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Tutto rimane fermo dentro il famoso diner di un dipinto di Hopper.

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I luoghi del dipinto Nighthawks di Edward Hopper sono rintracciabili in certe tracce di Greenwich Village a New York, ma anche a locations da lui immaginate.

Ma tutto deve cambiare nella terra del “tutto è quello che viene mostrato”. Anche con i nostri gesti facciali.

Niente rimane. Tutto è in movimento, anche certi edifici di Boston. Ma non certe persone.

Stavo seduto a mangiare il mio panino nell’ora di pausa pranzo. A quell’ ora c’è chi nel frattempo legge il giornale o chi controlla la posta elettronica. Davanti a me avevo invece un dipinto contemporaneo. Mentre mangiavo, mi sono ritrovato davanti un redivivo Dejeuner sur l’herb però ambientato su un salottino retro e vintage. Bivaccati due ragazze e due ragazzi che, in mezz’ora, giuro ho contato i minuti, non si sono detti niente. Erano ipnotizzati a guardare i loro cellulari “intelligenti”, a scorrere foto e status di gente –amici?- che stanno al di fuori, che vivono a loro volta altri divanetti di silenzi.

Se chiudete gli occhi e l’osservate anche voi quella immagine, sembra fissa come nei quadri di Hopper… è una pennellata di solitudine dell’ americano medio, lo sfogo compulsivo delle dita nel vano tentativo di sapere come vivono e come stanno gli altri. Ma perché per chiedere “Che fai? Come stai?” questi quattro ragazzi non parlano tra di loro,  non si guardano negli occhi ma solo nei loro profili?

La scrittrice Avallone dice che “l’amore è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo”. Vuol dire che in realtà, quando anche noi siamo come quei quattro ragazzi svogliati sul divano, volevamo un’altra vita e la cerchiamo nei feticci degli altri? O non avevamo il coraggio di dirlo a noi stessi finendo poi per mentirci da soli?

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Anche Dario Argento nel suo Profondo Rosso si ispirò al Nighthawks di Edward Hopper

È di questo di cui volevo raccontare. Il mentire a sé stessi – come ha fatto il giocatore Tom Brady  – è una delle cose che a nessuno è consigliato di fare. Pena la squalifica.

photo Boston University, edificio ad angolo

Scorcio di architettura bostoniana simile ai diner ad angolo

Ogni italiano o italiana che espatria per fare un esempio, con lui o lei della coppia di un paese diverso, quell’italiano e solo lui sarà stato a scegliere liberamente questa vita, senza alcuna costrizione. Inutili i rimpianti, invece di fingere con sé stessi e stare lì annoiato
Ciò che per una parte della coppia può essere un sacrificio poi non può esserlo per un’altra. Ciò che per uno è sforzo, privazione, sofferenza, può essere normale o accettabile per un altro. Se ne parla nel blog di Mamme nel Deserto, che citando lo psicologo Morelli si affronta il tema del sacrificio: “Sacrificio fa rima con altruismo, tutti quelli che fanno il volontariato, la prima cosa che devono fare è raccontarlo a destra e a manca per far vedere quanto sono buoni”. E state lontani da quelli che dicono che “fanno sacrifici per te, perché prima o poi te la faranno pagare!” – Forse per questo è meglio esser sinceri con la propria anima.

Chi arriva poi in un paese che sente anche straniero, deve affrontare quelli che tutti prima o poi hanno vissuto: la solitudine. Proprio come nei quadri di Hopper. Sempre Mamme nel Deserto ne ha pubblicato un kit di SOS amici

È proprio di questo kit salva-solitudine di cui M. avrebbe bisogno. Chi è M.?

M., lo chiameremo così, è un uomo che ha scritto la sua recente storia sotto forma di sfogo, su uno dei tanti gruppi di Italiani in America che spopolano sui social networks. La ripubblico qui sotto perché merita di essere ascoltata tutta di un fiato. Questa volta non è un raccontino arrivatomi per cassetta postale.  La sua storia è vera. Ho solo cambiato i nomi, i tempi, rimaneggiata un po’ e trasformata in terza persona, agganciandola alle ambientazioni che la menzogna o la contraddizione spesso sa dipingere bene.

Buona sincera lettura.

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M. lavorava da otto mesi per una azienda di grafica di Mooresville nel North Carolina. Fece un’errore che gli costo` caro: “Wow Jane, i like your dress a lot!” (Trad.: Wow Jane, mi piace molto il tuo vestito) disse un giorno ad una collega.

Il giorno dopo gli arrivo` una email dal dipartimento delle risorse umane che gli chiedeva di incontrarsi a fine giornata nell’ufficio del manager… qui gli comunico` che qualcuno si era lamentato del suo modo di parlare molesto consigliandogli di contenere il linguaggio.

Lui ne parlo` con Jane scusandosi se era stato inopportuno, ma lei gli giuro` che non era stata lei a fare il report.

Alla fine della settimana, alla consegna dello stipendio, gli venne annunciato che doveva raccattare le sue cose in quanto la sua posizione era stata terminata in virtu` del suo comportamento inopportuno in ufficio e che aveva messo a disagio delle colleghe.

Insomma, si trova licenziato senza sapere neanche per colpa di chi… e soprattutto per qualcosa che non credeva di aver fatto! M. chiese la paga di disoccupazione perché era stato licenziato senza una ragione valida, ma l’azienda ricorre in appello dicendo che non gli spettava in quanto aveva molestato alcune dipendenti.

Per fortuna l’Employement Security Commission voterà poi a suo favore in quanto se M. avesse fatto qualcosa del genere, o avrebbe dovuto ammetterlo spontaneamente, o avrebbe dovuto fornire una prova tangibile come una denuncia formale che provasse di essere sotto accusa.

Fortuna volle che M. non ebbe bisogno della paga di unemployement per più di una settimana perché riuscì a trovare un lavoro di ripiego subito in un’altra azienda situata a Huntersville, sempre nel North Carolina.

Al suo secondo giorno di lavoro entrò però lo scheriffo in ufficio e venne alla sua scrivania di studio di grafica, dove la bellezza di solo 6 persone condividevano quella stanza, e senza tanto batter ciglio e senza tanta privacy gli annunciò davanti a tutti e sei che era stato citato in tribunale con l’accusa di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Subito inizio` tutto un bisbigliare, M. si difese dicendo che non era nulla del genere ed era una ripercussione relegata al fatto che il suo precedente datore di lavoro voleva negargli l’unemployment.

Il mese dopo, in aula, finalmente M. scopre chi era stato a lamentarsi… non era Jane, perché nel frattempo con lei si erano tenuti in contatto e ne era nata una relazione durata poi quasi 2 anni… no non era affatto lei, quella che si era lamentata, anzi quelle, erano due colleghe che avevano sentito il suo complimento al vestito di Jane: “ci siamo sentite in pericolo perché le sue parole facevano capire che M. la osservava con intenti sessuali.”

L’avvocato  di M. era riuscito poi a convincere il giudice di non essere un molestatore e semplicemente che in Italia è normale scambiarsi battute fra colleghi di ufficio.

Il caso venne dichiarato dismissed (ossia “accuse cadute”) con la condizione che M. avesse dovuto seguire un corso di due giorni sul “sexual harrasment” cioè la molestia sessuale e le regole per evitarla. M. rimase senza parole, le cose che insegnano a quel corso è che fra colleghi bisogna parlarsi guardosi in faccia o guardando altrove evitando di osservare altre parti del corpo e non ci si può scambiare complimenti perché seppur accettati dal/la collega a cui diretti potrebbero far venire soggezione ad altri colleghi/e e che comunque il posto di lavoro non può essere un punto di incontro per iniziare relazioni.

Insomma, per legge il lavoro deve essere palloso. Almeno per lui.

Perché inizia a domandarsi allora dove uno dovrebbe conoscere altre persone per instaurare una relazione… salvo che uno non viva in una delle grosse città, nelle città normali si va da casa al lavoro, e basta, alle 8 di sera la gente ha cenato ed ha finito o sta finendo di vedere un film ed è già a letto!

Dove puoi stringere una relazione interpersonale stando al di fuori delle ore di lavoro? Guardando un bicchiere di birra o alcol seduto da solo in un bar come in un dipinto di Hopper?

Mistero… perché luoghi di ritrovo non ce ne sono, le piazze sono una cosa sconosciuta, i bar son sempre vuoti e venerdì e sabato sera dove ciò che ci trovi è poco di buono perché ci van solo ubriaconi…. magari fra le ubriacone del weekend trovi una che alla fine non è poi così male… ma valla a trovare te!

Se ci parli sul posto di lavoro ti denunciano perché le fai un complimento, ma quando le incontri al bar nei weekend, non serve fare complimenti sul vestito perché tanto se lo tolgono prima, insomma un controsenso assurdo per M.

Tanto per esser precisi, a seguito della sentenza, pur avendo vinto, ad M. lo licenziarono perché se il giudice gli aveva ordinato di fare il corso, a loro avviso significava che probabilmente qualcosa di male lo faceva, e siccome erano in procinto di essere acquisiti da una azienda più grossa, una condizionale dell’acquisizione era non avere dipendenti con cause legali pendenti. Guarda caso la causa di M. era appena terminata, e seppur vincitore avevano preferito licenziarlo. Ma almeno questa volta la paga di unemployment M. l’aveva avuta!

Peccato fosse bastata appena tre mesi e mezzo di lavoro, quindi molto bassa.

Decise dunque di cambiare aria, andando lontano da Charlotte e tentare ad andare in giro attorno ad Atlanta, trovare lavoro a Cummings, una città nella Georgia in un’azienda che disegna grafiche per carrozzerie e camion.

Ecco cosa M. aveva imparato dall’America: qui ti pagano bene, profumatamente… In Italia se lo sognava un lavoro da 20 dollari l’ora più straordinari (che quasi mai gli permettono di fare perché non vogliono doverglieli pagare), in Italia prendeva 850 Euro al mese ed era obbligato a lavorare decine di ore di straordinari mai pagati, gli era capitato di stare fino alle 3 del mattino a lavorare in tipografia in Italia! Per questo aveva scelto questa vita. E non si sarebbe sognato di ritornare anche per l’assenza di meritocrazia. Qui invece negli Stati Uniti alle 5.30 ci si defila!

E non ci si defila al central perk di “Friends”, no perché neanche esiste un locale così, se non appunto in città come New York, Atlanta e simili, ma lì per vivere i 20 dollari all’ora non ti bastano; per vivere nelle belle metropoli dei film devi essere milionario, e quello la televisione non te lo mostra, perché la verità è che l’America la vedi meglio su “Settimo Cielo”: cittadine di poche decine di migliaia di abitanti che durante la settimana si comportano tutti da santi e giudicano chiunque, poi già il venerdì sera si danno all’alcol pesante e tutta la loro bigotteria sul sexual harrassment viene messa da parte perché vanno a letto con chi gli capita e la domenica tutti in chiesa a predicare che certe cose non si fanno.

E queste son le ragioni per cui si era lasciato con Jane (ogni venerdì sera tornava a casa da lavoro ed incassava l’assegno dello stipendio dal benzinaio e tornava a casa con una cassetta da 12 birre che puntualmente finiva entro sabato sera)… e di recente si era lasciato anche da un’altra, Memy, che dopo quasi un anno di convivenza gli aveva detto che non poteva accettare di vivere con uno che non va in chiesa ogni domenica e che la gente parla del fatto che lei vive con uno impossessato dal diavolo…ma quando M. le aveva fatto presente come si erano conosciuti (lei era ubriaca al bar e lui l’aveva rimorchiata proprio quella sera stessa) o quando M. fece notare a Memy che lei puntualmente ogni sabato andava con le sue amiche al bar da cui poi la chiamava perché la andasse a prendere perché era troppo ubriaca per guidare… Memy non ci pensò due volte a mollarlo perché “sei troppo judgemental (giudichi troppo)!”

Se fai un complimento ad una al lavoro ti giudicano stupratore e ti crocifiggono, ma se lo fai il sabato sera da ubriaco, tutto è permesso e non è giusto giudicare.

In America fuori dall’ufficio c’è solo un parcheggio, con tante tante auto, ed appena si esce ciascuno sale sulla propria, senza neanche salutarsi, al massimo un cenno con la mano sul volante… e via, a casa a cenare alle 6 di sera.

E che dire delle amicizie americane. M. vive qui da 8 anni, ancora in amicizia con i suoi due più cari amici in Italia, ma qui in America… gli amici sono amici di bevute, ma non come in Italia che ci si fa uno spritz assieme -oggi offro io per tutti, domani offri te- no, qua ognuno fa il suo, conti separati sempre… e se chiedi un favore in amicizia, la risposta è: “quanto mi dai?”

Una volta ad M. gli si era rotta l’Auto ad Atlanta e dovette lasciarla lì da un meccanico e chiedere un passaggio ad un amico, Brad, il quale era uno dei vicini di casa con cui tante volte si fanno grigliate assieme… Brad gli disse che non c’era nessun problema, tra Cummings ed Atlanta ci sono circa 45 minuti di strada: lui lo venne a prendere, poi quando erano quasi vicino casa, si era fermato dal benzinaio, e senza neanche fare il gesto di scendere dall’auto lo aveva guardato come dire: “beh, almeno mi paghi il pieno…”
Si ovvio, M. senza batter ciglio gli aveva detto: “fermo fermo, pago io”, scende e gli paga il pieno, ma ripensandoci dopo, ad M. gli era rimasta la curiosità di cosa gli avrebbe detto quando lo stava guardando se non lo avesse anticipato.

Camilleri nel suo racconto La Relazione descrive il sentimento del personaggio che più si avvicina a volte alla storia di M:  “Lui non prova nessuna emozione, niente. Si sente un uomo solo, che cammina nel deserto di una banchisa polare”.

Infatti anche M. e Brad si conoscono da 3 anni, bene o male ogni weekend combinano qualcosa a turno nella casa dell’altro; a volte arrivano altri conoscenti, ma non è amicizia, è più un tenersi compagnia per far fronte alla solitudine, in fin dei conti Brad ha 45 anni, divorziato da più mogli e 3 figli da 2 mogli diverse, e vive a casa da solo, ed M. vive da solo. E viveva da solo anche quando si erano conosciuti. In un bar, guardando ebetiti un bicchiere pieno di birra. Proprio come in un dipinto di Hopper.

 

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La menzogna è il caso di attualità del momento, nei gossip sportivi. Un famoso giocatore di football Tom Brady, ha mentito sul fatto se il suo pallone ovale fosse leggermente più sgonfio (per afferrarlo meglio). Ecco di nuovo però l’America con la sindrome di Clintonite.

Che cosa fa di ognuno il manipolatore di se stesso? Gli esperti dicono che sia  l’auto conservazione e l’allungare la verità che l’altro ha bisogno. Robert Feldman, psicologo dell’Università del Massachusetts, ha dedicato anni a cercare di capire perché le persone usano quello che in modo educato viene chiamato inganno/raggiro verbale.

Nelle sue ricerche, quando due persone si incontrano, la media è che le persone mentono tre volte nei primi 10 minuti. “È un modo di manipolare la propria immagine come lubrificante sociale; è un balsamo che lenisce le situazioni avverse e le fa andare via”. E in molti casi la gente crede a quello in cui vuole credere. L’America ama i suoi eroi: pochi ricevono così tante preghiere quanto gli atleti nazionali.

Si sa, sono sotto pressione mediatica e devono sorridere sempre e comunque. Brady è famoso per i suoi nervi di acciaio. E le bugie, come ha scritto il Boston Globe, sono stata l’unica soluzione che i suoi occhi potevano riservare o mostrare.  In questo caso l’atleta, così come le persone comuni hanno bisogno di fingere motivate dalla sola paura di essere beccati, prima ancora di provare vergogna.

Bill Clinton sopravvisse allo scandalo. E ora sua moglie si candida come presidente degli Stati Uniti.

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Doc Brown: “Dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Usa nel 1985?”

Marty McFly: “Ronald Reagan”

Giovane Emmett Brown: “Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady…e John Wayne il ministro della Guerra”.

E come potevamo noi cantare, diceva una poesia di Quasimodo. E come potevamo noi bloggers scrivere nella bufera di neve bostoniana  ← qui le foto – mandataci dalla natura per farci infornare biscotti, ed anche per farci spalare montagne di ghiaccio fuori dalle nostre residenze prima di andare a lavoro lenti come formiche. A Boston è stato un lungo inverno che ha fatto fatica a sciogliersi. ← qui un bel video  –

C’è chi come Roberto Saviano che ha detto che se nasci a Napoli, c’è una parte di te che ti impedisce di sopportare il gelo. ← Meno quindici gradi ti bloccano anche la possibilità di respirare. Il freddo vissuto nel suo viaggio newyorkese lui lo ha sopportato, che quel gelo lo ha addestrato, dice, come il metallo che rovente si tempra solo se immerso in acqua gelida. “Ma non serve e continuo a puzzarmi di freddo.”

Non sono d’accordo. Se sei nato anche nel profondo Sud dell’Italia, come me, puoi amare ogni tipo di graffio, di scorza dura, di rabbia, di amore per la terra che calpesti. Appunto, sei addestrato.

Eppure io credo che ogni inverno vada vissuto come un guscio da conservare e da grattare, un guscio che ci potrà servire a comando, a richiesta, quando scoleremo quel piatto di spaghetti allo scoglio una volta entrato in casa il primo raggio di sole ai primi sbocchi di primavera. Uno sbocco come un viatico. Un guscio fatto di calore, di mare lontano (noi italiani all’estero a Boston abbiamo gli oceani freschi a meno che non imbocchiamo la 95 per dirigerci a Miami, Florida), di ruggine, di pelle morta, di sensualità repellente. Un viatico come una stazione della Via Crucis. Una fermata.

Riprendo a scrivere le mie lettere da Boston, riprendo bloccato non solo dalla neve, mi sveglio a raccontare i sipari, i colori, la gente, i racconti tradotti. E riprendo raccontando un amore imperfetto, ← come il raccontino a flusso di coscienza a firma di Silvia Avallone.

Un amore bloccato dalla nebbia negli occhi: come potevamo noi vedere la città in cui lavoriamo con gli occhi della foschia, con gli occhi sommersi, i fiori sepolti, i bulbi dormienti?

Faccio un passo indietro. Oppure nel futuro. Chi l’avrebbe mai detto (come nel dialogo all’ inizio, tratto dal film Ritorno al Futuro di R. Zemeckis) che avremmo avuto un presidente degli Stati Uniti nero, o addirittura donna, e che in Italia, nazione gerontocratica, avrebbe potuto vincere in politica uno nato negli anni 70 già così presto? Questo perché quando non riusciamo ad avere visioni nel futuro delle stagioni, ci blocchiamo, ci arrestiamo, e ne soffriamo di quel conflitto. Così imperfetto. Non riusciamo a distinguere.

Quando si è adolescenti si vuole fare incetta di sguardi, durante le passeggiate sul corso del paese, a prendere in giro le vecchie zitelle. Chi glielo dice a quell’adolescente che ci passerà anche lui da quella panchina? Lui non lo sa, non è cosciente. Non immagina il futuro. L’amore è altra cosa.

L’amore è lotta e conquista…

L’amore raccontato è immortale, ma la vita è mortale eccome.

L’amore, per come lo vedo adesso, -dice la Avallone- è il contrario di tutte le menzogne che ci diciamo per raccontarci la vita che non stiamo vivendo. Non è crudele, non dura una sola stagione, non si esibisce e non si trucca. L’amore è esattamente, nel tuo volto preciso, nei tuoi modi imperfetti di fare.

Un modo imperfetto di amare è anche quel gelo che sembra toccarci, stringerci nella morsa, ma in realtà siamo noi che non lottiamo, che non curiosiamo. E se lo facciamo, non riuscimo a capire perché lo facciamo.

È una ricerca affamata, uno sfiorare senza mai afferrare… come un amore fatto di litigi.

Luciano De Crescenzo ←  aveva una bella tesi sull’erotismo, sulla vista e sul tatto.

… i “male pensiere” (e con essi il testosterone) sono direttamente proporzionali alle difficoltà che s’incontrano nel convincere l’altro sesso. L’erotismo, in altre parole, sarebbe una molla che scatta solo se qualcuno, in precedenza, ha provveduto a comprimerla.
Dicevano i futuristi: “Perché solo la Vista e l’Udito debbono godere dell’arte? E il Tatto? Che vi ha fatto di male il Tatto per privarlo dei piaceri estetici?”. E s’inventarono le mostre tattili, ovvero rassegne di opere che si potevano solo toccare. Il visitatore immergeva la mano in uno scatolone di legno ed entrava in contatto con il capolavoro. Fuori il titolo (L’Eternità, L’Invidia, L’Infinito) e dentro l’opera (uno strato d’ovatta, una spazzola, una pezza bagnata). Una delle opere era intitolata Erotismo, e fu grazie a essa che riuscii, finalmente, a capire il mistero del sesso. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga all’incirca quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito, facendo attenzione, però, perché in uno dei buchi è nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, proseguii, con cautela, a esplorare tutti gli altri pertugi. Più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii il messaggio dell’artista.
L’erotismo è una stanza buia dove si entra con molta curiosità e con un pizzico di paura, è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla, è la continua ricerca del limite. Se invece accendiamo la luce, sparisce tutto il piacere e con esso anche l’erotismo.

L’amore è soprattutto quella cosa che ti capita quando stai facendo qualcos’altro e non te ne eri accorto. È quello che voglio fare nei miei viaggi bostoniani, schiarire quella nebbia, toccarla per evitare di finire stecchiti dalla corrente della macchina del tempo.

Ecco perché voglio continuare ad amare questa città.

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
as clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
and dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling (more than a feeling)
When I hear that old song they used to play (more than a feeling)
I begin dreaming (more than a feeling)
‘till I see Marianne walk away

Raccontare l’America non è sempre così scontato, se ne può parlare bene o male… ci sarà sempre qualcuno che vorrà fare il bastian contrario… Questo blog non parla per esempio di problemi di burocrazia americana, a meno che non mi capitasse qualche siparietto da scriverne un lazzo, già c’è qualche amico/a che lo fa qui raccontando le proprie disavventure con la burocrazia italiana.

Raccontando le storielle di dove vivo, anche quando vivevo nella culla del rinascimento fiorentino, mi sono sempre concentrato invece nel chiedere perché alcune cose accadono: come ora mi chiedo come mai Boston venga considerata una delle città più divertenti degli Stati Uniti.← Se vedete il grafico nel link indicato, potete leggere la classica battuta o barzelletta simbolo di ogni città. Tanto per essere chiari: se non siete avvezzi all’ironia anglosassone, lasciate perdere! Non ne capirete il senso.

Ma cosa i bostoniani vorrebbero della loro città ? (lo dice il link a sinistra) – L’unico modo per farsi una propria opinione è visitarla, come hanno fatto, almeno virtualmente, i bravi presentatori del simpatico programma radiofonico su viaggi nei paraggi, come recita il loro motto, dal titolo CHE CI FACCIO QUI in onda su Radio 2 RAI, dove ho dato il modesto e fulmineo (ah, i tempi della radio!) contributo dopo un’ora di episodio, il 28 luglio nella puntata dedicata proprio a Boston.← Da ascoltare tutta!

Io intanto mi preparo per la seconda edizione radiofonica de L’Italia Chiamò, il nuovo sito è già pronto. ←

Ne parla anche la brava giornalista Barbara Mennitti su Stella Nova Magazine, con la sua intervista molto stuzzicante sui lati personali della mia storia e del perché sono sbarcato a Boston

I motori della radio e della TV si scaldano e con Stefano Marchese, che mi ha trascinato sin dall’anno scorso in questa avventura comico-musicale, la giornalista Elisa Meazzini e l’attore Roberto Di Giulio proveremo a continuare a intrattenere non solo gli expats ma anche quelli che l’Italia sognano di cambiarla: emigrando!

p. s. a proposito di emigranti, mi aspetta un gruppo di viaggiatori italiani che il 21 agosto visiteranno Boston e Newport. Vi terrò aggiornati sulle loro impressioni. Intanto, godetevi queste impressioni di chi vive all’estero. Sono solo luoghi comuni?

 

 

Vi ricordate Jack Nicholson che muore assiderato nella scena finale di “Shining”? Il film fu girato in Colorado, ma esiste una cartina che associa ad ogni stato americano la pellicola più celebre girata o ambientata all’interno dei suoi confini. ← E non mancano pellicole italiane: anche se “Per qualche dollaro in più” e “Il Buono, il brutto il cattivo” furono girati in Europa, Sergio Leone riuscì a creare l’illusione che Clint Eastwood sparasse davvero nel Far West, nel Texas e nel New Mexico.

L’illusione, appunto. Tema sottinteso di questo post raccoglitore dell’accozzaglia di arte in giro in questa primavera nell’area di Boston. La prima è che andando in vacanza per tre giorni in Florida, avrei potuto mangiare carne di alligatore, come ha raccontato questo articolo sulla rivista Dissapore sui differenti tipi di carne per ogni stato americano. ← In compenso ho assaggiato in riva al mare…vi chiederete dei frutti di mare? No, un delizioso hamburger di alce proveniente da una fattoria del Montana. Scommetto che se fossi andato in Montana non avrei trovato l’alce ma l’alligatore. È come andare ormai nelle nostre città italiane di mare e chiedere la trippa al sugo, si sa che è un piatto di nicchia.

La seconda illusione è il film che mi sto facendo mentre vivo l’esperienza di vita americana nel Massachusetts, e sta nell’osservare l’eccessiva educazione della gente, sia sui mezzi pubblici che al supermercato, nel lasciarti e nell’esigere lo spazio che intercorre fra te e loro: 3 metri. Per un italiano, si tratta di un’infinità. Ma qui è l’esatta distanza tale da far scattare l’ imbarazzo nell’americano medio e che gli fa pronunciare “sorry” per dire che in tre metri di lontananza fra te e lui ci si imbarazza a passare in mezzo (per intenderci, fra te ed un altro ostacolo). Mi successe anche in Irlanda, ma so che questa bizzarra buona maniera proviene dall’intero mondo anglosassone in genere: neanche li sfiori e loro “sorry”, li colpisci apposta e loro “sorry”. Per fortuna poi si torna in Italia e anche se ti hanno spaccato una spalla “casualmente” ti dicono che è colpa tua… O come l’amico blogger Luca Lisanti ha definito questo fenomeno di ipereducazione acuta “come vivere in un eterno film di Mary Poppins”. Si chiama distanza prossemica. Per noi latini è molto ravvicinata, per gli anglo-americani si dilata. Per me è come l’illusione di vivere a ralenti una scena da film, una pausa di un piede che si alza per calpestare la superficie lunare.

Mi ero illuso che gli americani fossero troppo educati e paurosi a spiegare le gesta anche di ció che succede sotto le lenzuola… ma a loro discolpa, va assolutamente visto questo simpatico monologo di una comica in uno dei talk del sito TED, qui postato dall’Huffington Post, dove racconta di come sia riuscita a SPIEGARE A SUA FIGLIA DI 8 ANNI IL DISCORSO SUL SESSO. ←

Il blogger Luca Lisanti, che citavo prima,  è noto non solo per aver risposto anche lui come me, con le 70 cose che ho imparato da italiano in Massachusetts, ← alla blogger americana a roma sulle 50 cose che ho imparato in Italia, ← (qui Luca descrive le sue 100 cose che ha imparato in America) ←ma anche per aver detto la sua sull’ultima cazzata di John Elkann  ← citando il post del giornalista di Repubblica Rampini. «È difficile immaginare un figlio di Bill Gates –racconta la nota dell’inviato in America- che accusa quei suoi coetanei americani che non trovano lavoro di essere pigri, di avere scarso spirito di rischio. Quando uno nasce privilegiato, qui negli Stati Uniti, di solito ha il buon gusto di non insultare chi deve combattere partendo da condizioni molto piu` sfavorevoli. E poi e` difficile immaginarsi un parallelo, per un’altra ragione: suo figlio Bill Gates lo ha praticamente diseredato, lasciando la maggior parte del proprio patrimonio alla fondazione filantropica che combatte la malaria e altre malattie dei paesi poveri. Gates ha spesso spiegato la ragione profonda del suo gesto. “Farei un danno ai miei figli se gli lasciassi tutto questo patrimonio, non avrebbero stimolo a dimostrare quel che valgono loro”. E poi, da un punto di vista dell’interesse nazionale, Gates ha usato piu` volte (da ultimo in un’intervista al sottoscritto) la metafora olimpica: “Lasciare in eredita` i patrimoni del capitalismo americano, e` come designare per i prossimi Giochi olimpici una squadra Usa in cui automaticamente figurino i figli degli ex campioni olimpionici. Non e` per via ereditaria che si seleziona una classe imprenditoriale competitiva”. Elkann e` l’esempio di una capitalismo ereditario, e non e` un bello spettacolo».
Poi tutto questo lo ha anche ribadito Crozza nel suo monologo nazionalpopolare all’ultima Festival della canzone italiana a Sanremo. Per un attimo, avevo avuto l’illusione che un imprenditore italiano avesse detto la cosa giusta, ma come sempre accade in Italia, l’esempio arriva dal pulpito sbagliato.

Per capire meglio invece la differenza sulle illusioni che colpiscono le generazioni statunitensi nate dagli anni 80 ai 90, i cosidetti Yuppies e figli dei Baby Boomers  consiglio la lettura di questo interessante articolo oramai virale: WHY GENERATION Y IS UNHAPPY ← e che spiega la teoria secondo cui molti giovani americani di oggi hanno come la sindrome delle aspettative e delle ambizioni insoddisfatte, il confronto tra loro e i genitori è imbarazzante perché i secondi all’età dei primi avevano realizzato molte più cose e non solo, sapevano quello che volevano. I giovani americani di oggi invece ancora non lo sanno, e si autocelebrano di autostima. Mentre i genitori erano convinti che tanti anni di duro lavoro e sacrifici avrebbero determinato un successo professionale, la generazione Y considera il successo di carriera come un fatto dovuto, dato che si tratta di una persona eccezionalmente particolare come loro. Secondo questo articolo, l’autocommiserazione è dietro l’angolo… c’è anche una traduzione in italiano se volete, sul PERCHÉ LA GENERAZIONE Y È INFELICE ←

Poi c’è gente anche che la pensa diversamente, eh. Qui infatti c’è una risposta all’articolo in inglese.←

Io, per esempio, da italiano estraneo a tutto ciò (forse) e da ex precario, sulle illusioni avrei potuto scrivere un trattato, ma ho preferito raccontare la sintesi dei miei “film” nel salotto di Aldo Mencaraglia l’instancabile autore di Italians in Fuga. E lo ringrazio per avermi intervistato in una domenica pomeriggio ←  L’intervista qui sintetizzata nell’articolo a sinistra, si può ascoltare in podcast audio ma anche nella seguente testimonianza video.

Aldo Mencaraglia di Italians in Fuga, mi ha dato l’input di riconoscere che l’avventura vissuta fino ad ora non sia un’illusione, ma l’inizio di una creatività teatrale nuova, sia con il progetto di Commedia dell’Arte con i Pazzi Lazzi Troupe che con il programma radiofonico in italiano condotto con Stefano Marchese e che abbiamo chiamato L’ITALIA CHIAMO’ RADIO SHOW.

E se le illusioni le mostro per ora solo sul palcoscenico con la mia maschera, qui in questo video potete godervi la scena al Northeastern Theater dove ho regalato al pubblico americano il monologo in quasi Grammelot in inglese sull’impotenza del Dottore Ballanzone per la compagnia teatrale Pazzi Lazzi.

 

Mi ricorda tanto certi baroni universitari o professori dinosauri come in questo estratto video da La Meglio Gioventu’. ←

Al prossimo siparietto.

 

Tutti pubblicano classifiche, tutti amano sintetizzare informazioni oggi nell’era digitale. La prima volta che ho pensato ad una mia classifica, forse interminabile, delle differenze percepibili dagli italiani all’estero e per mia esperienza, nel Massachusetts statunitense, è stato quando ho letto le 10 cose che odio leggere alla mattina su Facebook, pubblicato dal critico televisivo Gianluca Nicoletti:

1) Il buongiorno agli amici di Facebook (che nemmno ti cagano) ovunque essi siano
2) Il menu della prima colazione: “oggi succo di papaya, pane integrale, confettura di corbezzolo ecc” Nessuno che scriva “cornetto di gomma e caffè acido”
3) La finta apprensione per le tante cose da fare: “oggi non avrò tempo per respirare…”
4) Allusioni a passate o future (improbabili) intime dazioni
5) Misteriosi accenni a stati d’animo vagamente amorosi perchè qualcuno legga e capisca
6) Descrizione di abiti, scarpe, accessori indossati
7) Descrizione dello sputo di cielo sulla propria testa come se l’ autometeo fosse socialmente utile
8) Frase simbolica e profonda già logora per il compulsivo copia/incolla che il mondo ne fece
9) Facezie, battute, slogan, barzellette, link buffi a qualcosa che riguardi berlusconi
10) Scrivere decaloghi di ogni tipo

La mia di classifica è basata però più che altro su quello che noi italiani a Boston e dintorni ci stupisce una volta varcata la frontiera da emigranti per motivi di lavoro o di amore, su ciò che ci indigna per le informazioni che girano in rete su di noi, per le sorprese di vederci diversi, o fors’anche per le conferme sui pregiudizi. Questi 10 sono i più comuni. Ma segnalatemene altri se ve ne ricordate qualcun altro.

1 – La guida incompleta di uno scemo all’uso del bidet ←  è un’esilarante link postato dall’ormai gemella blogger un’americana a Roma . Ci si meraviglia come ci sia gente fuori dall’Italia che si sente superiore a non usare il bidet ← e ad ignorarne i motivi per cui usarlo.

2 – Le 31 domande che potrebbero cambiarti la vita ← pubblicate da NinjaMarketing sono le più “americane” in quanto ad effetto perché ti fanno mettere in discussione, e noi italian expats lo siamo molto oltralpe. Tra le prime cinque spiccano «Stai veramente facendo quello che desideri? – Hai un sogno nel cassetto? – Sei orgoglioso di quello che hai fatto fin’ora? – Quante promesse hai fatto e quante ne hai mantenute? – Qual è la cosa che avresti voluto fare più di tutte e non sei mai riuscito a fare? Perché? »

3 – Le 10 ragioni per cui dovresti sposare uno straniero come ho fatto io ←  vantano le comodità di aver avuto due feste di matrimonio, avere un accento, sembrare sofisticati ai parenti dell’amato/a, i figli parleranno più di una lingua. Son cose che dovrebbe leggere mia moglie.

D’altro canto la stessa blogger ha pubblicato anche le 10 ragioni per cui non bisogna sposare uno straniero come ho fatto io ← Son cose queste che invece mia moglie non dovrebbe leggere, non solo perché viene coinvolto il fattore costo del biglietto aereo per visitare i parenti.

4 – Questo è il drammatismo a cui gli stranieri in linea di massima si ispirano quando vogliono rappresentare l’amore vissuto nel BelPaese: una coppia italiana che litiga a suon di gelato diventa l’isterismo sofialorenico triplicato nell’amore litigarello

5 – Sui barbarismi dell’inglese nell’italiano ne avevo già parlato ← Ma non solo nell’italiano esistono calchi di prestiti in inglese, qualche volta è stato l’italiano ad aver regalato parole presenti nella lingua inglese ←  e nemmeno gli anglofoni lo sanno. Questo capitò in un’epoca quando l’Italia attraeva talenti dall’estero, durante il Rinascimento. Non ora.

6 –  Il Dalai Lama che svela il suo sogno di voler vivere una seconda vita in Italia.

7 – Le ricette gastronomiche di falso cibo italiano ← ma che dell’Italia si ricordano solo l’odore del basilico (quando si è fortunati)

Pare anche Repubblica non sia sfuggita a pubblicare gli errori e stereotipi americani sulla cucina italiana

Un bel blog di studenti ha pubblicato anche le sue 10 regole per mangiare in Italia senza spaventare gli italiani ← tra le quali quella di mettere il parmigiano sulla pizza o di prendere il cappuccino dopo pranzo.

8 – L’HuffingtonPost ha fatto la sua parte nell’elencare le 6 cose che le donne italiane ci hanno insegnato sul cibo

O anche le 10 domande che un estraneo non deve fare ad una donna incinta ←  Io sono uno tra quelli che potrebber toccare la pancia di una amica incinta in modo genuino e senza malizia, giusto per fare un complimento, cosa che alle americane in Italia fa un po’ senso.

9 – L’avete visto il tea party fatto dalle italiane che si spogliano? È un esilarante spot scambiato come parodia  e nasconde o mostra il comportamento tutto italico di camminare senza veli.

L’eroe Paul Revere che invece di annunciare l’arrivo degli inglesi durante la sua famosa cavalcata, si accorge di un’improbabile arrivo di un’auto nel mercato e le loro donne ad un tratto smettono gli abiti delle puritane e si spogliano come quelle italiane, l’audacia prende il posto della rivoluzione dei corpetti. Alle tazze di the viene sostituito l’espresso. E non solo, fate attenzione alla fine dello spot: appare quasi in secondo piano il fallico cannocchiale che si accorcia ad una certa altezza del corpo.

10 – O la vera parodia della famiglia italiana ← scambiata per uno spot vero, divertente. Dove gli stereotipi ci fanno ridere, e ci inorgogliscono di essere come siamo. Visibile su YouTube anche qui in questo link : CHI COMPRA UNA FIAT 500 HA UNA FAMIGLIA ITALIANA IN REGALO

10 bis – Dopo 2 anni che ci abito affianco, finalmente IL MIO VICINO MI HA PARLATO!!! Ma questa è un’altra storia. Un altro siparietto. Per ora beccatevi la mia ultima performance di Commedia dell’Arte sul palco dell’Oberon Theatre ad Harvard, Cambridge, ← (nel link foto e altro video di danza) insieme alla brava attrice Chiara Durazzini, co-fondatrice con me del progetto PAZZI LAZZI TROUPE prossimamente online. L’Oberon Theater è il teatro off dell’ American Repertory Theater e ha ospitato i NEWPOLI, gruppo di musica antica del sud Italia, tra le band nella lista, anche qui, delle top 20 statunitensi di World Music.

From Latin innovare, in- “into” and -novare “make new” one could think about innovation as something extremely dynamic and flexible as it can be easily used for material as well as social sciences.

For example, the concept of “neural network” traditionally used to refer to a network of biological neurons connected through axons can be applied to a more recent and innovative concept of “social networks” (Facebook, Twitter), which now connects people through the internet.

Piero Ricchiuto, PhD

 

Domenica 15 settembre 2013, tra le 10.30 e le 2 del pomeriggio, oliate le catene e pompate le gomme delle biciclette, un gruppo di italiani – riunitisi tramite i social media sotto un gruppo col nome “Italiani a Boston-Un gruppo alternativo”, formatosi con la leadership di Piero Ricchiuto – ha fatto da pioniere documentando il primo bike-tour delle innovazioni di Boston. Ispirato dal giornalista economico Scott Kirsner del Boston Globe in questo articolo http://www.bostonglobe.com/business/2013/07/06/freedom-trail-for-innovators/epyzvqTw2RXIT43KQTHudL/story.html e da me reinterpretato nelle mappe e nella ricerca di storie dietro ogni tappa, il tour ha previsto una biciclettata di circa 6 miglia attraverso punti di interesse scientifico, tecnologico e storico di Cambridge e Boston.

Ognuna della 10 tappe, tra cui Harvard, M.I.T., M.G.H., è stata narrata brevemente anche da qualcuno dei partecipanti, coinvolti ad aggiungere curiosità, commenti o semplici “rumors” da condividere con tutti. Come testimonia questo mini-episodio su Spreaker con le loro voci. Un ringraziamento per l’organizzazione va anche allo speciale Alessandro Mora.

Il tour con partenza Cambridge – Harvard square, si è concluso con un pic-nic ai Public Garden.

Siamo partiti dal Museo del M.I.T. (Massachusetts Institute of Tecnology) dove sono esposti esempi di robot espressivi o la collezione mondiale più grande di ologrammi. Alla destra del museo vi è il Tech Model Railroad Club, uno dei più vecchi club del MIT. Si è diffuso proprio qui il significato originale della parola “hacher”, da noi definito il pirata informatico o smanettone, ma letteralmente è “qualcuno che si applica con ingenuità creando risultati intelligenti” così come la nozione di cultura hacker. L’essenza del hack è qualcosa che viene fatto velocemente e spesso in modo inelegante.

Al 250 di Mass.Ave, siamo passati da uno dei migliori esempi di riuso architettonico: dove una volta c’era la fabbrica di caramelle NECCO ora è sede della Novartis, istituto farmaceutico e per la ricerca biomedica. Costruito secondo la forma di un Wafer, da notare sono i comignoli o gli ascensori di vetro simili a quelli della fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.

Dentro la Stata Center, al 32 Vassar st, nel campus del MIT, hanno sede laboratori importanti di scienza computeristica, intelligenza artificiale e robotica. Tim Berners-Lee, il creatore del World Wide Web, lavora proprio qui, oltre al famoso linguista Noam Chomsky. L’edificio fu disegnato dal pluri premiato architetto Frank Gehry. L’editorialista esperto di architettura del Boston Globe, Robert Campbell, ne scrisse una critica molto raggiante all’epoca dell’inaugurazione: “Lo Stata Center appare come un edificio quasi non terminato, quasi stia per collassare, dalle colonne pendenti agli angoli paurosi, dai muri vacillanti che collidono a caso con curve e spigoli. I materiali cambiano da ovunque lo si guarda: mattone, superficie d’acciaio a specchio, alluminio lucidato, dal colore chiaro al metallo corrugato. Ognicosa sembra improvvisata, come se fosse tirata su all’ultimo momento: ma è proprio questo il punto, il suo aspetto è la metafora della libertà, dell’osare e della creatività della ricerca che si suppone si produca all’interno dell’edificio Proprio davanti al Marriott Hotel, sul marciapiede della passeggiata della celebrità, vi sono scolpiti nomi che hanno fatto la storia delle invenzioni come Steve Jobs, Thomas Edison, o di Bill Gates, uno dei finanziatori proprio dello Stata Center disegnato da Gehry, nonché studente di Harvard dove per primo insieme ad Allen inventarono Microsoft. Italiani al MIT

Al 500 di Main st. in Cambridge, il Koch Institute for integrative Cancer Research del MIT lavora su nuovi approcci di cura del cancro come le “smart bombs” in nanoscala adatte a distruggere i tumori con minor effetti. Di fronte, al 7 Cambridge Center, il DNAtrium al Broad Institute offre mostre gratuite e interattive sull’eplorazione della biologia umana.

Al 1 Broadway e al 101 Main St. Cambridge, i due edifici che danno inizio appunto all’appena citato Cambridge Innovation Center sono casa della collezione più densa di aziende start-up e di venture capital che non ha eguali nel pianeta. Il centro, fondato nel 1999, fa da quartier generale anche alla prima sede del Massachusetts di giganti tecnologici come Google e Amazon.  Kendall Sq, di fronte l’edificio della Microsoft  (la quale ospita spesso conferenze ed eventi di networking, molti dei quali ad accesso gratuito) è la zona dove un tempo era tutta una palude salmastra lungo il fiume Charles. Man mano che fu bonificata con la terra, sorsero aziende manufatturiere di corde, pompe idrauliche, copertoni per le biciclette, saponi e alcol. Ora il National Register of Historic places lo ha inserito tra i progetti urbani più importanti per il suo apporto nel 19esimo secolo all’architettura industriale.

EarthSphere at Kendall Sq

In Kendall Sq. vi è una scultura di Joe Davis chiamata Earth Sphere, un punto di riferimento geografico sotto forma di scultura di sorgente acquea. Joe Davis è un ricercatore affiliato al Dipartimento di Biologia del MIT e all’ Harvard Medical School. Lo studio delle sue ricerche e la sua arte vertono nel campo della biologia molecolare, la bioinformatica, le forze centrifughe, le protesi, i campi magnetici e i materiali genetici.

Tra le altre cose, ha inventato un microscopio che traduce le informazioni della luce nel suono, permettendo di “ascoltare” cellule viventi ognuno con una propria “firma acustica”; è famoso per aver inserito una mappa della via lattea dentro l’orecchio di un topo transgenico, e per aver inventato un orologio primordiale, in pratica un progetto intorno al quale gira la teoria che la vita si assembli spontaneamente.

Ultimo ma non il meno importante, fatto singolare è che ha inventato un segnale acustico, chiamato Poetica Vaginal, inviato a diverse orbite stellari vicine fatto a misura delle contrazioni vaginali.

All’ 8 del Cambridge Center, l’Akamai technologies sfrutta  127.000 server intorno al mondo per aiutare la consegna rapida a clienti di tutto il globo dei loro contenuti di pagine digitali come video e pagine internet, al 10 Cambridge Center l’edificio della Biogen Idec ci rimanda al maggior produttore di trattamenti contro la sclerosi multipla. L’azienda fu fondata nel 1978 e due dei fondatori, Walter Gilbert e Phillip Sharp, sono stati vincitori di premi Nobel.

All’ 1 di Amherst St, Cambridge, vi è il MIT Trust Center per l’Imprenditoria dove gli studenti acquisiscono le fondamenta per iniziare le proprie start-up nonché tutte le abilità per intraprendere una propria attività di affari. Più di 25.000 aziende sono possedute oramai dagli ex alunni di questa sezione del MIT, compagnie che impiegano più di 3 milioni di persone. Ma al 75 Amherst St, famoso è il Media Lab del MIT, caratterizzato per essere stata casa del kit di robotica di protesi del piede della Lego Mindstorms, ma è conosciuto in tutto il mondo dopo che è stato diffuso questo video dove il primo robot espressivo ha presentato la sua creatrice: http://video.mit.edu/watch/personal-robots-9383/

Italiani a Boston su Memorial Drive

Oltrepassando il bellissimo paesaggio del Memorial Drive, con vista sullo skyline di Boston, attraversando il Longfellow Bridge, una capatina al Mass General’s Museum of Medical History and Innovation era d’obbligo: gratuito e aperto da lun. a ven. dalle 9 alle 5, mostra l’evoluzione della medicina e della chirurgia con laboratori di simulazione e spazi teatrali. Qui nacque la prima anestesia.

L’edificio è altamente eco-sostenibile, l’esterno in rame è fatto dall 80 al 95% di materiale riciclato. Il tetto-giardino ha una pavimentazione di piante in grado di assorbire la pioggia e le tempeste e anche di ridurre il calore.

Dopo una tappa all’ Esplanade e al Public Garden e al Boston Common, l’ultima fermata l’abbiamo riservata al 30 School St. in Boston. Qui l’artigiano afroamericano e inventore Lewis Latimer disegnò il brevetto del telefono insieme ad Alexander Graham Bell ed inventò insieme a Thomas Edison il progetto sulla vita utile della lampadina. Latimer fu il primo anche ad inventare la filettatura della lampadina nonché la spina, ma senza il quale non avremmo il famoso colmo “quanti…. (italiani o irlandesi) ci vogliono per avvitare una lampadina?”. Uno per avvitarla e 10 per guardare?

Italiani a Boston ai Public Garden

Emanuele Capoano, Alessandro Mora, Piero Ricchiuto, Susanna Canali, Maria Scotto D’Apollonia, Elena Del Tordello, Allison Longley, Carmen Marsico, Nicola Micali, Andrea Ponzone, Angela Rossi, Giuseppe Romano, Bjorn Wennas, Nicola Spiniello, Giulia Spinetto, Bledar Qyrfyci, Giacomo Landi, Daniela Vecchio, Michele Connors, Donata Buda

John C. era uno scapestrato. Ma uno di quelli laureati, in Filosofia. Parossismi così non ne nascevano da quando North End, quartiere di immigrati italiani a Boston, non era la capitale dei gangster e dei mob  ← , il cui scettro poi passò a South Boston. Un bel giorno gli chiedemmo quand’era la prima volta che aveva sfasciato una macchina dopo la laurea in Filosofia e lui rispose “paradossalmente non fui io, ma Joe Barboza, the Horse, “il cavallo”. ←

Questi due links saranno le mie letture da ombrellone di quest’estate. Lo so già. Ho bisogno di un po’ di vita di strada. Proprio in questi giorni che l’America sta assistendo al processo di uno dei più feroci mafiosi irlandesi, James “Whitey” Bulger, stanno venendo a galla molti testimoni dei traffici, degli omicidi più crudeli, delle corruzioni con l’FBI, delle estorsioni e rapimenti… Comprese le testimonianze del linguaggio. Una vera finestra nel gergo sotterraneo della malavita di Boston, retroterra etnico di mafie italiane, irlandesi, ebree. Un codice tradotto che risale a più di mezzo secolo. I due testimoni, Jimmy Katz, di 72 anni, e Dickie O’Brien di 84 suonati, chiamati dai magistrati, hanno raccontato come funzionava lo “shylock” business, in pratica l’usura. Shylock dal personaggio di Shakespeare Il Mercante di Venezia.

La tariffa invece che gli scommettitori pagavano sulle scommesse clandestine era un “vig” (pare diminuitivo per “vigorish”, probabilmente dall’ebreo russo), o un “juice”. Per condividere i proventi dalle scommesse più grandi uno scommettitore poteva “lay off” (finirla, piantarla) facendo una puntata insieme a qualche amico dei suoi. E se qualcuno del grado più basso della scala gerarchica puntava delle somme fallendo il compito, quelli più alti di grado come i succitati testimoni provvedevano il “makeup” per coprire le perdite. E senza risanare questo debito, ti potevi fare veramente male.

Ma i testimoni hanno presentato un’intera tipologia nascosta della lingua inglese sull’essere gangsters: “hang around guys” era chi bighellonava a perditempo ai lati di un’azione criminale, i “front guys” erano i prestanome, e i “stand up guys” erano quelli che si rifiutavano di tradire i colleghi e di spifferare tutto alla polizia, senza fare del “rolling” o “turning over” .

Le memorie di un poliziotto di Boston, ← estratto di un libro che mi ha riportato alla storia che stavo per raccontarvi, forse John C. non le ha lette perché le ha vissute in prima persona.

Per tornare infatti alla nostra storia iniziale da ombrellone. Chi era invece Barboza? Beh, in pratica John C. all’epoca viveva nel quartiere di North End e passando con la sua auto per Hannover Street vide Joe Barboza, detto il Cavallo in mezzo alla carreggiata parlottare con la sua bella. Era pressappoco il 1970. John C. di mestiere negli anni a seguire avrebbe fatto il tassista, il meccanico, l’uomo che consegna i fiori, il padre tuttofare, ma prima di allora era uno che di facile gli mancava il grilletto; anche se non aveva mai avuto una pistola, almeno secondo i suoi ricordi che oggi gli si riafforano ogni volta gli chiedi alla freudiana una domanda apparentemente lontana e banale.

Una miccia di un fiammifero era più difficile da accendere di lui. Quel giorno la miccia l’ebbe con uno dei gangster più pericolosi. Gli disse: “Hey, potresti (il condizionale l’ho scritto io) accostare e farmi passare?”

Joe Barboza non ci vide più. Scese dalla sua scappottabile, saltò su quella di John (che per fortuna ancora la Dodge rossa convertible, benché del 1966, non l’ebbe ancora comprata) e si mise a danzare sul cofano ordinandogli di uscire. Fu lì che nacque il Gangsta Style? Ne dubitiamo. Ma a John non piacevano i balletti. Intimidirsi di Joe the Horse, detto anche l’animale? See…

Scese e finì in scazzottata. La gente cercava di dividerli. John si ritrovò senza pantaloni, ma era una fortuna di non essersi ritrovato con qualche cannolo siciliano in corpo. Arrivò il poliziotto di quartiere: “Ehi Joe, non sai tenere a bada nemmeno i tuoi?”. E Joe Barboza: “I don’t fu… know him? Boy! GETOUTTA HERE! ”.

Il giorno dopo John ritrovò la sua auto senza ruote. Chiese a qualcuno in giro se avessero visto compiere la vigliaccata. Naturalmente in un rione tutto italiano di quegli anni, l’omertà era ancora un valore. Vide solo due ragazzetti scappare, li rincorse, qualcuno gli disse che era meglio lasciarli stare. Se ne strafregò del caldo consiglio, li raggiunse che avevano ancora in mano le sue ruote. Lui fece per chiedere delucidazioni, ma non fece in tempo a parlare che sentì il profumo sulla sua guancia di una canna, non di ricotta come un buon cannolo di pasticceria, ma di metallo. Calibro 9. Scattò un colpo di grilletto, senza pallottola. John si sentì svenire, però vide che di sangue non ne aveva. Poi la fuga davanti a lui, fermo inebetito a guardare l’orizzonte di North End.

Finì che chiese aiuto ad un amico in comune con Joe detto l’animale o il cavallo per fargli da mediatore. Il punto di incontro fu quello che dovette sloggiare casa.

Anni dopo John C. sfasciò una Mini Rover, i suoi pezzi sono ancora conservati in un garage qua vicino, insieme alla sua Dodge rossa scappottabile del 1966, appoggiata sui mattoni, tra resti di oli, attrezzi, marmitte. Auto che comprò per stare lontano dai gangsters e viaggiare al vento.

John C. ci è ritornato spesso nel North End, ma a farci un tour gastronomico con la sua moglie di sempre. Non sapendo che fanno anche tour guidati sulla Boston dei gangsters.

E questo, era JOE BARBOZA detto “l’animale” o “il cavallo”.

OVVERO: COME CAPE COD NON SI PRONUNCIA COME UN FAMOSO SALAME DEL SUD ITALIA.

Tutti al mare…anzi all’Oceano! Noi italiani che cerchiamo sempre di trovare le acque tiepidi del Mediterraneo anche nell’Oceano Atlantico a largo di Boston è un puro sogno, ma abbiamo fatto, è il caso di dirlo, la scoperta dell’acqua calda: esiste un mondo dove riusciamo a non congelare i muscoli delle gambe, ed è tra le insenature di Cape Cod (ribattezzato da una mia cara zia, che non conosce l’inglese, con la pronuncia fonetica italiana “capeccoddh” che in calabrese vuol dire Capicollo).

A mo’ di salame o meno, vediamo dove conviene invece tuffarsi a sud di Boston.

Cape Cod Map

Inizio subito nel darvi un bel sito governativo dove vi spiegano quali servizi trovare e come raggiungere tutte le spiagge del Massachusetts.

Se invece vi piacciono i → laghi del Massachusetts – di solito più caldi rispetto all’Oceano-, ecco invece nel link qui a sinistra la sezione del sito governativo che fa per voi. Non fate il mio stesso errore quando leggete “fresh”. Non vuol dire “acqua fresca”, ma dolce sorgiva. Quindi un po’ tiepiducce come piacciono a noi italiani mediterranei, paurosi di reumatismi o del colpo di frusta o della strega o di tutte le altre baggianate asintomatiche che rendono noi mediterranei meno temerari in fatto di freddo.

Ciò che però vorrei regalarvi è una ricerca sulle acque meno fredde nelle spiagge pubbliche della South Coast e del South Shore della Boston Area. (ATTENZIONE. Se trovate l’asterisco * accanto ad ogni nome nella lista qui sotto, significa che quando vi tuffate non garantisco il non-congelamento istantaneo dei vostri arti inferiori, se fuori non sono almeno 40 gradi C.)

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Se sperimentate dunque una gitarella fine settimana presso una delle seguenti spiaggie di Cape Cod, sempre nella lista qui di seguito, specialmente se avrò scritto qualcosa di inesatto o sbagliato sulla temperatura delle acque (non le ho provate tutte, ma è tutto frutto di ricerche e segnalazioni), segnalatelo anche voi qui in questo post in fondo ai commenti.

Pronti? Si parte.

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ABINGTON

Island Grove Park è un lago dotato di aree pic nic e griglie a carbone a disposizione di tutti, una piscina, posto giochi per bimbi, bagni, possibilità di pesca e gazebo. Acqua sorgiva tiepida.

Il parco è accessibile dell’entrata di Park St. o dal patio di Wilson Place oltrepassato il Memorial Bridge. La stagione dura fino agli ultimi giorni di agosto. Sono disponibili pass sia per residenti che per i non residenti. Per gli eventi www.friendsofislandgrove.com/IGCalendar.htm

 

BRAINTREE

Sunset Lake si trova sulla Safford Street a South Braintree. Il lago apre alle 10 di mattina e chiude al tramonto. Parcheggio disponibile. Non sono permesse moto d’acqua, ma canoe, barche a remi e a vela. I bagnini sono certificati dalla Croce Rossa e c’è anche un’area gioco per i bambini. Ogni martedì alle 6 di sera dalla fine di giugno c’è un concerto dal vivo.

Alla Smith Beach il parcheggio è permesso solo nelle aree disponibili e i bagnini disponibili in base alle maree, quando questi ultimi non ci sono non è permesso nuotare. I bagni pubblici sono aperti, ma attenzione alla lista delle ore settimanali di apertura settimanale affisse sulla spiaggia.

QUINCY

Quincy offre 27 miglia di costa e più di una dozzina di spiagge balneabili, zone picnic, e percorsi. Da Nickerson Beach (*non pervenuto) che ha una bella vista sulle Boston Harbor Islands all’Adams Shore (Front Heron Beach) dove si possono fare lunghe e freschissime nuotate, a Wollaston Beach * la più grande della baia di Quincy con un parcheggio gratis.

Le acque più calde ce l’hanno Avalon Beach e Sailors Snug Harbor Beach situate appunto nella baia abbastanza chiusa dalle correnti.

COHASSET

A Sandy Beach * il parcheggio è riservato per i residenti. Ci sono bagnini dalle 9 di mattina fino alle 7 di sera, ogni giorno fino al Labor Day. Bassing Beach * è accessibile solo attraverso una barca e durante la bassa marea.  

 

DUXBURY

Duxbury Beach * è una lunga spiaggia bianca ben mantenuta ma dove l’adesivo per parcheggiare costa 80$ per i residenti. I non residenti possono oltre la spiaggia con 295$. E poi attenzione anche qui all’asterisco.

 

HINGHAM

Hingham Bathing beach è abbastanza chiusa da strisce di sabbia, un po’ fresca ma non c’è bisogno di nessun permesso per parcheggiare. Aree picnic, ristoranti e bagni pubblici vicini. L’entrata è a Nord di Hingham Harbor dalla Route 3A. I bagnini ci sono solo per 5 ore al giorno. Vi è una sauna aperta solo quando i bagnini sono di turno.

 

HULL

Nantasket Beach da sempre è la destinazione preferita da famiglie, proprietari di barche, turisti. L’acqua è a volte fresca, ben riparata dalle correnti per il suo naturale lembo di spiaggia lungo la baia. 5 miglia di spiaggia coperte da buoni ristoranti, con possibilità di fare escursioni in bicicletta, scooter, kayak e barchette (anche da affittare). Aperta fino a Settembre, con bagni pubblici disponibili. Il parcheggio è di soli 7$.  Il sito è www.mass.gov.dcr/parks/metroboston/nantask.htm

 

KINGSTON

Grays Beach Park * si trova oltre la Route 3A a Rocky Nook. È una piccola spiaggia protetta dalla baia, ma le correnti a volte si fanno vive. Nuotare è possibile solo in aree limitate. Dalle 9 alle 5 ci sono bagnini fino al Labor Day weekend. Il parcheggio è di 15 $ all’anno per residenti e 50$ per non residenti. Possibili attività di gioco per bambini durante il giorno.

 

PEMBROKE

Ci sono tre città in zona con spiagge attrezzate. Una è lo Stetson Pond, su Plymouth street, poi la Little Sandy Bottom Pond su Woodbine Avenue e la Oldham Pond o the Town Landing oltre Wampatuck Street. Tutte acque dolci e belle tiepide. Per il parcheggio vale la formula “chi arriva primo” (who first come). I bagnini non sono sempre disponibili, ma è possibile nuotare oltre le ore di turno dei Baywatch fuori dalla responsabilità dei Lifeguard. A volte, a periodi alterni in estate le spiagge potrebbero momentaneamente venir chiuse dal Dipartimento della Salute Pubblica per i livelli alti di batteri causati dalle fioriture della alghe blu/verdi.

 

MARSHFIELD

Rexhame Beach. * Snack bar, bagni pubblici e campetti di pallacanestro, oltreché di lifeguards. 35$ di adesivo per il parcheggio per i residenti, da comprare alla Town Hall. Online si possono comprare a 30$. Ma i visitatori giornalieri possono prenderlo per 10$ al giorno e 15$ nei weekends. Si trova vicino la Route 139 e Winslow Street, dove imbocca verso Standish street.

Fieldston Beach *

I Baywatch sono di turno i venerdì, sabati, domeniche e lunedì dalle 9.45 di mattina alle 4 del pomeriggio. Lo snack bar apre dalle 11 di mattina alle 5 di pomeriggio. Si trova oltre la Route 139 e Surf Avenue. Stessi orari per Sunrise Beach * e Brant Rock * aperte in pieno oceano alle correnti fredde; la prima si trova oltre Foster Avenue e Route 139, la seconda sull’esplanade oltre la Route 139.

PLYMOUTH

A Plymouth Beach * benché l’acqua sia abbastanza freschina, oltre la Route 3A potete trovare la cosiddetta HOMETOWN D’AMERICA, dove i primi pellegrini sbarcarono nel 1620. Dalla pace tra il nativo Massasoit della tribù dei Wampanoag e il governatore della colonia britannica, coadiuvati dal traduttore Squanto ne scaturì la festa di Ringraziamento a base di daino.

Da segnalare, oltre alla Long Beach a cui si rimanda al sito della Town Hall, la White Horse Beach * a sud, sulla Taylor Avenue verso Manomet. Non ci sono bagni pubblici, ma tranquilla e con un paesaggio ricco di dune. A proposito, dettaglio da non trascurare: l’accesso alla spiaggia è legato da pontili, chi cerca di salire invece sulle dune, sia per farne una toilette a cielo aperto e sia per attraversarvi –dune, tra l’altro chiuse da una rete- viene avvistato dai residenti che puntualmente chiamano la polizia per farvi multare di 100$ (essendo le dune una riserva). Una dei residenti è mia suocera, che da quando è andata in pensione ha tutto il tempo per avvertire la polizia. Non dite che non vi ho avvisato.

Pontile sulla spiaggia di Manomet, Cape Cod

Pontile sulla spiaggia di Manomet, Cape Cod

Fresh Pond, ad 8 miglia da Plymouth, merita l’acqua calda ma un po’ piena d’alghe. È sulla Bartlett Road oltre la Route 3A. C’è un parking fee di 5 $. Ombra e barbecue assicurati e bella compagnia latina, stesso discorso vale per Morton Park, oltre Summer st.

L’Hedges Pond situato al 158 Hedges Pond road, vicino l’uscita 2 oltre la Route 3, ha orari da lunedì a venerdì dalle 12:30 alle 5 del pomeriggio, e fine settimana dalle 9 di mattino fino alle 5. Campi di pallacanestro e aree gioco per bimbi, ma con parcheggio a pagamento da ritirare alla Town Hall.

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Dati non pervenuti sul Great South Pond, che da Google map sembra abbastanza grande e dai laghi come Halfway Pond, a cui si rimanda al sito completo del governo del Massachusetts. Nel → sito delle spiagge pubbliche del Massachusetts potete avere informazioni anche su altre coste come quella di SCITUATE * (Humarock Beach, Peggotty Beach, Sand Hills Beach, Egypt Beach, Minot Beach) o della zona di WEYMOUTH. *

Penultima, ma non la meno importante, → Falmouth è quella più famosa per avere le acque salate d’oceano più calde.

Tutto quello che c’è da sapere sulle spiagge a sud del braccio di Cape Cod ← sta anche in questo link a sinistra.

Un altro HAPPY END a parte merita la zona di WAREHAM, dove svetta Onset Beach oltre l’uscita 1 dalla Route 25 su Onset Ave., popolare spiaggia sulla baia di Buzzard popolata da ristoranti, e la vicina Little Harbor Beach meno affollata, con bagni pubblici e il camioncino dei gelati che vi fa spesso frequenti fermate. Non ci sono bagnini ma l’acqua di tutti e due è relativamente tiepida quando non ci sono venti che entrano nella baia.

Il relax dona una forte componente alla nostra mente creativa come nella foto qui sotto

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ma se poi volete un po’ di movimento ed ebbrezza, andare a vedere le balene diventa uno spettacolo pieno di energia: non avete che da prenotare o guardare le tante altre attività che un turista può fare e che il sito turistico dello Stato del Massachusetts ← ha messo a disposizione.

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AL PROSSIMO SIPARIETTO ESTIVO, CON LE LETTURE DA SOTTO L’OMBRELLONE.

Puzzano come uno pneumatico a fuoco. Ed è vero. Per compagnia hanno piedi (ma a volte sono indossati anche in modo elegante come qui) che sembrano aver lavorato nella ricerca all’oro nei torrenti più lontani. La domanda è perché sempre più gente sceglie di calzare gli infradito (nel link belle foto di infradito su Pinterest) al posto di altri sandali, anche in vacanza quando servirebbero scarpe più comode. Se lo è chiesto il giornalista Christopher Muther del Boston Globe: “Vanno bene per la spiaggia e per pratiche passeggiate pomeridiane sulla costa. Hanno un loro posto, ma non deve essere la città, il posto di lavoro, o un bel ristorante. Gli infradito, i flip-flop, (nel link altre foto su Pinterest di varie opzioni creative) stanno diventando invasivi. Ho superato il limite quando un mio amico recentemente mi ha chiesto quale fosse il migliore infradito secondo me migliore per camminare a New York City! Nessuno, ho risposto, a meno che ti possa piacere il solletico dei becchi di piccioni e la ghiaia tra gli alluci. Sono esteticamente dannosi. Oltreché psichicamente. Secondo l’Associazione Podologi Americani l’uso di infradito economici fa aumentare tendiniti, fratture e altre malattie del piede”.

Anche recentemente su questo blog, un commentatore si è infervorito proprio riguardo l’argomento degli infradito sul post delle 70 cose che noi italiani abbiamo imparato in USA, in risposta alle 50 cose dell’amica americana a roma. Lo ha ripreso ancora Shelley, appunto da Roma, dove mi cita sui consigli di cosa non indossare da turista durante le vacanze nelle città italiane.

Troy Torgerson è un altro detrattore dei flip flops, tanto che ha creato un sito www.ihateflipflops.com (io odio i flip flop). Anche lui è d’accordo sul fatto che gli zombi hanno meno germi di chi indossa gli infradito. Vedete le foto per credere.

Ha fatto scandalo anni fa la foto della squadra femminile campionessa di lacrosse della Northwestern University dove in una visita alla Casa Bianca all’epoca di George Bush, indossarono quasi tutte gli infradito. Foto che fa rabbrividire sulla spontaneità (ad esser buoni), anche in occasioni ufficiali, di certi comportamenti quotidiani americani.

Flip Flop della Squadra femminile di lacrosse in visita alla Casa Bianca

Chi li ha difesi, nel dibattito pro-contro sul Boston Globe, è il giornalista Hayley Kaufman: “Sono troppo casual per i posti in cui vengono calzati? Forse. Ma pensiamoci, ci siamo rassegnati alle gonne lunghe ottocentesche, alle calze da Moulin Rouge, ai corsetti, e il mondo non è finito. Potrebbero essere abbinate con eleganti kimono in Giappone e nessuno batterebbe ciglio. Quelli tradizionali, i sandali grossi con la suola di legno alta, servono in realtà a proteggere il piede da eventuali scivolate sulla neve”.

Da parte mia, una scivolata è quel che si augura quando vengono indossati male. E se vengono abbinati bene, forse la scivolata può anche far piacere alla vista di amanti delle belle caviglie.  Come nella foto sotto di Pinterest. Voi cosa ne pensate? Non sbizzarritevi.

sandalispiaggia

 

 

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.