You are currently browsing the tag archive for the ‘armi’ tag.

Peppino Jr. Pantalone era emigrato da Reggio Emilia. In America. Ma non un’ America qualunque. Lui in Italia ci stava bene. Si era messo in capo di seguire l’esempio dei suoi, senza saperlo, e poi di sconfessarlo: nel senso, che era una tradizione di famiglia ormai quella di fare una cosa e poi di fare l’esatto opposto. E allora scelse Nuova York. Peppino, il suo nome lo aveva preso da suo padre, che era nato a Cutro, un paesino calabrese vicino Crotone. Talmente abitudinari che tutti i suoi paesani, ma proprio tutti, erano emigrati e continuavano ad emigrare solo a Reggio Emilia e negli ultimi tempi, vista la densità ormai risicata, anche verso Parma. Ognuno a Cutro aveva un parente di primo, di secondo, di terzo grado che doveva aver almeno colonizzato qualche fabbrichetta emiliana. Il padre aveva continuato la tradizione cutrese, emigrare solo dove poteva incontrare altri cutresi, ma il primo a tradire anche lui fu quando incontrò poi la futura mamma di Peppino, che calabrese non lo era.

Pantalone invece lo aveva preso dal soprannome appunto della mamma sarta. Lei l’avevano chiamata così per tutta una vita da quando lavorava a Parma nelle sartorie che facevano i Burberry. Uno degli stessi lo aveva indossato anche Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Il figlio poi era cresciuto così, a fare i conti della serva, a cucire, a disegnare e ad aiutarla a fare gli orli ai pantaloni, e a sparare gli aghi della Singer dritti per la loro strada filata.

Peppino Jr. a questo pensava, mentre sulla Quinta strada a New York guardava incantato la vetrina di un negozio vicino al suo, con gli occhi fissi come un cervo di notte su una viuzza sterrata… ah che ricordi quei fari della Bianchina di suo zio Fefé a Cutro quando incappammo in quel bellissimo animale e lo sparammo al primo colpo! Del calabrese aveva preso il modo di sognare e di stupirsi, di meravigliarsi, dell’emiliano la voglia di correre e di ingrassare il piatto. In questo caso, si stava mangiando letteralmente con gli occhi quello che avrebbe potuto cucire anche lui, ma che la vecchiaia oramai gli dava qualche segno di resa alle mani aggrinzite.

Lui era emigrato a sua volta da quella regione panciuta e grassa di ingegno, perché a lui l’America gli piaceva, e New York all’epoca andava di moda. Gli era piaciuto sentirsi a casa piano piano negli anni, e senza avere nessun parente che lo sostenesse, come i cutresi a Reggio Emilia.

Studio sartoriale della seconda metà del 1800

E Peppino continuava a pensarci sopra, dopo anni di sartoria, di sacrifici, di tagli, di apprendisti ne aveva avuti. Una cravatta di Marinella da 100 euro in vetrina la poteva comprare a 78 dollari solo nel 2002. E ora costava il doppio. Ma quante camicie e cappotti fanno in Europa per far valere quegli Euro se ora ci sono i cinesi? E gli inglesi che non ci vogliono più stare? Se ne andranno a Cutro? Mah.

Un ragazzo per strada gli aveva messo tra le mani un giornale, e Peppino era rimasto folgorato in un secondo da alcune parole che volavano via da un editoriale: Meridionale, Terroni, Tedeschi dell’Est, Schiavi… gli erano infatti caduti gli occhi su un’opinione che gli pareva magico non rifiutarne la lettura.

Quell’articolo a firma di un tale Pino Aprile diceva: –Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di vederne l’iniquità o di molta disonestà per accettarla. È facile educarsi a questo, per quella “Teoria del mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è perché lo merita; e chi ha meno è perché non merita altro: è un meccanismo potentissimo, che induce, per esempio, gli schiavi ad accettare la schiavitù, i cornuti le corna, le maltrattate le botte. Cercando, magari, in una presunta incapacità, personale e collettiva (“i meridionali” o “i tedeschi dell’Est”), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o altrui superiorità.-

IMG_0932

Vessillo di fine Ottocento americano

Peppino Jr. si ferma. Alza la testa dal giornale, stanco della lettura. Ma… Peppino si sentiva un meridionale? Si sentiva anche emiliano, quello sì, e si sentiva anche di un certo est, di quell’oriente nella propria pancia che non ti fa sentire il vento del perseguitato, di quello che ha paura di scavalcare il muro… e per evitare di cadere nella trappola del o scappi o non lavori, Peppino Jr. Pantalone per questo aveva avuto l’indole dello stravolgere tutto: il lavoro a Reggio Emilia non seppe mai chiedersi perché non gli bastasse, sentì che voleva dimostrare di creare con le sue mani in un’altra terra più corposa per capirne le curve. L’America. Ellis Island e poi New York. Era arrivato da Napoli, col treno da Bologna.

Interno di nave

Camera da letto in cabina da nave di fine Ottocento

Curioso per natura, negli anni si era fatto una professione di sarto rinomato a New York. Peppino aveva sempre saputo dimostrare la sua arte, la sua precisione, la sua traiettoria. E aveva vissuto senza sfarzo, con modestia. Con gli anni addosso, si sentiva più insicuro, stanco, con qualche rimpianto. Anche se alla fine era contento così.

Quel giorno, tornando in sartoria, posando il giornale di cui avrebbe ritagliato quell’articolo, un uomo armato  entra nel suo negozio, vestito da musulmano, gridando “a morte gli omosessuali  e in quel momento Peppino Jr. pensa a quando da piccolo a Cutro suo padre lo portava alla sfilata di Carnevale. Ma proprio quel vestito non l’aveva mai visto. E lui il Corano non lo aveva mai letto, era sempre stato uno che leggeva poco, un tipo più pratico Peppino. E quel barbone con la tunica gli aveva forzato di recitarlo altrimenti gli avrebbe tagliato la testa

Eppure ne aveva vestiti di amici suoi di New York che per anni gli avevano chiesto le mises più diverse e creative per le sfilate del Gay Pride. Ma quella tunica l’avrebbe tagliata in modo diverso, pensava. Mentre quello lì non voleva sentire la musica di Peppino,  se ne scappò quasi subito dopo la mitragliata con un furgone nella folla per strada.

Interno cucina di un villaggio marittimo americano

Stufa da cucina di fine Ottocento

Peppino Jr. Pantalone, mentre cadeva, pensava alla storia degli Stati Uniti, di quando l’aveva attraversata, di quando vi era salpato con la voglia di farne la nuova Reggio Emilia, la nuova Cutro, e tutta la storia gli venne davanti ai suoi occhi incantati quando quell’uomo travestito da prete gli piantò una raffica di pallottole da farlo sorridere senza pensare più a niente. Era un sorriso di ammirazione verso tutto e qualsiasi cosa che gli tirava a occhio. Era andato a fare una gita con suo marito il giorno prima in un villaggio del Connecticut, a Mystic, e gli era piaciuta per tutti i mestieri che aveva saputo riconoscere come suoi, infatti Peppino mica aveva iniziato subito da sarto…e ne aveva di doti. Quelle doti che i mericani avevano preso quando dissero di voler stare fuori dall’Inghilterra  Le nostre radici stanno nel difenderci con un fucile, dissero i patrioti delle colonie del New England, alla fine del 1600

Così da cordaio ne aveva tirato di fatica come Sacco e Vanzetti, e da fabbro ne aveva da mettere a ferro e fuoco e aizzare l’aria per soffiarla sull’incudine, tanto che quelle macchine se le sognava ancora, chissà quali esperimenti poteva ancora fare sui tessuti, tra un pentolino riscaldato a colazione e un bicchiere di vino del bottaio, e di balsami e medicine officinali lui ne era curioso quanto un alchimista perché avrebbe potuto alterare ancora i tessuti. Che io mica ne ho fatto solo uno di mestieri, fai delle foto che me le voglio stampare e mettere in sartoria!

Peppino aveva tanta voglia di raccontarla, lui che era di poche parole, della sua gita del giorno prima verso quel villaggio di libertà mericana. Aveva appena fatto stampare le foto scattate. (qui in basso documentate ad onor di cronaca, nda) Quante idee per nuovi vestiti! Lui che non usciva quasi mai, solo casa e putega, tutta una vita. Domani basta lavorare, ci rilassiamo, gli disse il marito il giorno prima. E Peppino ora sorrideva per terra, felice di amare  il suo uomo che gli disse “andiamo a fare una gita a lago, mettiamo la bandiera sulla barchetta“…ancora dopo tanti anni lo aspettava a casa, mentre Peppino grugniva per terra, col sangue ….che ancora non sentiva, non lo vedeva colare, ma era debole comunque, come quel daino ferito dalla Bianchina di zio Fefé in una notte, in una strada di campagna calabrese, attese e guardò nel vuoto…  e questa pace gli fece ricordare che quel giorno, quel giubottino doppio anti-proiettile che aveva appena cucito per un poliziottol’unico cliente della giornata, proprio funzionava che era una bellezza. Lo aveva provato per vedere se gli stava. Altro che Bulberry di Parma, e Audrey Hepburn, e Tiffany e l’Emilia e la Calabria! Le sue mani, valevano di più. Non l’avevano tradito. Era salvo grazie a loro.

Mystic, villaggio ricreato di fine Ottocento

Medicine e pozioni di fine Ottocento

Balsami e saponi da droghiere

Profumi di fine Ottocento americano

Bottaio

Macchina per soffiare il fuoco del fabbro

Arnesi da falegname nella bottega del villaggio di Mystic, Connecticut

Fabbro nel villaggio di Mystic

Cordaio

IMG_0911 IMG_0922

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lago del villaggio di Mystic con bandiera americana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Tutti i riferimenti a fatti reali o persone esistenti sono puramente casuali. L’accostamento della storia inventata di sana pianta alle immagini è frutto arbitrario dell’autore.

Questo articolo non parla di carne o quale sia la migliore bistecca a striscie secondo i consumatori o di quale sia la mozzarella migliore come nel precedente post. Ma la serie di dove mangiare a Boston continua. Parla di come anche a Boston si trovino delle cantonate per turisti nei menu. Stavolta a non cascarci non sono stati i vacanzieri ma giornalisti e cittadini. Questi ultimi si sono incazzati parecchio anche contro le armi, specialmente le mamme (come dimostra il bell’articolo del giornalista Stefano Salimbeni).

“Siamo troppo indaffarati per occuparci di buffonate”, ha detto Janet Cooper di Ken’s Steak House dopo una serie di interviste telefoniche ricevute dai reporters del Boston Globe, durante le quali la manager non era riuscita a spiegare perché il suo ristorante vendeva ancora merluzzo del Pacifico (meno costoso) spacciato invece per il pescato locale.

Ad un anno dal famoso blitz reportage messo a punto dallo staff investigativo del Boston Globe, giornale di punta della città, le etichettature erronee del pesce persistono al Sand Bar & Grille a Martha’s Vineyard, dove i segugi del Globe l’anno scorso avevano trovato branzino ibrido d’allevamento spacciato per spigola vera, e la tilapia nel menu era stata rappresentata nel piatto come dentice atlantico. Il manager di un altro ristorante dal nome Oak Bluffs ha raccontato alla stampa di aver poi parlato con lo chef di sushi e credeva che il problema fosse risolto. Ma dopo il test del DNA un anno dopo, gli analisti hanno scoperto esempi di pesce tilapia nel piatto quando invece erano di un tipo di tonno e di dentice atlantico molto meno costosi.

Ma non solo nei ristoranti più cool del New England, anche nella Hub non sono stati risparmiati i più furbi. A volte i disonesti non sono tutti in Italia, sembra una battuta ma lo ricorda il link ad un mio articolo sulla biologa che cambiò i risultati dei test antidroga nei processi. (A proposito, il Boston Globe ha pubblicato due pagine intere alla sua vita di menzogne e sul processo ancora in corso). Per tornare al cibo, 76 esempi di pesce selezionati da 58 tra ristoranti e mercati che l’anno scorso hanno venduto pesce con etichetta errata. Dai risultati del DNA su questi esempi è stato trovato ancora il 76% la cui etichetta non dichiarava il reale pesce impacchettato. (Cliccare sull’immagine per ingrandirla)

differenze di pesce

Alcuni ristoratori recidivi al reato hanno dato la colpa ai loro fornitori. Molti hanno fatto revisione solo parziale del menu. Altri come Hearth ‘n Kettle in Attleboro, hanno corretto i loro menu, ma il servizio camerieri descrive ancora il pesce ai clienti come locale. Il ristorante d’ispirazione italiana Bertucci ha iniziato a trovare nuovi fornitori dopo il reportage del test del DNA nei piatti, rivelando in effetti che il suo nasello non era nient’altro che merluzzo giovane. A Durgin-Park a Faneuil Hall hanno fatto i bravi.

Simphony Sushi, uno tra i migliori ristoranti di sushi in tutta la città nel 2010 secondo il Boston Magazine, un dentice croccante è finito essere una tilapia. Non sono stati evitati nemmeno gli ospedali: al pediatrico di Boston, il panino che il cameriere della mensa dice di servirti con baccalà in realtà è merluzzo nero che è meno caro. Invece di merluzzo fresco del New England promesso nel menu, Jerry Remy’s ha servito quello del Pacifico, meno costoso e congelato già molto lontano da qui.

Anche al Doyle’s Cafe in Jamaica Plain, il baccalà del Pacifico preventivamente congelato a tocchi prende il posto del baccalà fresco del New England. La catena di steak house Smith & Wollensky, Hilltop Steakhouse in Newton, East Bay Grille in Plymouth non sono stati neanche da meno a servire pesce diverso da quello del menu, e sempre quello meno caro da acquistare.

Ma qual’è la fonte dell’errore? Il Boston Globe ha trovato essere in molti casi un’azienda dal nome North Coast che nella maggiorparte delle sue fatture indicava veramente il pesce spedito, ma la descrizione era ambigua. I documenti ricevuti da un ristorante bostoniano antico fondato nel 1600 Union Oyster House, vicino North End, ha identificato le spedizioni ricevute come baccalà ma non l’origine, se di Atlantico o Pacifico.differenze nei piatti di pesce (Nella foto la lista completa dell’indagine del quotidiano bostoniano. Cliccare per ingrandirla)

Era appena un anno fa quando dalle colonne de IlFuturista scrivevo invece queste righe che anticipavano tutto. (A proposito, il mio blog dall’America continua sul magazine di Filippo Rossi: è stato riaperto)

Spesso ristoranti e negozi gourmet vanno proprio orgogliosi del fatto che il loro cibo provenga da una fattoria, o da una barca di pescatori dal nome vicino al posto in cui si vive, e non da un’industria alimentare. In altri casi però la specificità alimentare può fuorviarne il significato. In Europa ci sono protezioni basate sulla geografia, ma le leggi nord-americane pensano al nome di un posto come un “trademark”, un marchio di marketing, piuttosto che ad un vero comunicato ufficiale che ci dica da dove viene quel prodotto. Così mentre ci sono i veri pomodori San Marzano, in Italia, cresciuti proprio lì, quelli in lattina con l’etichetta “SanMarzano” negli Stati Uniti sono spesso cresciuti in California, sebbene la varietà sia la stessa tranne che il “terroir”, il tipo di terreno. Per i commercianti e le grandi compagnie è dura resistere al fascino della finta specificità geografica. Negli Stati Uniti quando le “big corporation” invocano la geografia, spesso lo fanno in modo veloce e sfuggente: il Philadelphia Cream Cheese non è fatto a Philadelphia ma in Wisconsin, come l’etichetta alimentare Boston Market ha la sua base in Colorado e non in Massachusetts. In Gran Bretagna una ditta che vende salmoni sembra li faccia venire da “Lochmuir” un’ inesistente regione della Scozia e i suoi polli da “Oakham” una vera città inglese i cui macellai ancora sono sorpresi perché le carni di quell’azienda in realtà sono cresciute fuori dal Regno Unito.
È facile immaginare la tendenza che continuerà nel futuro: molti produttori di cibi gourmet e di lusso cercheranno di creare sempre di più un mercato di ortaggi o di carni e pesci la cui origine sarà di un posto immaginario. Che bella cosa! I piatti degli americani inconsapevoli verranno da un mondo fantastico: proprio il tipo di posto dove ognuno piacerebbe pensare che quel cibo sia cresciuto e catturato!

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

------------------------------
------------------------------
------------------------------

Un crotonese… pecorino a New York

Cerchi camera a New York?

Visita il mio appartamento. Prenota.

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 1.505 follower

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 1.505 follower

Le statistiche del blog

Blog Stats

  • 58,520 hits

Temi

CINGUETTÌO D’IDEE

Per contattarmi sul Libro delle Facce

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

maggio: 2017
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Mappamondo

NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

DA DOVE MI HANNO CERCATO

Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.