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Rubare la bellezza, si può? Forse la pensava così chi rubò i dipinti dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston il 18 marzo 1990, in quella che era la più grande rapina di opere d’arte nella storia americana. Forse la pensa così anche chi ha dipinto questi murales su alcune pareti di edifici della capitale del Massachusetts. Ogni volta che ci passavo, durante i quasi cinque anni bostoniani, quei personaggi vivevano con me. Queste storie erano affacciate alla mia fantasia.area4
La diligenza che passava tra gli scienziati del MIT, che portava con sé l’inventore della macchina da cucire, il muratore italiano che avrebbe regalato i suoi mattoni per costruire la Società Dante Alighieri proprio lì di fronte, tutti loro avevano avuto una loro vita, dei loro passatempi. Gli operai delle fabbriche di corde e gomme pneumatiche, una mamma di colore che avrebbe partorito libera dalla segregazione, vestita borghese, orgogliosa di essersi giocata da una bolla di paura, con lo sguardo dritto a rompere la quarta parete.

Se avessi fatto qualche passo con il mio telefonino “intelligente”, mi sarei imbattuto anche nel poeta dall’aspetto simile a Leopardi, nel pensionato, nell’addestratore di Pitbull, nella cantante nera di blues, nella mamma col bambino, nella vecchia impicciona che guarda sul piazzale, nel padre preoccupato che guarda un punto lontano coprendosi dal sole con la mano, e poi un gattino, e forse un sarto.

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E ogni volta che ci torno, ogni volta che passo da queste opere d’arte spennellate ad arte su un muro, potrei gridar loro “Gotta catch them all!” per farle vivere? Cacciarli sarebbe come rubare le loro espressioni? Come quell’uomo che ha sparato a due cacciatori di Pokemon, il pirata col suo giochino elettronico che fa impazzire gli smanettoni anche a Central Park a New York forse voleva soltanto che i passanti vivessero un po’ di più, paradossalmente morendo? Proprio come un suicidio di massa degli Incas?

Il mio vicino in metropolitana quando riprende i piedi della folla alla ricerca del pupazzo giallo Pikachu, non li filma con l’intento da feticista e nemmeno per catturarne la bellezza. Non so a questi timidi giocatori solitari cosa resti, forse solo un gioco di riflessi, un raggio di sole che gli abbaglia gli occhi, la loro figura sembra al sicuro dentro una bolla, non chiedono al loro prossimo nemmeno se hanno sbagliato treno o quale sia la prossima fermata, così nessuno li potrà fulminare con gli occhi, saranno come la ragazza della metropolitana nel dipinto di George Tooker’s “Subway” o come nei dipinti delle donne sole di Edward Hopper.

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Un bambino però quando parla ad una bambola o a un soldatino come oggetto inanimato ne tira fuori l’anima. Una speranza c’è, fin quando un bel giorno mi decido, interrompo uno di loro mentre gioca:

– Ho visto un Pokemon che ancora i creatori non hanno messo in funzione…sai, hai voglia Pikachu… al confronto…
– Scusi?
– Nel senso che ho visto la preview che hanno lanciato i creatori circa un nuovo Pokemon che faranno uscire a breve
– Uh… sì come no (senza neanche degnarmi di uno sguardo)
– Guarda che avrà dei poteri interattivi, li segnala al tuo conto bancario
– Sì, ci manca che mi paghino pure per giocare… I wish
– Che ti paghino mica da subito no! Ma se lo prenderai, pare che fanno in modo che tu te lo debba conquistare.
– Ma questo è un paradosso!
– Bravo. A quanto pare i creatori volessero osare. E si avvererà la profezia.
My friend, per le prediche vai a Union square, sai quanti ne trovi?
– Non ci credi?
– Che profezia è se lo prendi ma poi in realtà non l’hai preso?
– Mi spiego. Hanno scelto il villaggio reale di GattaPilusa…non è lontano. In pratica ti accreditano sul conto bancario il biglietto per andarci in viaggio e guadagnare punti infiniti
– Ed è lì che te lo devi conquistare? Come hai detto che si chiama?
– GattaPilusa
– Mi fai lo spelling? Ga… Scusa, ma perché la chiamano profezia? Cosa prevedono?
– Perché solo nel paese dei campi di GattaPilusa il popolo dei Mammalucchi vivrà in pace cacciando gli Scimuniti
– Wow… nuovi esseri viventi? Ma dove si trova? Upstate New York?
– No, te l’ho detto… ti pagano il biglietto, bisogna prendere l’aereo.
– E poi? Bisogna acchiappare questi abitanti? Come funziona?
– In realtà loro ti manderanno prima nei loro campi, tra le vigne, solo nel mese di fine agosto, o tra settembre e ottobre, dovrai svegliarti presto la mattina, ti daranno in mano delle forbici da giardinaggio e…dovrai vendemmiare le loro uve
– Amico, mi stai prendendo in giro? Le uve? Sei un alcolizzato, man!
– Mai stato serio. Googla questa notizia. La profezia è che si avvererà solo lì quello che gli antichi Incas avevano sperimentato, che la fine della propria civiltà ad opera degli invasori portoghesi era legata all’accettare l’ideologia del suicidio come ricongiungimento con gli Dei perduti.

 

Lui mi guarda fisso, il gioco si ferma. Le porte del treno si aprono. Lui scappa impazzito con un sorriso e una lacrima pronta a drogargli la faccia.

 

Se lo fate anche voi, se interrompete il respiro fisso sul cellulare del cacciatore di Pokemon Go, la sua bolla, solo per il gusto di farvi rivolgere lo sguardo, sembrerà uscire dal treno come un palloncino. E quei personaggi sui murales rideranno, affacciati alle finestre di ogni città che amate.

Tutto rimane fermo dentro il famoso diner di un dipinto di Hopper.

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I luoghi del dipinto Nighthawks di Edward Hopper sono rintracciabili in certe tracce di Greenwich Village a New York, ma anche a locations da lui immaginate.

Ma tutto deve cambiare nella terra del “tutto è quello che viene mostrato”. Anche con i nostri gesti facciali.

Niente rimane. Tutto è in movimento, anche certi edifici di Boston. Ma non certe persone.

Stavo seduto a mangiare il mio panino nell’ora di pausa pranzo. A quell’ ora c’è chi nel frattempo legge il giornale o chi controlla la posta elettronica. Davanti a me avevo invece un dipinto contemporaneo. Mentre mangiavo, mi sono ritrovato davanti un redivivo Dejeuner sur l’herb però ambientato su un salottino retro e vintage. Bivaccati due ragazze e due ragazzi che, in mezz’ora, giuro ho contato i minuti, non si sono detti niente. Erano ipnotizzati a guardare i loro cellulari “intelligenti”, a scorrere foto e status di gente –amici?- che stanno al di fuori, che vivono a loro volta altri divanetti di silenzi.

Se chiudete gli occhi e l’osservate anche voi quella immagine, sembra fissa come nei quadri di Hopper… è una pennellata di solitudine dell’ americano medio, lo sfogo compulsivo delle dita nel vano tentativo di sapere come vivono e come stanno gli altri. Ma perché per chiedere “Che fai? Come stai?” questi quattro ragazzi non parlano tra di loro,  non si guardano negli occhi ma solo nei loro profili?

La scrittrice Avallone dice che “l’amore è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo”. Vuol dire che in realtà, quando anche noi siamo come quei quattro ragazzi svogliati sul divano, volevamo un’altra vita e la cerchiamo nei feticci degli altri? O non avevamo il coraggio di dirlo a noi stessi finendo poi per mentirci da soli?

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Anche Dario Argento nel suo Profondo Rosso si ispirò al Nighthawks di Edward Hopper

È di questo di cui volevo raccontare. Il mentire a sé stessi – come ha fatto il giocatore Tom Brady  – è una delle cose che a nessuno è consigliato di fare. Pena la squalifica.

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Scorcio di architettura bostoniana simile ai diner ad angolo

Ogni italiano o italiana che espatria per fare un esempio, con lui o lei della coppia di un paese diverso, quell’italiano e solo lui sarà stato a scegliere liberamente questa vita, senza alcuna costrizione. Inutili i rimpianti, invece di fingere con sé stessi e stare lì annoiato
Ciò che per una parte della coppia può essere un sacrificio poi non può esserlo per un’altra. Ciò che per uno è sforzo, privazione, sofferenza, può essere normale o accettabile per un altro. Se ne parla nel blog di Mamme nel Deserto, che citando lo psicologo Morelli si affronta il tema del sacrificio: “Sacrificio fa rima con altruismo, tutti quelli che fanno il volontariato, la prima cosa che devono fare è raccontarlo a destra e a manca per far vedere quanto sono buoni”. E state lontani da quelli che dicono che “fanno sacrifici per te, perché prima o poi te la faranno pagare!” – Forse per questo è meglio esser sinceri con la propria anima.

Chi arriva poi in un paese che sente anche straniero, deve affrontare quelli che tutti prima o poi hanno vissuto: la solitudine. Proprio come nei quadri di Hopper. Sempre Mamme nel Deserto ne ha pubblicato un kit di SOS amici

È proprio di questo kit salva-solitudine di cui M. avrebbe bisogno. Chi è M.?

M., lo chiameremo così, è un uomo che ha scritto la sua recente storia sotto forma di sfogo, su uno dei tanti gruppi di Italiani in America che spopolano sui social networks. La ripubblico qui sotto perché merita di essere ascoltata tutta di un fiato. Questa volta non è un raccontino arrivatomi per cassetta postale.  La sua storia è vera. Ho solo cambiato i nomi, i tempi, rimaneggiata un po’ e trasformata in terza persona, agganciandola alle ambientazioni che la menzogna o la contraddizione spesso sa dipingere bene.

Buona sincera lettura.

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M. lavorava da otto mesi per una azienda di grafica di Mooresville nel North Carolina. Fece un’errore che gli costo` caro: “Wow Jane, i like your dress a lot!” (Trad.: Wow Jane, mi piace molto il tuo vestito) disse un giorno ad una collega.

Il giorno dopo gli arrivo` una email dal dipartimento delle risorse umane che gli chiedeva di incontrarsi a fine giornata nell’ufficio del manager… qui gli comunico` che qualcuno si era lamentato del suo modo di parlare molesto consigliandogli di contenere il linguaggio.

Lui ne parlo` con Jane scusandosi se era stato inopportuno, ma lei gli giuro` che non era stata lei a fare il report.

Alla fine della settimana, alla consegna dello stipendio, gli venne annunciato che doveva raccattare le sue cose in quanto la sua posizione era stata terminata in virtu` del suo comportamento inopportuno in ufficio e che aveva messo a disagio delle colleghe.

Insomma, si trova licenziato senza sapere neanche per colpa di chi… e soprattutto per qualcosa che non credeva di aver fatto! M. chiese la paga di disoccupazione perché era stato licenziato senza una ragione valida, ma l’azienda ricorre in appello dicendo che non gli spettava in quanto aveva molestato alcune dipendenti.

Per fortuna l’Employement Security Commission voterà poi a suo favore in quanto se M. avesse fatto qualcosa del genere, o avrebbe dovuto ammetterlo spontaneamente, o avrebbe dovuto fornire una prova tangibile come una denuncia formale che provasse di essere sotto accusa.

Fortuna volle che M. non ebbe bisogno della paga di unemployement per più di una settimana perché riuscì a trovare un lavoro di ripiego subito in un’altra azienda situata a Huntersville, sempre nel North Carolina.

Al suo secondo giorno di lavoro entrò però lo scheriffo in ufficio e venne alla sua scrivania di studio di grafica, dove la bellezza di solo 6 persone condividevano quella stanza, e senza tanto batter ciglio e senza tanta privacy gli annunciò davanti a tutti e sei che era stato citato in tribunale con l’accusa di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Subito inizio` tutto un bisbigliare, M. si difese dicendo che non era nulla del genere ed era una ripercussione relegata al fatto che il suo precedente datore di lavoro voleva negargli l’unemployment.

Il mese dopo, in aula, finalmente M. scopre chi era stato a lamentarsi… non era Jane, perché nel frattempo con lei si erano tenuti in contatto e ne era nata una relazione durata poi quasi 2 anni… no non era affatto lei, quella che si era lamentata, anzi quelle, erano due colleghe che avevano sentito il suo complimento al vestito di Jane: “ci siamo sentite in pericolo perché le sue parole facevano capire che M. la osservava con intenti sessuali.”

L’avvocato  di M. era riuscito poi a convincere il giudice di non essere un molestatore e semplicemente che in Italia è normale scambiarsi battute fra colleghi di ufficio.

Il caso venne dichiarato dismissed (ossia “accuse cadute”) con la condizione che M. avesse dovuto seguire un corso di due giorni sul “sexual harrasment” cioè la molestia sessuale e le regole per evitarla. M. rimase senza parole, le cose che insegnano a quel corso è che fra colleghi bisogna parlarsi guardosi in faccia o guardando altrove evitando di osservare altre parti del corpo e non ci si può scambiare complimenti perché seppur accettati dal/la collega a cui diretti potrebbero far venire soggezione ad altri colleghi/e e che comunque il posto di lavoro non può essere un punto di incontro per iniziare relazioni.

Insomma, per legge il lavoro deve essere palloso. Almeno per lui.

Perché inizia a domandarsi allora dove uno dovrebbe conoscere altre persone per instaurare una relazione… salvo che uno non viva in una delle grosse città, nelle città normali si va da casa al lavoro, e basta, alle 8 di sera la gente ha cenato ed ha finito o sta finendo di vedere un film ed è già a letto!

Dove puoi stringere una relazione interpersonale stando al di fuori delle ore di lavoro? Guardando un bicchiere di birra o alcol seduto da solo in un bar come in un dipinto di Hopper?

Mistero… perché luoghi di ritrovo non ce ne sono, le piazze sono una cosa sconosciuta, i bar son sempre vuoti e venerdì e sabato sera dove ciò che ci trovi è poco di buono perché ci van solo ubriaconi…. magari fra le ubriacone del weekend trovi una che alla fine non è poi così male… ma valla a trovare te!

Se ci parli sul posto di lavoro ti denunciano perché le fai un complimento, ma quando le incontri al bar nei weekend, non serve fare complimenti sul vestito perché tanto se lo tolgono prima, insomma un controsenso assurdo per M.

Tanto per esser precisi, a seguito della sentenza, pur avendo vinto, ad M. lo licenziarono perché se il giudice gli aveva ordinato di fare il corso, a loro avviso significava che probabilmente qualcosa di male lo faceva, e siccome erano in procinto di essere acquisiti da una azienda più grossa, una condizionale dell’acquisizione era non avere dipendenti con cause legali pendenti. Guarda caso la causa di M. era appena terminata, e seppur vincitore avevano preferito licenziarlo. Ma almeno questa volta la paga di unemployment M. l’aveva avuta!

Peccato fosse bastata appena tre mesi e mezzo di lavoro, quindi molto bassa.

Decise dunque di cambiare aria, andando lontano da Charlotte e tentare ad andare in giro attorno ad Atlanta, trovare lavoro a Cummings, una città nella Georgia in un’azienda che disegna grafiche per carrozzerie e camion.

Ecco cosa M. aveva imparato dall’America: qui ti pagano bene, profumatamente… In Italia se lo sognava un lavoro da 20 dollari l’ora più straordinari (che quasi mai gli permettono di fare perché non vogliono doverglieli pagare), in Italia prendeva 850 Euro al mese ed era obbligato a lavorare decine di ore di straordinari mai pagati, gli era capitato di stare fino alle 3 del mattino a lavorare in tipografia in Italia! Per questo aveva scelto questa vita. E non si sarebbe sognato di ritornare anche per l’assenza di meritocrazia. Qui invece negli Stati Uniti alle 5.30 ci si defila!

E non ci si defila al central perk di “Friends”, no perché neanche esiste un locale così, se non appunto in città come New York, Atlanta e simili, ma lì per vivere i 20 dollari all’ora non ti bastano; per vivere nelle belle metropoli dei film devi essere milionario, e quello la televisione non te lo mostra, perché la verità è che l’America la vedi meglio su “Settimo Cielo”: cittadine di poche decine di migliaia di abitanti che durante la settimana si comportano tutti da santi e giudicano chiunque, poi già il venerdì sera si danno all’alcol pesante e tutta la loro bigotteria sul sexual harrassment viene messa da parte perché vanno a letto con chi gli capita e la domenica tutti in chiesa a predicare che certe cose non si fanno.

E queste son le ragioni per cui si era lasciato con Jane (ogni venerdì sera tornava a casa da lavoro ed incassava l’assegno dello stipendio dal benzinaio e tornava a casa con una cassetta da 12 birre che puntualmente finiva entro sabato sera)… e di recente si era lasciato anche da un’altra, Memy, che dopo quasi un anno di convivenza gli aveva detto che non poteva accettare di vivere con uno che non va in chiesa ogni domenica e che la gente parla del fatto che lei vive con uno impossessato dal diavolo…ma quando M. le aveva fatto presente come si erano conosciuti (lei era ubriaca al bar e lui l’aveva rimorchiata proprio quella sera stessa) o quando M. fece notare a Memy che lei puntualmente ogni sabato andava con le sue amiche al bar da cui poi la chiamava perché la andasse a prendere perché era troppo ubriaca per guidare… Memy non ci pensò due volte a mollarlo perché “sei troppo judgemental (giudichi troppo)!”

Se fai un complimento ad una al lavoro ti giudicano stupratore e ti crocifiggono, ma se lo fai il sabato sera da ubriaco, tutto è permesso e non è giusto giudicare.

In America fuori dall’ufficio c’è solo un parcheggio, con tante tante auto, ed appena si esce ciascuno sale sulla propria, senza neanche salutarsi, al massimo un cenno con la mano sul volante… e via, a casa a cenare alle 6 di sera.

E che dire delle amicizie americane. M. vive qui da 8 anni, ancora in amicizia con i suoi due più cari amici in Italia, ma qui in America… gli amici sono amici di bevute, ma non come in Italia che ci si fa uno spritz assieme -oggi offro io per tutti, domani offri te- no, qua ognuno fa il suo, conti separati sempre… e se chiedi un favore in amicizia, la risposta è: “quanto mi dai?”

Una volta ad M. gli si era rotta l’Auto ad Atlanta e dovette lasciarla lì da un meccanico e chiedere un passaggio ad un amico, Brad, il quale era uno dei vicini di casa con cui tante volte si fanno grigliate assieme… Brad gli disse che non c’era nessun problema, tra Cummings ed Atlanta ci sono circa 45 minuti di strada: lui lo venne a prendere, poi quando erano quasi vicino casa, si era fermato dal benzinaio, e senza neanche fare il gesto di scendere dall’auto lo aveva guardato come dire: “beh, almeno mi paghi il pieno…”
Si ovvio, M. senza batter ciglio gli aveva detto: “fermo fermo, pago io”, scende e gli paga il pieno, ma ripensandoci dopo, ad M. gli era rimasta la curiosità di cosa gli avrebbe detto quando lo stava guardando se non lo avesse anticipato.

Camilleri nel suo racconto La Relazione descrive il sentimento del personaggio che più si avvicina a volte alla storia di M:  “Lui non prova nessuna emozione, niente. Si sente un uomo solo, che cammina nel deserto di una banchisa polare”.

Infatti anche M. e Brad si conoscono da 3 anni, bene o male ogni weekend combinano qualcosa a turno nella casa dell’altro; a volte arrivano altri conoscenti, ma non è amicizia, è più un tenersi compagnia per far fronte alla solitudine, in fin dei conti Brad ha 45 anni, divorziato da più mogli e 3 figli da 2 mogli diverse, e vive a casa da solo, ed M. vive da solo. E viveva da solo anche quando si erano conosciuti. In un bar, guardando ebetiti un bicchiere pieno di birra. Proprio come in un dipinto di Hopper.

 

Vi ricordate Jack Nicholson che muore assiderato nella scena finale di “Shining”? Il film fu girato in Colorado, ma esiste una cartina che associa ad ogni stato americano la pellicola più celebre girata o ambientata all’interno dei suoi confini. ← E non mancano pellicole italiane: anche se “Per qualche dollaro in più” e “Il Buono, il brutto il cattivo” furono girati in Europa, Sergio Leone riuscì a creare l’illusione che Clint Eastwood sparasse davvero nel Far West, nel Texas e nel New Mexico.

L’illusione, appunto. Tema sottinteso di questo post raccoglitore dell’accozzaglia di arte in giro in questa primavera nell’area di Boston. La prima è che andando in vacanza per tre giorni in Florida, avrei potuto mangiare carne di alligatore, come ha raccontato questo articolo sulla rivista Dissapore sui differenti tipi di carne per ogni stato americano. ← In compenso ho assaggiato in riva al mare…vi chiederete dei frutti di mare? No, un delizioso hamburger di alce proveniente da una fattoria del Montana. Scommetto che se fossi andato in Montana non avrei trovato l’alce ma l’alligatore. È come andare ormai nelle nostre città italiane di mare e chiedere la trippa al sugo, si sa che è un piatto di nicchia.

La seconda illusione è il film che mi sto facendo mentre vivo l’esperienza di vita americana nel Massachusetts, e sta nell’osservare l’eccessiva educazione della gente, sia sui mezzi pubblici che al supermercato, nel lasciarti e nell’esigere lo spazio che intercorre fra te e loro: 3 metri. Per un italiano, si tratta di un’infinità. Ma qui è l’esatta distanza tale da far scattare l’ imbarazzo nell’americano medio e che gli fa pronunciare “sorry” per dire che in tre metri di lontananza fra te e lui ci si imbarazza a passare in mezzo (per intenderci, fra te ed un altro ostacolo). Mi successe anche in Irlanda, ma so che questa bizzarra buona maniera proviene dall’intero mondo anglosassone in genere: neanche li sfiori e loro “sorry”, li colpisci apposta e loro “sorry”. Per fortuna poi si torna in Italia e anche se ti hanno spaccato una spalla “casualmente” ti dicono che è colpa tua… O come l’amico blogger Luca Lisanti ha definito questo fenomeno di ipereducazione acuta “come vivere in un eterno film di Mary Poppins”. Si chiama distanza prossemica. Per noi latini è molto ravvicinata, per gli anglo-americani si dilata. Per me è come l’illusione di vivere a ralenti una scena da film, una pausa di un piede che si alza per calpestare la superficie lunare.

Mi ero illuso che gli americani fossero troppo educati e paurosi a spiegare le gesta anche di ció che succede sotto le lenzuola… ma a loro discolpa, va assolutamente visto questo simpatico monologo di una comica in uno dei talk del sito TED, qui postato dall’Huffington Post, dove racconta di come sia riuscita a SPIEGARE A SUA FIGLIA DI 8 ANNI IL DISCORSO SUL SESSO. ←

Il blogger Luca Lisanti, che citavo prima,  è noto non solo per aver risposto anche lui come me, con le 70 cose che ho imparato da italiano in Massachusetts, ← alla blogger americana a roma sulle 50 cose che ho imparato in Italia, ← (qui Luca descrive le sue 100 cose che ha imparato in America) ←ma anche per aver detto la sua sull’ultima cazzata di John Elkann  ← citando il post del giornalista di Repubblica Rampini. «È difficile immaginare un figlio di Bill Gates –racconta la nota dell’inviato in America- che accusa quei suoi coetanei americani che non trovano lavoro di essere pigri, di avere scarso spirito di rischio. Quando uno nasce privilegiato, qui negli Stati Uniti, di solito ha il buon gusto di non insultare chi deve combattere partendo da condizioni molto piu` sfavorevoli. E poi e` difficile immaginarsi un parallelo, per un’altra ragione: suo figlio Bill Gates lo ha praticamente diseredato, lasciando la maggior parte del proprio patrimonio alla fondazione filantropica che combatte la malaria e altre malattie dei paesi poveri. Gates ha spesso spiegato la ragione profonda del suo gesto. “Farei un danno ai miei figli se gli lasciassi tutto questo patrimonio, non avrebbero stimolo a dimostrare quel che valgono loro”. E poi, da un punto di vista dell’interesse nazionale, Gates ha usato piu` volte (da ultimo in un’intervista al sottoscritto) la metafora olimpica: “Lasciare in eredita` i patrimoni del capitalismo americano, e` come designare per i prossimi Giochi olimpici una squadra Usa in cui automaticamente figurino i figli degli ex campioni olimpionici. Non e` per via ereditaria che si seleziona una classe imprenditoriale competitiva”. Elkann e` l’esempio di una capitalismo ereditario, e non e` un bello spettacolo».
Poi tutto questo lo ha anche ribadito Crozza nel suo monologo nazionalpopolare all’ultima Festival della canzone italiana a Sanremo. Per un attimo, avevo avuto l’illusione che un imprenditore italiano avesse detto la cosa giusta, ma come sempre accade in Italia, l’esempio arriva dal pulpito sbagliato.

Per capire meglio invece la differenza sulle illusioni che colpiscono le generazioni statunitensi nate dagli anni 80 ai 90, i cosidetti Yuppies e figli dei Baby Boomers  consiglio la lettura di questo interessante articolo oramai virale: WHY GENERATION Y IS UNHAPPY ← e che spiega la teoria secondo cui molti giovani americani di oggi hanno come la sindrome delle aspettative e delle ambizioni insoddisfatte, il confronto tra loro e i genitori è imbarazzante perché i secondi all’età dei primi avevano realizzato molte più cose e non solo, sapevano quello che volevano. I giovani americani di oggi invece ancora non lo sanno, e si autocelebrano di autostima. Mentre i genitori erano convinti che tanti anni di duro lavoro e sacrifici avrebbero determinato un successo professionale, la generazione Y considera il successo di carriera come un fatto dovuto, dato che si tratta di una persona eccezionalmente particolare come loro. Secondo questo articolo, l’autocommiserazione è dietro l’angolo… c’è anche una traduzione in italiano se volete, sul PERCHÉ LA GENERAZIONE Y È INFELICE ←

Poi c’è gente anche che la pensa diversamente, eh. Qui infatti c’è una risposta all’articolo in inglese.←

Io, per esempio, da italiano estraneo a tutto ciò (forse) e da ex precario, sulle illusioni avrei potuto scrivere un trattato, ma ho preferito raccontare la sintesi dei miei “film” nel salotto di Aldo Mencaraglia l’instancabile autore di Italians in Fuga. E lo ringrazio per avermi intervistato in una domenica pomeriggio ←  L’intervista qui sintetizzata nell’articolo a sinistra, si può ascoltare in podcast audio ma anche nella seguente testimonianza video.

Aldo Mencaraglia di Italians in Fuga, mi ha dato l’input di riconoscere che l’avventura vissuta fino ad ora non sia un’illusione, ma l’inizio di una creatività teatrale nuova, sia con il progetto di Commedia dell’Arte con i Pazzi Lazzi Troupe che con il programma radiofonico in italiano condotto con Stefano Marchese e che abbiamo chiamato L’ITALIA CHIAMO’ RADIO SHOW.

E se le illusioni le mostro per ora solo sul palcoscenico con la mia maschera, qui in questo video potete godervi la scena al Northeastern Theater dove ho regalato al pubblico americano il monologo in quasi Grammelot in inglese sull’impotenza del Dottore Ballanzone per la compagnia teatrale Pazzi Lazzi.

 

Mi ricorda tanto certi baroni universitari o professori dinosauri come in questo estratto video da La Meglio Gioventu’. ←

Al prossimo siparietto.

 

Tutti pubblicano classifiche, tutti amano sintetizzare informazioni oggi nell’era digitale. La prima volta che ho pensato ad una mia classifica, forse interminabile, delle differenze percepibili dagli italiani all’estero e per mia esperienza, nel Massachusetts statunitense, è stato quando ho letto le 10 cose che odio leggere alla mattina su Facebook, pubblicato dal critico televisivo Gianluca Nicoletti:

1) Il buongiorno agli amici di Facebook (che nemmno ti cagano) ovunque essi siano
2) Il menu della prima colazione: “oggi succo di papaya, pane integrale, confettura di corbezzolo ecc” Nessuno che scriva “cornetto di gomma e caffè acido”
3) La finta apprensione per le tante cose da fare: “oggi non avrò tempo per respirare…”
4) Allusioni a passate o future (improbabili) intime dazioni
5) Misteriosi accenni a stati d’animo vagamente amorosi perchè qualcuno legga e capisca
6) Descrizione di abiti, scarpe, accessori indossati
7) Descrizione dello sputo di cielo sulla propria testa come se l’ autometeo fosse socialmente utile
8) Frase simbolica e profonda già logora per il compulsivo copia/incolla che il mondo ne fece
9) Facezie, battute, slogan, barzellette, link buffi a qualcosa che riguardi berlusconi
10) Scrivere decaloghi di ogni tipo

La mia di classifica è basata però più che altro su quello che noi italiani a Boston e dintorni ci stupisce una volta varcata la frontiera da emigranti per motivi di lavoro o di amore, su ciò che ci indigna per le informazioni che girano in rete su di noi, per le sorprese di vederci diversi, o fors’anche per le conferme sui pregiudizi. Questi 10 sono i più comuni. Ma segnalatemene altri se ve ne ricordate qualcun altro.

1 – La guida incompleta di uno scemo all’uso del bidet ←  è un’esilarante link postato dall’ormai gemella blogger un’americana a Roma . Ci si meraviglia come ci sia gente fuori dall’Italia che si sente superiore a non usare il bidet ← e ad ignorarne i motivi per cui usarlo.

2 – Le 31 domande che potrebbero cambiarti la vita ← pubblicate da NinjaMarketing sono le più “americane” in quanto ad effetto perché ti fanno mettere in discussione, e noi italian expats lo siamo molto oltralpe. Tra le prime cinque spiccano «Stai veramente facendo quello che desideri? – Hai un sogno nel cassetto? – Sei orgoglioso di quello che hai fatto fin’ora? – Quante promesse hai fatto e quante ne hai mantenute? – Qual è la cosa che avresti voluto fare più di tutte e non sei mai riuscito a fare? Perché? »

3 – Le 10 ragioni per cui dovresti sposare uno straniero come ho fatto io ←  vantano le comodità di aver avuto due feste di matrimonio, avere un accento, sembrare sofisticati ai parenti dell’amato/a, i figli parleranno più di una lingua. Son cose che dovrebbe leggere mia moglie.

D’altro canto la stessa blogger ha pubblicato anche le 10 ragioni per cui non bisogna sposare uno straniero come ho fatto io ← Son cose queste che invece mia moglie non dovrebbe leggere, non solo perché viene coinvolto il fattore costo del biglietto aereo per visitare i parenti.

4 – Questo è il drammatismo a cui gli stranieri in linea di massima si ispirano quando vogliono rappresentare l’amore vissuto nel BelPaese: una coppia italiana che litiga a suon di gelato diventa l’isterismo sofialorenico triplicato nell’amore litigarello

5 – Sui barbarismi dell’inglese nell’italiano ne avevo già parlato ← Ma non solo nell’italiano esistono calchi di prestiti in inglese, qualche volta è stato l’italiano ad aver regalato parole presenti nella lingua inglese ←  e nemmeno gli anglofoni lo sanno. Questo capitò in un’epoca quando l’Italia attraeva talenti dall’estero, durante il Rinascimento. Non ora.

6 –  Il Dalai Lama che svela il suo sogno di voler vivere una seconda vita in Italia.

7 – Le ricette gastronomiche di falso cibo italiano ← ma che dell’Italia si ricordano solo l’odore del basilico (quando si è fortunati)

Pare anche Repubblica non sia sfuggita a pubblicare gli errori e stereotipi americani sulla cucina italiana

Un bel blog di studenti ha pubblicato anche le sue 10 regole per mangiare in Italia senza spaventare gli italiani ← tra le quali quella di mettere il parmigiano sulla pizza o di prendere il cappuccino dopo pranzo.

8 – L’HuffingtonPost ha fatto la sua parte nell’elencare le 6 cose che le donne italiane ci hanno insegnato sul cibo

O anche le 10 domande che un estraneo non deve fare ad una donna incinta ←  Io sono uno tra quelli che potrebber toccare la pancia di una amica incinta in modo genuino e senza malizia, giusto per fare un complimento, cosa che alle americane in Italia fa un po’ senso.

9 – L’avete visto il tea party fatto dalle italiane che si spogliano? È un esilarante spot scambiato come parodia  e nasconde o mostra il comportamento tutto italico di camminare senza veli.

L’eroe Paul Revere che invece di annunciare l’arrivo degli inglesi durante la sua famosa cavalcata, si accorge di un’improbabile arrivo di un’auto nel mercato e le loro donne ad un tratto smettono gli abiti delle puritane e si spogliano come quelle italiane, l’audacia prende il posto della rivoluzione dei corpetti. Alle tazze di the viene sostituito l’espresso. E non solo, fate attenzione alla fine dello spot: appare quasi in secondo piano il fallico cannocchiale che si accorcia ad una certa altezza del corpo.

10 – O la vera parodia della famiglia italiana ← scambiata per uno spot vero, divertente. Dove gli stereotipi ci fanno ridere, e ci inorgogliscono di essere come siamo. Visibile su YouTube anche qui in questo link : CHI COMPRA UNA FIAT 500 HA UNA FAMIGLIA ITALIANA IN REGALO

10 bis – Dopo 2 anni che ci abito affianco, finalmente IL MIO VICINO MI HA PARLATO!!! Ma questa è un’altra storia. Un altro siparietto. Per ora beccatevi la mia ultima performance di Commedia dell’Arte sul palco dell’Oberon Theatre ad Harvard, Cambridge, ← (nel link foto e altro video di danza) insieme alla brava attrice Chiara Durazzini, co-fondatrice con me del progetto PAZZI LAZZI TROUPE prossimamente online. L’Oberon Theater è il teatro off dell’ American Repertory Theater e ha ospitato i NEWPOLI, gruppo di musica antica del sud Italia, tra le band nella lista, anche qui, delle top 20 statunitensi di World Music.

OVVERO, IL FASCINO DISCRETO DELL’ITALIANATA MEDIA.

Qual è la differenza tra genio e americanata? A Boston esiste il Museo del Tea party. Voi vi immaginerete un museo statico, fatto di statue e dipinti e didascalie come un italiano è abituato a vederli in un museo. Niente di tutto questo. Solo dinamici attori che recitano invece il ruolo degli eroi nazionali, in inglese antico, nella ricostruzione di quella notte quando un gruppo di patrioti si ribellò all’aumento delle tasse sul the. E poi quadri che si animano proiettati da ologrammi, per finire in una messa in scena che coinvolge gli spettatori: saranno loro stessi ad essere i patrioti con tanto di targhetta del personaggio assegnato all’entrata e a buttare in mare finte casse di the da un battello ricostruito per l’occasione. Guardare nel video del link per capire cosa dico.

Li ammiro. Saranno disneyani. Ma questo è dare un valore a quel poco che si ha. Diversamente dalla immensa mole di materiale che l’Italia ha nei magazzini sepolti dei musei, dove opere d’arte giacciono senza nemmeno avere il pregio di essere esposte.

C’è comunque una sottile differenza tra questo tipo di genialità e l’eccesivo. L’americanata. Un vocabolo tutto italiano che sta a significare qualsiasi cosa esagerata, sgargiante, pacchiana, pomposa, vistosa, o solo di cattivo gusto e a volte falsa come gli innumerevoli spot pubblicitari nei quali spesso, lo ammetto (chiedere a mia moglie), ci casco come l’americano che compra la fontana di Trevi da Totò. Si possono enumerare come quella di mangiare in pubblico o in piedi, o seduti sul divano e non a tavola, o come i festival religiosi italoamericani dei Santi Patroni con i soldi attaccati alla statua, la “Coolatta” da Starbucks e tutti i marchi falsi venduti come italiani. Anche perché in Italiano la pronuncia culatta vuol dire un’altra cosa. Così come i nostri idiotismi nella lingua italiana non mancano quando vogliamo dire una cosa in inglese per sembrare più fighi (stavo per dire cool). Ne avevo parlato ne LE PAROLE SONO IMPORTANTI, nel link precedente. E ne ha parlato anche il blogger Marratzu qui.

Quello che invece un blogger americano ha spiegato è stato invece proprio il concetto dell’americanata che agli americani ancora viene nascosto. Possiamo essere d’accordo o no su quello che dice. Ne fa una lista abbastanza di parte, nel link.

Così ho pensato a farne io una lista di americanate, dal mio punto di vista. Mi è capitato infatti un articolo sull’inserto culturale del Boston Globe e parlava di un certo Dominique Ansel, Chef Pasticciere di Manhattan, che ha preso la pasta per i croissants, ne ha dato la forma di una ciambella tipo graffa, qui si chiamano doughnut (si legge DONAT), e l’ha messa a friggere, riempita con crema tahitiana alla vaniglia. Ma lo ha chiamato il cronut (ibrido linguistico misto tra croissant-doughnut). Questa è una.

Ne seguono tante altre, seguite dalla mania americana di mescolare anche le parole che risale al ventesimo secolo, quando venne coniato il brunch metà breakfast e metà lunch dove si poteva usare una spork (metà spoon, cucchiaio, e metà fork, forchetta) e fare una guesstimate (stima sul numero dei guess, ospiti) per un ginormous (un po’ giant, gigante, ed enorme circa il numero di partecipanti). Anni dopo arrivò il webinar, l’advertorial, chillax (chill out e relax), dopo l’ovvio cheeseburger che risale al 1920. Hamburger per fortuna non deriva da Ham, prosciutto cotto, e borgo, ma dalla città tedesca Amburgo. Oggi nella catena di caffetterie di Starbucks fioccano anche i frappuccino (frappé + cappuccino).

È nota l’esuberanza del palato americano, quella anche di abbinare in un’insalata la pesca e il pomodoro con balsamico e formaggio.. non coscienti che la pesca è già acida come anche il pomodoro, diversamente dall’abbinamento tra melone e prosciutto (solo due ingredienti, tra l’altro e non cinque). E’ noto lo schifoso metà gelato e metà bibita gassata, l’IceCreamSoda.

Senza contare il “turducken”, un turkey (tacchino) ripieno di duck (anatra) a sua volta ripiena di chicken (pollo), servito anche a Thanksgiving, la festa del ringraziamento, che nella serie TV “The Big Bang Theory” la madre di Howard festeggia servendo del “turbriskafil”, una somma di turkey + brisket (punta di petto) + gelfite fish (pesce di tipo Yiddish). E la torta a tre strati di ciliegie, zucca e mele? Quale gusto se ne indovinerà via via sul palato?

E voi? Quante americanate conoscete?

Si contano anche le “italianate”, eh!

Vignetta americanate

Puzzano come uno pneumatico a fuoco. Ed è vero. Per compagnia hanno piedi (ma a volte sono indossati anche in modo elegante come qui) che sembrano aver lavorato nella ricerca all’oro nei torrenti più lontani. La domanda è perché sempre più gente sceglie di calzare gli infradito (nel link belle foto di infradito su Pinterest) al posto di altri sandali, anche in vacanza quando servirebbero scarpe più comode. Se lo è chiesto il giornalista Christopher Muther del Boston Globe: “Vanno bene per la spiaggia e per pratiche passeggiate pomeridiane sulla costa. Hanno un loro posto, ma non deve essere la città, il posto di lavoro, o un bel ristorante. Gli infradito, i flip-flop, (nel link altre foto su Pinterest di varie opzioni creative) stanno diventando invasivi. Ho superato il limite quando un mio amico recentemente mi ha chiesto quale fosse il migliore infradito secondo me migliore per camminare a New York City! Nessuno, ho risposto, a meno che ti possa piacere il solletico dei becchi di piccioni e la ghiaia tra gli alluci. Sono esteticamente dannosi. Oltreché psichicamente. Secondo l’Associazione Podologi Americani l’uso di infradito economici fa aumentare tendiniti, fratture e altre malattie del piede”.

Anche recentemente su questo blog, un commentatore si è infervorito proprio riguardo l’argomento degli infradito sul post delle 70 cose che noi italiani abbiamo imparato in USA, in risposta alle 50 cose dell’amica americana a roma. Lo ha ripreso ancora Shelley, appunto da Roma, dove mi cita sui consigli di cosa non indossare da turista durante le vacanze nelle città italiane.

Troy Torgerson è un altro detrattore dei flip flops, tanto che ha creato un sito www.ihateflipflops.com (io odio i flip flop). Anche lui è d’accordo sul fatto che gli zombi hanno meno germi di chi indossa gli infradito. Vedete le foto per credere.

Ha fatto scandalo anni fa la foto della squadra femminile campionessa di lacrosse della Northwestern University dove in una visita alla Casa Bianca all’epoca di George Bush, indossarono quasi tutte gli infradito. Foto che fa rabbrividire sulla spontaneità (ad esser buoni), anche in occasioni ufficiali, di certi comportamenti quotidiani americani.

Flip Flop della Squadra femminile di lacrosse in visita alla Casa Bianca

Chi li ha difesi, nel dibattito pro-contro sul Boston Globe, è il giornalista Hayley Kaufman: “Sono troppo casual per i posti in cui vengono calzati? Forse. Ma pensiamoci, ci siamo rassegnati alle gonne lunghe ottocentesche, alle calze da Moulin Rouge, ai corsetti, e il mondo non è finito. Potrebbero essere abbinate con eleganti kimono in Giappone e nessuno batterebbe ciglio. Quelli tradizionali, i sandali grossi con la suola di legno alta, servono in realtà a proteggere il piede da eventuali scivolate sulla neve”.

Da parte mia, una scivolata è quel che si augura quando vengono indossati male. E se vengono abbinati bene, forse la scivolata può anche far piacere alla vista di amanti delle belle caviglie.  Come nella foto sotto di Pinterest. Voi cosa ne pensate? Non sbizzarritevi.

sandalispiaggia

 

 

“E come potevamo noi cantare”.

Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.

Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.

Andare avanti, dice lui,  go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.

Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).

Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.

È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.

L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.

La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.

amanda_knox

La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano

Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo

Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.

Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.

Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.

La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.

È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.

“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.

E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.

Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.

I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.

Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.

I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati  non fanno spesso appello per assoluzioni minori.

Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.

L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.

Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.

Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.

Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.

“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.

Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.

A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.

Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.

Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.

PATRIOTI AMERICANIOgni Patriots’ Day, che cade di solito intorno al 19 aprile in ricordo della Battaglia di Lexington e Concord del 1775, in Massachusetts si celebrano i fasti degli inizi della guerra d’indipendenza americana attraverso ricostruzioni dal vivo. I cosiddetti reenactementsLi fanno in vari orari e persino alle 6.30 di mattina, come lo era nel 1775, proprio per essere realistici.

Non solo, anche la famosa Cavalcata di Mezzanotte che il patriota Paul Revere fece dalla Chiesa di North End, tramite il segnale delle lanterne in cima al campanile, fino a Concord per avvisare la milizia dell’arrivo dei britannici.

Ho pubblicato delle foto qui, e anche un video di 4 minuti sull’imboscata famosa dei patrioti americani (capitanati da Parker) nei confronti della milizia britannica.  Proprio un vero spettacolo di guerra dove ci portano anche i bambini.

Sono stato nei giorni scorsi a visitare anche il Museo del Tea Party e anche lì il genio imprenditoriale americano dà ai turisti e partecipanti una reale immersione della storia (in quei giorni anche i miei zii calabresi divertiti di essersi calati nei panni dei Nativi Indiani, mentre gettano fisicamente delle finte scatole di the in mare) in una ricostruzione in costume con tanto di attori con accento dell’epoca e una visita interattiva con ologrammi. (Nel link la spiegazione del tour)

Con il poco che hanno riescono a divertire il turista: sanno almeno sfruttare la loro storia a differenza dell’Italia i cui beni culturali peccano di accademismo.

Il bello è che questi eventi di attrazione patriottica coincidono anche con la Maratona di Boston, tra le più antiche delle maratone moderne.

Ma è di cavalcata e ancora di fuga che voglio parlare. O meglio, che mi ha fatto ricordare di una corsa. Visto che a correre io non ci penso nemmeno di andare. Pensando alla Cavalcata di Paul Revere, la mente è andata a un raccontino che avevo scritto per una scuola di scrittura a Firenze, credo fosse nel 2008. Era un esercizio creativo pensato mentre ancora ero agli albori di una storia d’amore che mi avrebbe portato proprio in America.

La ambientai negli Stati Uniti ma ispirandomi alla ragazza nel video qui sotto in coda al racconto. Il protagonista potrebbe essere un 20enne che appunto scappa ma non a cavallo. Qui c’è il mito della moto, che in realtà non mi è mai appartenuto. Forse un giorno potrei far tradurre un po’ di quei raccontini e leggerli in qualche bar letterario di Boston, dove forse si è fermato il famoso gangstar Whitey Bulger, o Malcom X a Roxbury, o Charles Dickens nel suo viaggio d’oltreoceano, o in zona Arlington dove si dice Tennesse Williams si sia ispirato per il suo Un tram che si chiama desiderio o leggerli nei bar dove Ralph Waldo Emerson o Henry Wadsworth Longfellow hanno preso solo un the con il latte.

scrittori a Boston

 Buona lettura!

“Altro che viaggio in America coast to coast! Tu te lo scordi se non impari a mangiare!”. Il rumore che fa la forchetta strisciando contro i denti mentre esce dalla bocca, a Rose le dava un fastidio che non vi racconto. Mi eccitò anche quando mi fece il paragone con il pisello: “io non lo prendo a morsi coi denti ma carezzandolo con le labbra, così faccio con la forchetta”. Me lo fece notare in un bar lontano ormai dalla città vicino il noleggio delle moto, prima della partenza. No perché… mica era cresciuta sulla strada, sai, quando tua madre ti chiama e tu le gridi “ora vengo” e non torni mai, e passi tutto il giorno a giocare a pallone mentre lei vuole una mano per imbottigliare le conserve di salsa, no, lei, dico Rose,  era cresciuta solo nella sua stanzetta di Manhattan a suonare la sua chitarra e a sognare che le tendine di pizzo un bel giorno si sarebbero trasformate in un cazzo di sipario: perché come quasi tutti gli americani aveva un sogno in un cassetto, andare a Broadway. Io, come molti europei amanti della moto, avevo un sogno che avevo covato invece nel mio garage sin da bambino quando in gruppo scoprivamo i giornaletti porno a colori dei nostri padri. Erano gli anni 80. Minnie Minoprio e Samantha Fox facevano a gara con le pagine di biancheria intima del PostalMarket: ecco, volevo sapere se veramente in una terra lontana ci fossero veramente quelle donne dalle grandi tette. L’America, questo pensavo fosse la soluzione. Approfittai del regalo di maturità sudatomi lavorando durante le vendemmie passate per prendere un aereo e andare a conoscere Rose.

Ero troppo emozionato. Ogni volta che la vedevo in video suonare ricordavo però le parole della canzone dei Creedence Clearwater Revival HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN… sognavo già di vederla cantare solo per me la frase: ”Qualcuno mi ha detto tempo fa che c’è calma prima della tempesta, quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, io voglio sapere se hai mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole…”.

Rose l’avevo conosciuta su YouTube e poi su MySpace. Qualche avvocato in cerca di affari in America ne avrebbe potuto tranquillamente approfittare per una causa di stalking, ma ero stato attento a non farmi sgamare, a dimostrare tutta la gentilezza di italiano e sfoggiando lo stereotipo dell’amante latino e tutte quelle stronzate a cui li abituano i documentari della domenica pomeriggio: ero stato insomma gentilissimo quando la contattai dicendole che mi ero innamorato come un pazzo mentre cantava, nella sua cameretta di Manhattan dalle tendine di pizzo, la cover degli Animals HOUSE OF THE RISING SUN. Mica ero scemo da dirle che volevo trombarmela pure in bianco e nero come nel video che aveva postato su YouTube! Dopo mesi di corteggiamento on line, arrivai appunto a NY e mi sentivo un po’ all’aereoporto come l’emigrato Alberto Sordi che aspetta la ciociara Claudia Cardinale per sposarsi in Australia. Patetico. Ma lei mi riconobbe dai dettagli che le avevo dato: un abbraccio da dietro all’improvviso mi fece l’uomo più felice. Era bellissima come nello schermo, lunare, con quel suo accento così Wasp, ero incantato per come parlava, come si passava la mano morbida tra i capelli, quegli occhi che mi stuzzicavano il cuore: insomma una gran fica!

Tutto cambiò però non appena mi portò a mangiare al bar del noleggio: sempre lì a notare tutti i difetti, e il rumore della forchetta, e il risucchio del bicchiere di Coca Cola, e stai attento alla majonese che ti cola dall’Hamburger…con il ketchup è meglio…con io che per far pace le dissi con garbo “posso finire il mio vino?”, e lei che sembrando ammansita disse di si ma io simpaticamente “no ma mi devi dire di no sennò sposi poi un ubriacone” …ce l’ho fatta, l’ho fatta ridere… e lei “tanto io ti voglio ubriaco ma con la botte piena, però devi imparare a mangiare…ma sei proprio un contadino!”.

Ecco, fine della canzone. Ecco il dong! A parte che ci aveva messo 3 MA e un PERO’. Già questa poi! Ma alla questione del contadino, non ce la feci più, quella ragazza dai bei capelli lunghi e la voce che solo a sentirla mi faceva drizzare… i miei di capelli… meritava una lezione. Contadino a me no! Finsi di andare al bagno ma invece sapevo che la mia Harley presa in affitto coi suoi soldi mi stava aspettando dalla parte dell’uscita di sicurezza. Ed io dovevo finire qui, io a rompermi i coglioni con lei che tutto il viaggio avrebbe avuto da ridire su ogni cosa? Rovinandomi il mio sogno coast to coast trasformato in inferno? No, scappai a tutto gas con la forchetta ancora in bocca e silenziosa. Lontano da New York ormai, direzione Ohio e poi chissà…

Qualcuno me lo aveva proprio detto che però c’era sempre una sorta di calma prima della tempesta, e che quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, come nella canzone dei Creedence. Rose non era più come quel brivido da sconosciuta all’aeroporto che all’improvviso ti abbraccia da dietro, attimo di felicità ribaltato; forse magari l’avrei rincontrata perché le americane hanno sempre l’opportunità di rintracciarti e romperti il culo e farti innamorare ma io, ora,  voglio proprio sapere se avete mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole come quella.

Saranno state le bestemmie che mi tirò Rose quando si accorse della mia fuga? Sarà stato per quello che continuando a correre sulla mia Harley, le candele del motore si bagnarono sotto quel cazzo di diluvio mai venuto giù fino ad allora!?

Pulcinella mangioneCon un gruppo di amici foodie qui a Boston abbiamo istituito tra di noi una sorta di “Buona Forchetta Social Club”: ogni tanto ci riuniamo e tra il serio e il faceto ci facciamo le nostre degustazioni alla cieca. La prima volta fu con la Mozzarella, (ne scrissi qui in un post), poi venne il turno del Prosciutto crudo (nel link le foto). Poi passammo ai dolci, le palle di cioccolato al rhum, e chi vinse quest’ultimo decise che il prossimo sarebbe stato la pasta al ragu. Ora, decidere quale ragu sia il migliore è roba che sanno fare i MasterChef. Ma a noi non ci ferma nessuno.

Digiuni e affamati di buoni percorsi regionali su dove trovare prodotti locali qui nel Nord Est degli Stati Uniti,  la sfida sul prosciutto non ci impaurì tra due S.Daniele (uno di 18 e l’altro di 24 mesi) e due Parma (sempre di diverse stagionature). Vinse l’amico Riccardo, che guarda caso era raffreddato: non badò all’odore ma dal tatto e dal gusto. O forse era solo fortuna? E anche per questa successiva sfida non abbiamo nessun timore, ma come minimo uno deve esser nato immerso nel ragu. Il cibo a noi italiani importa molto, come anche a molti americani negli ultimi tempi. (Nel link un articolo in inglese del giornalista Salimbeni, sull’esportazione italiana). Per questo mi sono informato e ho deciso di condividere in rete la bellissima guida pubblicata dal dipartimento Agricoltura del governo del Massachusetts sui tragitti verso le cantine e le fattorie caseifici della Boston Area.(Nel link il pdf da scaricare).

Il tutto in 29 cantine e 18 caseifici. Il tragitto per il Massachusetts Centrale.

Non solo Tekenink Tomme (rustico, stile alpino), Prescott, Barndance (omaggio burroso all’Abondance francese), o Hardwick Stone (stile americano). Ma alla Robinson Farm potete trovare anche un semi soffice stile Taleggio. Si trovano anche vitigni sconociuti come il locale Catawba,  vino dolce venduto invece in questa fattoria nella foto qui sotto.

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Io, non vedo l’ora di vincere alla prossima degustazione. E so già, se vinco, quale tasting sceglierò: il formaggio. Ecco come mi preparo con l’avvento della primavera visto che le fattorie stanno pian piano per riaprire ai visitatori. Il Massachusetts non è da meno nell’assortimento di formaggi, sia di capra che di altro foraggio. E gli itinerari in giro per Boston sono utili per chi soffre appunto come noi italiani di cibo localite. Una felice “malattia” che sta contagiando l’America colta. Nella Hub infatti si trovano posti buoni dove mangiare, ne abbiamo parlato qui. Ma la campagna, dove la mettiamo?

Crystal-Brook-Farm-Grazing-Goats-BCO

Se andate inoltre sul sito turistico del nostro Stato troverete tutte le mappe delle fattorie con i link. Qui invece le mappe stradali delle fattorie con annesse cantine di vini locali. V

Vi piacciono anche le capre? Eccovi allora dove potete trovare il formaggio di capra nei dintorni di Boston

Oppure diabolicamente potrei proporre ai miei amici degustatori, come fare la mozzarella fatta in casa. Ognuno può degustare il prodotto finale dell’altro.

Si, di diabolico sarei pronto a fare di tutto. Pur di mangiare bene. E questo lo sa anche il mio alter ego sul palco, che a teatro ha rivolto il suo saluto affamato nella mia prima performance in English/Neapolitan. Al prossimo siparietto!

La primavera tarda ad arrivare nel New England. Anche se la marmotta aveva sbagliato le previsioni. Eppure le biciclette ricominciano a tornare in strada. Si sa, Boston non ha molte corsie per biciclette, vuoi anche per gli ampi spazi americani che richiedono l’uso dell’auto. E gli autisti non sono abituati a vederle in giro, quando le vedono si piantano fissi e non sanno che fare. Si fermano. Eccovi, a tal fine, un immagine circa la buona educazione stradale. Cliccateci sopra per ingrandirla e leggere attentamente le istruzioni per non “scappare”.

regole stradali per Bici a BostonServe se avete intenzione di fare qualche tour a Boston in bici. Avevamo già anticipato qui i rischi che si corrono di chi guida una bicicletta qui a Boston.

Ma è di fuga che voglio parlare. Fuga dei cervelli, ancora una volta. Avevo già accennato ai lettori della mia esperienza di visiting lesson, parlando del fenomeno dello sbilanciamento della fuga di talenti italiani (sono più quelli che escono che quelli che entrano).

Chi fugge lo fa non per sviare l’autista frenetico bostoniano, ma spesso per deviare da strade meno comode.

Lo scorso agosto l’amministrazione di Harvard è stata teatro del più grande scandalo di copiatura: 125 studenti accusati di aver usato le stesse frasi in un componimento. Tutto questo ha inciso nella nota finale perché non hanno usato sinonimi. Il processo sta andando ancora avanti. E la soluzione è lontana, specie se i genitori degli studenti sono facoltosi. Ma il crimine è grave: cheating , la cui parola viene usata anche per significare le corna in un rapporto coniugale. Ora i colpevoli sono difesi da avvocati navigati: “mi sono sentito come se la mia vita fosse finita, eppure quegli appunti tutti quanti li condividevamo” ha detto uno studente. Certo, l’onestà degli americani che ho descritto in quest’altro articolo è pari alla venerazione che le vecchiette italiane santocchie di provincia hanno per Padre Pio. Così come la responsabilità di non scappare, ma di inventare. In questo caso di cronaca i responsabili erano pochi, e l’inventiva scarseggiava o era al pari del cervello di un tricheco. Grave epiteto per chi poi dice di essersi laureato ad Harvard.

Ci sono altri studenti che però non fuggono e cosa fanno? Inventano un modo per rintracciare chi fugge in bici.

Questa che vedete qui sotto è una ragazza di 25 anni. È una studentessa di Design, laureata sempre di Harvard, e ha lanciato un sito Bikenapped.com per rintracciare le biciclette rubate. Dopo che aveva subito due volte il furto della propria bicicletta. Non so se tutti quelli che condividono sul sito le proprie storie di furto della bici riusciranno a rintracciarle. Ma spiega l’ottimismo con cui una ragazza crea questo progetto.

studentessa di Harvard

Quest’altra di anni ne ha 23. Ed è stata assunta come Ingegnere di locomotiva.

ferroviera donna

Iniziò 4 anni fa come assistente conduttrice della locomotiva, ora dopo la laurea in Ingegneria è una delle pochissime donne, se non l’unica, a guidare un treno. Può essere chiamata a tutte le ore della notte, come i medici in prima linea, e soccorrere dall’altro capo del Massachusetts un treno in panne.

Le storie di queste due giovani americane sono il contrario del pessimismo di chi dall’Italia se n’è andato perché costretto, e scappato non in bicicletta. Per questa ragione vi invito ad aderire ad una campagna per un progetto audiovisivo sul racconto delle storie di fuga, sono giovani che fanno l’Italia non come Mameli ma la fanno fuori dal proprio territorio di nascita.

Fuga di giovani all'estero

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Un crotonese… pecorino a New York

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

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NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.