You are currently browsing the category archive for the ‘Scrittura Creativa’ category.

Se ti piace il ramen e hai un odio innato verso le persone che ti stanno attorno, nell’emisfero di Brooklyn, New York c’è una locanda per introversi che offre la famosa zuppa di bistecca di maiale-verdure-spaghetti-scotti-cinesi.

Rain si era fissato a guardarne la ciotola per più di un’ora, tanto nessuno gli avrebbe sfracellato la pazienza, o quasi l’accidia. Un ristorantino nerd, hipster a puntino era lo scatto fotografico perfetto del suo odio dopo una notte passata in un locale di spogliarelliste, a spendere tutti i soldi guadagnati. E la tipa nel privé non gliel’aveva nemmeno data.

Nel frattempo, non che ci fosse chissà qualche tempo da far trascorrere visto che era uno Sneet, uno di quei single che non vanno a caccia di flirt e stanno sempre chiusi in casa di quelli che “dai vieni tu che leggiamo un libro sul divano e poi viene un sacco di gente nuova, si”- nel frattempo non aveva nemmeno nessuno impegno di lavoro da sbrigare dato che suo padre non lo dava neppure per disperso, Diego si stava guardando allo specchio. No, non nella ciotola. Leggeva Paul Auster, La Città di Vetro. Quello che aveva deciso essere il suo specchio.

New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though he were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more than anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him to dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal, and it no longer mattered where he was. On his best walks, he was able to feel that he was nowhere. And this, finally, was all he ever asked of things: to be nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again.

New York era il posto dove non essere da nessuna parte, il nulla costruito attorno. Destinato a non lasciarlo mai.

Però quella notte Rain era stato scalciato fuori da un’auto con la scritta Gentlemen Club, gli avevano preso tutto quello che aveva nel portafogli. Nel senso che i soldi li aveva spesi tutti lui. L’aveva solo vista, ma non toccata. Il manager gli aveva promesso che l’avrebbe posseduta. E lui se l’era presa per l’inganno. Poi l’avevano fatto bere 4 shots di tequila e lui da musulmano non era abituato.

Rain Rahami, qualche giorno prima però su Ebay aveva comprato delle pentole a pressione e dei cellulari per fabbricare un ordigno a comando.

New York non la conosceva, pensava, l’aveva sempre guardata da oltre il fiume, dal New Jersey. L’aveva letta tra le cronache fantastiche del Reader’s Digest. Una volta James Simon Kunen aveva detto questo nel suo The Strawberry Statement: “New York is the most exciting city in the world, and also the cruddiest place to be that I can conceive of. The city, where when you see someone on the subway you know you will never see him again. The city, where the streets are dead with the movement of people brushing by, like silt in a now-dry riverbed, stirred by the rush of a dirty wind. The city, where you walk along on the hard floor of a giant maze with a walls much taller than people and full of them. The city is an island and feels that way; not enough room, very separate. You have to walk on right-angle routes, can’t see where you’re going to, only where you are, can only see a narrow part of sky, and never any stars. It’s a giant maze you have to fight through, like a rat, but unlike the rat you have no reward awaiting you at the end. There is no end, and you don’t know what you’re supposed to be looking for. – And unlike the rat, you are not alone. You are instead lonely. There is loneliness as can exist only in the midst of numbers and numbers of people who don’t know you, who don’t care about you, who won’t let you care about them. – Everywhere you walk you hear a click-clack. The click-clack of you walking never leaves you, reminding you all the time that you are at the bottom of a box. The earth is trapped beneath concrete and tar and you are locked away from it. Nothing grows.”

Qui non cresce niente, si diceva pure Rain mentre si ricordava le parole del padre mentre vendeva pollo fritto nella gastronomia sotto casa nel New Jersey. Il primo Pollo Fritto Americano. Grandi affari di famiglia! E il consiglio comunale aveva pure chiesto di chiuderlo alle 10 di sera per le proteste del vicinato, sporcizia…rumore. Lui aveva fatto ricorso per discriminazione razziale.

Aveva abbandonato sua moglie e la figlia piccola, in due anni non la vedeva piu’ tant’ è che la ex aveva fatto richiesta di divorzio. Un’infedeltà basata sulla mancanza di fiducia.

E infatti Rain Rahimi non si fidava neanche della tenacia di una mosca sopra uno stronzo di merda. Però ogni tanto dava pollo gratis a clienti più affezionati.

I clienti lo adoravano. Lo invitavano ad uscire. E lui, meglio di un mago di scuse: “Ho un mezzo impegno, farò il possibile (a metà tra il Pinocchio e l’uomo d’affari) non ti prometto nulla, dai, provo a fare un salto (una buffa speranza), cerco di liberarmi (una promessa che arriva da Alcatraz), ti faccio sapere (bufala), ce la metterò tutta (il futuro è quanto mai sicuro), sono incasinatissimo (è una meditazione).

Se uno avesse dovuto invitare Rain, lo avrebbe immaginato come un Houdini legato con le catene. E infatti era quel sentimento muscolare di stasi che gli aveva fatto aprire gli occhi ma ancora inerte e steso sul prato, col sangue dei pugni dei bodyguard del locale delle stripper, davanti alla Cattedrale di St.John.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella mattina si era ritrovato prima davanti la Chiesa di Riverside che guarda il fiume Hudson all’altezza della 122 esima strada, sulla cima di Morningside e all’ovest delle comunità di Harlem sfoggia il suo gotico stile 13esimo secolo.

IMG_0829

La bocca impastata della notte e le percosse dei bodyguards lo avevano tramortito fino a farlo sentire in paradiso, non dal piacere. Il Mausoleo a memoria del Generale Grant, la tomba di uno dei presidenti degli Stati Uniti, dove Ulysses S. Grant e sua moglie Julia Dent Grant guardano i newyorkesi a ovest, lo aiutavano in quella sensazione di pestaggio gotico, a guglie appuntite sulla pelle.

IMG_0831

Appestato, Rain si incammina fino alla Fontana della Pace accanto appunto alla Chiesa di Saint John the Divine  che per lui era un’apocalisse newyorkese. I capitelli delle colonne erano stavolta le fotografie di cronaca che lui stesso avrebbe voluto scattare in un futuro prossimo. Distruzione, conflitto tra il bene e il male, Arcangelo Michele abbraccia una delle nove giraffe, una delle creature animali più pacifiche, dopo aver sconfitto Satana. Come anche il leone con l’agnello. La fontana a spirale è una doppia elica del DNA. Su una parte della fontana, la luna e il sole da una parte e dall’altra rivolge lo sguardo verso Amsterdam Avenue. Lo spettatore guarda il profilo di un angelo che sorregge la testa di una persona. Ma se lo sguardo si sposta di fronte, dal lato, l’angelo è visto cullare l’intero corpo.

IMG_0839 IMG_0841

 

 

 

 

 

 

 

 

Rain ha un’illuminazione. Gli viene voglia di viaggiare. Non uno di quelli lunghi. Di sicuro sotterraneo.

IMG_0842

Quest’apocalisse lo sveglia e gli fa salire i nervi nelle gambe. Aveva passato mesi a spendere soldi a Pick-Up Lines, le linee telefoniche che ti danno la frase perfetta da rimorchio con le donne a soli 3 $ al minuto. Non poteva continuare ad innamorarsi ogni volta della prima gentilezza della ragazzina che passava ogni giorno dal negozio del padre per prendere un gallone di latte e i detersivi, senza che lui rimanesse come un ebete a farsi film in testa come i sorrisi di De Niro drogati di oppio da Sergio Leone. Ma il portafoglio svuotato dal Gentlemen Club e quindi la rivelazione del “Ratto della Sabine” del Bernini dell’ Hudson River gli scuote i piedi, ha voglia di camminare.  Raggiunge la metropolitana, con le sue gambe dal coraggio incosciente come quelle persone che si incontrano nei bar e già capiscono che passeranno la notte solo perché a loro piace e si divertono a mescolare molto sognando gli orgasmi più strani, maledendo chi decide le cose che facciamo,  ripassando le 36 domande per innamorarsi in 45 minuti contandole come pecore in cielo per prendere sonno, sognando di salvare paperelle sparse nell’oceano, Si addormenta in treno, stanco dalla fame.

Si era risvegliato come in un labirinto in quel baretto che serviva la zuppa di Ramen per introversi e per single. Ma dopo ore a vegliarla senza mangiare, persino il cameriere barbuto gli aveva chiesto il conto. E lui i soldi li aveva spesi tutti. “Ho una pentola a pressione, vi va bene?”.

L’aprì. E tutto finì . Compresi gli introversi, e gli hipster, gli alternativi, i figli di papà, i calati dall’alto, i libertari, gli amanti.

Gli amanti che per una notte di vino pagano 100 giorni di aceto.

Annunci

Scrivere testi per il teatro dà all’autore una palestra, quella di pensare per immagini o per i sogni fatti ← (guardate cosa dice David Lynch a riguardo). A volte si scrive anche per quello che si vede, e poi lo si racconta; e così che è nato un progetto a quattro mani con una giovane attrice italiana di scrivere piccoli dialoghi in ascensore, di quelli che imbarazzano gli americani, i cosiddetti Small Talks, di cui presto ve ne darò qualche anticipazione. Un’altro esercizio per un autore, che sia di teatro o di cinema, è quella di adattare anche qualcosa di già scritto.

Un esempio è il mio lavoro di scrittura dietro le quinte che ancora continua con la compagnia di Commedia dell’Arte Pazzi Lazzi, dove ci siamo dati un compito, quello di adattare in inglese sul palco la decima novella del quinto giorno del Decamerone di Boccaccio. In questa novella esisteva un equivoco, ma ho inserito una trovata di palcoscenico che non esisteva appunto nella versione originale, ed è questa: la moglie, all’arrivo del marito, nasconde il suo amante nella stalla ed essendo una fattucchiera con un incantesimo lo trasforma in asino. La storia poi procede con un monologo della moglie dove spiega di non essere soddisfatta sessualmente dal coniuge perché si scopre che lui si era sposato solo per coprire la vergogna di essere un femminiello. Il marito, da dietro le quinte, sente ragliare, e nel chiamare la sua amata avvertendola del suo arrivo va verso la stalla e le urla da fuori scena che finalmente ha trovato un garzone che piace anche a lui, lei pensa che suo marito sia ironico, avendo scoperto l’amante di lei nella stalla, ma essendo lui uno a cui non piacciono le donne, quando entrano in scena insieme all’animale, scopriamo che il marito parlava in realtà dell’asino e la moglie si era invece riferita al suo amante.

Come si sviluppa la storia? La faremo provare sul palco dalle improvvisazioni degli attori.

Perché ogni personaggio cambia in base anche alle proprie sensibilità. Dicevo appunto che spesso si scrive per raccontare, secondo se chi guarda si trovi in una terra che sente propria o da emigrato. Ricordate l’americano che distorce le ricette italiane e che il comico Checco Zalone distrugge? Per lo stesso effetto comico, la messa in scena cambia luogo o maschera ma il messaggio indiretto (gli stranieri che cambiano le ricette italiane) arriva allo spettatore come nel mio personaggio del Cuoco che sbaglia le ricette ← avendolo fatto diventare francese in una mia apparizione per l’annuncio della versione Tv del programma radio di cui ero il conduttore due anni fa.

Ma ritornando sempre al pensare per immagini, anche senza che d’impatto possano all’inizio descrivere per forza qualcosa al lettore o che rimandi subito a qualcosa che il lettore ricordi (ma più tardi nello sviluppo del racconto forse si) la trasformazione della trovata in un simbolo, come in un incantesimo o una magia nella storiella adattata del Decamerone, dà a chi racconta un senso di distensione, e il lettore pensa che stia per succedere qualcosa. A questo pensavo mentre camminavo sulla West side di New York, vicino la Cattedrale di St. John dove ci si può imbattere in questo pavone bianco randagio. Non si sa da dove viene, tutti i bambini ci giocano. E lui fiero si lascia guardare.

IMG_0836

Pensate all’effetto che fa questo animale dalla provenienza sconosciuta. Pensate al fatto se potesse parlare, proprio sotto incantesimo come la moglie con l’amante nella novella del Boccaccio di prima. Pensate ora a una figura fanciullesca, di rottura, di irriverenza che può avere un giullare che interagisce con la folla appena descritta, potrebbe essere il ruolo che fu di Pulcinella,← come in un’altra mia apparizione sempre per l’annuncio della nuova stagione del programma radio-tv L’Italia Chiamò – un piccolo pulcino dal naso ricurvo, o forse un buffone contadino la cui fisionomia si identifica nel naso lungo e la faccia annerita dal sole, nel vestiario composto da un largo pantalone in tela bianca ed una camicia dello stesso colore, e nei tratti comportamentali per la sua sensualità accentuata, l’ingordigia, la goffagine associata all’arguzia e l’eccessiva loquacità.

Il ruolo di questa maschera nel teatro ha sempre assunto caratteri innovativi ogni volta creando disordine nell’interpretazione di padroni, principi, donne, accademici, dottori, avvocati, poeti. Con la sua trasgressività ed il travestitismo, Pulcinella ha ammonito i sovrani che fondavano il potere sull’arbitrio, denudato i militari della loro superbia, denunciato le diseguaglianze della giustizia ed espresso liberamente i suoi desideri e i suoi sentimenti. Nei dialoghi invece Pulcinella spesso infrange le regole convenzionali del linguaggio, rimanendo vittima della sua distrazione, dei suoi errori, della sua furbizia. (come ci racconta Francesco Buccaro su L’ItaloAmericano)

Se volete sperimentare nella scrittura creativa, andate a trovare canovacci anche in inglese ← e guardateli come potrebbero essere messi in scena. Pirandello, da vero capocomico, completava la scrittura delle sue novelle anche in questo modo. Il finale o lo sviluppo di una storia su carta è da ricostruire molto spesso sulla scena, raccontandola come la vedono il corpo degli attori.

Su quanto invece i canovacci fossero realmente improvvisati non lo sappiamo, come dico in questo video agli studenti del corso online di italiano dell’Università di Wellesley, Massachusetts – e come dice anche Micke Klingvall nel suo sito di storielle tratte dalla Commedia dell’Arte ← dove spiega che la gestualità e le espressioni erano una performance che cambiava in base al pubblico differente, ma molti testi erano scritti in modo sommario. Ed improvvisare un dialogo raccontando anche solo le immagini, come dicevo all’inizio, dà allo scrittore la forma mentis per reagire alla paura del foglio bianco: le parole usciranno fuori da qualcuno, anche dalla visione di un pavone bianco trovato per strada e che ci guidi verso una viuzza sconosciuta.

Che sia insomma un dialogo boccaccesco, o uno fatto di pause imbarazzanti come le banalità che ci si dice a un funerale o dallo studio del medico, c’è sempre uno scenario nascosto dentro un’ immagine. Basta pensarla e la fattucchiera che è dentro l’autore la reciterà sotto forma di una formula magica chiamata fantasia.

 

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

------------------------------
------------------------------
------------------------------

Un crotonese… pecorino a New York

Cerchi camera a New York?

Visita il mio appartamento. Prenota.

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 1.521 follower

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 1.521 follower

Più cliccati

  • Nessuna

Le statistiche del blog

Blog Stats

  • 61,488 hits

Temi

CINGUETTÌO D’IDEE

Per contattarmi sul Libro delle Facce

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

ottobre: 2017
L M M G V S D
« Giu    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Mappamondo

NEW YORK, RACCONTI, STORIE, TRADUZIONI, LETTERATURA, GUIDE TURISTICHE, LUOGHI COMUNI SULL’AMERICA, BOSTON, VIDEO, RADIO, TEATRO, ARTE DI UN ITALIANO ALL’ESTERO

DA DOVE MI HANNO CERCATO

Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.