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Tutto rimane fermo dentro il famoso diner di un dipinto di Hopper.

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I luoghi del dipinto Nighthawks di Edward Hopper sono rintracciabili in certe tracce di Greenwich Village a New York, ma anche a locations da lui immaginate.

Ma tutto deve cambiare nella terra del “tutto è quello che viene mostrato”. Anche con i nostri gesti facciali.

Niente rimane. Tutto è in movimento, anche certi edifici di Boston. Ma non certe persone.

Stavo seduto a mangiare il mio panino nell’ora di pausa pranzo. A quell’ ora c’è chi nel frattempo legge il giornale o chi controlla la posta elettronica. Davanti a me avevo invece un dipinto contemporaneo. Mentre mangiavo, mi sono ritrovato davanti un redivivo Dejeuner sur l’herb però ambientato su un salottino retro e vintage. Bivaccati due ragazze e due ragazzi che, in mezz’ora, giuro ho contato i minuti, non si sono detti niente. Erano ipnotizzati a guardare i loro cellulari “intelligenti”, a scorrere foto e status di gente –amici?- che stanno al di fuori, che vivono a loro volta altri divanetti di silenzi.

Se chiudete gli occhi e l’osservate anche voi quella immagine, sembra fissa come nei quadri di Hopper… è una pennellata di solitudine dell’ americano medio, lo sfogo compulsivo delle dita nel vano tentativo di sapere come vivono e come stanno gli altri. Ma perché per chiedere “Che fai? Come stai?” questi quattro ragazzi non parlano tra di loro,  non si guardano negli occhi ma solo nei loro profili?

La scrittrice Avallone dice che “l’amore è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo”. Vuol dire che in realtà, quando anche noi siamo come quei quattro ragazzi svogliati sul divano, volevamo un’altra vita e la cerchiamo nei feticci degli altri? O non avevamo il coraggio di dirlo a noi stessi finendo poi per mentirci da soli?

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Anche Dario Argento nel suo Profondo Rosso si ispirò al Nighthawks di Edward Hopper

È di questo di cui volevo raccontare. Il mentire a sé stessi – come ha fatto il giocatore Tom Brady  – è una delle cose che a nessuno è consigliato di fare. Pena la squalifica.

photo Boston University, edificio ad angolo

Scorcio di architettura bostoniana simile ai diner ad angolo

Ogni italiano o italiana che espatria per fare un esempio, con lui o lei della coppia di un paese diverso, quell’italiano e solo lui sarà stato a scegliere liberamente questa vita, senza alcuna costrizione. Inutili i rimpianti, invece di fingere con sé stessi e stare lì annoiato
Ciò che per una parte della coppia può essere un sacrificio poi non può esserlo per un’altra. Ciò che per uno è sforzo, privazione, sofferenza, può essere normale o accettabile per un altro. Se ne parla nel blog di Mamme nel Deserto, che citando lo psicologo Morelli si affronta il tema del sacrificio: “Sacrificio fa rima con altruismo, tutti quelli che fanno il volontariato, la prima cosa che devono fare è raccontarlo a destra e a manca per far vedere quanto sono buoni”. E state lontani da quelli che dicono che “fanno sacrifici per te, perché prima o poi te la faranno pagare!” – Forse per questo è meglio esser sinceri con la propria anima.

Chi arriva poi in un paese che sente anche straniero, deve affrontare quelli che tutti prima o poi hanno vissuto: la solitudine. Proprio come nei quadri di Hopper. Sempre Mamme nel Deserto ne ha pubblicato un kit di SOS amici

È proprio di questo kit salva-solitudine di cui M. avrebbe bisogno. Chi è M.?

M., lo chiameremo così, è un uomo che ha scritto la sua recente storia sotto forma di sfogo, su uno dei tanti gruppi di Italiani in America che spopolano sui social networks. La ripubblico qui sotto perché merita di essere ascoltata tutta di un fiato. Questa volta non è un raccontino arrivatomi per cassetta postale.  La sua storia è vera. Ho solo cambiato i nomi, i tempi, rimaneggiata un po’ e trasformata in terza persona, agganciandola alle ambientazioni che la menzogna o la contraddizione spesso sa dipingere bene.

Buona sincera lettura.

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M. lavorava da otto mesi per una azienda di grafica di Mooresville nel North Carolina. Fece un’errore che gli costo` caro: “Wow Jane, i like your dress a lot!” (Trad.: Wow Jane, mi piace molto il tuo vestito) disse un giorno ad una collega.

Il giorno dopo gli arrivo` una email dal dipartimento delle risorse umane che gli chiedeva di incontrarsi a fine giornata nell’ufficio del manager… qui gli comunico` che qualcuno si era lamentato del suo modo di parlare molesto consigliandogli di contenere il linguaggio.

Lui ne parlo` con Jane scusandosi se era stato inopportuno, ma lei gli giuro` che non era stata lei a fare il report.

Alla fine della settimana, alla consegna dello stipendio, gli venne annunciato che doveva raccattare le sue cose in quanto la sua posizione era stata terminata in virtu` del suo comportamento inopportuno in ufficio e che aveva messo a disagio delle colleghe.

Insomma, si trova licenziato senza sapere neanche per colpa di chi… e soprattutto per qualcosa che non credeva di aver fatto! M. chiese la paga di disoccupazione perché era stato licenziato senza una ragione valida, ma l’azienda ricorre in appello dicendo che non gli spettava in quanto aveva molestato alcune dipendenti.

Per fortuna l’Employement Security Commission voterà poi a suo favore in quanto se M. avesse fatto qualcosa del genere, o avrebbe dovuto ammetterlo spontaneamente, o avrebbe dovuto fornire una prova tangibile come una denuncia formale che provasse di essere sotto accusa.

Fortuna volle che M. non ebbe bisogno della paga di unemployement per più di una settimana perché riuscì a trovare un lavoro di ripiego subito in un’altra azienda situata a Huntersville, sempre nel North Carolina.

Al suo secondo giorno di lavoro entrò però lo scheriffo in ufficio e venne alla sua scrivania di studio di grafica, dove la bellezza di solo 6 persone condividevano quella stanza, e senza tanto batter ciglio e senza tanta privacy gli annunciò davanti a tutti e sei che era stato citato in tribunale con l’accusa di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Subito inizio` tutto un bisbigliare, M. si difese dicendo che non era nulla del genere ed era una ripercussione relegata al fatto che il suo precedente datore di lavoro voleva negargli l’unemployment.

Il mese dopo, in aula, finalmente M. scopre chi era stato a lamentarsi… non era Jane, perché nel frattempo con lei si erano tenuti in contatto e ne era nata una relazione durata poi quasi 2 anni… no non era affatto lei, quella che si era lamentata, anzi quelle, erano due colleghe che avevano sentito il suo complimento al vestito di Jane: “ci siamo sentite in pericolo perché le sue parole facevano capire che M. la osservava con intenti sessuali.”

L’avvocato  di M. era riuscito poi a convincere il giudice di non essere un molestatore e semplicemente che in Italia è normale scambiarsi battute fra colleghi di ufficio.

Il caso venne dichiarato dismissed (ossia “accuse cadute”) con la condizione che M. avesse dovuto seguire un corso di due giorni sul “sexual harrasment” cioè la molestia sessuale e le regole per evitarla. M. rimase senza parole, le cose che insegnano a quel corso è che fra colleghi bisogna parlarsi guardosi in faccia o guardando altrove evitando di osservare altre parti del corpo e non ci si può scambiare complimenti perché seppur accettati dal/la collega a cui diretti potrebbero far venire soggezione ad altri colleghi/e e che comunque il posto di lavoro non può essere un punto di incontro per iniziare relazioni.

Insomma, per legge il lavoro deve essere palloso. Almeno per lui.

Perché inizia a domandarsi allora dove uno dovrebbe conoscere altre persone per instaurare una relazione… salvo che uno non viva in una delle grosse città, nelle città normali si va da casa al lavoro, e basta, alle 8 di sera la gente ha cenato ed ha finito o sta finendo di vedere un film ed è già a letto!

Dove puoi stringere una relazione interpersonale stando al di fuori delle ore di lavoro? Guardando un bicchiere di birra o alcol seduto da solo in un bar come in un dipinto di Hopper?

Mistero… perché luoghi di ritrovo non ce ne sono, le piazze sono una cosa sconosciuta, i bar son sempre vuoti e venerdì e sabato sera dove ciò che ci trovi è poco di buono perché ci van solo ubriaconi…. magari fra le ubriacone del weekend trovi una che alla fine non è poi così male… ma valla a trovare te!

Se ci parli sul posto di lavoro ti denunciano perché le fai un complimento, ma quando le incontri al bar nei weekend, non serve fare complimenti sul vestito perché tanto se lo tolgono prima, insomma un controsenso assurdo per M.

Tanto per esser precisi, a seguito della sentenza, pur avendo vinto, ad M. lo licenziarono perché se il giudice gli aveva ordinato di fare il corso, a loro avviso significava che probabilmente qualcosa di male lo faceva, e siccome erano in procinto di essere acquisiti da una azienda più grossa, una condizionale dell’acquisizione era non avere dipendenti con cause legali pendenti. Guarda caso la causa di M. era appena terminata, e seppur vincitore avevano preferito licenziarlo. Ma almeno questa volta la paga di unemployment M. l’aveva avuta!

Peccato fosse bastata appena tre mesi e mezzo di lavoro, quindi molto bassa.

Decise dunque di cambiare aria, andando lontano da Charlotte e tentare ad andare in giro attorno ad Atlanta, trovare lavoro a Cummings, una città nella Georgia in un’azienda che disegna grafiche per carrozzerie e camion.

Ecco cosa M. aveva imparato dall’America: qui ti pagano bene, profumatamente… In Italia se lo sognava un lavoro da 20 dollari l’ora più straordinari (che quasi mai gli permettono di fare perché non vogliono doverglieli pagare), in Italia prendeva 850 Euro al mese ed era obbligato a lavorare decine di ore di straordinari mai pagati, gli era capitato di stare fino alle 3 del mattino a lavorare in tipografia in Italia! Per questo aveva scelto questa vita. E non si sarebbe sognato di ritornare anche per l’assenza di meritocrazia. Qui invece negli Stati Uniti alle 5.30 ci si defila!

E non ci si defila al central perk di “Friends”, no perché neanche esiste un locale così, se non appunto in città come New York, Atlanta e simili, ma lì per vivere i 20 dollari all’ora non ti bastano; per vivere nelle belle metropoli dei film devi essere milionario, e quello la televisione non te lo mostra, perché la verità è che l’America la vedi meglio su “Settimo Cielo”: cittadine di poche decine di migliaia di abitanti che durante la settimana si comportano tutti da santi e giudicano chiunque, poi già il venerdì sera si danno all’alcol pesante e tutta la loro bigotteria sul sexual harrassment viene messa da parte perché vanno a letto con chi gli capita e la domenica tutti in chiesa a predicare che certe cose non si fanno.

E queste son le ragioni per cui si era lasciato con Jane (ogni venerdì sera tornava a casa da lavoro ed incassava l’assegno dello stipendio dal benzinaio e tornava a casa con una cassetta da 12 birre che puntualmente finiva entro sabato sera)… e di recente si era lasciato anche da un’altra, Memy, che dopo quasi un anno di convivenza gli aveva detto che non poteva accettare di vivere con uno che non va in chiesa ogni domenica e che la gente parla del fatto che lei vive con uno impossessato dal diavolo…ma quando M. le aveva fatto presente come si erano conosciuti (lei era ubriaca al bar e lui l’aveva rimorchiata proprio quella sera stessa) o quando M. fece notare a Memy che lei puntualmente ogni sabato andava con le sue amiche al bar da cui poi la chiamava perché la andasse a prendere perché era troppo ubriaca per guidare… Memy non ci pensò due volte a mollarlo perché “sei troppo judgemental (giudichi troppo)!”

Se fai un complimento ad una al lavoro ti giudicano stupratore e ti crocifiggono, ma se lo fai il sabato sera da ubriaco, tutto è permesso e non è giusto giudicare.

In America fuori dall’ufficio c’è solo un parcheggio, con tante tante auto, ed appena si esce ciascuno sale sulla propria, senza neanche salutarsi, al massimo un cenno con la mano sul volante… e via, a casa a cenare alle 6 di sera.

E che dire delle amicizie americane. M. vive qui da 8 anni, ancora in amicizia con i suoi due più cari amici in Italia, ma qui in America… gli amici sono amici di bevute, ma non come in Italia che ci si fa uno spritz assieme -oggi offro io per tutti, domani offri te- no, qua ognuno fa il suo, conti separati sempre… e se chiedi un favore in amicizia, la risposta è: “quanto mi dai?”

Una volta ad M. gli si era rotta l’Auto ad Atlanta e dovette lasciarla lì da un meccanico e chiedere un passaggio ad un amico, Brad, il quale era uno dei vicini di casa con cui tante volte si fanno grigliate assieme… Brad gli disse che non c’era nessun problema, tra Cummings ed Atlanta ci sono circa 45 minuti di strada: lui lo venne a prendere, poi quando erano quasi vicino casa, si era fermato dal benzinaio, e senza neanche fare il gesto di scendere dall’auto lo aveva guardato come dire: “beh, almeno mi paghi il pieno…”
Si ovvio, M. senza batter ciglio gli aveva detto: “fermo fermo, pago io”, scende e gli paga il pieno, ma ripensandoci dopo, ad M. gli era rimasta la curiosità di cosa gli avrebbe detto quando lo stava guardando se non lo avesse anticipato.

Camilleri nel suo racconto La Relazione descrive il sentimento del personaggio che più si avvicina a volte alla storia di M:  “Lui non prova nessuna emozione, niente. Si sente un uomo solo, che cammina nel deserto di una banchisa polare”.

Infatti anche M. e Brad si conoscono da 3 anni, bene o male ogni weekend combinano qualcosa a turno nella casa dell’altro; a volte arrivano altri conoscenti, ma non è amicizia, è più un tenersi compagnia per far fronte alla solitudine, in fin dei conti Brad ha 45 anni, divorziato da più mogli e 3 figli da 2 mogli diverse, e vive a casa da solo, ed M. vive da solo. E viveva da solo anche quando si erano conosciuti. In un bar, guardando ebetiti un bicchiere pieno di birra. Proprio come in un dipinto di Hopper.

 

Doc Brown: “Dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Usa nel 1985?”

Marty McFly: “Ronald Reagan”

Giovane Emmett Brown: “Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady…e John Wayne il ministro della Guerra”.

E come potevamo noi cantare, diceva una poesia di Quasimodo. E come potevamo noi bloggers scrivere nella bufera di neve bostoniana  ← qui le foto – mandataci dalla natura per farci infornare biscotti, ed anche per farci spalare montagne di ghiaccio fuori dalle nostre residenze prima di andare a lavoro lenti come formiche. A Boston è stato un lungo inverno che ha fatto fatica a sciogliersi. ← qui un bel video  –

C’è chi come Roberto Saviano che ha detto che se nasci a Napoli, c’è una parte di te che ti impedisce di sopportare il gelo. ← Meno quindici gradi ti bloccano anche la possibilità di respirare. Il freddo vissuto nel suo viaggio newyorkese lui lo ha sopportato, che quel gelo lo ha addestrato, dice, come il metallo che rovente si tempra solo se immerso in acqua gelida. “Ma non serve e continuo a puzzarmi di freddo.”

Non sono d’accordo. Se sei nato anche nel profondo Sud dell’Italia, come me, puoi amare ogni tipo di graffio, di scorza dura, di rabbia, di amore per la terra che calpesti. Appunto, sei addestrato.

Eppure io credo che ogni inverno vada vissuto come un guscio da conservare e da grattare, un guscio che ci potrà servire a comando, a richiesta, quando scoleremo quel piatto di spaghetti allo scoglio una volta entrato in casa il primo raggio di sole ai primi sbocchi di primavera. Uno sbocco come un viatico. Un guscio fatto di calore, di mare lontano (noi italiani all’estero a Boston abbiamo gli oceani freschi a meno che non imbocchiamo la 95 per dirigerci a Miami, Florida), di ruggine, di pelle morta, di sensualità repellente. Un viatico come una stazione della Via Crucis. Una fermata.

Riprendo a scrivere le mie lettere da Boston, riprendo bloccato non solo dalla neve, mi sveglio a raccontare i sipari, i colori, la gente, i racconti tradotti. E riprendo raccontando un amore imperfetto, ← come il raccontino a flusso di coscienza a firma di Silvia Avallone.

Un amore bloccato dalla nebbia negli occhi: come potevamo noi vedere la città in cui lavoriamo con gli occhi della foschia, con gli occhi sommersi, i fiori sepolti, i bulbi dormienti?

Faccio un passo indietro. Oppure nel futuro. Chi l’avrebbe mai detto (come nel dialogo all’ inizio, tratto dal film Ritorno al Futuro di R. Zemeckis) che avremmo avuto un presidente degli Stati Uniti nero, o addirittura donna, e che in Italia, nazione gerontocratica, avrebbe potuto vincere in politica uno nato negli anni 70 già così presto? Questo perché quando non riusciamo ad avere visioni nel futuro delle stagioni, ci blocchiamo, ci arrestiamo, e ne soffriamo di quel conflitto. Così imperfetto. Non riusciamo a distinguere.

Quando si è adolescenti si vuole fare incetta di sguardi, durante le passeggiate sul corso del paese, a prendere in giro le vecchie zitelle. Chi glielo dice a quell’adolescente che ci passerà anche lui da quella panchina? Lui non lo sa, non è cosciente. Non immagina il futuro. L’amore è altra cosa.

L’amore è lotta e conquista…

L’amore raccontato è immortale, ma la vita è mortale eccome.

L’amore, per come lo vedo adesso, -dice la Avallone- è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo. Non è crudele, non dura una sola stagione, non si esibisce e non si trucca. L’amore è esattamente, nel tuo volto preciso, nei tuoi modi imperfetti di fare.

Un modo imperfetto di amare è anche quel gelo che sembra toccarci, stringerci nella morsa, ma in realtà siamo noi che non lottiamo, che non curiosiamo. E se lo facciamo, non riuscimo a capire perché lo facciamo.

È una ricerca affamata, uno sfiorare senza mai afferrare… come un amore fatto di litigi.

Luciano De Crescenzo ←  aveva una bella tesi sull’erotismo, sulla vista e sul tatto.

… i “male pensiere” (e con essi il testosterone) sono direttamente proporzionali alle difficoltà che s’incontrano nel convincere l’altro sesso. L’erotismo, in altre parole, sarebbe una molla che scatta solo se qualcuno, in precedenza, ha provveduto a comprimerla.
Dicevano i futuristi: “Perché solo la Vista e l’Udito debbono godere dell’arte? E il Tatto? Che vi ha fatto di male il Tatto per privarlo dei piaceri estetici?”. E s’inventarono le mostre tattili, ovvero rassegne di opere che si potevano solo toccare. Il visitatore immergeva la mano in uno scatolone di legno ed entrava in contatto con il capolavoro. Fuori il titolo (L’Eternità, L’Invidia, L’Infinito) e dentro l’opera (uno strato d’ovatta, una spazzola, una pezza bagnata). Una delle opere era intitolata Erotismo, e fu grazie a essa che riuscii, finalmente, a capire il mistero del sesso. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga all’incirca quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito, facendo attenzione, però, perché in uno dei buchi è nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, proseguii, con cautela, a esplorare tutti gli altri pertugi. Più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii il messaggio dell’artista.
L’erotismo è una stanza buia dove si entra con molta curiosità e con un pizzico di paura, è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla, è la continua ricerca del limite. Se invece accendiamo la luce, sparisce tutto il piacere e con esso anche l’erotismo.

L’amore è soprattutto quella cosa che ti capita quando stai facendo qualcos’altro e non te ne eri accorto. È quello che voglio fare nei miei viaggi bostoniani, schiarire quella nebbia, toccarla per evitare di finire stecchiti dalla corrente della macchina del tempo.

Ecco perché voglio continuare ad amare questa città.

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
’till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
as clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
’till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
and dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
’till I see Marianne walk away

John C. era uno scapestrato. Ma uno di quelli laureati, in Filosofia. Parossismi così non ne nascevano da quando North End, quartiere di immigrati italiani a Boston, non era la capitale dei gangster e dei mob  ← , il cui scettro poi passò a South Boston. Un bel giorno gli chiedemmo quand’era la prima volta che aveva sfasciato una macchina dopo la laurea in Filosofia e lui rispose “paradossalmente non fui io, ma Joe Barboza, the Horse, “il cavallo”. ←

Questi due links saranno le mie letture da ombrellone di quest’estate. Lo so già. Ho bisogno di un po’ di vita di strada. Proprio in questi giorni che l’America sta assistendo al processo di uno dei più feroci mafiosi irlandesi, James “Whitey” Bulger, stanno venendo a galla molti testimoni dei traffici, degli omicidi più crudeli, delle corruzioni con l’FBI, delle estorsioni e rapimenti… Comprese le testimonianze del linguaggio. Una vera finestra nel gergo sotterraneo della malavita di Boston, retroterra etnico di mafie italiane, irlandesi, ebree. Un codice tradotto che risale a più di mezzo secolo. I due testimoni, Jimmy Katz, di 72 anni, e Dickie O’Brien di 84 suonati, chiamati dai magistrati, hanno raccontato come funzionava lo “shylock” business, in pratica l’usura. Shylock dal personaggio di Shakespeare Il Mercante di Venezia.

La tariffa invece che gli scommettitori pagavano sulle scommesse clandestine era un “vig” (pare diminuitivo per “vigorish”, probabilmente dall’ebreo russo), o un “juice”. Per condividere i proventi dalle scommesse più grandi uno scommettitore poteva “lay off” (finirla, piantarla) facendo una puntata insieme a qualche amico dei suoi. E se qualcuno del grado più basso della scala gerarchica puntava delle somme fallendo il compito, quelli più alti di grado come i succitati testimoni provvedevano il “makeup” per coprire le perdite. E senza risanare questo debito, ti potevi fare veramente male.

Ma i testimoni hanno presentato un’intera tipologia nascosta della lingua inglese sull’essere gangsters: “hang around guys” era chi bighellonava a perditempo ai lati di un’azione criminale, i “front guys” erano i prestanome, e i “stand up guys” erano quelli che si rifiutavano di tradire i colleghi e di spifferare tutto alla polizia, senza fare del “rolling” o “turning over” .

Le memorie di un poliziotto di Boston, ← estratto di un libro che mi ha riportato alla storia che stavo per raccontarvi, forse John C. non le ha lette perché le ha vissute in prima persona.

Per tornare infatti alla nostra storia iniziale da ombrellone. Chi era invece Barboza? Beh, in pratica John C. all’epoca viveva nel quartiere di North End e passando con la sua auto per Hannover Street vide Joe Barboza, detto il Cavallo in mezzo alla carreggiata parlottare con la sua bella. Era pressappoco il 1970. John C. di mestiere negli anni a seguire avrebbe fatto il tassista, il meccanico, l’uomo che consegna i fiori, il padre tuttofare, ma prima di allora era uno che di facile gli mancava il grilletto; anche se non aveva mai avuto una pistola, almeno secondo i suoi ricordi che oggi gli si riafforano ogni volta gli chiedi alla freudiana una domanda apparentemente lontana e banale.

Una miccia di un fiammifero era più difficile da accendere di lui. Quel giorno la miccia l’ebbe con uno dei gangster più pericolosi. Gli disse: “Hey, potresti (il condizionale l’ho scritto io) accostare e farmi passare?”

Joe Barboza non ci vide più. Scese dalla sua scappottabile, saltò su quella di John (che per fortuna ancora la Dodge rossa convertible, benché del 1966, non l’ebbe ancora comprata) e si mise a danzare sul cofano ordinandogli di uscire. Fu lì che nacque il Gangsta Style? Ne dubitiamo. Ma a John non piacevano i balletti. Intimidirsi di Joe the Horse, detto anche l’animale? See…

Scese e finì in scazzottata. La gente cercava di dividerli. John si ritrovò senza pantaloni, ma era una fortuna di non essersi ritrovato con qualche cannolo siciliano in corpo. Arrivò il poliziotto di quartiere: “Ehi Joe, non sai tenere a bada nemmeno i tuoi?”. E Joe Barboza: “I don’t fu… know him? Boy! GETOUTTA HERE! ”.

Il giorno dopo John ritrovò la sua auto senza ruote. Chiese a qualcuno in giro se avessero visto compiere la vigliaccata. Naturalmente in un rione tutto italiano di quegli anni, l’omertà era ancora un valore. Vide solo due ragazzetti scappare, li rincorse, qualcuno gli disse che era meglio lasciarli stare. Se ne strafregò del caldo consiglio, li raggiunse che avevano ancora in mano le sue ruote. Lui fece per chiedere delucidazioni, ma non fece in tempo a parlare che sentì il profumo sulla sua guancia di una canna, non di ricotta come un buon cannolo di pasticceria, ma di metallo. Calibro 9. Scattò un colpo di grilletto, senza pallottola. John si sentì svenire, però vide che di sangue non ne aveva. Poi la fuga davanti a lui, fermo inebetito a guardare l’orizzonte di North End.

Finì che chiese aiuto ad un amico in comune con Joe detto l’animale o il cavallo per fargli da mediatore. Il punto di incontro fu quello che dovette sloggiare casa.

Anni dopo John C. sfasciò una Mini Rover, i suoi pezzi sono ancora conservati in un garage qua vicino, insieme alla sua Dodge rossa scappottabile del 1966, appoggiata sui mattoni, tra resti di oli, attrezzi, marmitte. Auto che comprò per stare lontano dai gangsters e viaggiare al vento.

John C. ci è ritornato spesso nel North End, ma a farci un tour gastronomico con la sua moglie di sempre. Non sapendo che fanno anche tour guidati sulla Boston dei gangsters.

E questo, era JOE BARBOZA detto “l’animale” o “il cavallo”.

“E come potevamo noi cantare”.

Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.

Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.

Andare avanti, dice lui,  go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.

Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).

Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.

È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.

L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.

La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.

amanda_knox

La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano

Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo

Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.

Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.

Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.

La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.

È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.

“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.

E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.

Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.

I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.

Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.

I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati  non fanno spesso appello per assoluzioni minori.

Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.

L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.

Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.

Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.

Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.

“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.

Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.

A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.

Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.

Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.

PATRIOTI AMERICANIOgni Patriots’ Day, che cade di solito intorno al 19 aprile in ricordo della Battaglia di Lexington e Concord del 1775, in Massachusetts si celebrano i fasti degli inizi della guerra d’indipendenza americana attraverso ricostruzioni dal vivo. I cosiddetti reenactementsLi fanno in vari orari e persino alle 6.30 di mattina, come lo era nel 1775, proprio per essere realistici.

Non solo, anche la famosa Cavalcata di Mezzanotte che il patriota Paul Revere fece dalla Chiesa di North End, tramite il segnale delle lanterne in cima al campanile, fino a Concord per avvisare la milizia dell’arrivo dei britannici.

Ho pubblicato delle foto qui, e anche un video di 4 minuti sull’imboscata famosa dei patrioti americani (capitanati da Parker) nei confronti della milizia britannica.  Proprio un vero spettacolo di guerra dove ci portano anche i bambini.

Sono stato nei giorni scorsi a visitare anche il Museo del Tea Party e anche lì il genio imprenditoriale americano dà ai turisti e partecipanti una reale immersione della storia (in quei giorni anche i miei zii calabresi divertiti di essersi calati nei panni dei Nativi Indiani, mentre gettano fisicamente delle finte scatole di the in mare) in una ricostruzione in costume con tanto di attori con accento dell’epoca e una visita interattiva con ologrammi. (Nel link la spiegazione del tour)

Con il poco che hanno riescono a divertire il turista: sanno almeno sfruttare la loro storia a differenza dell’Italia i cui beni culturali peccano di accademismo.

Il bello è che questi eventi di attrazione patriottica coincidono anche con la Maratona di Boston, tra le più antiche delle maratone moderne.

Ma è di cavalcata e ancora di fuga che voglio parlare. O meglio, che mi ha fatto ricordare di una corsa. Visto che a correre io non ci penso nemmeno di andare. Pensando alla Cavalcata di Paul Revere, la mente è andata a un raccontino che avevo scritto per una scuola di scrittura a Firenze, credo fosse nel 2008. Era un esercizio creativo pensato mentre ancora ero agli albori di una storia d’amore che mi avrebbe portato proprio in America.

La ambientai negli Stati Uniti ma ispirandomi alla ragazza nel video qui sotto in coda al racconto. Il protagonista potrebbe essere un 20enne che appunto scappa ma non a cavallo. Qui c’è il mito della moto, che in realtà non mi è mai appartenuto. Forse un giorno potrei far tradurre un po’ di quei raccontini e leggerli in qualche bar letterario di Boston, dove forse si è fermato il famoso gangstar Whitey Bulger, o Malcom X a Roxbury, o Charles Dickens nel suo viaggio d’oltreoceano, o in zona Arlington dove si dice Tennesse Williams si sia ispirato per il suo Un tram che si chiama desiderio o leggerli nei bar dove Ralph Waldo Emerson o Henry Wadsworth Longfellow hanno preso solo un the con il latte.

scrittori a Boston

 Buona lettura!

“Altro che viaggio in America coast to coast! Tu te lo scordi se non impari a mangiare!”. Il rumore che fa la forchetta strisciando contro i denti mentre esce dalla bocca, a Rose le dava un fastidio che non vi racconto. Mi eccitò anche quando mi fece il paragone con il pisello: “io non lo prendo a morsi coi denti ma carezzandolo con le labbra, così faccio con la forchetta”. Me lo fece notare in un bar lontano ormai dalla città vicino il noleggio delle moto, prima della partenza. No perché… mica era cresciuta sulla strada, sai, quando tua madre ti chiama e tu le gridi “ora vengo” e non torni mai, e passi tutto il giorno a giocare a pallone mentre lei vuole una mano per imbottigliare le conserve di salsa, no, lei, dico Rose,  era cresciuta solo nella sua stanzetta di Manhattan a suonare la sua chitarra e a sognare che le tendine di pizzo un bel giorno si sarebbero trasformate in un cazzo di sipario: perché come quasi tutti gli americani aveva un sogno in un cassetto, andare a Broadway. Io, come molti europei amanti della moto, avevo un sogno che avevo covato invece nel mio garage sin da bambino quando in gruppo scoprivamo i giornaletti porno a colori dei nostri padri. Erano gli anni 80. Minnie Minoprio e Samantha Fox facevano a gara con le pagine di biancheria intima del PostalMarket: ecco, volevo sapere se veramente in una terra lontana ci fossero veramente quelle donne dalle grandi tette. L’America, questo pensavo fosse la soluzione. Approfittai del regalo di maturità sudatomi lavorando durante le vendemmie passate per prendere un aereo e andare a conoscere Rose.

Ero troppo emozionato. Ogni volta che la vedevo in video suonare ricordavo però le parole della canzone dei Creedence Clearwater Revival HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN… sognavo già di vederla cantare solo per me la frase: ”Qualcuno mi ha detto tempo fa che c’è calma prima della tempesta, quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, io voglio sapere se hai mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole…”.

Rose l’avevo conosciuta su YouTube e poi su MySpace. Qualche avvocato in cerca di affari in America ne avrebbe potuto tranquillamente approfittare per una causa di stalking, ma ero stato attento a non farmi sgamare, a dimostrare tutta la gentilezza di italiano e sfoggiando lo stereotipo dell’amante latino e tutte quelle stronzate a cui li abituano i documentari della domenica pomeriggio: ero stato insomma gentilissimo quando la contattai dicendole che mi ero innamorato come un pazzo mentre cantava, nella sua cameretta di Manhattan dalle tendine di pizzo, la cover degli Animals HOUSE OF THE RISING SUN. Mica ero scemo da dirle che volevo trombarmela pure in bianco e nero come nel video che aveva postato su YouTube! Dopo mesi di corteggiamento on line, arrivai appunto a NY e mi sentivo un po’ all’aereoporto come l’emigrato Alberto Sordi che aspetta la ciociara Claudia Cardinale per sposarsi in Australia. Patetico. Ma lei mi riconobbe dai dettagli che le avevo dato: un abbraccio da dietro all’improvviso mi fece l’uomo più felice. Era bellissima come nello schermo, lunare, con quel suo accento così Wasp, ero incantato per come parlava, come si passava la mano morbida tra i capelli, quegli occhi che mi stuzzicavano il cuore: insomma una gran fica!

Tutto cambiò però non appena mi portò a mangiare al bar del noleggio: sempre lì a notare tutti i difetti, e il rumore della forchetta, e il risucchio del bicchiere di Coca Cola, e stai attento alla majonese che ti cola dall’Hamburger…con il ketchup è meglio…con io che per far pace le dissi con garbo “posso finire il mio vino?”, e lei che sembrando ammansita disse di si ma io simpaticamente “no ma mi devi dire di no sennò sposi poi un ubriacone” …ce l’ho fatta, l’ho fatta ridere… e lei “tanto io ti voglio ubriaco ma con la botte piena, però devi imparare a mangiare…ma sei proprio un contadino!”.

Ecco, fine della canzone. Ecco il dong! A parte che ci aveva messo 3 MA e un PERO’. Già questa poi! Ma alla questione del contadino, non ce la feci più, quella ragazza dai bei capelli lunghi e la voce che solo a sentirla mi faceva drizzare… i miei di capelli… meritava una lezione. Contadino a me no! Finsi di andare al bagno ma invece sapevo che la mia Harley presa in affitto coi suoi soldi mi stava aspettando dalla parte dell’uscita di sicurezza. Ed io dovevo finire qui, io a rompermi i coglioni con lei che tutto il viaggio avrebbe avuto da ridire su ogni cosa? Rovinandomi il mio sogno coast to coast trasformato in inferno? No, scappai a tutto gas con la forchetta ancora in bocca e silenziosa. Lontano da New York ormai, direzione Ohio e poi chissà…

Qualcuno me lo aveva proprio detto che però c’era sempre una sorta di calma prima della tempesta, e che quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, come nella canzone dei Creedence. Rose non era più come quel brivido da sconosciuta all’aeroporto che all’improvviso ti abbraccia da dietro, attimo di felicità ribaltato; forse magari l’avrei rincontrata perché le americane hanno sempre l’opportunità di rintracciarti e romperti il culo e farti innamorare ma io, ora,  voglio proprio sapere se avete mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole come quella.

Saranno state le bestemmie che mi tirò Rose quando si accorse della mia fuga? Sarà stato per quello che continuando a correre sulla mia Harley, le candele del motore si bagnarono sotto quel cazzo di diluvio mai venuto giù fino ad allora!?

Quanti libri parlano di Boston? Vi risparmierò per ora la lista dei film ambientati qui a Boston. Sarà per un altro post. Perché di film ne succedono tutti i giorni per strada. L’ultima notizia è che alla festa dei regali per un neonato (qui si chiama baby-shower) con più di 200 parenti, è scattata una rissa che anche la polizia più tardi definirà un’incredibile caos. Da noi sarebbero venuti 2 Carabinieri con i pennacchi e con le armi, qui sono venuti 3 dipartimenti, la polizia statale, lo sceriffo della contea e 20 poliziotti in assetto di guerra armati di Taser Elettroshock. Si, avete capito bene. La pistola elettroshock. E ha funzionato.

Certo, non è lo specchio dell’America tranquilla di Norman Rockwell, quella delle illustrazioni col tacchino. Però si contraddice con l’America che se ne sta seduta a prendere un caffè da Starbucks, con gli avventori così concentrati a leggere senza neppure parlarsi che alla domanda ad alta voce di un benefattore “è di qualcuno questo Iphone lasciato a caricare per terra?” nessuno risponde. Si sente solo un rumore di un Iphone pestato e la bestemmia di un lettore tra le nuvole. Come tra le nuvole cadde quella lettera trovata in una soffitta e scritta da un lontano siciliano  a suo fratello emigrato a North End, il quartiere italiano a Boston. Pura letteratura tra moralismo religioso del 1821 e reperto storico.

È di lettori divoratori che voglio parlare oggi. Ho collezionato varie citazioni letterarie dalla maggior parte dei libri, tra romanzi di vario genere, che hanno parlato di Boston. Credo che nessuno sia stato tradotto in italiano. Confermatemelo. Ci ho provato io a tradurre almeno alcuni brani, stralci, scorci di una Boston e di uno storico Massachusetts. Roba seria, non i raccontini postali che ricevo da aspiranti scrittori.

E come una miniatura, vista dall’alto…

…ecco altre mie miniature. Ditemi pure se li ho tradotti bene o con qualche storpiatura. Sono aperto ad ogni critica. Sono anche loro un piccolo viaggio in questa capitale, la più “europea” di tutta l’America .

A New England Winter by Henry James

“Alto nel cielo, posato al punto giusto, oltre ogni cosa stretta a grappoli, sta quel punto di Boston più azzeccato, fortunato, il duomo indorato della State House.”

Joy Street by Frances Parkinson Keyes

“[La stagione alle porte per i debuttanti di Boston] comincia con il pranzo della domenica, che Emily e Roger di solito danno nella loro casa a Joy Street, una cerimonia sfarzosa nel loro genere, ma quasi immediatamente eclissata da una cena elaborata che la vecchia signora Forbes aveva dato in Louisbourg Square.”

Sarah’s Long Walk by Stephen e Paul Kendrick

“Oltre la cima e poi giù per Joy Street… la discesa ripida aumenta man mano si cammina oltre l’incrocio infame di Pinckney, tempo fa disegnato per separare in effetti la classe d’elite di Beacon Hill dalla vallata a Nord dove vivevano servi, poveri e commercianti. Prima della guerra civile era una delle più grandi comunità di liberi neri americani. Le luci calde si riversano nella strada buia, il vecchio centro della Boston nera.”

One Boy’s Boston by Samuel Eliot Morison

“Quasi l’intera piazza tra la parte posteriore di Beacon, il fiume, e le vie del Mt.Vernon, e poi ancora il fiume, era occupata da piccoli e grandi immutabili alberi lungo il viale, la zona tra il Charles e il fiume era chiamata per scherno la via degl’ippocastani.”

Boston Adventure by Jean Stafford

“[La signorina Pride] disse che non c’era tempo oggi per farmi conoscere i punti di interesse di Boston… ma mi avrebbe fatto vedere l’unica cosa che per lei era come il gioiello della città. Non le importava se ogni altra cosa come la First Church o i Giardini o la King’s Chapel fossero andati distrutti, ma solo la buona conservazione del Cimitero del Granaio”

Pickman’s Model by H.P. Lovecraft

“Gad, ma come [Pickman] riuscirebbe a dipingere! C’era uno studio chiamato L’incidente nella Metro dove un intero stormo di cose abbiette si era inerpicato dalle catacombe sottoterra attraverso una crepa nel pavimento della metropolitana di Boylston Street e attaccato la folla sulla banchina”.

Looking Backward by Edward Bellamy

“[L’essermi risvegliato da un’immaginifica e futuristica Boston] Ho cercato Washington Street nel punto più affollato, e sono rimasto fermo, ho riso a voce alta. La mia vita non avrebbe potuto chiedere tanto aiuto per un tale umorismo così folle, mosso alla vista di un’interminabile vista di negozi e negozi e negozi…”

The Bostonians by Henry James

“La Music Hall, ora Orpheum Theater, così fulminante e di enormità quasi romana, le porte che aprivano alle balconate superiori, fin lassù, le quali si altalenavano costantemente da e verso il passaggio degli spettatori e delle maschere, gli ricordò dello schifo che aveva letto riguardo alle descrizioni del Colosseo.”

The Last Hurrah by Edwin O’Connor

“Questa mattina, una volta dentro il vecchio palazzo comunale della città, mi accorsi che il progresso era stato così lento: c’erano molti sostenitori del sindaco Skeffington sin lungo il patio fino alle porte. Dopo, tenne un breve discorso, ringraziando tutti quelli che erano venuti per il sostegno anticipato alla campagna in cui stava per correre.”

Back Bay by William Martin

“Il giornalista Jack C. Ferguson si affrettò giù per Beacon Hill, passato il tribunale e Scollay Square, dove si riunivano la folla per il pranzo. Il pranzo in Scollay Square: due bevande nella sala Domino osservando il cavallo Shirl detto La Piroetta e i suoi fiocchetti”.

The Big Dig by Linda Barnes

“All’investigatore Carlotta Carlyle sembrava un grosso buco nel terreno, una ferita spalancata e orizzontale coperta da pedane, riempita di scaffali, furgoni e macchinari misteriori. Un tipo maneggiava con una scopa intorno alla terra battuta intorno all’enorme fossa. Il resto macinava senza meta, seduto su pile di barre di ferro.”

Make Way for Ducklings by Robert McCloskey

“Proprio quando erano pronti per partire sulla loro strada, arrivò uno strano uccello enorme. Spingeva una barca piena di gente, e c’era un uomo seduto a poppa. ‘Buongiorno’ disse la signora Mallard nel suo qua qua molto educato. Il grande uccello era troppo orgoglioso per rispondere”

Massachusetts by Nancy Zaroulis

“Il Back Bay era stato costruito da più di trent’anni e alla fine aveva cominciato a prendere le sembianze per cui era stato pensato all’inizio: i lunghi boulevard della Parigi del Barone Hausmann. In quell’epoca di senza riposo, di rude invidualismo, ogni architetto aveva scommesso qui il suo ego disegnando l’intero scorcio di strade; il tentativo di un design inappropriato sarebbe stato un pensiero fatto di cattive maniere.”

Valediction by Robert B. Parker, ambientato a Nord End

“Spencer non riusciva ad ascoltare nessuna conversazione tra le ricerche…ma loro non avevano bisogno di parlare…Noi eravamo sull’orlo della baia, dove il Charles sfocia nell’Atlantico attraverso una serie di nodi… L’aria umida era così forte che il profumo del sale marino e il flebile senso d’eco parevano muovere le acque”.

The Friends of Eddie Coyle by George V. Higgins

“Non so dove tu vuoi che io vada, disse il ragazzo. Stava facendo marcia indietro con la sua auto lungo i binari… Vai in giro di fronte al parco, disse Dillon. ‘Vai fuori, oltrepassa gli uffici del registro e l’inizio dell’autostrada Mons. O’Brien nel caso si svegli. Guida soltanto’. So cosa sta succedendo, disse il ragazzo. ‘Bene’, disse Dillon, ‘mi fa piacere sentirlo. Guida”.

The Living Is Easy by Dorothy West

“Cordoni di venditori urlavano i loro articoli. I loro prodotti accatastati bloccavano i marciapiedi con i compratori che ispezionavano la merce dentro le gabbie… Faneuil Hall era un ronzio d’alveare, con i suoi agili e sfreccianti operai che andavano su e giu per informare i venditori, impegnati alle loro cabine in affitto, della merce già in partenza per nave o via treno da ogni angolo della nazione fino al punto più lontano della terra”.

The Education of Henry Adams by Henry Adams

“Uno dei comunissimi gioco invernali per bambini, ereditati direttamente dall’Ottocento, era un gioco di guerra sul Boston Common. Ai vecchi tempi le due forze ostili venivano chiamate i NordEnder e i SudEnder. Nel 1850… c’era una battaglia sulla Latin School contro tutti i nuovi arrivati”.

The Address Book by Anne Bernays

“Phillis insistette di prendere un taxi per il Ritz; Alicia avrebbe preferito passeggiare ma non disse niente. Ricevettero un tavolo direttamente al Cafe – il maitre chiamò Phyllis per nome – e si sedettero alle finestre brune. “Mi è sempre piaciuto questo posto” disse Phyllis. “Mi fa pensare che il denaro non deve essere un problema”.

Two Years Before the Mast by Richard Henry Dana

“Avevamo i nostri cuori pronti a prendere la città prima della notte e sbarcare, ma la marea iniziava a salire molto forte contro di noi… e il pilota diede gli ordini di buttare l’ancora e revisionare la catena…in mezz’ora o più, eravamo comodamente sdraiati, le vele ripiegate, sulla baia di Boston; terminava il nostro lungo viaggio.”

AL PROSSIMO SIPARIO, per ora vi lascio in chiusura con la frase pronunciata in questa bellissima scena con lo sfondo di Boston alla finestra: “I could learn to love that skyline”, potrei imparare ad amare quello skyline. Con lo sfondo della beffa nel dramma. Buona visione bostoniana!

“Come stai?” Non vuol dire “How are you?”. Anni di scuola ad imparar l’inglese e poi ti ritrovi una sera a chiederlo ad un americano e lui lo scambia per un semplice saluto per strada. Invece tu, italiano chiacchierone e invadente, vuoi chiedere veramente se sta bene, se ha un raffreddore, se ha passato bene la settimana senza mal di testa o avendo una buona frequenza di rapporti sessuali con il proprio partner. Il mio vicino ogni volta che passo in bici davanti casa sua lui mi saluta con un “how are you” ed io mi chiedo sempre come fa a rivolgermi il mio letterale “come stai” se vede che me ne sto andando, tant’è che una volta mi sono fermato a rispondergli per dirgli veramente come “stavano” le cose e mi sono accorto che era freddo e tutto d’un tratto mi ha salutato di fretta senza andare troppo in là nel dialogo. Avrà pensato che ero il solito pazzo italiano.

Dunque l’«how are you» è solo una formalità, più conforme al nostro “come va”. Una simpatica signora americana me lo fece notare quando, quel bel giorno che mi capitò di assistere all’infuriata di S., mi disse: “noi americani a volte siamo così formali che se chiediamo «come stai» non lo chiediamo veramente col cuore, ma solo di sfuggita mentre facciamo un’altra cosa scappando”. Se chiedi una cosa alla lettera, a volte vuol dire l’opposto. Che bello, ho pensato, siamo come in Sicilia, quando Tomasi di Lampedusa faceva dire al barone di Salina “affinché tutto cambi, tutto deve rimanere così com’è”. E quel giorno lo capii quando l’infuriata di S. mi mostrò il vero volto dei temperamenti americani, quasi come le tempeste e gli uragani. Se esistono i correttissimi (nel conteggio dei minuti che ognuno ha a disposizione) dibattiti politici in TV per la corsa alla Casa Bianca, non è detto che la gente discuta pacificamente anche per strada di quell’argomento. Non chiedete “come stai” se nemmeno volete al contrario chiedere ad un americano un’opinione politica. È un tabù esattamente se alla domanda “How are you” (scambiata quindi per il nostro letterale “come stai”) si risponde con un “oggi devo fare una colonscopia, la settimana scorsa ho anche vomitato…” e via discorrendo. Se infatti salutate un americano con l’How are you e poi gli chiedete di darvi un’opinione politica, di sicuro l’angelo più dolce del cielo diventerà diavolo. È quello che successe a me e ad una collega insegnante parlando dell’ultimo faccia a faccia Obama-Romney.

L’infuriata di S.

S. è così preciso nel darti la busta paga ma anche una persona di una calma assoluta, estrema calma. Tranquillo a tal punto che se osi pensare che ti sta fregando nello stipendio a fine settimana, lui si mette a ridere e ti spiega come funziona l’intera economia per ore ed ore. Tranne quando gli chiedi di politica. Quel giorno capii la vera tempesta che si nasconde dentro ogni americano, come al personaggio di Un giorno di Ordinaria Follia

Con una collega insegnante ci esce di bocca l’indemoniato “a me Obama piace”. Tutto d’un tratto, quell’angelo diventerà sterminatore. Inizia a urlare con un musicale crescendo di tono, saltellando anche vicino agli studenti che in quel momento entrano a scuola. Sbraita quasi fino alle lacrime, ammettendo la sua passionalità per dovere di informazione a chi ne sa di meno. Noi ci scusiamo, ammettiamo la nostra ignoranza da novelli negli Stati Uniti, solo perché non siamo abituati a quel tipo di riforma sanitaria così lontana dai canoni europei. S. con la sua voce da tenore, inonda di echi tutto l’auditorium: “Voinonsapetequellochevidiconoperchéilpartitodemocraticoamericanononè quellodiunavoltaenonèverocheRomneydifendeiricchicosìcomeanche ScottBrowndifendelaclassemediaperDio!…”

Cerco di cambiare argomento: «S. ti prego, ricordi quando mi hai consigliato per il fine settimana del foliage di andare a visitare le foglie rosse degli alberi del Mohawk Trail?». Cerco di metterla sul lato della sua anima poetica. “Romneycredenelleresponsabilitàeconomicheeneibilanciappostoeoltrequello nonhatroppicrediideologicieparaocchiperchélalibertàèimportante…”. Non funziona. Cerco di metterla sullo specchio italiano, che nell’aver sentito la frase “binders full of women”,  già diventato un tormentone nella rete, in bocca a Romney mi pare di veder gli stessi riflessi di un berlusconismo maschilista. Dribblo sulle differenze ideologiche tra Europa e Stati Uniti, poi me la cavo con la scusa dell’inizio delle lezioni. Mettendola anche sullo scherzo: “Dai, S., anche a casa siamo divisi, mio fratello è di una parte ed io dall’altra, così anche mia moglie è pro Obama e suo padre un fervente cristiano pro Romney”.

Mai chiedere agli americani di politica, specie se ti salutano con un «How are you» e tu rispondi con “mi è piaciuto Obama ieri…”. Mai. Meglio parlare di malattie iniziando con un bel “come stai”.

Volevo imparare a dire “come stai” nella lingua dei Nativi Indigeni (Indiani Pellirossa è dispregiativo) se una volta ne avessi incontrato uno, e invece neanche l’ombra nemmeno quando seguii il consiglio del pacifico S. di andare sul Mohawk Trail. Il percorso dei Mohawk affonda le sue radici nell’era post glaciale, quando i popoli del NordEst non avendo né carro né cavalli crearono un passaggio per gli scambi commerciali verso il New England.

I primi coloni europei nel 1600 naturalmente usarono il passaggio dei Nativi per viaggiare tra gli insediamenti inglesi di Boston e Deerfield a quelli olandesi di New York, e commerciare i prodotti della pesca e della caccia: gli Indiani Pocumtuck, ramo del Masachusetts e della Valle del fiume del Connecticut, inviavano salmone con i Mohawk di New York e del Deerfield River. Il National Geographic Traveler ha addirittura inserito questo tragitto naturale tra le 50 rotte più panoramiche degli Stati Uniti d’America. Ma cosa resta di questo percorso?

Quando i Nativi man mano che sparivano, un po’ per le epidemie portate dai coloni europei per cui gli indigeni non erano naturalmente “vaccinati”, un po’ per le guerre  basate sugli equivoci di traduzione, tutto pian piano andava riducendosi ad una cartolina. Dove in basso sta sempre scritto «come stai? Qui tutto bene». Non ci credete quando qualcuno ve la manderà.

Se l’Italia a volte annega in cattive acque, come dal precedente post di Marzo, ritorno a catalogare sul mio palcoscenico di storielle uno spiffero di fine Maggio. Tra le lezioni di italiano e il mio inglese alla “ricerca del tempo perduto”, ho scoperto un documento storico sull’emigrazione (questa volta le navi da crociera non c’entrano) di cui vi parlero’ nel prossimo post.
A volte tra le riviste a cui sono abbonato, ricevo proposte commerciali come anche numeri zero con testimonianze letterarie e non, piccole storielle scritte da aspiranti scrittori. Ne voglio pubblicare due, così, tra quelli che mi hanno colpito in una fugace lettura in subway. Quasi stropicciati. Accartocciati nel taschino della mia camicia. A volte hanno la stessa sembianza di apparire come fantasmi o presenze nella propria mente. Come ricordi mai vissuti: nella stessa maniera in cui Benigni nell’ultimo film di Fellini “La voce della luna” vagando in un cimitero parla nella notte illuminata chiedendosi dove vanno tutte quelle vite una volta seppellite dietro un marmo. Me lo sono chiesto quando ho scoperto che dietro bacheche di un noto social network spesso continuano a vivere persone anche se all’improvviso scompaiono dalla terra: e gli amici continuano a salutare quella persona anche se sanno che il “nome utente” non potrà più loro rispondere.

Personal story by Bobbie Willis

Eugene, Oregon

What saves me from the tedium of another day is falling hopelessly in love with the people I meet: the curly-haired barista at the coffee shop who hands me my change as if dipping his fingers into holy water; the girl with Down syndrome who talks loudly about vacationing with her grandmother; the elderly couple who grow giant bubble-gum-colored puffs of dahlias at the corner of Twelfth and Chambers; the toddler girl across the street who bleats sweetly, “Mama, come see!”. I fall in love with the deep timbre of my brother’s laugh; the way my mother says my name; the way my father calls me sweetheart; the way my sweetheart calls me baby.

Dinosaur

a short story by Bruce Holland Rogers

When he was very young, he waved his arms, snapped his massive jaws, and tromped around the house so that the dishes trembled in the china cabinet. “Oh, for goodness’ sake,” his mother said. “You are not a dinosaur, he thought for a time that he might be a pirate. “Seriously,” his father said to him after school one day, “what do you want to be?”. A fireman, maybe. Or a policeman. Or a soldier. Some kind of hero.

But in high school they gave him tests and told him he was good with numbers. Perhaps he’d like to be a math teacher? That was respectable. Or a tax accountant? He could make a lot of money doing that. It seemed a good idea to make money, what with falling in love and thinking about raising a family. So he became a tax accountant, even though he sometimes regretted it, because it made him feel, well, small. And he felt even smaller when he was no longer a tax accountant, but a retired tax accountant. Still worse: a retired tax accountant who forgot things. He forgot to take the garbage to the curb, to take his pill, to turn his hearing aid on. Every day it seemed he forgot more things, important things, like where his children lived and which of them were married or divorced.

Then one day, when he was out for a walk by the lake, he forgot what his mother had told him. He forgot that he was not a dinosaur. He stood blinking his dinosaur eyes in the bright sunlight, feeling its familiar warmth on his dinosaur skin, watching dragonflies flitting among the horsetails at the water’s edge.

MI SENTO UN PO’ FELLINI IN QUESTA “AMMERIGA” A VOLTE TROPPO SQUADRATA.  Al prossimo siparietto!

…ovvero LE VENDETTE DEI PRESTITI NELLA BABELE DI OGGI

La gang oramai rischia di diventare una holding per come la connection si è evoluta negli anni, ora si riuniscono in convention. Chi è cresciuto per la strada, si ritrova paradossalmente a lavorare nelle corporation, oramai tutti sintonizzati su una deregulation, anche se l’escalation della crisi colpisce anche la leadership. E per giunta alla reception quando arrivi nei loro Hotel avranno sicuramente una starlet come hostess anche se con una clip in testa. L’importante è che non ci sia nessuna vamp, sennò sai le gag!

No, lo so, vi sembra ridic (ridicolous) ma oramai sembra tutto una liason tra prestiti e crediti tra varie lingue. Non è solo l’italiano che ha bisogno di un make-up in una beauty-farm. Ce ne sono tante, come monitorare, scannerizzare, switchare. Il marketing è il nuovo colonizzatore. Ma anche l’inglese ha prestiti dall’italiano (soprattutto dal linguaggio musicale e culinario) o dal francese (culinario). O direttamente dal latino.

Il rischio dei prestiti è la storpiatura: in un futuro Curry si scriverà “cherry” per l’impossibilità italiana di avere le vocali a doppio suono e di pronunciarla correttamente “cürry” con la æ-ů? Di sicuro per come gli americani pronunciano “ghnocchi” (gnocchi) o “bruscieda” (bruschetta), a me sembra la loro vendetta tardiva anche nei confronti di come gli italiani oramai usano “bistecca” presa in prestito dal “beef-steack”(parola oramai italianizzata, il cui destino riserva anche a “curry”?). E arancia anche per quest’ultimo motivo (presa in prestito dall’arabo e regalata agli anglosassoni) è diventata orange. Ogni buono tentativo di far capire alla gente come si pronuncia una cosa, è inutile. Come in questo link famoso, o nel video umoristico qui sotto di un famoso film satirico sulle manie linguistiche di Nanni Moretti.

Discorso diverso dal suono e la fonetica, ce l’ha la lessicologia. Negli Stati Uniti, patria delle semplificazioni ci si diverte però ad ascoltare abbreviazioni che permettono di starsene comodi sul divano a bere una birra senza dover per forza fare qualche sforzo per pronunciare desinenze. Gas sta per Gasolina, chimp per chimpanzee, deli, e non delicatessen. È dura saltare un giorno senza abbreviazioni. Puoi scegliere un fan club (per fanatico), suonare il (violin)cello o il piano (forte). Non importa quanto buono sia il tuo intel o quanto elastico la tua recon, non sei sicuro se le tue info siano legit, le quali potrebbero influenzare il tuo cred e la tua rep (reputation). Rischi di rimanerci secco se non stai attento, potresti prendere un flu (per influenza).

I parlanti inglese tagliano parole nella loro radice sillabica sin dal 1500: gent, per gentlemen, coz (per cousin). Ad invece di advertisement, cell al posto di cellular phone. Sup è una nuova brillante versione di Super, gorge e brill è più enfatica di gorgeous e brilliant. Qualche volta dece è meglio che decent, “it’s Ok” non è tanto Ok ma “così così”. Il lab perdere l’oratory; rep, salta –etition, alli si mangia –gator, (coccodrillo); eart perde il –quake (il terremoto fa rompere anche le parole). È una questione di pron (pronunciations) and etys (etymologies). E se snob è sine nobilitate, mob è mobile vulgus.

Voi avete altri esempi?

Al prossimo siparietto!

IL KITSCH DEL TREND NEGATIVO … E DELLE FRASI FATTE COME “ALLE PRIME ARMI” A VOLTE FA VENIRE “FITTE AL CUORE” COME A LUI

Note di racconti

«Qui è la Mafia a dare posti di lavoro. E poi reinveste al Nord. Sono a favore del Ponte sullo Stretto solo perché darebbe la sensazione materiale di unire due Stati o forse Tre (compreso l’antiStato che è la criminalità) divisi da 150 anni con un pezzo di carta dimenticato.

Il Sud Italia è seduto su un vulcano, un vulcano non di natura geologica, ma sociale. E sebbene questo vulcano stia per esplodere, i politici fanno finta di nulla, anzi si appassionano in discussioni sostanzialmente inutili.»

Franco Battiato, da un’intervista al Corriere della Sera, Agosto 2009

Anche Boston ha il suo Sud? Lo devo ancora cercare. Perché chi è nato a Sud, lo cerca per tutta la vita. Anche se da Oriente, mi sono trasferito ad Occidente. Questo video che segue è  infatti la colonna sonora del mio tragitto.

 

 

AL PROSSIMO SIPARIETTO!

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

“LOST” YOU IN TRANSLATION

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI, acronimo di Emanuele Capoano. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Qui a Boston insegno italiano alla Societa' Dante Alighieri, cerco di fare il traduttore, la guida turistica e intanto faccio il performer della Commedia dell'Arte, curo inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sta cercando di ritagliare il tempo per tessere il suo primo libro di racconti.

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