PATRIOTI AMERICANIOgni Patriots’ Day, che cade di solito intorno al 19 aprile in ricordo della Battaglia di Lexington e Concord del 1775, in Massachusetts si celebrano i fasti degli inizi della guerra d’indipendenza americana attraverso ricostruzioni dal vivo. I cosiddetti reenactementsLi fanno in vari orari e persino alle 6.30 di mattina, come lo era nel 1775, proprio per essere realistici.

Non solo, anche la famosa Cavalcata di Mezzanotte che il patriota Paul Revere fece dalla Chiesa di North End, tramite il segnale delle lanterne in cima al campanile, fino a Concord per avvisare la milizia dell’arrivo dei britannici.

Ho pubblicato delle foto qui, e anche un video di 4 minuti sull’imboscata famosa dei patrioti americani (capitanati da Parker) nei confronti della milizia britannica.  Proprio un vero spettacolo di guerra dove ci portano anche i bambini.

Sono stato nei giorni scorsi a visitare anche il Museo del Tea Party e anche lì il genio imprenditoriale americano dà ai turisti e partecipanti una reale immersione della storia (in quei giorni anche i miei zii calabresi divertiti di essersi calati nei panni dei Nativi Indiani, mentre gettano fisicamente delle finte scatole di the in mare) in una ricostruzione in costume con tanto di attori con accento dell’epoca e una visita interattiva con ologrammi. (Nel link la spiegazione del tour)

Con il poco che hanno riescono a divertire il turista: sanno almeno sfruttare la loro storia a differenza dell’Italia i cui beni culturali peccano di accademismo.

Il bello è che questi eventi di attrazione patriottica coincidono anche con la Maratona di Boston, tra le più antiche delle maratone moderne.

Ma è di cavalcata e ancora di fuga che voglio parlare. O meglio, che mi ha fatto ricordare di una corsa. Visto che a correre io non ci penso nemmeno di andare. Pensando alla Cavalcata di Paul Revere, la mente è andata a un raccontino che avevo scritto per una scuola di scrittura a Firenze, credo fosse nel 2008. Era un esercizio creativo pensato mentre ancora ero agli albori di una storia d’amore che mi avrebbe portato proprio in America.

La ambientai negli Stati Uniti ma ispirandomi alla ragazza nel video qui sotto in coda al racconto. Il protagonista potrebbe essere un 20enne che appunto scappa ma non a cavallo. Qui c’è il mito della moto, che in realtà non mi è mai appartenuto. Forse un giorno potrei far tradurre un po’ di quei raccontini e leggerli in qualche bar letterario di Boston, dove forse si è fermato il famoso gangstar Whitey Bulger, o Malcom X a Roxbury, o Charles Dickens nel suo viaggio d’oltreoceano, o in zona Arlington dove si dice Tennesse Williams si sia ispirato per il suo Un tram che si chiama desiderio o leggerli nei bar dove Ralph Waldo Emerson o Henry Wadsworth Longfellow hanno preso solo un the con il latte.

scrittori a Boston

 Buona lettura!

“Altro che viaggio in America coast to coast! Tu te lo scordi se non impari a mangiare!”. Il rumore che fa la forchetta strisciando contro i denti mentre esce dalla bocca, a Rose le dava un fastidio che non vi racconto. Mi eccitò anche quando mi fece il paragone con il pisello: “io non lo prendo a morsi coi denti ma carezzandolo con le labbra, così faccio con la forchetta”. Me lo fece notare in un bar lontano ormai dalla città vicino il noleggio delle moto, prima della partenza. No perché… mica era cresciuta sulla strada, sai, quando tua madre ti chiama e tu le gridi “ora vengo” e non torni mai, e passi tutto il giorno a giocare a pallone mentre lei vuole una mano per imbottigliare le conserve di salsa, no, lei, dico Rose,  era cresciuta solo nella sua stanzetta di Manhattan a suonare la sua chitarra e a sognare che le tendine di pizzo un bel giorno si sarebbero trasformate in un cazzo di sipario: perché come quasi tutti gli americani aveva un sogno in un cassetto, andare a Broadway. Io, come molti europei amanti della moto, avevo un sogno che avevo covato invece nel mio garage sin da bambino quando in gruppo scoprivamo i giornaletti porno a colori dei nostri padri. Erano gli anni 80. Minnie Minoprio e Samantha Fox facevano a gara con le pagine di biancheria intima del PostalMarket: ecco, volevo sapere se veramente in una terra lontana ci fossero veramente quelle donne dalle grandi tette. L’America, questo pensavo fosse la soluzione. Approfittai del regalo di maturità sudatomi lavorando durante le vendemmie passate per prendere un aereo e andare a conoscere Rose.

Ero troppo emozionato. Ogni volta che la vedevo in video suonare ricordavo però le parole della canzone dei Creedence Clearwater Revival HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN… sognavo già di vederla cantare solo per me la frase: ”Qualcuno mi ha detto tempo fa che c’è calma prima della tempesta, quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, io voglio sapere se hai mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole…”.

Rose l’avevo conosciuta su YouTube e poi su MySpace. Qualche avvocato in cerca di affari in America ne avrebbe potuto tranquillamente approfittare per una causa di stalking, ma ero stato attento a non farmi sgamare, a dimostrare tutta la gentilezza di italiano e sfoggiando lo stereotipo dell’amante latino e tutte quelle stronzate a cui li abituano i documentari della domenica pomeriggio: ero stato insomma gentilissimo quando la contattai dicendole che mi ero innamorato come un pazzo mentre cantava, nella sua cameretta di Manhattan dalle tendine di pizzo, la cover degli Animals HOUSE OF THE RISING SUN. Mica ero scemo da dirle che volevo trombarmela pure in bianco e nero come nel video che aveva postato su YouTube! Dopo mesi di corteggiamento on line, arrivai appunto a NY e mi sentivo un po’ all’aereoporto come l’emigrato Alberto Sordi che aspetta la ciociara Claudia Cardinale per sposarsi in Australia. Patetico. Ma lei mi riconobbe dai dettagli che le avevo dato: un abbraccio da dietro all’improvviso mi fece l’uomo più felice. Era bellissima come nello schermo, lunare, con quel suo accento così Wasp, ero incantato per come parlava, come si passava la mano morbida tra i capelli, quegli occhi che mi stuzzicavano il cuore: insomma una gran fica!

Tutto cambiò però non appena mi portò a mangiare al bar del noleggio: sempre lì a notare tutti i difetti, e il rumore della forchetta, e il risucchio del bicchiere di Coca Cola, e stai attento alla majonese che ti cola dall’Hamburger…con il ketchup è meglio…con io che per far pace le dissi con garbo “posso finire il mio vino?”, e lei che sembrando ammansita disse di si ma io simpaticamente “no ma mi devi dire di no sennò sposi poi un ubriacone” …ce l’ho fatta, l’ho fatta ridere… e lei “tanto io ti voglio ubriaco ma con la botte piena, però devi imparare a mangiare…ma sei proprio un contadino!”.

Ecco, fine della canzone. Ecco il dong! A parte che ci aveva messo 3 MA e un PERO’. Già questa poi! Ma alla questione del contadino, non ce la feci più, quella ragazza dai bei capelli lunghi e la voce che solo a sentirla mi faceva drizzare… i miei di capelli… meritava una lezione. Contadino a me no! Finsi di andare al bagno ma invece sapevo che la mia Harley presa in affitto coi suoi soldi mi stava aspettando dalla parte dell’uscita di sicurezza. Ed io dovevo finire qui, io a rompermi i coglioni con lei che tutto il viaggio avrebbe avuto da ridire su ogni cosa? Rovinandomi il mio sogno coast to coast trasformato in inferno? No, scappai a tutto gas con la forchetta ancora in bocca e silenziosa. Lontano da New York ormai, direzione Ohio e poi chissà…

Qualcuno me lo aveva proprio detto che però c’era sempre una sorta di calma prima della tempesta, e che quando tutto è finito porterà i giorni d’estate ed io sarò brillante come l’acqua, come nella canzone dei Creedence. Rose non era più come quel brivido da sconosciuta all’aeroporto che all’improvviso ti abbraccia da dietro, attimo di felicità ribaltato; forse magari l’avrei rincontrata perché le americane hanno sempre l’opportunità di rintracciarti e romperti il culo e farti innamorare ma io, ora,  voglio proprio sapere se avete mai visto la pioggia che cade in una giornata di sole come quella.

Saranno state le bestemmie che mi tirò Rose quando si accorse della mia fuga? Sarà stato per quello che continuando a correre sulla mia Harley, le candele del motore si bagnarono sotto quel cazzo di diluvio mai venuto giù fino ad allora!?