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Lavorare in teatro negli Stati Uniti mi ha fatto scoprire un lato giocoso nell’uso delle parole. Le prime cose che uno nota anche a New York   ← non sono soltanto le differenze culturali, ma per noi che lavoriamo in teatro risulta una sfida confrontarsi sul prendersi gioco del linguaggio stesso.

Se per esempio siete in una città di cui non conoscete la lingua, tipo una metropoli come New York, dovrete ricordare per forza di cose le istruzioni che un viaggiatore deve e non deve fare quando arriva a New York  ← ma in questo caso le istruzioni per l’uso sono fatte per essere trasgredite. Sul palco, come a scuola in una classe di lingua straniera, giocare soprattutto con il Grammelot diventa una performance che aiuta a liberare l’immaginazione e la fantasia, così lo spettatore può essere paragonato a quel genitore affascinato e in estasi che perdona il proprio bambino quando pronuncia le prime parole seppur sbagliate e senza senso. L’attore, come lo studente di una lingua straniera, permette allo spettatore/insegnante di indovinare la lingua in cui sta parlando, come l’esempio di gioco sul Grammelot che ne ha dato la prestigiosa scuola National Theater di Londra.   ←

Ogni scenario ha una vita nascosta che si sviluppa e che lo scrittore poi crea da sé   ← questo lo avevo già raccontato, ma anche i suoni che imitano le parole come satira del linguaggio negli sketch di Lillo e Greg, da Corrado Guzzanti a Teo Mammuccari, fino ai cartoni animati di Pingu e alla Linea DeAgostina, ma soprattutto in molte gag di Gigi Proietti o nel fantomatico non sense usato da Tognazzi in Amici Miei, sono usati allo scopo di sottolineare la scarsa chiarezza, spesso voluta, dei discorsi.  Stiamo parlando infatti della famosa supercazzola, versione cinematografica del Grammelot usata nell’appena citato e celebre film di Germi e Monicelli,  e presente in inglese tramite il gobbledygook. Ma nell’uso delle lingue straniere, risulta anche utile come gioco didattico, potendola usare come esercizio di riscaldamento in una classe di insegnamento di lingua straniera.

Una coppia di attori ne hanno sviluppato anche un simpatico cortometraggio usando un falso inglese, come la vaga imitazione di quell’inglese percepito dai non madrelingua

A proposito, se date un’occhiata alla visita nel blog della mia primissima scuola di teatro Officina ‘O di Firenze, lì spiego come mi venne l’idea di esportare negli Stati Uniti il Grammelot in chiave didattica ← dopo aver studiato sul saggio Forays into Grammelot The Language of Nonsense   ←

In un’altra dimostrazione in un seminario teatrale che tenni insieme alla Compagnia Pazzi Lazzi  ← la cosa che più aveva entusiasmato i docenti di Lingue Straniere dei vari dipartimenti dell’ Università dell’Indiana, a Bloomington, era stato un gioco fatto di telefonate di spalle, nel quale affidavo il ruolo generale a ciascuno ma ognuno dei due aveva ricevuto dei cartellini con delle parole inventate. In questo caso il Grammelot veniva usato inconsapevolmente.

Nella dimostrazione che poi ne abbiamo dato all’Università di Wellesley, sempre con l’attrice ed educatrice Chiara Durazzini della troupe bostoniana  Pazzi Lazzi tramite un video uscito per il corso online di italiano diretto dalla docente Daniela Bartalesi Graaf del Dipartimento di Italianistica, spiegavamo la storia della Commedia dell’Arte.

 

Se ti piace il ramen e hai un odio innato verso le persone che ti stanno attorno, nell’emisfero di Brooklyn, New York c’è una locanda per introversi che offre la famosa zuppa di bistecca di maiale-verdure-spaghetti-scotti-cinesi.

Rain si era fissato a guardarne la ciotola per più di un’ora, tanto nessuno gli avrebbe sfracellato la pazienza, o quasi l’accidia. Un ristorantino nerd, hipster a puntino era lo scatto fotografico perfetto del suo odio dopo una notte passata in un locale di spogliarelliste, a spendere tutti i soldi guadagnati. E la tipa nel privé non gliel’aveva nemmeno data.

Nel frattempo, non che ci fosse chissà qualche tempo da far trascorrere visto che era uno Sneet, uno di quei single che non vanno a caccia di flirt e stanno sempre chiusi in casa di quelli che “dai vieni tu che leggiamo un libro sul divano e poi viene un sacco di gente nuova, si”- nel frattempo non aveva nemmeno nessuno impegno di lavoro da sbrigare dato che suo padre non lo dava neppure per disperso, Diego si stava guardando allo specchio. No, non nella ciotola. Leggeva Paul Auster, La Città di Vetro. Quello che aveva deciso essere il suo specchio.

New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though he were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more than anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him to dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal, and it no longer mattered where he was. On his best walks, he was able to feel that he was nowhere. And this, finally, was all he ever asked of things: to be nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again.

New York era il posto dove non essere da nessuna parte, il nulla costruito attorno. Destinato a non lasciarlo mai.

Però quella notte Rain era stato scalciato fuori da un’auto con la scritta Gentlemen Club, gli avevano preso tutto quello che aveva nel portafogli. Nel senso che i soldi li aveva spesi tutti lui. L’aveva solo vista, ma non toccata. Il manager gli aveva promesso che l’avrebbe posseduta. E lui se l’era presa per l’inganno. Poi l’avevano fatto bere 4 shots di tequila e lui da musulmano non era abituato.

Rain Rahami, qualche giorno prima però su Ebay aveva comprato delle pentole a pressione e dei cellulari per fabbricare un ordigno a comando.

New York non la conosceva, pensava, l’aveva sempre guardata da oltre il fiume, dal New Jersey. L’aveva letta tra le cronache fantastiche del Reader’s Digest. Una volta James Simon Kunen aveva detto questo nel suo The Strawberry Statement: “New York is the most exciting city in the world, and also the cruddiest place to be that I can conceive of. The city, where when you see someone on the subway you know you will never see him again. The city, where the streets are dead with the movement of people brushing by, like silt in a now-dry riverbed, stirred by the rush of a dirty wind. The city, where you walk along on the hard floor of a giant maze with a walls much taller than people and full of them. The city is an island and feels that way; not enough room, very separate. You have to walk on right-angle routes, can’t see where you’re going to, only where you are, can only see a narrow part of sky, and never any stars. It’s a giant maze you have to fight through, like a rat, but unlike the rat you have no reward awaiting you at the end. There is no end, and you don’t know what you’re supposed to be looking for. – And unlike the rat, you are not alone. You are instead lonely. There is loneliness as can exist only in the midst of numbers and numbers of people who don’t know you, who don’t care about you, who won’t let you care about them. – Everywhere you walk you hear a click-clack. The click-clack of you walking never leaves you, reminding you all the time that you are at the bottom of a box. The earth is trapped beneath concrete and tar and you are locked away from it. Nothing grows.”

Qui non cresce niente, si diceva pure Rain mentre si ricordava le parole del padre mentre vendeva pollo fritto nella gastronomia sotto casa nel New Jersey. Il primo Pollo Fritto Americano. Grandi affari di famiglia! E il consiglio comunale aveva pure chiesto di chiuderlo alle 10 di sera per le proteste del vicinato, sporcizia…rumore. Lui aveva fatto ricorso per discriminazione razziale.

Aveva abbandonato sua moglie e la figlia piccola, in due anni non la vedeva piu’ tant’ è che la ex aveva fatto richiesta di divorzio. Un’infedeltà basata sulla mancanza di fiducia.

E infatti Rain Rahimi non si fidava neanche della tenacia di una mosca sopra uno stronzo di merda. Però ogni tanto dava pollo gratis a clienti più affezionati.

I clienti lo adoravano. Lo invitavano ad uscire. E lui, meglio di un mago di scuse: “Ho un mezzo impegno, farò il possibile (a metà tra il Pinocchio e l’uomo d’affari) non ti prometto nulla, dai, provo a fare un salto (una buffa speranza), cerco di liberarmi (una promessa che arriva da Alcatraz), ti faccio sapere (bufala), ce la metterò tutta (il futuro è quanto mai sicuro), sono incasinatissimo (è una meditazione).

Se uno avesse dovuto invitare Rain, lo avrebbe immaginato come un Houdini legato con le catene. E infatti era quel sentimento muscolare di stasi che gli aveva fatto aprire gli occhi ma ancora inerte e steso sul prato, col sangue dei pugni dei bodyguard del locale delle stripper, davanti alla Cattedrale di St.John.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella mattina si era ritrovato prima davanti la Chiesa di Riverside che guarda il fiume Hudson all’altezza della 122 esima strada, sulla cima di Morningside e all’ovest delle comunità di Harlem sfoggia il suo gotico stile 13esimo secolo.

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La bocca impastata della notte e le percosse dei bodyguards lo avevano tramortito fino a farlo sentire in paradiso, non dal piacere. Il Mausoleo a memoria del Generale Grant, la tomba di uno dei presidenti degli Stati Uniti, dove Ulysses S. Grant e sua moglie Julia Dent Grant guardano i newyorkesi a ovest, lo aiutavano in quella sensazione di pestaggio gotico, a guglie appuntite sulla pelle.

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Appestato, Rain si incammina fino alla Fontana della Pace accanto appunto alla Chiesa di Saint John the Divine  che per lui era un’apocalisse newyorkese. I capitelli delle colonne erano stavolta le fotografie di cronaca che lui stesso avrebbe voluto scattare in un futuro prossimo. Distruzione, conflitto tra il bene e il male, Arcangelo Michele abbraccia una delle nove giraffe, una delle creature animali più pacifiche, dopo aver sconfitto Satana. Come anche il leone con l’agnello. La fontana a spirale è una doppia elica del DNA. Su una parte della fontana, la luna e il sole da una parte e dall’altra rivolge lo sguardo verso Amsterdam Avenue. Lo spettatore guarda il profilo di un angelo che sorregge la testa di una persona. Ma se lo sguardo si sposta di fronte, dal lato, l’angelo è visto cullare l’intero corpo.

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Rain ha un’illuminazione. Gli viene voglia di viaggiare. Non uno di quelli lunghi. Di sicuro sotterraneo.

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Quest’apocalisse lo sveglia e gli fa salire i nervi nelle gambe. Aveva passato mesi a spendere soldi a Pick-Up Lines, le linee telefoniche che ti danno la frase perfetta da rimorchio con le donne a soli 3 $ al minuto. Non poteva continuare ad innamorarsi ogni volta della prima gentilezza della ragazzina che passava ogni giorno dal negozio del padre per prendere un gallone di latte e i detersivi, senza che lui rimanesse come un ebete a farsi film in testa come i sorrisi di De Niro drogati di oppio da Sergio Leone. Ma il portafoglio svuotato dal Gentlemen Club e quindi la rivelazione del “Ratto della Sabine” del Bernini dell’ Hudson River gli scuote i piedi, ha voglia di camminare.  Raggiunge la metropolitana, con le sue gambe dal coraggio incosciente come quelle persone che si incontrano nei bar e già capiscono che passeranno la notte solo perché a loro piace e si divertono a mescolare molto sognando gli orgasmi più strani, maledendo chi decide le cose che facciamo,  ripassando le 36 domande per innamorarsi in 45 minuti contandole come pecore in cielo per prendere sonno, sognando di salvare paperelle sparse nell’oceano, Si addormenta in treno, stanco dalla fame.

Si era risvegliato come in un labirinto in quel baretto che serviva la zuppa di Ramen per introversi e per single. Ma dopo ore a vegliarla senza mangiare, persino il cameriere barbuto gli aveva chiesto il conto. E lui i soldi li aveva spesi tutti. “Ho una pentola a pressione, vi va bene?”.

L’aprì. E tutto finì . Compresi gli introversi, e gli hipster, gli alternativi, i figli di papà, i calati dall’alto, i libertari, gli amanti.

Gli amanti che per una notte di vino pagano 100 giorni di aceto.

Rubare la bellezza, si può? Forse la pensava così chi rubò i dipinti dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston il 18 marzo 1990, in quella che era la più grande rapina di opere d’arte nella storia americana. Forse la pensa così anche chi ha dipinto questi murales su alcune pareti di edifici della capitale del Massachusetts. Ogni volta che ci passavo, durante i quasi cinque anni bostoniani, quei personaggi vivevano con me. Queste storie erano affacciate alla mia fantasia.area4
La diligenza che passava tra gli scienziati del MIT, che portava con sé l’inventore della macchina da cucire, il muratore italiano che avrebbe regalato i suoi mattoni per costruire la Società Dante Alighieri proprio lì di fronte, tutti loro avevano avuto una loro vita, dei loro passatempi. Gli operai delle fabbriche di corde e gomme pneumatiche, una mamma di colore che avrebbe partorito libera dalla segregazione, vestita borghese, orgogliosa di essersi giocata da una bolla di paura, con lo sguardo dritto a rompere la quarta parete.

Se avessi fatto qualche passo con il mio telefonino “intelligente”, mi sarei imbattuto anche nel poeta dall’aspetto simile a Leopardi, nel pensionato, nell’addestratore di Pitbull, nella cantante nera di blues, nella mamma col bambino, nella vecchia impicciona che guarda sul piazzale, nel padre preoccupato che guarda un punto lontano coprendosi dal sole con la mano, e poi un gattino, e forse un sarto.

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E ogni volta che ci torno, ogni volta che passo da queste opere d’arte spennellate ad arte su un muro, potrei gridar loro “Gotta catch them all!” per farle vivere? Cacciarli sarebbe come rubare le loro espressioni? Come quell’uomo che ha sparato a due cacciatori di Pokemon, il pirata col suo giochino elettronico che fa impazzire gli smanettoni anche a Central Park a New York forse voleva soltanto che i passanti vivessero un po’ di più, paradossalmente morendo? Proprio come un suicidio di massa degli Incas?

Il mio vicino in metropolitana quando riprende i piedi della folla alla ricerca del pupazzo giallo Pikachu, non li filma con l’intento da feticista e nemmeno per catturarne la bellezza. Non so a questi timidi giocatori solitari cosa resti, forse solo un gioco di riflessi, un raggio di sole che gli abbaglia gli occhi, la loro figura sembra al sicuro dentro una bolla, non chiedono al loro prossimo nemmeno se hanno sbagliato treno o quale sia la prossima fermata, così nessuno li potrà fulminare con gli occhi, saranno come la ragazza della metropolitana nel dipinto di George Tooker’s “Subway” o come nei dipinti delle donne sole di Edward Hopper.

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Un bambino però quando parla ad una bambola o a un soldatino come oggetto inanimato ne tira fuori l’anima. Una speranza c’è, fin quando un bel giorno mi decido, interrompo uno di loro mentre gioca:

– Ho visto un Pokemon che ancora i creatori non hanno messo in funzione…sai, hai voglia Pikachu… al confronto…
– Scusi?
– Nel senso che ho visto la preview che hanno lanciato i creatori circa un nuovo Pokemon che faranno uscire a breve
– Uh… sì come no (senza neanche degnarmi di uno sguardo)
– Guarda che avrà dei poteri interattivi, li segnala al tuo conto bancario
– Sì, ci manca che mi paghino pure per giocare… I wish
– Che ti paghino mica da subito no! Ma se lo prenderai, pare che fanno in modo che tu te lo debba conquistare.
– Ma questo è un paradosso!
– Bravo. A quanto pare i creatori volessero osare. E si avvererà la profezia.
My friend, per le prediche vai a Union square, sai quanti ne trovi?
– Non ci credi?
– Che profezia è se lo prendi ma poi in realtà non l’hai preso?
– Mi spiego. Hanno scelto il villaggio reale di GattaPilusa…non è lontano. In pratica ti accreditano sul conto bancario il biglietto per andarci in viaggio e guadagnare punti infiniti
– Ed è lì che te lo devi conquistare? Come hai detto che si chiama?
– GattaPilusa
– Mi fai lo spelling? Ga… Scusa, ma perché la chiamano profezia? Cosa prevedono?
– Perché solo nel paese dei campi di GattaPilusa il popolo dei Mammalucchi vivrà in pace cacciando gli Scimuniti
– Wow… nuovi esseri viventi? Ma dove si trova? Upstate New York?
– No, te l’ho detto… ti pagano il biglietto, bisogna prendere l’aereo.
– E poi? Bisogna acchiappare questi abitanti? Come funziona?
– In realtà loro ti manderanno prima nei loro campi, tra le vigne, solo nel mese di fine agosto, o tra settembre e ottobre, dovrai svegliarti presto la mattina, ti daranno in mano delle forbici da giardinaggio e…dovrai vendemmiare le loro uve
– Amico, mi stai prendendo in giro? Le uve? Sei un alcolizzato, man!
– Mai stato serio. Googla questa notizia. La profezia è che si avvererà solo lì quello che gli antichi Incas avevano sperimentato, che la fine della propria civiltà ad opera degli invasori portoghesi era legata all’accettare l’ideologia del suicidio come ricongiungimento con gli Dei perduti.

 

Lui mi guarda fisso, il gioco si ferma. Le porte del treno si aprono. Lui scappa impazzito con un sorriso e una lacrima pronta a drogargli la faccia.

 

Se lo fate anche voi, se interrompete il respiro fisso sul cellulare del cacciatore di Pokemon Go, la sua bolla, solo per il gusto di farvi rivolgere lo sguardo, sembrerà uscire dal treno come un palloncino. E quei personaggi sui murales rideranno, affacciati alle finestre di ogni città che amate.

Peppino Jr. Pantalone era emigrato da Reggio Emilia. In America. Ma non un’ America qualunque. Lui in Italia ci stava bene. Si era messo in capo di seguire l’esempio dei suoi, senza saperlo, e poi di sconfessarlo: nel senso, che era una tradizione di famiglia ormai quella di fare una cosa e poi di fare l’esatto opposto. E allora scelse Nuova York. Peppino, il suo nome lo aveva preso da suo padre, che era nato a Cutro, un paesino calabrese vicino Crotone. Talmente abitudinari che tutti i suoi paesani, ma proprio tutti, erano emigrati e continuavano ad emigrare solo a Reggio Emilia e negli ultimi tempi, vista la densità ormai risicata, anche verso Parma. Ognuno a Cutro aveva un parente di primo, di secondo, di terzo grado che doveva aver almeno colonizzato qualche fabbrichetta emiliana. Il padre aveva continuato la tradizione cutrese, emigrare solo dove poteva incontrare altri cutresi, ma il primo a tradire anche lui fu quando incontrò poi la futura mamma di Peppino, che calabrese non lo era.

Pantalone invece lo aveva preso dal soprannome appunto della mamma sarta. Lei l’avevano chiamata così per tutta una vita da quando lavorava a Parma nelle sartorie che facevano i Burberry. Uno degli stessi lo aveva indossato anche Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Il figlio poi era cresciuto così, a fare i conti della serva, a cucire, a disegnare e ad aiutarla a fare gli orli ai pantaloni, e a sparare gli aghi della Singer dritti per la loro strada filata.

Peppino Jr. a questo pensava, mentre sulla Quinta strada a New York guardava incantato la vetrina di un negozio vicino al suo, con gli occhi fissi come un cervo di notte su una viuzza sterrata… ah che ricordi quei fari della Bianchina di suo zio Fefé a Cutro quando incappammo in quel bellissimo animale e lo sparammo al primo colpo! Del calabrese aveva preso il modo di sognare e di stupirsi, di meravigliarsi, dell’emiliano la voglia di correre e di ingrassare il piatto. In questo caso, si stava mangiando letteralmente con gli occhi quello che avrebbe potuto cucire anche lui, ma che la vecchiaia oramai gli dava qualche segno di resa alle mani aggrinzite.

Lui era emigrato a sua volta da quella regione panciuta e grassa di ingegno, perché a lui l’America gli piaceva, e New York all’epoca andava di moda. Gli era piaciuto sentirsi a casa piano piano negli anni, e senza avere nessun parente che lo sostenesse, come i cutresi a Reggio Emilia.

Studio sartoriale della seconda metà del 1800

E Peppino continuava a pensarci sopra, dopo anni di sartoria, di sacrifici, di tagli, di apprendisti ne aveva avuti. Una cravatta di Marinella da 100 euro in vetrina la poteva comprare a 78 dollari solo nel 2002. E ora costava il doppio. Ma quante camicie e cappotti fanno in Europa per far valere quegli Euro se ora ci sono i cinesi? E gli inglesi che non ci vogliono più stare? Se ne andranno a Cutro? Mah.

Un ragazzo per strada gli aveva messo tra le mani un giornale, e Peppino era rimasto folgorato in un secondo da alcune parole che volavano via da un editoriale: Meridionale, Terroni, Tedeschi dell’Est, Schiavi… gli erano infatti caduti gli occhi su un’opinione che gli pareva magico non rifiutarne la lettura.

Quell’articolo a firma di un tale Pino Aprile diceva: –Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di vederne l’iniquità o di molta disonestà per accettarla. È facile educarsi a questo, per quella “Teoria del mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è perché lo merita; e chi ha meno è perché non merita altro: è un meccanismo potentissimo, che induce, per esempio, gli schiavi ad accettare la schiavitù, i cornuti le corna, le maltrattate le botte. Cercando, magari, in una presunta incapacità, personale e collettiva (“i meridionali” o “i tedeschi dell’Est”), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o altrui superiorità.-

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Vessillo di fine Ottocento americano

Peppino Jr. si ferma. Alza la testa dal giornale, stanco della lettura. Ma… Peppino si sentiva un meridionale? Si sentiva anche emiliano, quello sì, e si sentiva anche di un certo est, di quell’oriente nella propria pancia che non ti fa sentire il vento del perseguitato, di quello che ha paura di scavalcare il muro… e per evitare di cadere nella trappola del o scappi o non lavori, Peppino Jr. Pantalone per questo aveva avuto l’indole dello stravolgere tutto: il lavoro a Reggio Emilia non seppe mai chiedersi perché non gli bastasse, sentì che voleva dimostrare di creare con le sue mani in un’altra terra più corposa per capirne le curve. L’America. Ellis Island e poi New York. Era arrivato da Napoli, col treno da Bologna.

Interno di nave

Camera da letto in cabina da nave di fine Ottocento

Curioso per natura, negli anni si era fatto una professione di sarto rinomato a New York. Peppino aveva sempre saputo dimostrare la sua arte, la sua precisione, la sua traiettoria. E aveva vissuto senza sfarzo, con modestia. Con gli anni addosso, si sentiva più insicuro, stanco, con qualche rimpianto. Anche se alla fine era contento così.

Quel giorno, tornando in sartoria, posando il giornale di cui avrebbe ritagliato quell’articolo, un uomo armato  entra nel suo negozio, vestito da musulmano, gridando “a morte gli omosessuali  e in quel momento Peppino Jr. pensa a quando da piccolo a Cutro suo padre lo portava alla sfilata di Carnevale. Ma proprio quel vestito non l’aveva mai visto. E lui il Corano non lo aveva mai letto, era sempre stato uno che leggeva poco, un tipo più pratico Peppino. E quel barbone con la tunica gli aveva forzato di recitarlo altrimenti gli avrebbe tagliato la testa

Eppure ne aveva vestiti di amici suoi di New York che per anni gli avevano chiesto le mises più diverse e creative per le sfilate del Gay Pride. Ma quella tunica l’avrebbe tagliata in modo diverso, pensava. Mentre quello lì non voleva sentire la musica di Peppino,  se ne scappò quasi subito dopo la mitragliata con un furgone nella folla per strada.

Interno cucina di un villaggio marittimo americano

Stufa da cucina di fine Ottocento

Peppino Jr. Pantalone, mentre cadeva, pensava alla storia degli Stati Uniti, di quando l’aveva attraversata, di quando vi era salpato con la voglia di farne la nuova Reggio Emilia, la nuova Cutro, e tutta la storia gli venne davanti ai suoi occhi incantati quando quell’uomo travestito da prete gli piantò una raffica di pallottole da farlo sorridere senza pensare più a niente. Era un sorriso di ammirazione verso tutto e qualsiasi cosa che gli tirava a occhio. Era andato a fare una gita con suo marito il giorno prima in un villaggio del Connecticut, a Mystic, e gli era piaciuta per tutti i mestieri che aveva saputo riconoscere come suoi, infatti Peppino mica aveva iniziato subito da sarto…e ne aveva di doti. Quelle doti che i mericani avevano preso quando dissero di voler stare fuori dall’Inghilterra  Le nostre radici stanno nel difenderci con un fucile, dissero i patrioti delle colonie del New England, alla fine del 1600

Così da cordaio ne aveva tirato di fatica come Sacco e Vanzetti, e da fabbro ne aveva da mettere a ferro e fuoco e aizzare l’aria per soffiarla sull’incudine, tanto che quelle macchine se le sognava ancora, chissà quali esperimenti poteva ancora fare sui tessuti, tra un pentolino riscaldato a colazione e un bicchiere di vino del bottaio, e di balsami e medicine officinali lui ne era curioso quanto un alchimista perché avrebbe potuto alterare ancora i tessuti. Che io mica ne ho fatto solo uno di mestieri, fai delle foto che me le voglio stampare e mettere in sartoria!

Peppino aveva tanta voglia di raccontarla, lui che era di poche parole, della sua gita del giorno prima verso quel villaggio di libertà mericana. Aveva appena fatto stampare le foto scattate. (qui in basso documentate ad onor di cronaca, nda) Quante idee per nuovi vestiti! Lui che non usciva quasi mai, solo casa e putega, tutta una vita. Domani basta lavorare, ci rilassiamo, gli disse il marito il giorno prima. E Peppino ora sorrideva per terra, felice di amare  il suo uomo che gli disse “andiamo a fare una gita a lago, mettiamo la bandiera sulla barchetta“…ancora dopo tanti anni lo aspettava a casa, mentre Peppino grugniva per terra, col sangue ….che ancora non sentiva, non lo vedeva colare, ma era debole comunque, come quel daino ferito dalla Bianchina di zio Fefé in una notte, in una strada di campagna calabrese, attese e guardò nel vuoto…  e questa pace gli fece ricordare che quel giorno, quel giubottino doppio anti-proiettile che aveva appena cucito per un poliziottol’unico cliente della giornata, proprio funzionava che era una bellezza. Lo aveva provato per vedere se gli stava. Altro che Bulberry di Parma, e Audrey Hepburn, e Tiffany e l’Emilia e la Calabria! Le sue mani, valevano di più. Non l’avevano tradito. Era salvo grazie a loro.

Mystic, villaggio ricreato di fine Ottocento

Medicine e pozioni di fine Ottocento

Balsami e saponi da droghiere

Profumi di fine Ottocento americano

Bottaio

Macchina per soffiare il fuoco del fabbro

Arnesi da falegname nella bottega del villaggio di Mystic, Connecticut

Fabbro nel villaggio di Mystic

Cordaio

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Lago del villaggio di Mystic con bandiera americana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Tutti i riferimenti a fatti reali o persone esistenti sono puramente casuali. L’accostamento della storia inventata di sana pianta alle immagini è frutto arbitrario dell’autore.

Immaginate tutto il tempo e gli sforzi che Paul Revere avrebbe potuto risparmiarsi se solo avesse avuto uno smarthphone. Invece di galoppare nel buio della campagna, per la sua famosa cavalcata di mezzanotte, l’orafo di Boston avrebbe potuto semplicemente inviare un sms con le notizie che gli inglesi stavano per marciare verso Lexington, twittare al Comitato della Corrispondenza, e tornare ad un’ora decente. Per fortuna, i soli costi di roaming che Revere abbia mai dovuto aver bisogno erano l’avena per il suo cavallo, perché sebbene uno smartphone avrebbe potuto facilitare il suo compito, ci avrebbe privato anche di quel dramma e di quel romanticismo della Rivoluzione americana, una storia detta e ridetta in quella città lungo il percorso del Freedom Trail.

Ora, quando faccio tradurre ai miei studenti d’italiano questo incipit dall’ inglese (per la folta presenza di congiuntivi passati e condizionali che fanno anche la consecutio temporum) diventa lo spasso di ogni lezione non solo per i “se” surreali.

Ma ogni IF alla fine non è mai surreale. Se pensiamo solo al fatto che gli stranieri spesso si stupiscono per quello che gli italiani sono conosciuti o famosi…  – Ogni americano conosce anche la sua di eredità nella storia della cavalcata di Paul Revere, così come il turista la può scoprire anche aiutato dalle nuovissime APP. (A Boston ce ne sono tantequella del National Park Service che comprende il Black Heritage Trail, il percorso dell’eredità dei neri, o la Freedom Trail Official App., la Tour Boston’s Freedom Trail con videoclip e mappa dei punti di interesse. Così come anche New York non scherza in fatto di app per turisti ).

Oggi è tutta una questione di App. Non c’è mappa geografica cartacea che utilizziamo più, ma tutto ci è a portata di mano e raggiungibile. Pretendiamo che il telefonino ci dica la previsioni del tempo, gli indirizzi dei ristoranti, la pompa di benzina più vicina, l’orario dei treni… o magari un giorno ci sarà una App che ci avvisa che abbiamo addirittura un cancro.

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Mi fa sempre pensare a idee di nuovi racconti come nella vignetta qui affianco e su quanto sia divertente capire quanto siamo diversi nel vivere un viaggio, nello scoprire le persone che incontriamo sui nostri passi.

Mi trovo infatti a New York qualche settimana fa e conosco un pizzaiuolo calabrese, che si chiama come me, e che lavora in una catena di pizzerie ristorante molto buone tra Brooklyn e Manhattan, Numero 28, fondate da una famiglia di suoi conterranei. Lui si è trasferito avendo parenti tra i soci, mi pare, ma il motivo vero per cui è scappato dalla sua di eredità è il solito caso burocratico che ti scoraggia dall’andare avanti: mi racconta che in Italia vendeva protesi sanitarie e lavorava con le aziende pubbliche, ma che aspetta ancora 60mila euro di arretrati dalla Regione Calabria. Nell’attesa di anni di contenzioso, meglio galoppare verso qualcosa che ti faccia sentire vivo, mi dice mentre assaporo quel sugo di pomodoro così dolce della pizza. E non so se sognare ai miei sapori perduti o arrabbiarmi.

Nel vagare della notte newyorkese, dopo quella storia, mi incanto nella nebbia che avvolge la città a volte di sera, la copre sulle cime e la punta dell’Empire State Building, e sembra sia lo specchio naturale che la fa riflettere nella vita dei commerci, mentre tra i vicoli e le corti sporche dei palazzi i piccioni covano il loro uovo sui davanzali, penso a quei gruppi di cani con il dogwalker che ho visto nel pomeriggio assolato e che seguono l’uomo all’ombra, lo seguono senza un contraccambio. New York è anche questi attimi lenti, anche se ti da l’impressione di correre…. ma scodinzola al primo segnale che stai per amarla, vola alta…senza aspettarsi niente.

È una questione di cellule, cantava Battisti. Quei piccoli quanti a cui ogni giorno ci affidiamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni di orientamento, di sicurezza, di aspettative e grandi speranze, per dirla alla Dickens, oggi sono sui nostri smartphone che vanno più veloci delle nostre idee. I nostri immigrati allo sbaraglio  non ne hanno mai avuto bisogno in passato, hanno sempre dato fiducia al loro intuito sul come vivere la vita americana. Persino Paul Revere non aveva che una bussola

Perché più ci penso… e più credo che alla fine la “App” più azzeccata è quella sulle eredità, quella bussola che mi porto appresso è da rintracciare nel tragitto che ha fatto quel ragazzo calabrese che aspetta ancora il credito dalla sua terra, e con tanti sforzi ma con soddisfazione ha preferito servirmi una pizza più buona, a New York. Tutto forse per tramandare la sua di eredità. Se solo quella terra del Sud l’avesse capito prima, non avrebbe avuto bisogno di iniziare contenziosi con chi voleva semplicemente darle il suo lavoro, senza consecutio temporum, senza se e senza ma.

Si dice che l’americano non aspira ad essere autentico, ma ama essere contaminato. Ama essere cambiato per nutrirsi di energie. A volte è così.

A volte è anche vero quello che diceva David Herbert Lawrence, che quando un contadino italiano lavora, la sua mente e i suoi nervi dormono, è il suo sangue che agisce e pensa. Quando un americano invece fa qualche cosa non sta veramente facendo qualcosa, se ne “sta occupando”. Gli americani “sono sempre occupati” intorno a qualche cosa, mai impegnati ad agire con la “coscienza del sangue”.

La ricerca della felicità, sancita per costituzione, è la causa del Live it and Let Live che si può toccare quando si percorrono spazi aperti e si incontrano le persone del Sud. Vivi e lascia vivere. Ma dove vivere? Dove andare? Non importa dove, scriveva John Fante, l’importante è andare.

Se non sapete quali sono le strade dove viaggiare in America, ← ci ha pensato l’ottimo blogger di viaggio Dario Celli, giornalista, che è andato on the road a scoprire piccole chicche. Si è trovato davanti, come quando si fa inevitabilmente la scelta del viaggio d’avventura in solitaria, alcuni piccoli tesori nascosti tra le strade deserte d’America. ←

Sulla sua scorta, come pellegrino del Sud degli Stati Uniti, tempo fa mi venne la voglia di passare dalla Interstate 75 che va dal Nord del Michigan e scende fino in Florida. Sono riuscito ad assaggiarla soltanto, per ritornare alle mie radici dei frutteti del Sud. Solo per un’ora e mezza tra Atlanta e Macon, in Georgia, dove quest’ultima città è sede di un paio di palazzi d’epoca della Guerra Civile oltre ad aver dato i natali a Otis Redding. Eccoli quei ritmi lentissimi…..

vecchie insegne americane

Vecchie insegne dimenticate su tragitti pop

casa dell'autrice di Vai Col Vento

Casa dove l’autrice Mitchell si ispiro’ per scrivere il romanzo Via Col Vento

attrezzo agricolo americano

Vecchia cascina abbandonata

annaffiatore americano

C’e’ posta anche per i mega annaffiatori nei campi

vecchia pompa di benzina americana

Una vecchia pompa di benzina e un negozietto

crocevia americano

Crocevia deserto di fronte campi di alberi di pesche

Attraversare le campagne dello stato della Georgia, il mese scorso, mi ha portato a conoscere sulla propria pelle, a sentirne il vento e quasi la febbre, la vita di quell’ estraneità della frontiera.

Isn’t that something? Questa frase ha pronunciato spesso il tuttofare della casa dove sono stato ospite alle porte di Atlanta. Una frase che voleva raccontare meraviglia di qualsiasi cosa… curiosità di tutto.

È una persona semplice, Bob, perché la sua unica preoccupazione è il suo orto che ha lasciato a casa, ed è venuto solo qualche settimana per aggiustare le fondamenta della casa dell’amico in Georgia, e lo ha fatto arrivando col suo truck viaggiando 12 ore dall’Arizona e poi riposandosi in qualche motel per qualche ora per poi ricominciare il viaggio. “Ah, tu ti intendi di teatro? Wow … di maschere e di Commedia dell’Arte? Isn’t that something?” – mi chiede. Poi mi domanda cosa siano i cosplayers, li ha letti su una rivista di cinema. Io gli dico in fretta che sono un po’ come i cartoni animati, delle persone a cui piace mascherarsi e sono nati da una tendenza dei giapponesi amanti dei ruoli fantascientifici del cinema. Bob, con i suoi vestiti sporchi di calce, segatura e lavoro mi sorride stupito, lui queste cose non le vedeva nel deserto dell’Arizona. Poi gli faccio vedere che ho visitato la casa dove la scrittrice Mitchell ha vissuto e si è ispirata per scrivere il romanzo Via Col Vento. Lui mi guarda con quegli occhi profondi, senza levarsi il suo cappello da lavoro. Sorride e non commenta.

Il giorno che me ne riparto, esce a piedi scalzi per salutarmi. Prima di darmi un’altra delle sue foglie selvatiche medicinali (lui la chiama PokeWeed ←) che lui ama seccare e mangiarne una al giorno, mica soltanto perché era una medicina dei Nativi.

Prima che prendessi il volo di ritorno per Boston, mi lascia una lettera… e capisco subito che è una di quelle liste tipo catene di S.Antonio, attribuite talvolta a qualche poeta e che girano virali su internet. Ma la leggo e la trovo invece diversa dalle solite smancerie. È una lista di consigli utili in cui mi ritrovo in quel viaggio:

Scappa da una persona che ama mangiare a tavola da sola o da solo, che pretende che la/lo baci come vuole lei/lui. Scappa da chi non ti fa fare l’uomo in casa, o la donna in casa.

Esprimiti sempre, non fare l’errore di sentirti superiore nel dire “tanto non mi capisce”.

Non mentire mai a te stesso: è una copertina della tua inferiorità e del non riuscire a reagire davanti ai rifiuti degli altri.

Ogni giorno prendila come un dono, abbassa le aspettative; e non supporre cosa pensano gli altri, chiediglielo. Chi non da valore a ciò che ha, un giorno si lamenterà per averlo perso e chi fa del male un giorno riceverà ciò che si merita.

Non permettere a nessuno di abbassare la tua autostima. Ma non urlare nemmeno, perché significa abbassarsi alla violenza degli altri.

Bisogna essere forti e sollevarsi dalle cadute che ci pone la vita.

Prima di discutere, respira; prima di parlare, ascolta; prima di criticare, esaminati; prima di scrivere, pensa; prima di ferire, senti; prima di arrenderti, tenta; prima di ferire, senti; prima di arrenderti, tenta.

Se vuoi essere felice, rendi felice qualcuno; se desideri ricevere, dona un poco di te.

Non rovinare mai il tuo presente per un passato che non ha futuro.

Quasi come se fossi incantato e obbligato a contraccambiare, gli lascio come dono la stampa di un foglio a caso che avevo in borsa tra scartoffie e appunti… era un articolo che parlava dei 7 modi di come la cultura italiana cambierà la tua vita  ← Diceva che la cultura italiana rischia sempre di spingerti a mangiare soltanto prodotti locali, a mangiare di più nei pasti ma di fare meno snack, a bere più caffè, ad essere più emotivi (perché gli italiani sono famosi per essere sia più sensibili←  e drammatici sia più diretti rispetto ad altre culture); che la cultura italiana ti spingerà ad avere un tocco artistico, e ad avere anche legami familiari.

Bob lo legge, mi sorride in silenzio. E pensa a quella famiglia lontana, con quella sensibilità che si trova per caso in ogni Sud del mondo.

Tutto rimane fermo dentro il famoso diner di un dipinto di Hopper.

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I luoghi del dipinto Nighthawks di Edward Hopper sono rintracciabili in certe tracce di Greenwich Village a New York, ma anche a locations da lui immaginate.

Ma tutto deve cambiare nella terra del “tutto è quello che viene mostrato”. Anche con i nostri gesti facciali.

Niente rimane. Tutto è in movimento, anche certi edifici di Boston. Ma non certe persone.

Stavo seduto a mangiare il mio panino nell’ora di pausa pranzo. A quell’ ora c’è chi nel frattempo legge il giornale o chi controlla la posta elettronica. Davanti a me avevo invece un dipinto contemporaneo. Mentre mangiavo, mi sono ritrovato davanti un redivivo Dejeuner sur l’herb però ambientato su un salottino retro e vintage. Bivaccati due ragazze e due ragazzi che, in mezz’ora, giuro ho contato i minuti, non si sono detti niente. Erano ipnotizzati a guardare i loro cellulari “intelligenti”, a scorrere foto e status di gente –amici?- che stanno al di fuori, che vivono a loro volta altri divanetti di silenzi.

Se chiudete gli occhi e l’osservate anche voi quella immagine, sembra fissa come nei quadri di Hopper… è una pennellata di solitudine dell’ americano medio, lo sfogo compulsivo delle dita nel vano tentativo di sapere come vivono e come stanno gli altri. Ma perché per chiedere “Che fai? Come stai?” questi quattro ragazzi non parlano tra di loro,  non si guardano negli occhi ma solo nei loro profili?

La scrittrice Avallone dice che “l’amore è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo”. Vuol dire che in realtà, quando anche noi siamo come quei quattro ragazzi svogliati sul divano, volevamo un’altra vita e la cerchiamo nei feticci degli altri? O non avevamo il coraggio di dirlo a noi stessi finendo poi per mentirci da soli?

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Anche Dario Argento nel suo Profondo Rosso si ispirò al Nighthawks di Edward Hopper

È di questo di cui volevo raccontare. Il mentire a sé stessi – come ha fatto il giocatore Tom Brady  – è una delle cose che a nessuno è consigliato di fare. Pena la squalifica.

photo Boston University, edificio ad angolo

Scorcio di architettura bostoniana simile ai diner ad angolo

Ogni italiano o italiana che espatria per fare un esempio, con lui o lei della coppia di un paese diverso, quell’italiano e solo lui sarà stato a scegliere liberamente questa vita, senza alcuna costrizione. Inutili i rimpianti, invece di fingere con sé stessi e stare lì annoiato
Ciò che per una parte della coppia può essere un sacrificio poi non può esserlo per un’altra. Ciò che per uno è sforzo, privazione, sofferenza, può essere normale o accettabile per un altro. Se ne parla nel blog di Mamme nel Deserto, che citando lo psicologo Morelli si affronta il tema del sacrificio: “Sacrificio fa rima con altruismo, tutti quelli che fanno il volontariato, la prima cosa che devono fare è raccontarlo a destra e a manca per far vedere quanto sono buoni”. E state lontani da quelli che dicono che “fanno sacrifici per te, perché prima o poi te la faranno pagare!” – Forse per questo è meglio esser sinceri con la propria anima.

Chi arriva poi in un paese che sente anche straniero, deve affrontare quelli che tutti prima o poi hanno vissuto: la solitudine. Proprio come nei quadri di Hopper. Sempre Mamme nel Deserto ne ha pubblicato un kit di SOS amici

È proprio di questo kit salva-solitudine di cui M. avrebbe bisogno. Chi è M.?

M., lo chiameremo così, è un uomo che ha scritto la sua recente storia sotto forma di sfogo, su uno dei tanti gruppi di Italiani in America che spopolano sui social networks. La ripubblico qui sotto perché merita di essere ascoltata tutta di un fiato. Questa volta non è un raccontino arrivatomi per cassetta postale.  La sua storia è vera. Ho solo cambiato i nomi, i tempi, rimaneggiata un po’ e trasformata in terza persona, agganciandola alle ambientazioni che la menzogna o la contraddizione spesso sa dipingere bene.

Buona sincera lettura.

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M. lavorava da otto mesi per una azienda di grafica di Mooresville nel North Carolina. Fece un’errore che gli costo` caro: “Wow Jane, i like your dress a lot!” (Trad.: Wow Jane, mi piace molto il tuo vestito) disse un giorno ad una collega.

Il giorno dopo gli arrivo` una email dal dipartimento delle risorse umane che gli chiedeva di incontrarsi a fine giornata nell’ufficio del manager… qui gli comunico` che qualcuno si era lamentato del suo modo di parlare molesto consigliandogli di contenere il linguaggio.

Lui ne parlo` con Jane scusandosi se era stato inopportuno, ma lei gli giuro` che non era stata lei a fare il report.

Alla fine della settimana, alla consegna dello stipendio, gli venne annunciato che doveva raccattare le sue cose in quanto la sua posizione era stata terminata in virtu` del suo comportamento inopportuno in ufficio e che aveva messo a disagio delle colleghe.

Insomma, si trova licenziato senza sapere neanche per colpa di chi… e soprattutto per qualcosa che non credeva di aver fatto! M. chiese la paga di disoccupazione perché era stato licenziato senza una ragione valida, ma l’azienda ricorre in appello dicendo che non gli spettava in quanto aveva molestato alcune dipendenti.

Per fortuna l’Employement Security Commission voterà poi a suo favore in quanto se M. avesse fatto qualcosa del genere, o avrebbe dovuto ammetterlo spontaneamente, o avrebbe dovuto fornire una prova tangibile come una denuncia formale che provasse di essere sotto accusa.

Fortuna volle che M. non ebbe bisogno della paga di unemployement per più di una settimana perché riuscì a trovare un lavoro di ripiego subito in un’altra azienda situata a Huntersville, sempre nel North Carolina.

Al suo secondo giorno di lavoro entrò però lo scheriffo in ufficio e venne alla sua scrivania di studio di grafica, dove la bellezza di solo 6 persone condividevano quella stanza, e senza tanto batter ciglio e senza tanta privacy gli annunciò davanti a tutti e sei che era stato citato in tribunale con l’accusa di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Subito inizio` tutto un bisbigliare, M. si difese dicendo che non era nulla del genere ed era una ripercussione relegata al fatto che il suo precedente datore di lavoro voleva negargli l’unemployment.

Il mese dopo, in aula, finalmente M. scopre chi era stato a lamentarsi… non era Jane, perché nel frattempo con lei si erano tenuti in contatto e ne era nata una relazione durata poi quasi 2 anni… no non era affatto lei, quella che si era lamentata, anzi quelle, erano due colleghe che avevano sentito il suo complimento al vestito di Jane: “ci siamo sentite in pericolo perché le sue parole facevano capire che M. la osservava con intenti sessuali.”

L’avvocato  di M. era riuscito poi a convincere il giudice di non essere un molestatore e semplicemente che in Italia è normale scambiarsi battute fra colleghi di ufficio.

Il caso venne dichiarato dismissed (ossia “accuse cadute”) con la condizione che M. avesse dovuto seguire un corso di due giorni sul “sexual harrasment” cioè la molestia sessuale e le regole per evitarla. M. rimase senza parole, le cose che insegnano a quel corso è che fra colleghi bisogna parlarsi guardosi in faccia o guardando altrove evitando di osservare altre parti del corpo e non ci si può scambiare complimenti perché seppur accettati dal/la collega a cui diretti potrebbero far venire soggezione ad altri colleghi/e e che comunque il posto di lavoro non può essere un punto di incontro per iniziare relazioni.

Insomma, per legge il lavoro deve essere palloso. Almeno per lui.

Perché inizia a domandarsi allora dove uno dovrebbe conoscere altre persone per instaurare una relazione… salvo che uno non viva in una delle grosse città, nelle città normali si va da casa al lavoro, e basta, alle 8 di sera la gente ha cenato ed ha finito o sta finendo di vedere un film ed è già a letto!

Dove puoi stringere una relazione interpersonale stando al di fuori delle ore di lavoro? Guardando un bicchiere di birra o alcol seduto da solo in un bar come in un dipinto di Hopper?

Mistero… perché luoghi di ritrovo non ce ne sono, le piazze sono una cosa sconosciuta, i bar son sempre vuoti e venerdì e sabato sera dove ciò che ci trovi è poco di buono perché ci van solo ubriaconi…. magari fra le ubriacone del weekend trovi una che alla fine non è poi così male… ma valla a trovare te!

Se ci parli sul posto di lavoro ti denunciano perché le fai un complimento, ma quando le incontri al bar nei weekend, non serve fare complimenti sul vestito perché tanto se lo tolgono prima, insomma un controsenso assurdo per M.

Tanto per esser precisi, a seguito della sentenza, pur avendo vinto, ad M. lo licenziarono perché se il giudice gli aveva ordinato di fare il corso, a loro avviso significava che probabilmente qualcosa di male lo faceva, e siccome erano in procinto di essere acquisiti da una azienda più grossa, una condizionale dell’acquisizione era non avere dipendenti con cause legali pendenti. Guarda caso la causa di M. era appena terminata, e seppur vincitore avevano preferito licenziarlo. Ma almeno questa volta la paga di unemployment M. l’aveva avuta!

Peccato fosse bastata appena tre mesi e mezzo di lavoro, quindi molto bassa.

Decise dunque di cambiare aria, andando lontano da Charlotte e tentare ad andare in giro attorno ad Atlanta, trovare lavoro a Cummings, una città nella Georgia in un’azienda che disegna grafiche per carrozzerie e camion.

Ecco cosa M. aveva imparato dall’America: qui ti pagano bene, profumatamente… In Italia se lo sognava un lavoro da 20 dollari l’ora più straordinari (che quasi mai gli permettono di fare perché non vogliono doverglieli pagare), in Italia prendeva 850 Euro al mese ed era obbligato a lavorare decine di ore di straordinari mai pagati, gli era capitato di stare fino alle 3 del mattino a lavorare in tipografia in Italia! Per questo aveva scelto questa vita. E non si sarebbe sognato di ritornare anche per l’assenza di meritocrazia. Qui invece negli Stati Uniti alle 5.30 ci si defila!

E non ci si defila al central perk di “Friends”, no perché neanche esiste un locale così, se non appunto in città come New York, Atlanta e simili, ma lì per vivere i 20 dollari all’ora non ti bastano; per vivere nelle belle metropoli dei film devi essere milionario, e quello la televisione non te lo mostra, perché la verità è che l’America la vedi meglio su “Settimo Cielo”: cittadine di poche decine di migliaia di abitanti che durante la settimana si comportano tutti da santi e giudicano chiunque, poi già il venerdì sera si danno all’alcol pesante e tutta la loro bigotteria sul sexual harrassment viene messa da parte perché vanno a letto con chi gli capita e la domenica tutti in chiesa a predicare che certe cose non si fanno.

E queste son le ragioni per cui si era lasciato con Jane (ogni venerdì sera tornava a casa da lavoro ed incassava l’assegno dello stipendio dal benzinaio e tornava a casa con una cassetta da 12 birre che puntualmente finiva entro sabato sera)… e di recente si era lasciato anche da un’altra, Memy, che dopo quasi un anno di convivenza gli aveva detto che non poteva accettare di vivere con uno che non va in chiesa ogni domenica e che la gente parla del fatto che lei vive con uno impossessato dal diavolo…ma quando M. le aveva fatto presente come si erano conosciuti (lei era ubriaca al bar e lui l’aveva rimorchiata proprio quella sera stessa) o quando M. fece notare a Memy che lei puntualmente ogni sabato andava con le sue amiche al bar da cui poi la chiamava perché la andasse a prendere perché era troppo ubriaca per guidare… Memy non ci pensò due volte a mollarlo perché “sei troppo judgemental (giudichi troppo)!”

Se fai un complimento ad una al lavoro ti giudicano stupratore e ti crocifiggono, ma se lo fai il sabato sera da ubriaco, tutto è permesso e non è giusto giudicare.

In America fuori dall’ufficio c’è solo un parcheggio, con tante tante auto, ed appena si esce ciascuno sale sulla propria, senza neanche salutarsi, al massimo un cenno con la mano sul volante… e via, a casa a cenare alle 6 di sera.

E che dire delle amicizie americane. M. vive qui da 8 anni, ancora in amicizia con i suoi due più cari amici in Italia, ma qui in America… gli amici sono amici di bevute, ma non come in Italia che ci si fa uno spritz assieme -oggi offro io per tutti, domani offri te- no, qua ognuno fa il suo, conti separati sempre… e se chiedi un favore in amicizia, la risposta è: “quanto mi dai?”

Una volta ad M. gli si era rotta l’Auto ad Atlanta e dovette lasciarla lì da un meccanico e chiedere un passaggio ad un amico, Brad, il quale era uno dei vicini di casa con cui tante volte si fanno grigliate assieme… Brad gli disse che non c’era nessun problema, tra Cummings ed Atlanta ci sono circa 45 minuti di strada: lui lo venne a prendere, poi quando erano quasi vicino casa, si era fermato dal benzinaio, e senza neanche fare il gesto di scendere dall’auto lo aveva guardato come dire: “beh, almeno mi paghi il pieno…”
Si ovvio, M. senza batter ciglio gli aveva detto: “fermo fermo, pago io”, scende e gli paga il pieno, ma ripensandoci dopo, ad M. gli era rimasta la curiosità di cosa gli avrebbe detto quando lo stava guardando se non lo avesse anticipato.

Camilleri nel suo racconto La Relazione descrive il sentimento del personaggio che più si avvicina a volte alla storia di M:  “Lui non prova nessuna emozione, niente. Si sente un uomo solo, che cammina nel deserto di una banchisa polare”.

Infatti anche M. e Brad si conoscono da 3 anni, bene o male ogni weekend combinano qualcosa a turno nella casa dell’altro; a volte arrivano altri conoscenti, ma non è amicizia, è più un tenersi compagnia per far fronte alla solitudine, in fin dei conti Brad ha 45 anni, divorziato da più mogli e 3 figli da 2 mogli diverse, e vive a casa da solo, ed M. vive da solo. E viveva da solo anche quando si erano conosciuti. In un bar, guardando ebetiti un bicchiere pieno di birra. Proprio come in un dipinto di Hopper.

 

La menzogna è il caso di attualità del momento, nei gossip sportivi. Un famoso giocatore di football Tom Brady, ha mentito sul fatto se il suo pallone ovale fosse leggermente più sgonfio (per afferrarlo meglio). Ecco di nuovo però l’America con la sindrome di Clintonite.

Che cosa fa di ognuno il manipolatore di se stesso? Gli esperti dicono che sia  l’auto conservazione e l’allungare la verità che l’altro ha bisogno. Robert Feldman, psicologo dell’Università del Massachusetts, ha dedicato anni a cercare di capire perché le persone usano quello che in modo educato viene chiamato inganno/raggiro verbale.

Nelle sue ricerche, quando due persone si incontrano, la media è che le persone mentono tre volte nei primi 10 minuti. “È un modo di manipolare la propria immagine come lubrificante sociale; è un balsamo che lenisce le situazioni avverse e le fa andare via”. E in molti casi la gente crede a quello in cui vuole credere. L’America ama i suoi eroi: pochi ricevono così tante preghiere quanto gli atleti nazionali.

Si sa, sono sotto pressione mediatica e devono sorridere sempre e comunque. Brady è famoso per i suoi nervi di acciaio. E le bugie, come ha scritto il Boston Globe, sono stata l’unica soluzione che i suoi occhi potevano riservare o mostrare.  In questo caso l’atleta, così come le persone comuni hanno bisogno di fingere motivate dalla sola paura di essere beccati, prima ancora di provare vergogna.

Bill Clinton sopravvisse allo scandalo. E ora sua moglie si candida come presidente degli Stati Uniti.

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Doc Brown: “Dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Usa nel 1985?”

Marty McFly: “Ronald Reagan”

Giovane Emmett Brown: “Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady…e John Wayne il ministro della Guerra”.

E come potevamo noi cantare, diceva una poesia di Quasimodo. E come potevamo noi bloggers scrivere nella bufera di neve bostoniana  ← qui le foto – mandataci dalla natura per farci infornare biscotti, ed anche per farci spalare montagne di ghiaccio fuori dalle nostre residenze prima di andare a lavoro lenti come formiche. A Boston è stato un lungo inverno che ha fatto fatica a sciogliersi. ← qui un bel video  –

C’è chi come Roberto Saviano che ha detto che se nasci a Napoli, c’è una parte di te che ti impedisce di sopportare il gelo. ← Meno quindici gradi ti bloccano anche la possibilità di respirare. Il freddo vissuto nel suo viaggio newyorkese lui lo ha sopportato, che quel gelo lo ha addestrato, dice, come il metallo che rovente si tempra solo se immerso in acqua gelida. “Ma non serve e continuo a puzzarmi di freddo.”

Non sono d’accordo. Se sei nato anche nel profondo Sud dell’Italia, come me, puoi amare ogni tipo di graffio, di scorza dura, di rabbia, di amore per la terra che calpesti. Appunto, sei addestrato.

Eppure io credo che ogni inverno vada vissuto come un guscio da conservare e da grattare, un guscio che ci potrà servire a comando, a richiesta, quando scoleremo quel piatto di spaghetti allo scoglio una volta entrato in casa il primo raggio di sole ai primi sbocchi di primavera. Uno sbocco come un viatico. Un guscio fatto di calore, di mare lontano (noi italiani all’estero a Boston abbiamo gli oceani freschi a meno che non imbocchiamo la 95 per dirigerci a Miami, Florida), di ruggine, di pelle morta, di sensualità repellente. Un viatico come una stazione della Via Crucis. Una fermata.

Riprendo a scrivere le mie lettere da Boston, riprendo bloccato non solo dalla neve, mi sveglio a raccontare i sipari, i colori, la gente, i racconti tradotti. E riprendo raccontando un amore imperfetto, ← come il raccontino a flusso di coscienza a firma di Silvia Avallone.

Un amore bloccato dalla nebbia negli occhi: come potevamo noi vedere la città in cui lavoriamo con gli occhi della foschia, con gli occhi sommersi, i fiori sepolti, i bulbi dormienti?

Faccio un passo indietro. Oppure nel futuro. Chi l’avrebbe mai detto (come nel dialogo all’ inizio, tratto dal film Ritorno al Futuro di R. Zemeckis) che avremmo avuto un presidente degli Stati Uniti nero, o addirittura donna, e che in Italia, nazione gerontocratica, avrebbe potuto vincere in politica uno nato negli anni 70 già così presto? Questo perché quando non riusciamo ad avere visioni nel futuro delle stagioni, ci blocchiamo, ci arrestiamo, e ne soffriamo di quel conflitto. Così imperfetto. Non riusciamo a distinguere.

Quando si è adolescenti si vuole fare incetta di sguardi, durante le passeggiate sul corso del paese, a prendere in giro le vecchie zitelle. Chi glielo dice a quell’adolescente che ci passerà anche lui da quella panchina? Lui non lo sa, non è cosciente. Non immagina il futuro. L’amore è altra cosa.

L’amore è lotta e conquista…

L’amore raccontato è immortale, ma la vita è mortale eccome.

L’amore, per come lo vedo adesso, -dice la Avallone- è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo. Non è crudele, non dura una sola stagione, non si esibisce e non si trucca. L’amore è esattamente, nel tuo volto preciso, nei tuoi modi imperfetti di fare.

Un modo imperfetto di amare è anche quel gelo che sembra toccarci, stringerci nella morsa, ma in realtà siamo noi che non lottiamo, che non curiosiamo. E se lo facciamo, non riuscimo a capire perché lo facciamo.

È una ricerca affamata, uno sfiorare senza mai afferrare… come un amore fatto di litigi.

Luciano De Crescenzo ←  aveva una bella tesi sull’erotismo, sulla vista e sul tatto.

… i “male pensiere” (e con essi il testosterone) sono direttamente proporzionali alle difficoltà che s’incontrano nel convincere l’altro sesso. L’erotismo, in altre parole, sarebbe una molla che scatta solo se qualcuno, in precedenza, ha provveduto a comprimerla.
Dicevano i futuristi: “Perché solo la Vista e l’Udito debbono godere dell’arte? E il Tatto? Che vi ha fatto di male il Tatto per privarlo dei piaceri estetici?”. E s’inventarono le mostre tattili, ovvero rassegne di opere che si potevano solo toccare. Il visitatore immergeva la mano in uno scatolone di legno ed entrava in contatto con il capolavoro. Fuori il titolo (L’Eternità, L’Invidia, L’Infinito) e dentro l’opera (uno strato d’ovatta, una spazzola, una pezza bagnata). Una delle opere era intitolata Erotismo, e fu grazie a essa che riuscii, finalmente, a capire il mistero del sesso. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga all’incirca quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito, facendo attenzione, però, perché in uno dei buchi è nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, proseguii, con cautela, a esplorare tutti gli altri pertugi. Più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii il messaggio dell’artista.
L’erotismo è una stanza buia dove si entra con molta curiosità e con un pizzico di paura, è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla, è la continua ricerca del limite. Se invece accendiamo la luce, sparisce tutto il piacere e con esso anche l’erotismo.

L’amore è soprattutto quella cosa che ti capita quando stai facendo qualcos’altro e non te ne eri accorto. È quello che voglio fare nei miei viaggi bostoniani, schiarire quella nebbia, toccarla per evitare di finire stecchiti dalla corrente della macchina del tempo.

Ecco perché voglio continuare ad amare questa città.

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
as clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
and dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away

Raccontare l’America non è sempre così scontato, se ne può parlare bene o male… ci sarà sempre qualcuno che vorrà fare il bastian contrario… Questo blog non parla per esempio di problemi di burocrazia americana, a meno che non mi capitasse qualche siparietto da scriverne un lazzo, già c’è qualche amico/a che lo fa qui raccontando le proprie disavventure con la burocrazia italiana.

Raccontando le storielle di dove vivo, anche quando vivevo nella culla del rinascimento fiorentino, mi sono sempre concentrato invece nel chiedere perché alcune cose accadono: come ora mi chiedo come mai Boston venga considerata una delle città più divertenti degli Stati Uniti.← Se vedete il grafico nel link indicato, potete leggere la classica battuta o barzelletta simbolo di ogni città. Tanto per essere chiari: se non siete avvezzi all’ironia anglosassone, lasciate perdere! Non ne capirete il senso.

Ma cosa i bostoniani vorrebbero della loro città ? (lo dice il link a sinistra) – L’unico modo per farsi una propria opinione è visitarla, come hanno fatto, almeno virtualmente, i bravi presentatori del simpatico programma radiofonico su viaggi nei paraggi, come recita il loro motto, dal titolo CHE CI FACCIO QUI in onda su Radio 2 RAI, dove ho dato il modesto e fulmineo (ah, i tempi della radio!) contributo dopo un’ora di episodio, il 28 luglio nella puntata dedicata proprio a Boston.← Da ascoltare tutta!

Io intanto mi preparo per la seconda edizione radiofonica de L’Italia Chiamò, il nuovo sito è già pronto. ←

Ne parla anche la brava giornalista Barbara Mennitti su Stella Nova Magazine, con la sua intervista molto stuzzicante sui lati personali della mia storia e del perché sono sbarcato a Boston

I motori della radio e della TV si scaldano e con Stefano Marchese, che mi ha trascinato sin dall’anno scorso in questa avventura comico-musicale, la giornalista Elisa Meazzini e l’attore Roberto Di Giulio proveremo a continuare a intrattenere non solo gli expats ma anche quelli che l’Italia sognano di cambiarla: emigrando!

p. s. a proposito di emigranti, mi aspetta un gruppo di viaggiatori italiani che il 21 agosto visiteranno Boston e Newport. Vi terrò aggiornati sulle loro impressioni. Intanto, godetevi queste impressioni di chi vive all’estero. Sono solo luoghi comuni?

 

 

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Un crotonese… pecorino a New York

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NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

DA DOVE MI HANNO CERCATO

Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.