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“Come stai?” Non vuol dire “How are you?”. Anni di scuola ad imparar l’inglese e poi ti ritrovi una sera a chiederlo ad un americano e lui lo scambia per un semplice saluto per strada. Invece tu, italiano chiacchierone e invadente, vuoi chiedere veramente se sta bene, se ha un raffreddore, se ha passato bene la settimana senza mal di testa o avendo una buona frequenza di rapporti sessuali con il proprio partner. Il mio vicino ogni volta che passo in bici davanti casa sua lui mi saluta con un “how are you” ed io mi chiedo sempre come fa a rivolgermi il mio letterale “come stai” se vede che me ne sto andando, tant’è che una volta mi sono fermato a rispondergli per dirgli veramente come “stavano” le cose e mi sono accorto che era freddo e tutto d’un tratto mi ha salutato di fretta senza andare troppo in là nel dialogo. Avrà pensato che ero il solito pazzo italiano.

Dunque l’«how are you» è solo una formalità, più conforme al nostro “come va”. Una simpatica signora americana me lo fece notare quando, quel bel giorno che mi capitò di assistere all’infuriata di S., mi disse: “noi americani a volte siamo così formali che se chiediamo «come stai» non lo chiediamo veramente col cuore, ma solo di sfuggita mentre facciamo un’altra cosa scappando”. Se chiedi una cosa alla lettera, a volte vuol dire l’opposto. Che bello, ho pensato, siamo come in Sicilia, quando Tomasi di Lampedusa faceva dire al barone di Salina “affinché tutto cambi, tutto deve rimanere così com’è”. E quel giorno lo capii quando l’infuriata di S. mi mostrò il vero volto dei temperamenti americani, quasi come le tempeste e gli uragani. Se esistono i correttissimi (nel conteggio dei minuti che ognuno ha a disposizione) dibattiti politici in TV per la corsa alla Casa Bianca, non è detto che la gente discuta pacificamente anche per strada di quell’argomento. Non chiedete “come stai” se nemmeno volete al contrario chiedere ad un americano un’opinione politica. È un tabù esattamente se alla domanda “How are you” (scambiata quindi per il nostro letterale “come stai”) si risponde con un “oggi devo fare una colonscopia, la settimana scorsa ho anche vomitato…” e via discorrendo. Se infatti salutate un americano con l’How are you e poi gli chiedete di darvi un’opinione politica, di sicuro l’angelo più dolce del cielo diventerà diavolo. È quello che successe a me e ad una collega insegnante parlando dell’ultimo faccia a faccia Obama-Romney.

L’infuriata di S.

S. è così preciso nel darti la busta paga ma anche una persona di una calma assoluta, estrema calma. Tranquillo a tal punto che se osi pensare che ti sta fregando nello stipendio a fine settimana, lui si mette a ridere e ti spiega come funziona l’intera economia per ore ed ore. Tranne quando gli chiedi di politica. Quel giorno capii la vera tempesta che si nasconde dentro ogni americano, come al personaggio di Un giorno di Ordinaria Follia

Con una collega insegnante ci esce di bocca l’indemoniato “a me Obama piace”. Tutto d’un tratto, quell’angelo diventerà sterminatore. Inizia a urlare con un musicale crescendo di tono, saltellando anche vicino agli studenti che in quel momento entrano a scuola. Sbraita quasi fino alle lacrime, ammettendo la sua passionalità per dovere di informazione a chi ne sa di meno. Noi ci scusiamo, ammettiamo la nostra ignoranza da novelli negli Stati Uniti, solo perché non siamo abituati a quel tipo di riforma sanitaria così lontana dai canoni europei. S. con la sua voce da tenore, inonda di echi tutto l’auditorium: “Voinonsapetequellochevidiconoperchéilpartitodemocraticoamericanononè quellodiunavoltaenonèverocheRomneydifendeiricchicosìcomeanche ScottBrowndifendelaclassemediaperDio!…”

Cerco di cambiare argomento: «S. ti prego, ricordi quando mi hai consigliato per il fine settimana del foliage di andare a visitare le foglie rosse degli alberi del Mohawk Trail?». Cerco di metterla sul lato della sua anima poetica. “Romneycredenelleresponsabilitàeconomicheeneibilanciappostoeoltrequello nonhatroppicrediideologicieparaocchiperchélalibertàèimportante…”. Non funziona. Cerco di metterla sullo specchio italiano, che nell’aver sentito la frase “binders full of women”,  già diventato un tormentone nella rete, in bocca a Romney mi pare di veder gli stessi riflessi di un berlusconismo maschilista. Dribblo sulle differenze ideologiche tra Europa e Stati Uniti, poi me la cavo con la scusa dell’inizio delle lezioni. Mettendola anche sullo scherzo: “Dai, S., anche a casa siamo divisi, mio fratello è di una parte ed io dall’altra, così anche mia moglie è pro Obama e suo padre un fervente cristiano pro Romney”.

Mai chiedere agli americani di politica, specie se ti salutano con un «How are you» e tu rispondi con “mi è piaciuto Obama ieri…”. Mai. Meglio parlare di malattie iniziando con un bel “come stai”.

Volevo imparare a dire “come stai” nella lingua dei Nativi Indigeni (Indiani Pellirossa è dispregiativo) se una volta ne avessi incontrato uno, e invece neanche l’ombra nemmeno quando seguii il consiglio del pacifico S. di andare sul Mohawk Trail. Il percorso dei Mohawk affonda le sue radici nell’era post glaciale, quando i popoli del NordEst non avendo né carro né cavalli crearono un passaggio per gli scambi commerciali verso il New England.

I primi coloni europei nel 1600 naturalmente usarono il passaggio dei Nativi per viaggiare tra gli insediamenti inglesi di Boston e Deerfield a quelli olandesi di New York, e commerciare i prodotti della pesca e della caccia: gli Indiani Pocumtuck, ramo del Masachusetts e della Valle del fiume del Connecticut, inviavano salmone con i Mohawk di New York e del Deerfield River. Il National Geographic Traveler ha addirittura inserito questo tragitto naturale tra le 50 rotte più panoramiche degli Stati Uniti d’America. Ma cosa resta di questo percorso?

Quando i Nativi man mano che sparivano, un po’ per le epidemie portate dai coloni europei per cui gli indigeni non erano naturalmente “vaccinati”, un po’ per le guerre  basate sugli equivoci di traduzione, tutto pian piano andava riducendosi ad una cartolina. Dove in basso sta sempre scritto «come stai? Qui tutto bene». Non ci credete quando qualcuno ve la manderà.

Lungo Old Greenfield

NON POTEVAMO NON RESTARE INDIFFERENTI. NON POTEVAMO NON DARE UNA RISPOSTA AL FAMOSO POST DI UN’AMERICANA A ROMA “LE 50 COSE CHE HO IMPARATO IN ITALIA“. Da tempo avevo raccolte le mie di considerazioni, scrutando ogni possibile scorcio di storia.

Ma per averne una visione più ampia mi sono fatto aiutare da Davida di Basilico & Ketchup, che ora vive in un bellissimo log cabin nel Western Massachusetts insieme al loro cane black labrador di nome Bella. Alcuni punti della lista delle 70 cose sono pertanto frutto della sua collaborazione. Siamo andati a trovarli questo fine settimana di foliage. Viaggiando per il Mohawk Trail. Un po’ parlando da italiani all’estero su cosa ci manca dell’Italia e cosa non ci manca. E la lista che ne segue, in risposta alla simpatica blogger americana a Roma, è innanzitutto un’autoironia di noi italiani (avvolta di mea culpa sui nostri vizi, e chi poi non ne ha?), ma al tempo stesso anche una satira reale di come si presenta il cittadino statunitense agli occhi di noi vecchi europei. Non mancano gli elogi all’essere americano, non mancano le incomprensioni sulle contraddizioni che abbiamo trovato (ma poi chi non ne ha?).

Se siete un italiano/a che viaggia in giro per gli Stati Uniti, non perdetevi le ultime mie foto sul foliage (anche se non l’ho beccato molto rosso questa volta).

Se siete un italiano alla ricerca delle piccole differenze tra ITALIA e Stati Uniti e che noterete solo vivendoci, tenetevi pronti. Via con le 70 COSE CHE NOI ITALIANI ABBIAMO IMPARATO IN U.S.A.!

1 – Non si capisce cosa ci mettano nel latte e nei derivati se anche quello “fresco” dura due settimane se non di più (allora non è più fresco).

2 – Negli Stati Uniti i cibi non scadono mai.

3 – Se sudiamo e poi ci mettiamo davanti a un ventilatore, non ci ammaliamo come in Italia: l’aria è diversa. Gli americani sanno conservare anche quella, oltre ai cibi.

4 – Sull’autobus anche se c’è spazio per passare, ti chiedono scusa perché hanno paura di soffiarti accanto il loro respiro: noi italiani non capiremo mai perché non ci si può nemmeno abbracciare.

5 – All’asilo, se sei una maestra, non puoi cambiare il pannolino da sola ma soltanto accompagnata.

6 – I germi non fanno anticorpi, ma sono come Bin Laden: vanno distrutti con ogni mezzo.

7 – L’aceto è il conservante “toccasana” in ogni porcheria in forma di salsina.

8 – Noi italiani ci sentiamo sempre come Meg Ryan nel film Harry ti presento Sally, vogliamo tutti “on the side”. Perché gli americani metterebbero salsine ovunque sui cibi, tanto da dar loro sempre lo stesso sapore: ketchup, mayo and mustard. Sarebbero capaci di chiederle anche in un ristorante gourmet.

9 – La più grande tragedia di un cittadino medio americano è quella che qualcuno gli rubi la bandiera americana appesa fuori casa (magari prima del 4 luglio, Festa dell’Indipendenza)… tanto da chiamare la polizia.

10 – Perché un italiano che ha fatto pochi studi conosce più dati storici rispetto al suo omologo medio americano? (Si veda il documentario 1001 Irans di Firouzeh Khosrovani o le interviste in questo video http://youtu.be/-VNmtkWlp40 )

11 – Nel sistema educativo americano è contemplata soprattutto la materia “Essere sicuri di se stessi”, prima ancora del conoscere la storia.

12 – Copiare in America è sacrilegio.

13 – Non puoi aprire con due mani una busta sigillata di un pacchetto di pasta o di crackers: ci vogliono le forbici della NATO.

14 – Una legge vecchia degli anni della Depressione prevede le vitamine dentro la Pasta e le farine in generale, perché gli americani muoiono ancora di fame.

15 – Le auto sono talmente grandi che ogni posto del parcheggio è il triplo della dimensione di quello italiano (effetto collaterale nel punto successivo).

16 – Gli americani non riescono a fare manovra con l’auto se non c’è abbastanza spazio di 5 metri! Chiamano la polizia.

17 – Due auto posteggiate vicine necessitano al massimo una distanza prossemica come due persone in autobus: distanti come due innamorati ormai lontani.

18 – Tutto è grande! Anche la larghezza della cartaigienica.

19 – Il servizio clienti di qualsiasi azienda è 3000 volte più efficiente e veloce al telefono di qualsiasi italiano (ma con l’effetto collaterale: vedi punto successivo)

20 – Basta chiamare solo una volta al telefono a un servizio clienti o per fare qualsiasi abbonamento cartaceo, che riceverai miriadi di offerte commerciali ad ogni ora.

21 – I ferri da stiro americani sono fatti apposta per far spendere di più in tintorie e stirerie: non si trova un ferro in grado di stirare come quelli italiani (e stavolta il design e il “bello” non c’entra niente). Basta pagare di più.

22 – Anche i maschi americani portano la “maglia della salute”: il bello è che la fanno vedere, anche se brutta.

23 – I sandali infradito, le cosiddette Flip-Flop, sono il culto pop di ogni donna americana al pari degli zoccoli di legno per le casalinghe italiane.

24 – Agli americani piacciono i calzettoni bianchi di spugna. Li metterebbero ovunque, coi sandali, le ciabatte e con l’abito.

25 – Le ciabatte nere a strisce bianche dell’Adidas che noi usiamo per andare in piscina o al mare, gli americani le usano per andare in giro. Con le calze, ovvio.

26 – I semafori americani non sanno cosa sia il pedone (questo punto si contraddice col successivo): se scatta il verde in una corsia, non è detto che sia verde anche per i pedoni sui marciapiedi che provengono dalla stessa direzione delle auto.

27 – Il pedone è sacro una volta che passa sulle striscie pedonali.

28 – Negli USA al semaforo puoi passare con il rosso (come a Napoli), ma solo se devi girare a destra.

29 – Se andate negli Stati Uniti e siete italiano o arabo, potete guardare negli occhi una donna anche se sconosciuta e salutarla per una strada deserta: se vi sorride, non vi vuole scopare. È solo per educazione. Una donna vi potrebbe sorridere anche dal benzinaio davanti al marito e non ci sarebbe niente di male.

30 – Il mal d’orecchio non è stato causato finalmente da un “colpo d’aria.”

31 – L’aria condizionata è diffusa con un getto proporzionale e non a cascata come in Italia: c’è un progetto scientifico preciso nel rendere felice l’americano nella sua battaglia contro il sudore.

32 – Ci si abitua all’aria condizionata, ma a volte pare di stare nel reparto frigo del supermercato.

33 – Ancora non è stato scientificamente provato il motivo per cui a molti italiani scatta l’istinto di dissenteria ogni qual volta si passa da 40 gradi Celsius di fuori, ai 5 gradi C. di un negozio o luogo pubblico al chiuso.

34 – Gli americani non associano il fegato alla rabbia come nel Medioevo, però non sanno nemmeno dove si trova… il fegato.

35 – Anche la “cervicale” non esiste. E per curare gli strappi muscolari alternano impacchi di caldo, freddo, caldo, freddo… (oddio, ci viene la cervicale solo a pensarci!)

36 – Noi italiani all’estero siamo felici che non abbiamo finalmente le nostre mamme che si preoccupano se usciamo col collo bagnato o che prendiamo freddo. Se usciamo con i capelli bagnati, la tramontana finalmente non esiste.

37 – Finalmente due finestre aperte non fanno “corrente che ci ammazza”.

38 – Gli americani quando hanno un’influenza intestinale bevono una bibita gassata. Gli italiani un po’ di riso in bianco con un pizzico di parmigiano e una goccia di olio d’oliva. Che eleganza!

39 – “Preservatives” non sono i Preservativi, ma i conservanti.

40 – Gli uomini hanno paura ad indossare dei pantaloni rossi.

41 – Se due uomini sono visti a mangiare fuori qualcosa insieme, sia una pizza o insieme al cinema, saranno di sicuro due gay.

42 – Il pigiama. Ancora un indumento che NON dovrebbe oltrepassare la porta d’ingresso della casa. Ma qui oltrepassano porte di supermercati (Walmart è il preferito) uffici postali, scuole, ecc…

43 – La salsa Alfredo dicono che è come quella italiana ai 4 formaggi, però con una differenza: senza i formaggi.

44 – Pensavamo noi italiani fossimo malati di riservatezza ma con gli statunitensi ci accomuna la privacy: è una brutta malattia. E gli americani ne sono malati profondamente.

45 – Sarà un retaggio culturale dell’epoca dei Cow-Boy ma agli americani piace mangiare col cappello in testa. Potendo, anche con gli occhiali da sole: in casa.

46 – Le parolacce non si dicono. Le bestemmie invece non subiscono il beep in Tv: perché fondamentalmente di Dio non ce n’è mica uno solo.

47 – Alcuni americani mangiano i ravioli senza condimento. Non in bianco, proprio senza condimento.

48 – Gli americani sono esagerati in tutto: col patriottismo, con l’aggiunta di salsine e anche con l’entusiasmo.

49 – Quando la gente ride ad una battuta e tu non sai perché, significa che non capisci l’humour americano.

50 – Gli americani ridono per ogni cosa, anche solo per educazione.

51 – La bandiera americana a stelle e striscie deve essere esposta solo di giorno, oppure di notte deve essere illuminata; non deve toccare terra (altrimenti tocca bruciarla) e non deve essere bagnata dalla pioggia (tocca sempre bruciarla); deve essere piegata quando la si mette via; quando usurata va cambiata; quando è vecchia o deve essere bruciata si deve portarla in appositi centri che provvederanno al tutto… guai buttarla nel pattume!

52 – Anche per la bandiera italiana ci sono regole simili, non così rigide, ma nessuno le ha mai sentite per il semplice fatto che non ce ne frega una mazza!

53 – La burocrazia americana ti fa spendere il tempo necessario di un battito di ciglia. La lentezza italiana qui è letteratura fantasy.

54 – In U.S.A. solo se hai un debito e sei in rosso puoi farti un mutuo, se sei in attivo in banca non vali niente. Vedi qui http://www.vivereinusa.com/2011/01/30/carte-di-credito-usa-come-funzionano-e-come-ottenerle

55 – Anche mia suocera americana ha la licenza per redigere gli unici atti “notarili” permessi nel caso della compravendita di immobili: prova ne è che in USA i notai “non esistono”.

56 – La sanità americana  alla fine è come quella privata italiana, molto efficiente: se paghi ti fanno gli esami necessari tutto e subito; con una differenza non da poco: qui se non hai un’assicurazione devi pagare il doppio rispetto che se l’avessi, se infatti ti fai male a un dito e sei assicurato puoi pagare al pronto soccorso 70 dollari, se non sei assicurato ne paghi 700 ma la compagnia assicurativa ne paga all’Ospedale molto meno.
57 – Gli Stati Uniti sono grandi e alcune considerazioni, su cosa è legale e cosa no, a volte scadono e non valgono fra Stato e Stato. Tranne sulla Sanità: esistono le classi come in India, i più poveri o meno abbienti contro chi si può permettere una buona assicurazione sanitaria e vivere sano secondo la Costituzione.

58 – Contrariamente al punto 57, il diritto per Costituzione di pursuit of happiness in Usa è preso alla lettera: non si deve soffrire manco dal dentista che ti anestetizza per quasi due giorni!

59 – In Italia un pazzo potrebbe fare una strage al cinema o in una scuola. Non in Massachusetts, ma facendo un viaggetto fuori porta verso la frontiera di qualche Stato tipo Colorado, Alabama, Virginia o Arizona, avrebbe invece la differenza di trovare le armi facilmente. Anche comprandole in una banca.

60 – Il consumatore americano è così assuefatto allo zucchero tanto da abbinare un vino dolce persino con un vitello nel piatto.

61 – Il pericolo è che anche l’acqua abbia delle calorie. (citazione del mio medico)

62 – Il cibo americano non esiste. Esistono i cibi delle tante etnie.

63 – I bambini al ristorante devono stare zitti. E lontani da altri tavoli per evitare che tirino i capelli ad estranei. (Sta scritto nei libri per genitori)

64 – Gli americani non si vantano in pubblico se compiono una furberia.

65 –  Alcuni tipi di americano medio, detti anche Horders,  non risparmiano ma collezionano ogni tipo di cianfrusaglia. L’espiazione si chiama yard-sell 

66 – Non puoi giocare ad una slot-machine davanti a un minorenne di 20 anni, nemmeno se gli dai succo di mela fingendo che non sia vino rosato novello. Però a 18 anni, anche se non puoi bere vino, è bene ti levi dalle sottane di mamma e papà cambiando casa.

67 – Un adolescente di 18 anni a Natale è costretto a brindare con succo di mela frizzante e credere che sia Prosecco.

68 – Rispettare la fila. La fila davanti a ogni cosa e per qualsiasi motivo. Noi italiani ci siamo abituati dopo millenni di paradiso perduto vissuti sgomitando nella follia da menefreghismo.

69 – In cosa noi italiani amiamo gli Stati Uniti? Perché sul posto di lavoro il tuo capo ti ringrazia e ti apprezza per quello che fai, anche se quel giorno a te sembra tu abbia fatto una cosa da niente.

70 – Gli statunitensi non hanno un buon rapporto con la morte e la malattia. Quest’ultima la si deve curare ad ogni costo: un medico non dirà mai al paziente in fin di vita che “non c’è più niente da fare”, sempre secondo il diritto a vivere felici fino alla fine. Ma se sei un vegetale, un tuo parente stretto -non potendoti vedere soffrire in quel modo-  ha il diritto però di staccarti la spina. (Giusto per finire con una contraddizione…e con una situazione tutta contraria rispetto all’Italia).

Al prossimo siparietto.

Care e cari insegnanti di Italiano all’estero,

Gentilissime Istituzioni diplomatiche in U.S.A.,

Vi invito ad aderire alla seguente petizione riguardo ai sottocitati titoli di certificazione per la didattica dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri.

L’insegnamento dell’italiano L2 a stranieri, in particolare agli adulti, richiede una preparazione specifica da parte dei docenti. Per rispondere a tali esigenze, sono stati predisposti percorsi formativi specifici dalle Università italiane.

Il Ditals dell’Università di Siena, il Cedils dell’Università di Venezia  e il Dils rilasciato dall’Università di Perugia  sono  certificazioni che valutano la preparazione teorico-pratica nel campo dell’insegnamento dell’italiano a stranieri e garantiscono un certo grado di omologazione anche al di fuori di un percorso formativo specifico. Tali titoli rilasciano una competenza pedagogico-didattica di primo livello, essenziale per l’ingresso nella professione e/o per la valutazione del servizio prestato (Per la spendibilità lavorativa e il progetto accademico di ogni certificazione, si rimanda ai sopracitati link di ogni Università).

La loro validità legale, in Italia e all’estero dipende dagli ordinamenti dei singoli Stati e delle singole istituzioni. In molti casi sono già considerati un titolo valutato per l’attribuzione di un punteggio nel reclutamento degli insegnanti o per l’attribuzione di crediti nell’ambito di un percorso formativo di area glottodidattica, ma il problema è che non sono considerati tali negli Stati Uniti d’America. La loro spendibilità accademica è ridotta pare dalla non totale equiparazione ai curriculum richiesti dagli enti scolastici statunitensi.

Scopo di questa petizione è raggiungere dunque il maggior numero delle firme a sostegno della seguente proposta: l’equiparazione delle suddette certificazioni rilasciate da tali Università italiane a quelle richieste dalle istituzioni scolastiche o accademiche degli Stati Uniti, anche alla luce di un’equivalente valutazione per l’attribuzione di crediti e/o punteggi. Siamo convinti che dando valore legale al Ditals o Cedils o il Dils, posseduto da docenti in U.S.A., sia anche una buona opportunità per i docenti italiani qui residenti. Si pensi per esempio a come molti insegnanti potrebbero fare da tester o equipararsi da formatori per il Certified Proficiency Testing come l’ACTFL o per altri programmi di certificazione di conoscenza riconosciuti dagli Stati Uniti.

Per il motivo istituzionale che comporta, questo appello è rivolto soprattutto alle Istituzioni diplomatiche italiane in U.S.A. le quali ci hanno confermato di essere alla ricerca di una soluzione al problema. (Si veda lo screenshot dello scambio di idee su Twitter con l’Ambasciatore Bisogniero). In questo post-appello, si stimola a dare comunque qualsiasi contributo: altre proposte che verranno dal corpo docente saranno bene accette.

Nel ringraziarVi del Vostro tempo, mi auguro di leggere ogni Vostro contributo (con nome, titolo e/o ente presso cui lavorate, scritti in calce al commento) il più prezioso e propositivo, chiedendo inoltre alle Istituzioni un’azione che possa rendere ancora più importante l’anno della Cultura Italiana negli States promosso dal MAE nel 2013.

Grazie.

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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Un crotonese… pecorino a New York

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

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Chi sono

FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.