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Tutti pubblicano classifiche, tutti amano sintetizzare informazioni oggi nell’era digitale. La prima volta che ho pensato ad una mia classifica, forse interminabile, delle differenze percepibili dagli italiani all’estero e per mia esperienza, nel Massachusetts statunitense, è stato quando ho letto le 10 cose che odio leggere alla mattina su Facebook, pubblicato dal critico televisivo Gianluca Nicoletti:

1) Il buongiorno agli amici di Facebook (che nemmno ti cagano) ovunque essi siano
2) Il menu della prima colazione: “oggi succo di papaya, pane integrale, confettura di corbezzolo ecc” Nessuno che scriva “cornetto di gomma e caffè acido”
3) La finta apprensione per le tante cose da fare: “oggi non avrò tempo per respirare…”
4) Allusioni a passate o future (improbabili) intime dazioni
5) Misteriosi accenni a stati d’animo vagamente amorosi perchè qualcuno legga e capisca
6) Descrizione di abiti, scarpe, accessori indossati
7) Descrizione dello sputo di cielo sulla propria testa come se l’ autometeo fosse socialmente utile
8) Frase simbolica e profonda già logora per il compulsivo copia/incolla che il mondo ne fece
9) Facezie, battute, slogan, barzellette, link buffi a qualcosa che riguardi berlusconi
10) Scrivere decaloghi di ogni tipo

La mia di classifica è basata però più che altro su quello che noi italiani a Boston e dintorni ci stupisce una volta varcata la frontiera da emigranti per motivi di lavoro o di amore, su ciò che ci indigna per le informazioni che girano in rete su di noi, per le sorprese di vederci diversi, o fors’anche per le conferme sui pregiudizi. Questi 10 sono i più comuni. Ma segnalatemene altri se ve ne ricordate qualcun altro.

1 – La guida incompleta di uno scemo all’uso del bidet ←  è un’esilarante link postato dall’ormai gemella blogger un’americana a Roma . Ci si meraviglia come ci sia gente fuori dall’Italia che si sente superiore a non usare il bidet ← e ad ignorarne i motivi per cui usarlo.

2 – Le 31 domande che potrebbero cambiarti la vita ← pubblicate da NinjaMarketing sono le più “americane” in quanto ad effetto perché ti fanno mettere in discussione, e noi italian expats lo siamo molto oltralpe. Tra le prime cinque spiccano «Stai veramente facendo quello che desideri? – Hai un sogno nel cassetto? – Sei orgoglioso di quello che hai fatto fin’ora? – Quante promesse hai fatto e quante ne hai mantenute? – Qual è la cosa che avresti voluto fare più di tutte e non sei mai riuscito a fare? Perché? »

3 – Le 10 ragioni per cui dovresti sposare uno straniero come ho fatto io ←  vantano le comodità di aver avuto due feste di matrimonio, avere un accento, sembrare sofisticati ai parenti dell’amato/a, i figli parleranno più di una lingua. Son cose che dovrebbe leggere mia moglie.

D’altro canto la stessa blogger ha pubblicato anche le 10 ragioni per cui non bisogna sposare uno straniero come ho fatto io ← Son cose queste che invece mia moglie non dovrebbe leggere, non solo perché viene coinvolto il fattore costo del biglietto aereo per visitare i parenti.

4 – Questo è il drammatismo a cui gli stranieri in linea di massima si ispirano quando vogliono rappresentare l’amore vissuto nel BelPaese: una coppia italiana che litiga a suon di gelato diventa l’isterismo sofialorenico triplicato nell’amore litigarello

5 – Sui barbarismi dell’inglese nell’italiano ne avevo già parlato ← Ma non solo nell’italiano esistono calchi di prestiti in inglese, qualche volta è stato l’italiano ad aver regalato parole presenti nella lingua inglese ←  e nemmeno gli anglofoni lo sanno. Questo capitò in un’epoca quando l’Italia attraeva talenti dall’estero, durante il Rinascimento. Non ora.

6 –  Il Dalai Lama che svela il suo sogno di voler vivere una seconda vita in Italia.

7 – Le ricette gastronomiche di falso cibo italiano ← ma che dell’Italia si ricordano solo l’odore del basilico (quando si è fortunati)

Pare anche Repubblica non sia sfuggita a pubblicare gli errori e stereotipi americani sulla cucina italiana

Un bel blog di studenti ha pubblicato anche le sue 10 regole per mangiare in Italia senza spaventare gli italiani ← tra le quali quella di mettere il parmigiano sulla pizza o di prendere il cappuccino dopo pranzo.

8 – L’HuffingtonPost ha fatto la sua parte nell’elencare le 6 cose che le donne italiane ci hanno insegnato sul cibo

O anche le 10 domande che un estraneo non deve fare ad una donna incinta ←  Io sono uno tra quelli che potrebber toccare la pancia di una amica incinta in modo genuino e senza malizia, giusto per fare un complimento, cosa che alle americane in Italia fa un po’ senso.

9 – L’avete visto il tea party fatto dalle italiane che si spogliano? È un esilarante spot scambiato come parodia  e nasconde o mostra il comportamento tutto italico di camminare senza veli.

L’eroe Paul Revere che invece di annunciare l’arrivo degli inglesi durante la sua famosa cavalcata, si accorge di un’improbabile arrivo di un’auto nel mercato e le loro donne ad un tratto smettono gli abiti delle puritane e si spogliano come quelle italiane, l’audacia prende il posto della rivoluzione dei corpetti. Alle tazze di the viene sostituito l’espresso. E non solo, fate attenzione alla fine dello spot: appare quasi in secondo piano il fallico cannocchiale che si accorcia ad una certa altezza del corpo.

10 – O la vera parodia della famiglia italiana ← scambiata per uno spot vero, divertente. Dove gli stereotipi ci fanno ridere, e ci inorgogliscono di essere come siamo. Visibile su YouTube anche qui in questo link : CHI COMPRA UNA FIAT 500 HA UNA FAMIGLIA ITALIANA IN REGALO

10 bis – Dopo 2 anni che ci abito affianco, finalmente IL MIO VICINO MI HA PARLATO!!! Ma questa è un’altra storia. Un altro siparietto. Per ora beccatevi la mia ultima performance di Commedia dell’Arte sul palco dell’Oberon Theatre ad Harvard, Cambridge, ← (nel link foto e altro video di danza) insieme alla brava attrice Chiara Durazzini, co-fondatrice con me del progetto PAZZI LAZZI TROUPE prossimamente online. L’Oberon Theater è il teatro off dell’ American Repertory Theater e ha ospitato i NEWPOLI, gruppo di musica antica del sud Italia, tra le band nella lista, anche qui, delle top 20 statunitensi di World Music.

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OVVERO, IL FASCINO DISCRETO DELL’ITALIANATA MEDIA.

Qual è la differenza tra genio e americanata? A Boston esiste il Museo del Tea party. Voi vi immaginerete un museo statico, fatto di statue e dipinti e didascalie come un italiano è abituato a vederli in un museo. Niente di tutto questo. Solo dinamici attori che recitano invece il ruolo degli eroi nazionali, in inglese antico, nella ricostruzione di quella notte quando un gruppo di patrioti si ribellò all’aumento delle tasse sul the. E poi quadri che si animano proiettati da ologrammi, per finire in una messa in scena che coinvolge gli spettatori: saranno loro stessi ad essere i patrioti con tanto di targhetta del personaggio assegnato all’entrata e a buttare in mare finte casse di the da un battello ricostruito per l’occasione. Guardare nel video del link per capire cosa dico.

Li ammiro. Saranno disneyani. Ma questo è dare un valore a quel poco che si ha. Diversamente dalla immensa mole di materiale che l’Italia ha nei magazzini sepolti dei musei, dove opere d’arte giacciono senza nemmeno avere il pregio di essere esposte.

C’è comunque una sottile differenza tra questo tipo di genialità e l’eccesivo. L’americanata. Un vocabolo tutto italiano che sta a significare qualsiasi cosa esagerata, sgargiante, pacchiana, pomposa, vistosa, o solo di cattivo gusto e a volte falsa come gli innumerevoli spot pubblicitari nei quali spesso, lo ammetto (chiedere a mia moglie), ci casco come l’americano che compra la fontana di Trevi da Totò. Si possono enumerare come quella di mangiare in pubblico o in piedi, o seduti sul divano e non a tavola, o come i festival religiosi italoamericani dei Santi Patroni con i soldi attaccati alla statua, la “Coolatta” da Starbucks e tutti i marchi falsi venduti come italiani. Anche perché in Italiano la pronuncia culatta vuol dire un’altra cosa. Così come i nostri idiotismi nella lingua italiana non mancano quando vogliamo dire una cosa in inglese per sembrare più fighi (stavo per dire cool). Ne avevo parlato ne LE PAROLE SONO IMPORTANTI, nel link precedente. E ne ha parlato anche il blogger Marratzu qui.

Quello che invece un blogger americano ha spiegato è stato invece proprio il concetto dell’americanata che agli americani ancora viene nascosto. Possiamo essere d’accordo o no su quello che dice. Ne fa una lista abbastanza di parte, nel link.

Così ho pensato a farne io una lista di americanate, dal mio punto di vista. Mi è capitato infatti un articolo sull’inserto culturale del Boston Globe e parlava di un certo Dominique Ansel, Chef Pasticciere di Manhattan, che ha preso la pasta per i croissants, ne ha dato la forma di una ciambella tipo graffa, qui si chiamano doughnut (si legge DONAT), e l’ha messa a friggere, riempita con crema tahitiana alla vaniglia. Ma lo ha chiamato il cronut (ibrido linguistico misto tra croissant-doughnut). Questa è una.

Ne seguono tante altre, seguite dalla mania americana di mescolare anche le parole che risale al ventesimo secolo, quando venne coniato il brunch metà breakfast e metà lunch dove si poteva usare una spork (metà spoon, cucchiaio, e metà fork, forchetta) e fare una guesstimate (stima sul numero dei guess, ospiti) per un ginormous (un po’ giant, gigante, ed enorme circa il numero di partecipanti). Anni dopo arrivò il webinar, l’advertorial, chillax (chill out e relax), dopo l’ovvio cheeseburger che risale al 1920. Hamburger per fortuna non deriva da Ham, prosciutto cotto, e borgo, ma dalla città tedesca Amburgo. Oggi nella catena di caffetterie di Starbucks fioccano anche i frappuccino (frappé + cappuccino).

È nota l’esuberanza del palato americano, quella anche di abbinare in un’insalata la pesca e il pomodoro con balsamico e formaggio.. non coscienti che la pesca è già acida come anche il pomodoro, diversamente dall’abbinamento tra melone e prosciutto (solo due ingredienti, tra l’altro e non cinque). E’ noto lo schifoso metà gelato e metà bibita gassata, l’IceCreamSoda.

Senza contare il “turducken”, un turkey (tacchino) ripieno di duck (anatra) a sua volta ripiena di chicken (pollo), servito anche a Thanksgiving, la festa del ringraziamento, che nella serie TV “The Big Bang Theory” la madre di Howard festeggia servendo del “turbriskafil”, una somma di turkey + brisket (punta di petto) + gelfite fish (pesce di tipo Yiddish). E la torta a tre strati di ciliegie, zucca e mele? Quale gusto se ne indovinerà via via sul palato?

E voi? Quante americanate conoscete?

Si contano anche le “italianate”, eh!

Vignetta americanate

Pulcinella mangioneCon un gruppo di amici foodie qui a Boston abbiamo istituito tra di noi una sorta di “Buona Forchetta Social Club”: ogni tanto ci riuniamo e tra il serio e il faceto ci facciamo le nostre degustazioni alla cieca. La prima volta fu con la Mozzarella, (ne scrissi qui in un post), poi venne il turno del Prosciutto crudo (nel link le foto). Poi passammo ai dolci, le palle di cioccolato al rhum, e chi vinse quest’ultimo decise che il prossimo sarebbe stato la pasta al ragu. Ora, decidere quale ragu sia il migliore è roba che sanno fare i MasterChef. Ma a noi non ci ferma nessuno.

Digiuni e affamati di buoni percorsi regionali su dove trovare prodotti locali qui nel Nord Est degli Stati Uniti,  la sfida sul prosciutto non ci impaurì tra due S.Daniele (uno di 18 e l’altro di 24 mesi) e due Parma (sempre di diverse stagionature). Vinse l’amico Riccardo, che guarda caso era raffreddato: non badò all’odore ma dal tatto e dal gusto. O forse era solo fortuna? E anche per questa successiva sfida non abbiamo nessun timore, ma come minimo uno deve esser nato immerso nel ragu. Il cibo a noi italiani importa molto, come anche a molti americani negli ultimi tempi. (Nel link un articolo in inglese del giornalista Salimbeni, sull’esportazione italiana). Per questo mi sono informato e ho deciso di condividere in rete la bellissima guida pubblicata dal dipartimento Agricoltura del governo del Massachusetts sui tragitti verso le cantine e le fattorie caseifici della Boston Area.(Nel link il pdf da scaricare).

Il tutto in 29 cantine e 18 caseifici. Il tragitto per il Massachusetts Centrale.

Non solo Tekenink Tomme (rustico, stile alpino), Prescott, Barndance (omaggio burroso all’Abondance francese), o Hardwick Stone (stile americano). Ma alla Robinson Farm potete trovare anche un semi soffice stile Taleggio. Si trovano anche vitigni sconociuti come il locale Catawba,  vino dolce venduto invece in questa fattoria nella foto qui sotto.

Hardwick-Winery-Entrance-BCO

Io, non vedo l’ora di vincere alla prossima degustazione. E so già, se vinco, quale tasting sceglierò: il formaggio. Ecco come mi preparo con l’avvento della primavera visto che le fattorie stanno pian piano per riaprire ai visitatori. Il Massachusetts non è da meno nell’assortimento di formaggi, sia di capra che di altro foraggio. E gli itinerari in giro per Boston sono utili per chi soffre appunto come noi italiani di cibo localite. Una felice “malattia” che sta contagiando l’America colta. Nella Hub infatti si trovano posti buoni dove mangiare, ne abbiamo parlato qui. Ma la campagna, dove la mettiamo?

Crystal-Brook-Farm-Grazing-Goats-BCO

Se andate inoltre sul sito turistico del nostro Stato troverete tutte le mappe delle fattorie con i link. Qui invece le mappe stradali delle fattorie con annesse cantine di vini locali. V

Vi piacciono anche le capre? Eccovi allora dove potete trovare il formaggio di capra nei dintorni di Boston

Oppure diabolicamente potrei proporre ai miei amici degustatori, come fare la mozzarella fatta in casa. Ognuno può degustare il prodotto finale dell’altro.

Si, di diabolico sarei pronto a fare di tutto. Pur di mangiare bene. E questo lo sa anche il mio alter ego sul palco, che a teatro ha rivolto il suo saluto affamato nella mia prima performance in English/Neapolitan. Al prossimo siparietto!

L’occasione era finire l’anno vecchio imparando a riconoscere una buona mozzarella di bufala da quella cattiva. Tò, così. Come se ci mancasse quest’altra sciccheria! vino e mostarde

Quanto di meglio che fare un Mozzarella di Bufala Tasting bendato. Non sappiamo a chi venne l’idea per primo, ma in questi casi il lampo di genio invase la voglia sfrenata di noi golosi. Una comitiva di italiani all’estero (con rispettivi coniugi e non, americani italofili): gli amici Donata e Mauro, Io e mia moglie Michele, Jen e suo marito Riccardo, un pugno di amanti del Dio bianco, della fresca sensualità frutto delle mucche o delle bufale più brave. Come arbitro la Toni Mazzaglia, abile animatrice di tour gastronomici a Firenze, inventrice di TasteFlorence. Non ci lasciammo prendere dal panico quando candida e “toma toma” ci disse prima di Natale: “Se ognuno di voi porta una mozzarella, allora anche io vengo con delle mozzarelle a sorpresa, va bene?”. Panico! Dunque le mozzarelle italiane dovevano competere nella prova assaggio con quelle prodotte in USA o quelle importate? Che l’importazione crea anche un sapore diverso dovuto al trasporto, mica pizza e fichi! Dunque affidare alla nostra amica italoamericana residente in Toscana la nostra prova di assaggiatori ufficiali di Mozzarella di Bufala, era come scegliere il comandante De Falco a capo della barca invece di Schettino, tanto per intenderci.

Rigida ai doveri del Dio Gastronomo, venuta dall’Italia con in valigia il suo scrigno illegale di mozzarelle fresche comprate in Italia, si avventura con la polizia doganale americana con scuse e piroette che farebbero invidia a Clinton durante il caso Levinski. Alla fine passa. Avendo vissuto troppi anni in Italia ha capito come farla franca. Non ci dice come fa solo perché non vuole renderci complici, ma per farci solo contenti visto quanto siamo gastrofanatici.

Arriva il gran giorno, o meglio la gran serata. Iniziamo con lo stabilire le regole. voto mozzarellavoto mozzarella tasting

Ognuno avrebbe dovuto dare un voto ma anche individuarne la provenienza. Su ogni piatto l’arbitro avrebbe dovuto scrivere un numero e a quel numero il marchio corrispondente. I concorrenti decidere se essere beffati o no. Presto detto. Già dal primo assaggio sentiamo puzza di bruciato. Sul foglio datoci a disposizione avevamo 6 marchi di mozzarelle da giudicare, ma i piatti sul tavolo erano 5. Vista che la matematica almeno ancora non è opinione, qualcuno di noi grida allo scandalo, ai brogli elettorali. Ma non ci facciamo scoraggiare, ognuno di noi da un aggettivo e un voto da 1 a 5 ad ogni mozzarella di bufala. Chiediamo intanto cortesemente che venga aperta un’indagine interna. mozzarella tasting

Il responso arriva non appena sfiora la paura di tumulti e caos: un brand indicato sul foglio era stato messo tra le mozzarelle da giudicare, quando invece non era stato aggiornato perché messo all’ultimo momento insieme agli altri due piatti fuori concorso: le due burrate, una di Mozzarella House caseificio di Everett, Massachusetts, con latte da mucche locali, e l’altra di Maplebrook Farm nel Vermont. Smettiamo di litigare non appena sentiamo le papille gustative muoversi verso le montagne del New England. Ci riscaldiamo infatti con quelle fuori concorso, giochiamo a riconoscerle: quale tra la A e la B è del Vermont?

I giudizi in questo caso sono divergenti. Più sapida l’una, più latticina e dolce l’altra.

Burrata Maplebrook

Inizia il concorso vero che sa molto di statistica. L’obiettivo celato è quello di capire, tra lo scherzo e il cameratismo da comitiva, se conviene la mozzarella con latte locale o quella importata. Mentalità da Slow Food o da puristi delle origini, è il gravoso dilemma shakesperiano.

Queste le foto, giudicate voi. Burrata Mozzarella House

Il piatto numero 1 (mozzarella portata a sorpresa dall’Italia dal nostro arbitro d’eccezione e proveniente da Coop. Fior Fiore) ottiene 16 voti, con una media di due 4. I giudizi sono semplici, non esaltanti, delicata, un po’ calda (forse è proprio quella che avrà fatto il viaggio? – si chiede qualcuno). mozzarella di Bufala

Sotto il piatto numero 2 si nasconde una mozzarella di bufala campana comprata da Donata e Mauro alla Salumeria Italiana nel North End, e anche lei ottiene 16 voti, con un gradimento leggermente superiore di un punto nella media rispetto alla precedente: consistenza simile al piatto 2, sapore per alcuni pastoso, (vallo a sapere cosa vuol dire) per altri frizzante (ma è perché la sapidità viene scambiata per quasi rancido).mozzarella Bufala

Il piatto numero 3, preso in un famoso store all’ingroso famoso negli Stati Uniti, CostCo, un po’ come i magazzini Metro in Italia, e il marchio è la Fattoria Garofalo Dop importata dalla Campania: 23 voti, quasi tutti sono d’accordo sul massimo dei voti. Gli aggettivi si sprecano nel poetico, siamo tutti a occhi chiusi. mozzarella di Bufala

Nel 4 c’è la trappola che io e Michele avevamo preparato per bene, per dare un tocco di distinzione dalle altre: una mozzarella locale ma non conservata in acqua. Dalla foto potete giudicare che va bene usata sulla pizza. Dura, senza personalità. Insignificante, come i suoi 8 voti. Serviva la figura del brutto anatroccolo. Donata è l’unica che se ne accorge ed indovina. mozzarella Bufala senz'acqua

Nell’ultimo piatto si nasconde il 2’ posto con 18 voti: chi l’avrebbe mai detto che la Vallelata comprata in Italia e portata a sorpresa dalla nostra amica spacciatrice di pazzie potesse riscuotere un discreto successo. mozzarella bufala

A fine serata siamo tutti molto sereni, mozzarella salottoannaffiati dal vino nella foto sopra e da mostarde che non fanno altro che alternare nelle nostre bocche bianche freschezze (perdonatemi la sinestesia) a gioviali sensazioni di pascolo e di scampanaccio di Bufale lontane dal New England (la bufala d’acqua è infatti difficile allevarla negli Stati Uniti). Donata è l’unica che all’unanimità tra chi più di tutti ha indovinato la provenienza. Ma poi ci chiediamo, qual è il premio da darle? Beh, un’altra regola che si decide in corsa. Ma stavolta la vincitrice non ha dubbi: “sarò io a decidere il tema del prossimo Tasting bendato, e dico Prosciutto Crudo Italiano Tasting, con spagnoli Jamon Serrano e Iberico fuori concorso”. Le nostre lingue stanno già salivando.Italiani gastrofanatici all'estero

Il museo del Tea Party

Il museo del Tea Party e Sud di Boston, dal 17esimo piano del Consolato Italiano

Quando ero piccolo in Calabria i genitori mi dicevano “mangia mangia…che ti fai grande”. Una volta un po’ più grande poi hanno smesso nel ripetermelo, stravolgendo addirittura la raccomandazione precedente : “ma quando la smetti di mangiare così tanto?”. Non è successo solo a me, ma dagli aneddoti di molti italoamericani ne ricavo che anche i nostri avi, spinti dalla paura della fame, invitavano i figli ad approfittare del ben di dio sulla tavola; ma una volta poi diventati grassi si pentivano del comandamento dato quand’erano piccoli per rivolgergli un “ma basta mangiare, non vedi quanto sei grasso?”.

Più o meno il vizio si ripete quando la gente non ti vede da molto tempo e ti dice “ma come sei ingrassato” o “ma che tribunale che hai fatto, quando smaltisci quella pancia?”. Se fossi magro mi direbbero invece “ma tua moglie non ti fa mangiare?”.

Gli italiani, si sa, non hanno VIE DI MEZZO nel dire le cose. Ogni volta che dico a un americano che un italiano gli direbbe in faccia quanto è grasso, è per farlo spaventare della crudeltà e della sfacciataggine dell’italiano medio. Magari ci penserebbe due volte nel tornarci in vacanza. È quello che succederà a me ora che torno per Natale. Purtroppo.

Devo dire la verità, qui nella parte est degli Stati Uniti non vedo molti obesi. È l’area più universitaria, intellettuale, quasi newyorkese e snob che spinge la gente a stare attenta alla linea, amante dello sport e curiosa del cibo proveniente da mercatini locali.

Perciò cari parenti e amici, la mia linea è sempre uguale…peso lo stesso di prima. Ma sarete abili nel vedermi diverso, lo so. Mi darete dell’americano, anche se non mi strafogo di hamburger come credete nei films. E se amate nutrirvi di preconcetti… se volete veramente vederli… leggete invece di quando ho parlato degli stereotipi che vi arrivano con i films (in questo link); quei luoghicomuni come potenti ministeri occulti della cultura pop americana.

Se volete venirmi a visitare, vi porterò invece a mangiare qui (in questo link). Ma la lista dei posti dove si mangia bene non è ancora esaustiva… State sintonizzati perché presto pubblicherò altri podcast in giro per fattorie e mercatini, fotografando una Boston turistica e non solo raccontata in episodi di 7 minuti.

Se volete sapere come funziona la Sanità, in modo positivo, leggete questo mio post pubblicato appena arrivato negli States, l’anno scorso.

Se volete saperne i risvolti negativi, leggete quanto ha scritto una blogger traduttrice italiana in trasferta a San Francisco.

Se volete non confondermi con un italo americano che non parla l’italiano, leggete come la pensavano i siciliani del 1821 in questo reperto trovato nel Kentucky.

Se volete leggere un piccolo aneddoto di una siciliana moderna…nella metro… potete sganasciarvi se ancora non lo avete fatto.

Gli italo americani poi meritano un capitolo a parte. Alcuni amici pensano che io un giorno me ne uscirò a parlare come gli italoamericani che inventano la VIA DI MEZZO né dialetto né inglese. I nonni degli italoamericani di oggi, l’italiano non solo non lo sapevano (essendo emigrati prima dell’Unità d’Italia e prima che Mike Bongiorno la unificasse con i quiz), ma imposero ai figli l’inglese per non essere soggetti a razzismo. Si veda la scena de Gli Intoccabili quando Sean Connery vuole sapere il vero nome del poliziotto (recitato da Andy Garcia) John Stone. Quel povero gli confesserà “mi chiamo Giovanni Petri”.

Cliccate qui (anche per chi non ha facebook) se volete vedere l’America che vedo ogni giorno con i suoi colori. E anche quella degli aneddoti fatti di scorci.

A proposito di aneddoti, questa ve la devo raccontare. A mia suocera, che dopo essere andata in pensione per scelta con meno dello stipendio di quanto prendeva (nel link altro piccolo raccontino sulle pensioni americane), ieri è successa una cosa. È andata a fare spese con sua sorella, poverina, non molto magra (si noti l’eufemismo). “Ti regalo 100$ per Natale per comprati qualcosa”, le dice. Ne spendono alla fine 329. Pagano. Ma una volta che si avvicinano alla porta per uscire, la commessa le ferma e sfodera uno di quegli slogan americanazzi “volete che oggi il nostro negozio faccia diventare i vostri sogni una realtà?”. Mia suocera che, anche se americana, non è scema: “si va be’, cosa vuoi?”. Incredula e quasi scocciata segue la tipa alla cassa. In pratica il negozio ogni giorno sceglie a caso una persona per regalargli l’intero shopping. Spesa gratis. Mia suocera rimane senza parole. Le danno indietro 329 dollari di spesa, così sull’unghia. Vestiti gratis.

Ecco, in poche parole questo è il marketing degli americani i quali stanno molto attenti a non dire a qualcuno “questo vestito non le sta perché ha messo qualche chilo in più”. Qui le VIE NON SONO DI MEZZO, si chiamano marketing diretto.

In compenso si lamentano quando il cibo americano non è così locale quanto vorrebbero. Anche loro litigano con le VIE DI MEZZO, come gli italiani alla fine.

Old State House

Old State House

 

Il mio articolo che segue in corsivo è apparso l’anno scorso prima di Natale sul sito del magazine IlFuturista. È impressionante quanto è ancora attuale dopo un anno, in fatto di cibo. Poi si dice che in America le cose cambiano presto. Altroché vie di mezzo!

Negli Stati Uniti la percentuale di persone obese e sovrappeso è elevata, il tumore al colon-retto è la seconda causa di tumore per cancro. Non è male come inizio di questo post. Questo sta succedendo però anche ai figli italiani, con le loro mamme indaffarate e distratte. In realtà tutti quanti mi chiedono come si mangia nel paese cosiddetto delle opportunità e dell’american dream: io rispondo sempre che puoi trovare di tutto, potendo scegliere tra moltissime etnie, ma solo sei educato, istruito e benestante puoi capire l’importanza del cibo. Se sei povero, ti conviene ingrassare. Se vuoi mangiare sano, devi fare lo snob, lo chic, il foodie, lo schizzinoso: scegliere gli alimenti organici e biologici.

Dove il Fondo mondiale per la ricerca sconsiglia supplementi di vitamine o minerali, negli States invece vanno matti a rimpizzarsi di pillole: tanto che per legge la pasta prodotta in USA deve avere in aggiunta vitamine e minerali quanto quella integrale ne ha già all’origine.

Quando mi offrono del vino alle 5 del pomeriggio pensando di farmi cosa gradita, visto che fa chic un italiano che parli loro del vino, li sconvolgo rispondendo che non sono un alcolizzato e che noi italiani il vino lo beviamo solo ai pasti. Anche se negli Stati Uniti il nettare degli dei lo si sta riscoprendo nei consumi di massa.

Negli Stati Uniti la digestione poi è un tabù: in una puntata di Big Bang Theory, quel telefilm sui ricercatori secchioni, un amico parla al suo coinquilino del colon, e di come digerisce: la faccia dell’altro è a dir poco scandalizzata. Scatta la risata della sitcom: per loro è una battuta. Noi italiani invece ci divertiamo a parlare dei rumori dello stomaco, di come trattiamo il fegato e di quante volte andiamo al bagno contenti. Ci fa star sereni e riappacificati con la coscienza.

Una risposta alla domanda sulla differenza culinaria e salutare sono le porzioni. Per chiedere un gelato di misura normale secondo i miei canoni di italiano devo scegliere sempre quello per bambini, perché la misura grande è veramente grande quanto una nostra vaschetta per 4 persone. Ma succede anche in molti ristoranti. Basterebbe mangiare meno, ancora molti americani non l’hanno capito. Ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison invece hanno dimostrato che un minore apporto di calorie ha lo stesso effetto nelle scimmie. Il mio medico di fiducia però mi ha consigliato di stare attento anche all’acqua: perché qui anche quella ha tante calorie. Scherzava, forse.

Ma nemmeno io scherzavo quando ho detto a casa che per Natale volevo due primi e due secondi, come da tradizione italiana. E qualche americano mi ha risposto come facciamo noi italiani a non ingrassare, se mangiamo così tanto. È stato sconvolgente fargli capire che non mettevamo nei nostri piatti almeno 10 salsine dall’origine imprecisata.

E poi ci siamo scambiati il Buon Natale.

L'antica dogana vicino il porto di Boston

L’antica dogana vicino il porto di Boston

 

 

 

Parlare delle germe di grano o del pomodoro pelato è come ritornare bambini. No, non sono impazzito. Succede anche al critico Anton nel cartone animato Ratatouille. E’ successo anche a me.

Vai a Taste, il festival dell’alta gastronomia a Firenze, e ritrovi il sapore del pane intinto nel sugo che tua mamma ti dava appena tornato da scuola. O le germe di grano che ricordano il profumo della farina di grano duro che tua madre usava la domenica per fare la pasta fatta in casa.

Il problema oggi è l’industrializzazione di certi prodotti che ha creato la loro omologazione. Casa Barone, Paolo Petrilli con LaMotticella e la giovane Saveria Pozzuto di Masseria Dauna per il pomodoro, nonché il pastificio Morelli con le germe di grano ci stanno provando a rendere ancora più netta la differenza tra il sapore comune e quello unico. Ci sono riusciti con la caparbietà, l’umiltà e la competenza.

Tutti buoni gli aceti balsamici, i prosciutti, le birre, meno il servizio clienti inesistente di alcuni: ma trattasi di un solo caso di un anziano del periodo Avanti Web, per fortuna, e che crede ancora che deve essere il cliente ad andare in negozio e non il contrario, e della recidiva Schooner di Empoli azienda produttrice di baccalà e pesce insaccato, imbambolati nel servire quasi ad evitare il cliente) – Si veda il commento in questo post nei blog del critico Romanelli e del sommelier Andrea Gori –

Ottima idea dunque dell’Antico Pastificio Morelli di San Romano (Pisa) per aver dato un inconfondibile sapore in grado anche di sprigionare nell’acqua il colore verde del grano fresco (buono per il mercato americano, fatto per stupire!). La semplicità è una delle qualità più apprezzate dell’Italia (ahimé solo quella del cibo). I pomodori pelati delle aziende succitate ne danno un esempio: la competizione nel campo del gusto è così facile per noi italiani che eccellere a volte è un gioco troppo facile. Ma questo, solo i più bravi lo capiscono.

Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

Parolacce, scurrilità, indecenze. Siamo abituati in televisione, in Parlamento, negli stadi. Una volta però c’era una separazione tra quelle private dette in famiglia o a scuola e la sfera pubblica mediatica: c’era un contesto adatto in cui certi termini o argomenti erano tollerati o banditi. La nascita delle tv commerciali ha minato quella barriera che separava quei luoghi. Perché la tv privata aveva nel Dna la propensione a spettacolarizzare l’intimità, dei cittadini come dei politici. Solo in Italia, per aumentare l’audience e la pubblicità bisognava farsi notare, contro la puritana Rai di allora. Questo mentre in U.S.A. non puoi ancora dire parolacce in tv, c’è un limite invece alla corsa a stupire: così si evitano appunto concorrenze sleali, dato che la parolaccia farebbe crescere i dati di ascolto. Ma se negli Stati Uniti, il paese del liberalismo per eccellenza, le Tv sono licenziose però solo in bestemmie -perché non è la religione che lì detta legge- da noi c’è ancora una moralistica distinzione: un premier cattolico può imprecare, ma in Tv ai personaggi dei reality show è permesso tutto eccetto che le bestemmie.

Un po’ di storia. Il 25 ottobre 1976, allo scrittore Cesare Zavattini scappò “cazzo” in diretta radiofonica: fu la prima parolaccia pronunciata in Rai. Provocò uno shock spropositato. Lui per rafforzare un concetto, gli scappò ma con la z emiliana, sibilante, a nessuno parve offensivo. La Rai, stranamente, si comportò con eleganza anche perché non era preparata. Deflagrante fu la bestemmia dell’attore Leopoldo Mastelloni in un’intervista nel 1984. Gli costò la carriera tv. Dagli anni 2000 c’è un’impennata: indecenze sulle reti nazionali ricorrono ogni 15 minuti, ore notturne e fasce protette.

E se l’attuale premier davanti alla platea della CONFCOMMERCIO, prima del voto del 2006, diede dei “coglioni” a coloro che avrebbero votato Prodi, Gianfranco Funari fu l’anticipatore di una rivoluzione triviale nella tv di fine anni 80. Il funarismo prevedeva amene scurrilità da bar dello sport (cazzo, vaffa…, lo metto in cu…, con interessante autocensura). Di rompicoglioni e di brutta troia e molto altro è fatto il repertorio di Vittorio Sgarbi che YouTube sarebbe in grado di ricostruirne una perizia. Momenti memorabili quando il critico d’arte insultò il Trio Medusa delle Iene dando loro dei “culattoni raccomandati”. O come anche quando si scagliò contro Marco Travaglio: “Non sputtanare l’Italia, stai dicendo stronzate. Siamo un grande Paese con un pezzo di merda come te”. O, sempre l’ex sottosegretario ai Beni Culturali al Ministro Bondi: “Io lo mando a cagare Benigni se dice di me quello che ha detto di te”. La vetta Sgarbi la tocca quando in un reality Show ha un battibecco con Alessandra Mussolini: tutto contornato da “merdaccia” e “stronza troia”, e la rissa è l’emblema del trash. Senza contare gli schiaffi ricevuti da D’Agostino, i litigi con lo scrittore Busi, con il giornalista Cecchi Paone; le provocazioni dell’irascibile critico d’arte sono oramai il sale di YouTube: non a caso mi sono invece limitato a postare, in calce a questo post, un bell’esempio di pubblicità oltreoceano dove si paragona il servizio italiano a quello argentino. Naturalmente il video parla di un ristorante che si vanta di poter fare meglio in fatto di maleducazione.

Ma per tornare alla televisione italiana, si potrebbero scrivere pagine e pagine di insulti: da “meglio fascista che frocio” a “ti stacco la testa, stronzo, ti uccido”. Al recente Ministro Brunetta che se la prendeva con le elites definite di “merda”, augurate di andare “a morire ammazzate”.

Oltremanica hanno coniato una regola: «CHI NON SI ADEGUA EVITANDO VOLGARITA’, NON LAVORERA’ ANCORA A LUNGO PER LA BBC».

Soluzione da fair play britannico: Perché non proponiamo una legge o un regolamento aziendale RAI o una semplice regola che possa essere inserita nel contratto di servizio tra Rai e Governo? Una norma dunque che impedisca di re-invitare in Tv personaggi i quali fanno il loro vanto di volgarità a colpi di audience! Non sono un puritano o un moralista, anzi. Ne andrebbe del gioco leale sulla concorrenza commerciale anche tra reti private, così da misurare la tv sui contenuti e non sul gioco a catturare l’emozione del pubblico solo per far crescere l’ascolto: altrimenti a misurarsi  è solo il trash; ne va della nostra intelligenza, prima ancora dell’educazione che le nostre case possano ricevere dal vecchio e oramai volgare tubo catodico.

 

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.