo senza ormoni o di una verdura fresca cresciuta nell’orto. Se hai invece una educazione decente, come minimo ti informi sull’origine di ciò che stai mangiando. Differenze vanno fatte se uno vive nel deserto o in aree più urbanizzate.

Memori dunque della difficoltà italiana a trovare i posti giusti per la soddisfazione dei nostri sacri stomaci e facili dunque a distinguere un pelo nella minestra, è arrivato il momento dell’azione.

Saltando per ora i posti italiani autentici, i quali meriterebbero un post a parte ed utile soprattutto per gli espatriati residenti, direi che il consiglio che do agli italiani che si apprestano a venire in vacanza e a nutrirsi dell’inesistente mito del cibo americano è: 1) cosa venite a fare in USA e cercate la pizza o la pasta? 2) l’Hamburger da fast food non esiste, è un’invenzione della CIA per sondare eventuali antiamericanismi in Europa.

Scherzi a parte, ecco i miei preferiti:

Grass Fed http://www.grassfedjp.com/ e sai cosa mangi

Idem per Ten Tables http://www.tentables.net ottime birre e carne naturale senza ormoni

Red Bones http://redbones.com  per gli amanti del barbecue, prenotate o rimarrete fuori tutta la notte

Island Creek Oyster Bar http://islandcreekoysterbar.com  oltre al pesce fresco, un amico turista italiano mi ricordo chiese il triplo del cestino del pane. Ambiente tra il jazz e i vecchi magazzini americani del secolo scorso. Da segnalare i vari assaggi di buone birre artigianali e tutta la gastronomia delle fattorie locali a Brookline (raggiungibile con la linea Verde della Metro) al ristorante LINEAGE e dello stesso gruppo EASTERN STANDARD con meno roba nel menu ma più semplice.

Per la Clam o Fish Chowder, nota zuppa di pesce del New England, alcuni suggeriscono di provare Ned Devine’s  al Faneuil Hall noto luogo votato all’interculturalita del cibo, ma anche Legal See Foods non è affatto male, una catena esistente solo nel Massachusetts, ma anzi un buon compromesso tra buon pesce e prezzo.

Formaggio Kitchen , per gli amanti del formaggio francese e di tutti gli altri tipi; non è un ristorante ma un negozietto che Dio ha mandato in terra per noi formaggiofili.

Menzione al miglior asiatico va a Myers+Chang http://www.myersandchang.com , due chef coppia anche nella vita hanno creato il miglior modo per sfatare lo stereotipo che striscia nelle menti dell’italiano medio ancora impaurito del cibo orientale. Da provare la zuppa di melanzane e basilico… Attenzione, che scotta! Ah, troppo tardi!

Regal Beagle http://www.thebeaglebrookline.com da provare i datteri avvolti nella pancetta (bacon) abbrustolita e ripieni di gorgonzola, abbelliti con sprazzi di crema balsamica. Ottime birre.

Tres Gatos http://tresgatosjp.com I salami vi faranno sentire a casa in Europa, buoni vini.

The Blue Room http://www.theblueroom.net, ogni tanto sperimentano sul Sud d’Italia e sui sud del mondo, e il suo bar sorella (ha tutti gli amari italiani), oltre ai sottaceti (prima scottati in padella) quelli di una volta del buon hamburgeraio WESTBRIDGE nella stessa piazzetta in zona Kendall a Cambridge. Nella stessa piazzetta, da non suggerire l’hamburger di carne scadente (anche se ha delle buone birre) della Cambridge Brewing Co.

Da GIULIA a Cambridge, dopo l’Università di Harvard, si possono trovare i funghi freschi di montagna come le migliori prelibatezze di un buon italiano di lusso.

Henrietta’s Table http://www.henriettastable.com Locale di gusti raffinati e l’influenza francese e lounge si percepisce non solo dalle cremes fraiche

A Rozlindale http://www.reddsinrozzie.com da provare la carne alla brace e la paella. Ottimi vini.

Per chi vuole essere trattato bene http://www.thecapitalgrille.com/locations/boston/main.asp Ambiente elegante per la vera carne di qualità americana

Se invece volete strafarvi di Cheesecake http://www.thecheesecakefactory.com Ho assaggiato anche buone insalate molto ricche. Come molto ma molto ricche sono le porzioni dei dolci. Molto semplice.

Ultimo ma non il meno importante è Strip-T’s http://stripts.com , di giorno più diner americano vecchio stampo (cucina il padre), la sera molto moderno (cucina il figlio) ma i gusti e il modo di cucinare sono paragonati al sapore di casa. Non quella americana dei film, quella degli orti. Hanno un pane che fa invidia all’Europa.

Per i Pub facilmente raggiungibili in centro che servono anche da mangiare, in ordine di preferenza:

Beehive http://www.beehiveboston.com Imperdibili i fiori di zucca con ricotta fatta in casa. Ah, hanno la Peroni. Ma non scherzano nemmeno i concerti dal vivo e le creazioni giornaliere dello chef al banco al bar.

Russell House Tavern http://www.russellhousecambridge.com Vi ubriacherete in modo sano; provate la pizza, anche se non è quella italiana ne merita la diversità.

Ma non finisce qua.

Ci vediamo alla prossima portata. E se volete vedere un film diverso dell’America, di come ve lo siete fatti in mente, eccolo qua.

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Un crotonese… pecorino a New York

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.