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Immaginate tutto il tempo e gli sforzi che Paul Revere avrebbe potuto risparmiarsi se solo avesse avuto uno smarthphone. Invece di galoppare nel buio della campagna, per la sua famosa cavalcata di mezzanotte, l’orafo di Boston avrebbe potuto semplicemente inviare un sms con le notizie che gli inglesi stavano per marciare verso Lexington, twittare al Comitato della Corrispondenza, e tornare ad un’ora decente. Per fortuna, i soli costi di roaming che Revere abbia mai dovuto aver bisogno erano l’avena per il suo cavallo, perché sebbene uno smartphone avrebbe potuto facilitare il suo compito, ci avrebbe privato anche di quel dramma e di quel romanticismo della Rivoluzione americana, una storia detta e ridetta in quella città lungo il percorso del Freedom Trail.

Ora, quando faccio tradurre ai miei studenti d’italiano questo incipit dall’ inglese (per la folta presenza di congiuntivi passati e condizionali che fanno anche la consecutio temporum) diventa lo spasso di ogni lezione non solo per i “se” surreali.

Ma ogni IF alla fine non è mai surreale. Se pensiamo solo al fatto che gli stranieri spesso si stupiscono per quello che gli italiani sono conosciuti o famosi…  – Ogni americano conosce anche la sua di eredità nella storia della cavalcata di Paul Revere, così come il turista la può scoprire anche aiutato dalle nuovissime APP. (A Boston ce ne sono tantequella del National Park Service che comprende il Black Heritage Trail, il percorso dell’eredità dei neri, o la Freedom Trail Official App., la Tour Boston’s Freedom Trail con videoclip e mappa dei punti di interesse. Così come anche New York non scherza in fatto di app per turisti ).

Oggi è tutta una questione di App. Non c’è mappa geografica cartacea che utilizziamo più, ma tutto ci è a portata di mano e raggiungibile. Pretendiamo che il telefonino ci dica la previsioni del tempo, gli indirizzi dei ristoranti, la pompa di benzina più vicina, l’orario dei treni… o magari un giorno ci sarà una App che ci avvisa che abbiamo addirittura un cancro.

vignettaAppAnnunciaMalattia

Mi fa sempre pensare a idee di nuovi racconti come nella vignetta qui affianco e su quanto sia divertente capire quanto siamo diversi nel vivere un viaggio, nello scoprire le persone che incontriamo sui nostri passi.

Mi trovo infatti a New York qualche settimana fa e conosco un pizzaiuolo calabrese, che si chiama come me, e che lavora in una catena di pizzerie ristorante molto buone tra Brooklyn e Manhattan, Numero 28, fondate da una famiglia di suoi conterranei. Lui si è trasferito avendo parenti tra i soci, mi pare, ma il motivo vero per cui è scappato dalla sua di eredità è il solito caso burocratico che ti scoraggia dall’andare avanti: mi racconta che in Italia vendeva protesi sanitarie e lavorava con le aziende pubbliche, ma che aspetta ancora 60mila euro di arretrati dalla Regione Calabria. Nell’attesa di anni di contenzioso, meglio galoppare verso qualcosa che ti faccia sentire vivo, mi dice mentre assaporo quel sugo di pomodoro così dolce della pizza. E non so se sognare ai miei sapori perduti o arrabbiarmi.

Nel vagare della notte newyorkese, dopo quella storia, mi incanto nella nebbia che avvolge la città a volte di sera, la copre sulle cime e la punta dell’Empire State Building, e sembra sia lo specchio naturale che la fa riflettere nella vita dei commerci, mentre tra i vicoli e le corti sporche dei palazzi i piccioni covano il loro uovo sui davanzali, penso a quei gruppi di cani con il dogwalker che ho visto nel pomeriggio assolato e che seguono l’uomo all’ombra, lo seguono senza un contraccambio. New York è anche questi attimi lenti, anche se ti da l’impressione di correre…. ma scodinzola al primo segnale che stai per amarla, vola alta…senza aspettarsi niente.

È una questione di cellule, cantava Battisti. Quei piccoli quanti a cui ogni giorno ci affidiamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni di orientamento, di sicurezza, di aspettative e grandi speranze, per dirla alla Dickens, oggi sono sui nostri smartphone che vanno più veloci delle nostre idee. I nostri immigrati allo sbaraglio  non ne hanno mai avuto bisogno in passato, hanno sempre dato fiducia al loro intuito sul come vivere la vita americana. Persino Paul Revere non aveva che una bussola

Perché più ci penso… e più credo che alla fine la “App” più azzeccata è quella sulle eredità, quella bussola che mi porto appresso è da rintracciare nel tragitto che ha fatto quel ragazzo calabrese che aspetta ancora il credito dalla sua terra, e con tanti sforzi ma con soddisfazione ha preferito servirmi una pizza più buona, a New York. Tutto forse per tramandare la sua di eredità. Se solo quella terra del Sud l’avesse capito prima, non avrebbe avuto bisogno di iniziare contenziosi con chi voleva semplicemente darle il suo lavoro, senza consecutio temporum, senza se e senza ma.

“E come potevamo noi cantare”.

Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.

Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.

Andare avanti, dice lui,  go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.

Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).

Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.

È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.

L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.

La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.

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La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano

Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo

Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.

Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.

Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.

La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.

È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.

“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.

E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.

Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.

I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.

Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.

I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati  non fanno spesso appello per assoluzioni minori.

Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.

L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.

Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.

Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.

Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.

“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.

Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.

A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.

Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.

Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.

La primavera tarda ad arrivare nel New England. Anche se la marmotta aveva sbagliato le previsioni. Eppure le biciclette ricominciano a tornare in strada. Si sa, Boston non ha molte corsie per biciclette, vuoi anche per gli ampi spazi americani che richiedono l’uso dell’auto. E gli autisti non sono abituati a vederle in giro, quando le vedono si piantano fissi e non sanno che fare. Si fermano. Eccovi, a tal fine, un immagine circa la buona educazione stradale. Cliccateci sopra per ingrandirla e leggere attentamente le istruzioni per non “scappare”.

regole stradali per Bici a BostonServe se avete intenzione di fare qualche tour a Boston in bici. Avevamo già anticipato qui i rischi che si corrono di chi guida una bicicletta qui a Boston.

Ma è di fuga che voglio parlare. Fuga dei cervelli, ancora una volta. Avevo già accennato ai lettori della mia esperienza di visiting lesson, parlando del fenomeno dello sbilanciamento della fuga di talenti italiani (sono più quelli che escono che quelli che entrano).

Chi fugge lo fa non per sviare l’autista frenetico bostoniano, ma spesso per deviare da strade meno comode.

Lo scorso agosto l’amministrazione di Harvard è stata teatro del più grande scandalo di copiatura: 125 studenti accusati di aver usato le stesse frasi in un componimento. Tutto questo ha inciso nella nota finale perché non hanno usato sinonimi. Il processo sta andando ancora avanti. E la soluzione è lontana, specie se i genitori degli studenti sono facoltosi. Ma il crimine è grave: cheating , la cui parola viene usata anche per significare le corna in un rapporto coniugale. Ora i colpevoli sono difesi da avvocati navigati: “mi sono sentito come se la mia vita fosse finita, eppure quegli appunti tutti quanti li condividevamo” ha detto uno studente. Certo, l’onestà degli americani che ho descritto in quest’altro articolo è pari alla venerazione che le vecchiette italiane santocchie di provincia hanno per Padre Pio. Così come la responsabilità di non scappare, ma di inventare. In questo caso di cronaca i responsabili erano pochi, e l’inventiva scarseggiava o era al pari del cervello di un tricheco. Grave epiteto per chi poi dice di essersi laureato ad Harvard.

Ci sono altri studenti che però non fuggono e cosa fanno? Inventano un modo per rintracciare chi fugge in bici.

Questa che vedete qui sotto è una ragazza di 25 anni. È una studentessa di Design, laureata sempre di Harvard, e ha lanciato un sito Bikenapped.com per rintracciare le biciclette rubate. Dopo che aveva subito due volte il furto della propria bicicletta. Non so se tutti quelli che condividono sul sito le proprie storie di furto della bici riusciranno a rintracciarle. Ma spiega l’ottimismo con cui una ragazza crea questo progetto.

studentessa di Harvard

Quest’altra di anni ne ha 23. Ed è stata assunta come Ingegnere di locomotiva.

ferroviera donna

Iniziò 4 anni fa come assistente conduttrice della locomotiva, ora dopo la laurea in Ingegneria è una delle pochissime donne, se non l’unica, a guidare un treno. Può essere chiamata a tutte le ore della notte, come i medici in prima linea, e soccorrere dall’altro capo del Massachusetts un treno in panne.

Le storie di queste due giovani americane sono il contrario del pessimismo di chi dall’Italia se n’è andato perché costretto, e scappato non in bicicletta. Per questa ragione vi invito ad aderire ad una campagna per un progetto audiovisivo sul racconto delle storie di fuga, sono giovani che fanno l’Italia non come Mameli ma la fanno fuori dal proprio territorio di nascita.

Fuga di giovani all'estero

A volte basta un tacchino arrosto per ringraziare il cielo del raccolto. Bastava nel 1621 quando i naviti Wampanoeg fecero amicizia con i coloni inglesi, celebrando quello che da quel momento in poi fu il Giorno del Ringraziamento.

Oggi non basta più: per fare amicizia basta una birra fatta in casa di Obama o un Hamburger. Oppure per fare amicizia basta un niente che il Presidente Obama fresco di secondo mandato si metta d’accordo con i Repubblicani al Congresso per approvare importanti leggi sul cibo, la salute, l’energia. Chi mangia il tacchino oggi, ringrazia senza nessun motivo, in modo quasi religioso, ma senza appartenere ad una Religione. Ringrazia innanzitutto di essere onesto. Come lo è stato Petraeus, l’ex comandante della CIA dimessosi per una storia di corna. O meglio, avrebbe potuto anche mentire sul motivo delle dimissioni. E invece ha confessato solo perché l’FBI aveva ricevuto strani solleciti. La storia è nota. Lui ha un affair con la sua biografa Paula Broadwell (anche lei sposata con figli), ma una terza donna conoscente del Comandante della CIA a un certo punto riceve emails dalla gelosa Paula sospettosa di una possibile terza storia segreta (che in realtà non c’è). La terza quasi ingenuamente avverte dunque l’FBI per le emails di stalking, e la polizia federale scopre un conto email in comune tra Patraeus e Paula dove, invece di lasciare traccia di email a sfondo sessuale, i due si scrivevano bozze da uno stesso utente come botta e risposta. Roba che a Berlusconi gli si sta rodendo il fegato per l’invidia: solo per stare sulle prime pagine dei giornali. Quindi beninteso, non piuttosto una storia di tradimenti verso la moglie del Comandante Petraus, come lui ha ufficialmente dichiarato ad Obama, ma di tradimenti verso la CIA stessa e di segreti che potevano essere spifferati facilmente in una banale storiella extraconiugale; segreti che l’ex capo dei servizi segreti americano non poteva permettersi di far circolare per ovvi motivi legati all’efficienza del suo compito.

L’Italia, per molto tempo, ha avuto come simbolo di inefficienza e disonestà il Comandante Schettino della nave da crociera dirottata nelle acque mediterranee; il comandante reo di aver fatto naufragare anche il senso civico e la responsabilità che già in Italia c’era con un Presidente del Consiglio condannato in patria per evasione fiscale e al centro di un processo che lo vede coinvolto tuttora in un affaire di prostituzione minorile (il quale ora all’estero in questo servizio televisivo viene visto come un evasore, mentre in Italia come un fortunato vacanziere). Attualmente su Schettino vi è un processo in corso per stabilire se aveva colpa lui o l’azienda che non lo ha formato per bene. Ecco, gli italiani a chi devono ringraziare di avere queste persone come simbolo?

L’Italia è ridotta così male che chiama eroe solo colui che fa il suo lavoro? Si ascolti la famosa telefonata del Capitano De Falco al Comandante Schettino “Vada a bordo, cazzo”

Prima del caso di Petraeus degli ultimi giorni, sui giornali del Massachusetts l’ha fatta da padrona un altro caso, che Hollywood ne avrebbe fatto una storia da botteghino mondiale. La storia di Annie Dookhan, una chimica di un laboratorio di Stato, colta in flagranza e poi autoaccusatasi per aver alterato i risultati di analisi di test di droga per due o tre anni. Ne è risultato uno dei più grandi casi criminali di disordine sociale del Massachusetts, perché la sedicente chimica (pare abbia mentito anche sul possesso della laurea) non ha dato il corretto risultato degli analisi antidroga di tutti i casi giudiziari degli ultimi 9 anni della sua carriera: ed ora ci si ritrova con centinaia di processi penali per droga manipolati, in molti dei quali erano coinvolti 1141 prigionieri (arrestati quindi ingiustamente), processi che vanno dunque rivisti dal Tribunale. Questo è il bilancio del casino creato nel perfetto sistema di giustizia americano.

La Dookhan non usava il microscopio per analizzare i dati dei tests, ma la solita tiritera degli impiegati è di un’ipocrisia da copione: “era una brava persona, diligente, faceva un sacco di straordinari non pagati… chi lo sapeva che mentiva sui casi di cocaina, ne analizzava 500 al mese invece che 50…”. Lei si difende dicendo di aver aggiunto cocaina o eroina agli esempi di sangue affidatole solo per compiacere il magistrato.

I numeri rischiano di aumentare: 60mila esempi per casi di droga scambiati e 34 mila sentenze di casi criminali da rivedere.

Hollywood ha già pronto il copione ed è in cerca di sceneggiatori. Però nessun regista cercherà l’eroe italiano che ha ricevuto solo una misera pagina sul Boston Globe. Salvatore Cimmino si tuffa nei mari freddi del New England, vicino il Museo e la Biblioteca Kennedy e arriva 8 ore dopo a Charlestown. Ma il 48enne commercialista italiano ha scelto Boston per la settima tappa del suo tour mondiale “A nuoto nei mari del globo”. Prima ancora di girare a largo delle belle Boston Harbor Islands ha percorso lunghe distanze a largo della Slovenia, Argentina, Canada, Nuova Zelanda, Congo e Italia. Per lui è una battaglia, visto che ha dovuto amputarsi della gamba destra sotto il ginocchio all’età di 14 anni. Ma è una figura positiva italiana che ci piace ringraziare. Un esempio di vitalità diverso dalle parole chiave che le studentesse del corso di italiano di Wellesley College si sono viste raccontare nella mia recente visiting lesson: mancanza di meritocrazia, precari, clientelismo, nepotismo, fuga dei cervelli, mancanza di attrazione di talenti in Italia. Che sia Cimmino il vero navigatore da seguire?

Nell’Election Day del 6 novembre, in Massachusetts si è votato anche per due quesiti referendari. Uno sul fine vita e uno sull’uso della marijuana a fini terapeutici.

Se al paziente fosse stato diagnosticato un male incurabile, irreversibile che, secondo ragionevole giudizio medico, avrebbe causato decesso entro i sei mesi successivi, egli stesso avrebbe potuto esprimere il desiderio di concludere il suo percorso terreno con iniezione medica, comunicandolo al medico anche 15 giorni prima, con testimoni anche non parenti. Bocciato!

L’altro quesito ha posto la possibilità invece a pazienti terminali di richiedere una cura antidolorifica a base di tetraidrocannabinolo, nota come marjuana. Gli stati che hanno approvato l’uso della cannabis per uso medico terapeutico sono la California e l’Oregon. E ora anche Massachusetts.

Pensate se a fornire il liquido letale ad alcuni malati terminali fosse stata la chimica Annie Dookhan, scambiandolo magari con un’altra sostanza. Avremmo il sequel di un altro polpettone hollywoodiano, le cui scene intanto si svilupperanno di sicuro nel dramma, ma finiranno sempre con una storia positiva, magari con la frase finale del nuotatore italiano Cimmino che la cronista del Boston Globe ha riportato: “…un uomo si avvicina e gli lancia in aria una moneta dicendo di averla con sé da 20 anni e che gli aveva sempre portato fortuna. Cimmino la prende al volo e ringrazia, promettendo allo sconosciuto di ricordarne per sempre l’origine”.

“E lui avventuroso saluterà da lontano una bandiera a stelle e striscie”. Come ultimo piano, la cinepresa si allontanerà in un grandangolo e gli spettatori sul molo lo inviteranno a casa propria per la Cena di Ringraziamento.

Centro di Boston

Guarda qui anche altre foto di scorci di storia bostoniana

Negli Stati Uniti se un padre appena divorziato non paga gli alimenti ai figli, gli levano la patente. La levano anche a un semplice cittadino che non paga le tasse. Voi mi direte, che c’entra? NIENTE. Ma l’ho appena scoperto conseguendo la patente di guida americana: 1 ora di attesa, faccio il test, conseguo la patente e scopro che la leverebbero anche a un “minore” di 21 anni con un tasso alcolico nel sangue pari a 0.02, in pratica quasi… NIENTE.

Ed è più o meno sul NIENTE che si basano alcuni paradossi qui negli USA, quello più famoso per esempio è quello di non saper parlare per bene l’inglese, quasi per NIENTE. Spesso ti ritrovi gente emigrata che ha fatto fortuna, ma che l’inglese non lo sapeva per NIENTE nemmeno dopo anni.

Un esempio è questo venditore televisivo mattutino che con accento italiano ti snocciola perle, non solo di collane, inventando parole e costruzioni di frasi che non esistono in nessun dizionario o grammatica americana. Se ci fate caso nella registrazione che ho fatto con l’Iphone, a un certo punto anche chi scrive i sottotitoli per non udenti non capisce proprio NIENTE di quello che sta dicendo e si blocca. Sapete perché questo venditore ha successo? Perché parla l’italiano. E fa più figo se parla l’inglese con l’accento italiano, così sonoro, musicale, poetico all’orecchio straniero.

Magari finge pure, e ne scimmiotta l’accento. Ma quello che mi ha fatto pensare è che qui lo stereotipo è ribaltato. Non è l’italiano che per fare il moderno non fa altro che inserire qualche parola d’inglese nell’italiano quotidiano e familiare (come ho spiegato in questo link), come succede spesso in Italia, no, è il contrario: questo è un italiano in America che forse fa pure finta di non saper parlare per NIENTE l’inglese e lo fa con accento italiano perché in questo modo vende meglio i gioielli italiani…e fa pure fico. Poi non si sa se i gioielli provengano o meno dall’Italia.

Sul NIENTE sono fondati molti altri paradossi. Un altro è quello della sicurezza. Mi spiego. Chi mi conosce, sa che su Facebook ho inanellato l’altro giorno una storiella basata proprio sul NIENTE.

L’altro giorno esco di mattina ad insegnare, lascio la bicicletta alla stazione del Subway. Prendo il treno e in 10 minuti arrivo a scuola. Dopo la lezione, all’uscita mi aspetta mia suocera, che dopo essere andata in pensione si è anche iscritta pure ad un corso di italiano, venuta a prendermi per un appuntamento in un’altra parte della città. Al ritorno a casa in auto: “Ciao, grazie del passaggio… ma di che, figurati, NIENTE”.  Alle 5 del pomeriggio, scendo nel porticato dietro casa e non trovo la mia bicicletta dove è sempre parcheggiata anche senza lucchetto. Porc… smadonno. Calma. Dove sono andato l’ultima volta? Ma non posso pensare, devo andare a lavorare. Quindi, meglio che mi sbrigo ad andare a piedi fino alla Metro per oltrepassare la città. Mica sto li a piangermi addosso. Nel frattempo la moglie chiama la polizia. Non si sa mai. Se la sera prima i tipastri si saranno avventurati dietro casa vuol dire che mi avranno seguito. Sanno i miei passi. Quindi la zona, pensiamo noi, una tra le più sicure degli Stati Uniti secondo i sondaggi, comincia ad essere popolata di ladri in cerca di suppellettili da sgraffignare dietro le ville dei ricchi (anche se ricco non sono). Specie se qualche mammalucco come me con troppa fiducia nella sicurezza americana, lascia la bici non allucchettata.

E qui scatta lo stereotipo basato sul NIENTE. Sulla mia bacheca di Facebook a quel punto fioccano i commenti come “ma sei proprio scemo, dovevi proprio andare in America a farti rubare la bici? Non ti riconosco più” o “Qui in Italia nel dubbio viene data colpa agli zingari. Lì negli States? Quale è l’equivalente capro espiatorio?”. Forse i comunisti?  Ma per rifarmi, peccando d’orgoglio, ti invento a fine serata la storia (non come in una puntata radiofonica dove il malcapitato era diventato ormai folle a ricercarla con il satellite, invano) che i poliziotti, -al contrario della Mafia in Italia-  qui in quanto giustizieri della notte, erano venuti a casa riportandomi la bicicletta dicendomi “non si preoccupi, abbiamo ricevuto segnalazioni su Twitter e l’identikit era uguale a quella che abbiamo trovato nelle vicinanze…ma continui a lasciarla senza lucchetto, perché noi gliela ritroveremo comunque e in ogni caso”. Naturalmente un solo poliziotto è realmente venuto a casa quella sera, ma non ha detto quelle precise parole, pura invenzione da luogo-comune. Sulla bacheca social ho anche inventato la frase finale ad effetto alla Clint Eastwood che avrei detto al graduato dell’esercito americano nell’atto di ridarmi la bicicletta: “you make my day”. Frase che l’Ispettore Callaghan rivolgeva alla sua vittima, con un po’ d’ironia, chiedendole di dargli un “senso alla sua giornata”, come labile ma al tempo stesso stabile felicità.

Ma la verità è un’altra. La sera, di ritorno dal lavoro, cosa ti trovo alla stazione del Subway? Qualcosa nel buio che brilla nella rastrelliera. La mia bici che non ero mai tornato a riprendere. Il giorno dopo richiamiamo la polizia per dire che era tutto a posto. Che l’avevamo trovata. Mia moglie ci ha pensato due volte prima di richiamare, pensando alla brutta figura che avrebbe fatto.

Però i miei amici su Facebook sapranno che a trovarmela è stato l’esercito americano, scomodatosi dagli ultimi impegni contro il terrorismo in Libia. Il senso alla mia giornata me l’hanno dato loro, con i commenti da stereotipo italiano… ed io non facendo altro che confermar loro ciò che continueranno sempre a pensare: vale a dire che la sicurezza americana funziona. Anche quando non fa NIENTE.

Hai detto Niente?

Da un mio articolo apparso su IlFuturista il 7 dicembre 2011.

Si dice che nei prossimi 5 anni il medico di famiglia potrà leggere il Dna dei pazienti e «predire» quali sono i cibi che possiamo ingerire liberamente e quelli che sono dannosi, quali sono le malattie che potremmo contrarre e quindi curarci prima di ammalarci. Il gabinetto farà un check-up completo: analizzerà le urine e misurerà frequenza cardiaca e pressione. Le informazioni elaborate dal WC laboratorio verranno inviate in tempo reale a un microchip nel cellulare e al computer che contengono tutti i dati sul nostro stato di salute. Lo specchio del bagno ci vedrà, ci riconoscerà e proietterà il nostro programma preferito. Se si nota il manifesto del film che si vuole vedere al ritorno di lavoro, lo si inquadrerà e si scatterà una foto. Sul display arriverà il trailer e l’elenco dei cinema che lo proiettano. Un clic e i biglietti saranno acquistati. Il costo verrà scalato sulla carta di credito collegata alla sim del cellulare.

Torniamo al presente. Sono andato per la prima volta in visita da un medico di famiglia degli Stati Uniti. Mi ha chiesto di tutto, o per lo meno era già organizzata sulle domande da fare: dalla storia delle malattie in famiglia fino all’attività sessuale o alle probabili allergie, se dormo bene, se faccio sport, se fumo, se bevo troppo, se ho sete durante la notte, dalle vaccinazioni alla quantità di donne con cui faccio sesso (davanti a mia moglie), se ho subìto operazioni chirurgiche, se ho fatto uso di droghe, mi ha chiesto anche cosa mangio di solito. Una lista lunghissima per questo post. Mi ha pure detto che negli Stati Uniti anche l’acqua ha calorie. Scherzava, ma almeno ha fatto le veci della dietista.

Tutte cose che il medico di famiglia in Italia ti chiede solo se veramente vai da lui preoccupato per un problema, che so, di stitichezza. E passi una mattina intera a fare la coda allo studio medico.

Dopo dunque che la sua assistente mi ha pure pesato e misurato l’altezza, mi ha prenotato per un controllo del sangue generico. Andrò comunque a fare le analisi senza appuntamento, dall’ufficio sanno già in un elenco che devo andarci. E i risultati delle analisi li avrò via email.

Il futuro spesso comincia dalle piccole cose, evitando le code.

Quanto tempo ho trascorso allo studio medico (presso l’ospedale) a Boston? 1 ora.

Ah dimenticavo! Come ho scelto il mio dottore? Da un suo videocurriculum su YouTube.

La vicenda della nave della Costa crociere schiantatasi sull’sola del Giglio diventata la tragica metafora di un paese in cui le regole sono sempre relative, e in cui chiunque si arroga il diritto all’eccezione, in cui i responsabili non si prendono nessuna responsabilità, in cui i ruoli di comando diventano occasione di potere, continua a rivivere sotto le spoglie dell’amore per le donne nel film GIANNI E LE DONNE – THE SALT OF LIFE di G.DiGregorio.

Guarda dal 3′ minuto in poi

La vicenda della nave (e del suo comandante) è diventata tragica declinazione di gran parte dei mali d’Italia, di gran parte di quei mali che hanno portato l’Italia a un punto di (quasi) non ritorno.
Sono quei gesti inutili, fatti solo di “bella figura” e dettati da quella superficialità, che possono portare un paese, e una nave, verso la catastrofe. È una forma pericolosissima di narcisismo e autocompiacimento che può portare a pensare di poter andare oltre il consentito, oltre il buonsenso solo per il fatto di ricoprire un ruolo di comando. Un conto invece è quando si parla di donne.
È una forma di totale “disprezzo delle regole” che purtroppo è molto più generalizzata di quanto, noi italiani, vogliamo far intendere. I limiti riguardano sempre qualcun altro, la norma è solo per i fessi. Quante volte spacciamo il nostro sciatto anarchismo per estro fantasioso. Per azzardo vitalista. Il Belpaese è ancora quello dove per qualsiasi primo impiego ti fanno test attitudinali. Fessi come pochi, spesso banali e fuorvianti, ma si fanno. Ma un test attitudinale ai certi comandanti non lo hanno fatto.
“Vada a bordo, cazzo” andava detto a tutta la filiera di gestione del personale della Costa Crociera, ma andrebbe detto pure a molti di quegli italiani che giocano a fare i “giusti” con lo “sbagliato” Schettino. A quelli che venderebbero la nonna pur di fare la smargiassata, a Roma li chiamano sboroni.
Andrebbe detto a quelli che proprio come Schettino hanno fatto carriera basandosi sulla faccia tosta, sulla spavalderia, e adesso hanno dimenticato e si reputano i figli della meritocrazia. A tutti quei dirigenti (troppi ne conosciamo) che non prendono mai una decisione una se non quella di non prenderne, che vivono parandosi il didietro, e che contestualmente fan fallire aziende e schiantano ministeri. A tutti quelli che tirano la pietra … e nascondono la mano. A quelli per i quali l’illegalità è una gran figata (come il sindaco dell’isola), ma solo fino a quando non ci scappa il morto. A quelli che per anni hanno accettato, voluto e votato una classe dirigente forgiata sull’infingardaggine e il menefreghismo … e adesso si indignano per l’infingardaggine ed il menefreghismo (presunti) di Schettino. Agli italiani che sono rapidissimi nel giudizio inappellabile, per poi andare in trattoria parcheggiando in divieto.
E poi di fronte ai tragici effetti dei nostri errori scappiamo, facciamo finta di niente, come se la colpa fosse sempre di qualcun altro, di chi “non ha inserito quello scoglio sulle mappe di navigazione”. Scendiamo a terra come se nulla fosse, lasciando la nave a qualche “eroe per caso”. Ecco come va in onda l’arte della scusa anche di fronte all’evidenza. Diciamo bugie, a noi stessi e al mondo. Purtroppo è l’Italia delle compagnie di navigazione e dei sindaci che, naturalmente, non ne sapevano nulla. L’Italia, insomma, che sbatte i mostri in prima pagina e archivia così etica e morale. L’Italia di tutti i giorni.

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Far risultare l’Italia, con l’immagine appena descritta, sembra lo sport di cattivi patrioti. Non mi sembra invece sbagliato il volere migliorarla anche raccontandola oltreoceano, per me che tra l’altro guido i turisti italiani in visita a Boston alla scoperta della storia americana. Questa traduzione va invece agli amici stranieri.

The image of Italy, already dragging in the mud, has been pulled down even further by the Costa Concordia shipwreck and by Costa Allegra. This image continues to live in disguise in the movie by Gianni Di Gregorio named The Salt of Life about women and an old man.

What emerged from that tragedy was a gaping need to fill: the inability to choose the best of Italians workers to put in positions of responsibility, the failure of their –our- system to choose and advance the best that go on to become leaders. This is not to rage against Commander Francesco Schettino, a man whose levity has assumed the dimensions of a mountain, but whoever takes on the responsibility of four thousand lives at sea assumes the role of intermediary between those four thousand people, the crew and God.

That person should be chosen precisely because he doesn’t lie like a child who has been caught out and he doesn’t give in immediately to panic or fear at the moment in which he must coordinate the abandonment of the ship, and this applies also to the officials under his command.

What foreigners find disturbing about us is Italian ‘simpatico’ unreliability and approximation in words and substance, especially when in a non-mortal situation when we tend to seek pardon with a smile. Why did the ship sail so close to Giglioand into its shallow waters? Because her captain, Mr Schettino, wished to please an old chief steward  whose family lives on the island. He proposed an inchino (a sail-past, literally a “bow” or “curtsey”): the huge cruiser – carrying more than 4,000 passengers and crew – would show up and show off with lights glittering and sirens sounding. Once again, an Italian fell into the trap of “la bella figura” – this time, with tragic consequences. La bella figura, the beautiful figure: only in Italian does there exist an expression like this. It means making “a good impression”, in an aesthetic sense. Too often, both in public and private, we confuse what is beautiful with what is good; aesthetic appreciation sweeps ethics aside. Leo Longanesi – a perceptive Italian columnist, our H.L. Mencken – once wrote: “Gli italiani preferiscono l’inaugurazione alla manutenzione”- Italians prefer openings to maintenance. There is a lot of truth in this. It’s not a verdict, but a warning.  Cowardice was a theme in many great films of Italy’s neorealist tradition. Also in economy: It’s also the fact, for example, that one English ebayer trader declared they would not sell anymore to Italy because “for every ten packages sent seven went missing”. It’s the fact that effective merit is an optional in career advancement, which is more influenced by external or foreign factors that have nothing to do with skill. Many things put together, large and small, make up the character of a people.
Italy won’t change from one day to the next because of a shipwreck, but we can stop for a moment and begin to put substance in our words, in all sectors. This is perhaps the first step necessary to give credibility back to Italy.

Il 2 giugno è stata la festa della Repubblica. Il 2 giugno del 1946 gli italiani dissero Sì alla Repubblica e mandarono a casa la Monarchia. Sembra ieri ma ancora oggi dobbiamo ricordarci di quella scelta coraggiosa, referendaria, immancabilmente propria e autonoma. Oggi saremmo troppo impegnati a guardare reality, Drive In, Isola dei famosi, Pupe e Nanetti e ballerine; siamo troppo impegnati ad andare al mare quando ci sarebbe da dire la nostra con il voto referendario. Ma perché siamo imbambolati? Perché così ha voluto un altro monarca che si è impossessato della Seconda Repubblica e l’ha fatta propria, immancabilmente falsa televisiva e disonesta come un venditore di tappeti. Come disonesti sono oggi quella parte di italiani che se ne fregano, che tirano a campare, che “tanto ci pensa lui”, che “siccome il monarca è ricco anche io potrei essere come lui pieno di donne”, che “i soldi dimmi te oggi chi se li è fatti in modo onesto”; quella parte di italiani che pensano a “magnare e magnare” tanto “poi prendo il magnesio”, quegli italiani che pensano che la meritocrazia sia avere una raccomandazione, che essere bravi sia leccare un gelato al limone dei potenti e ingoiare l’amaro calice. La nostra Repubblica di oggi l’aveva cantata benissimo un menestrello come Rino Gaetano che proprio la notte tra l’1 e il 2 giugno 1981 fece un po’ tardi con gli amici e poi la sua vita si andò a schiantare, in via Nomentana, contro un camion e contro la malasanità di più ospedali dove non si trovò posto per lui. E senza nemmeno a farlo apposta, lo scherzo del destino volle che lo stesso Rino aveva già cantato ne “La Ballata di Renzo” parole come “…si andò al San Camillo e lì non lo vollero per l’orario, la strada tutta scura s’andò al San Giovanni e li non lo accettarono per lo sciopero. Quando Renzo morì io ero al bar… con l’alba le prime luci si andò al Policlinico ma lo respinsero perchè mancava il vicecapo, in alto c’era il sole, si disse che Renzo era morto ma neanche al cimitero c’era posto. Quando Renzo morì io ero al bar, al bar con gli amici… bevevo un caffè”. La sua “Aida”, brano che raccontava un’Italia sofferente ma immancabilmente bella, il suo “Nuntereggae più” contro tutti, il suo “Nel letto di Lucia” antesignana delle veline, il suo “Sfiorivano le viole” elogio delle lotte sociali, le sue storie di migranti, di Sud, del pane sudato con la fronte, e delle barche a vela attraccate al porto del Casinò, tutte le sue canzoni devono essere la colonna sonora della nostra Terza Repubblica. Lui il 2 giugno morì per incompetenza altrui: non facciamo morire la nostra Italia giorno dopo giorno per opera di un’incompetente monarca!

p.s. Quell’incompetente e comunicatore televisivo trattasi del Presidente del Consiglio alla data di questo post, citato nei tags.

 

ASCOLTA QUI L’INTERVISTA A FULVIO CAUTERUCCIO: QUELLO CHE NON CI HANNO DETTO SULL’UNITA’ D’ITALIA.

Undici minuti di intervista possono sintetizzare tomi di libri di storia sull’Unità d’Italia? Parlare con l’attore Fulvio Cauteruccio ti dà questa sensazione, è un vulcano di rimandi storici, un susseguirsi di scoperte che farebbero gola a Wikileaks. Sì perché gli sbagli e le letture che ci hanno sempre propinato a scuola sono frutto di prese ideologiche e politiche: nello spettacolo “Terroni d’Italia”, Fulvio Cauteruccio ci racconta invece come sono andate veramente le cose, in pratica una fanfara all’incontrario; non una sfilata pomposa di tricolori e magari grottescamente esposta come trofeo ma un lavoro critico su chi ha veramente costruito lo stare insieme degli italiani, un Unità fatta anche con un certo tipo di federalismo e a un certo prezzo. Che il Sud sia povero lo è grazie ai saccheggi di 150 anni. Come Cauteruccio è riuscito a raccontarcelo? Levando la maschera dei luoghi comuni sul palco del Teatro Studio, piccola grande avanguardia della provincia italiana. Il teatro una volta con i “cunti” ti faceva capire le storie, le cose vere. Oggi si preferisce la Tv dei “reality show”. Per questo l’attore calabro-toscano ha pensato di narrare al pubblico la storia di un pensionato delle Poste che sognava di fare l’attore di arte drammatica. E poi…è andata a finire come ci ha raccontato nell’intervista.

Fulvio Cauteruccio

 

Cari Italiani in vetrina, sò che non siete tutti chiacchiere e distintivo. So che non suonate trombe, o esponete gagliardetti e cantate inni. Ma per una volta, provate sentire il gusto di non fate la guerra tra Buoni contro cattivi. Fascisti contro Comunisti. No, la patria è l’unione di tante differenze, delle diversità fra padri e figli. La Patria è di tutti, come ha detto il Presidente della Camera dei Deputati

Qualche scalmanato teppista indifferente mi ha scritto che questo 17 marzo lui non festeggia il 150° dell’Unità d’Italia, perché l’Italia, a suo dire, non si prende cura di lui. Ho risposto di non chiedersi piuttosto se sia lo Stato che debba far qualcosa per lui, ma se lui riesca a fare qualcosa per la Nazione. E’ proprio vero, come qualcuno ha detto, che gli italiani sono sempre gli altri. Ognuno delega a qualcun altro le responsabilità. A chi si pronuncia con questi anarchismi di colore, consiglio loro di leggersi chi si è sacrificato per il pezzo di terra che calpestiamo: QUI lo scrittore laziale Pennacchi sul Secolo d’Italia lo ha descritto molto bene.

Ma la Patria, l’Unità d’Italia non sono nemmeno una parata militare di un solo giorno. Filippo Rossi su Il Futurista lo aveva previsto già qualche giorno prima della celebrazione sulle possibile orgie di retorica patriottarda. E infatti gli uomini di un Pdl ormai morto – con gli ex An in prima fila (in fondo è l’unica cosa che sanno fare) – hanno saputo esporre quelle parate sessuali in pieno stile televisivo, falso, pieno di doppie morali. Filippo Rossi così ha poi scritto: “Il patriottismo pidiellino è una coccarda su un cuore d’acciaio: messa senza passione, giusto per darsi una ripulita. Giusto per nascondere quel che si è veramente, per cercare di far dimenticare agli italiani quel che si è fatto. Dopo aver difeso chi ha messo il paese nell’imbarazzo mondiale, dopo aver trasformato l’Italia in uno zimbello globale, una mano sul petto e quattro strofe imparate a memoria non potranno ripulire la coscienza, non potranno cancellare i peccati passati e futuri. Non si può essere patriottici per un giorno solo. L’amore patrio non è una sveltina”.

Se dunque fatta Italia c’è da fare ancora gli italiani, come dice la famosa frase pronunciata dai padri dell’Unità, la dice lunga un servizio televisivo apparso nella trasmissione televisiva Le Iene sulla recidiva ignoranza di molti politici contemporane riguardo la nostra storia. A loro consigliamo quest’altro link come piccolo ripasso di storia

Noi italiani abbiamo tante stranezze, contraddizioni…è per questo che ho contribuito a porre domande e soluzioni QUI. Ma lo faccio all’indomani, perché i propositi non fanno parte di uno stile da marcia militare con coccarda da mostrare, ma sono concretezze di plebisciti di ogni giorno.

Ci sono alcuni connazionali condannati in carceri estere a lunghe pene detentive per evasione fiscale, per non aver pagato l’Iva, per aver venduto merce contraffatta; è gente incredula che ancora non si capacita di stare in galera per cose che in Italia aveva sempre fatto impunemente, che continua a chiedersi cosa mai significasse la motivazione espressa dal giudice: “Lei ha sottratto alla comunità risorse che servono per curare i malati ed educare i bambini, lei ha danneggiato il lavoro degli operai che producono merce non contraffatta…”.

Sì, viviamo in una nazione che non ha fatto della legalità e del merito il proprio valore. Ma sventoliamolo nel cuore quel respiro positivo che fa sì che un cammino diventi traccia indelebile! Solo chi non si migliora, non sa poi stare in piedi sulla propria terra e, di conseguenza, nemmeno vivere.

Cari italiani, uno specchio che vi consiglio è di vedere lo spettacolo di cui vi anticipo l’intervista in podcast all’attore Fulvio Cauteruccio, cliccando su questo link.

Uno Nessuno e Centomila di Pirandello in scena al Teatro La Pergola di Firenze fino al 20 marzo 2011

Soprattutto perché anche un cagnolino che ha preso parte alla scena teatrale in un ruolo secondario, correva e scodinzolava sul palco quando il pubblico, del Teatro La Pergola di Firenze strapieno, applaudiva e cantava l’Inno di Mameli. Anche quel piccolo animale così fedele, si sentiva libero.

Fulvio Cauteruccio nei panni di Vitangelo Moscarda

Buon compleanno a tutti Voi, e a tutti NOI!

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.