Metro. Park Street. Linea Verde. Gente che si accalca gentile, in silenzio sul ritorno verso casa. Tutti con l’Ipod alle orecchie. Salgono educati, si siedono. Alcuni stanno a leggere sul Kindle. Altri magari ascoltano il suono dell’italiano sfoggiato a voce alta da due tipi fastidiosi che inondano di rumore il vagone ovattato. Magari ritornano da lavori che si protraggono oltre il tramonto, infatti sono le 10 di sera. Ed è il nostro caso. Salgo infatti con B. insegnante di Italiano in un noto istituto in città. E quei due italiani noiosi che parlano a voce alta, siamo proprio noi. Ma non ci importa se la gente in Subway sta zitta e composta e noi siamo i soliti italiani che si fanno notare. È proprio quello il bello: possiamo dire quello che pensiamo senza che nessuno capisca.

B. è siciliana, di giorno fa un master in un college e insegna pure. B. però è scontenta, anche se ha vinto la Green Card (cioè il diritto alla residenza negli Stati Uniti) alla lotteria.

B. è scontenta perché i maschi americani “non ti vengono a prendere a casa e non ti mettono il cappotto addosso quando fa freddo e per di più se gli dici di uscire ti devi far trovare in un punto lontano da casa”. Non avendo la macchina, le tocca prendere la metro e farsi un’ora per andare in un Pub e incontrarsi lì per sbronzarsi. E poi si deve pure pagare la consumazione. Perché i maschi siciliani non glielo avrebbero permesso, di pagarsi la birra. Sia mai! Ogni sera uno a turno paga per tutti, ma tendenzialmente i ragazzi tendono a pagare e a dividersi il conto tra di loro, per galanteria nei confronti delle ragazze. Le chiedo se non sia piuttosto machismo ma mi risponde che “Ovviamente noi fanciulle, lavorando anche noi e tenendo alla nostra indipendenza, con dei sotterfugi (tipo fare finta di andare in bagno e invece andare a pagare) cerchiamo di ricambiare in ogni modo”. Tento invano di farle capire che io ho vissuto per 15 anni a Firenze e le cose che lei menziona, almeno sul ritrovarsi non per forza in comitiva, funzionano esattamente l’opposto che in Sicilia. Mi chiedevo, se erano proprio loro ad essere i diversi fuori dal Continente? Però devo ammetterlo, anche se fiorentino, il maschio italiano sarebbe stato sempre più galante di un ragazzo americano impacciato, su questo dopotutto ci posso giurar sopra.

Intanto, in piedi a un metro dal nostro posto, un ciccione dalla faccia simpatica, un po’ muratore, un po’ imbianchino, è l’unico che forse si diverte del nostro vociare. È  l’unico che nasconde un sorriso tra le labbra. Perché?

Va be’, continuiamo. B. mi spiega che a Palermo stava meglio anche economicamente. Io non ci credo. Infatti poco dopo mi racconta che aveva insegnato presso alcuni corsi organizzati dalla Regione Sicilia. Uno di quei corsi pagati e finanziati forse dall’Unione Europea, dove a lavorarci sono tutti raccomandati. B. mi racconta che al colloquio di lavoro vede il proprio curriculum con sopra scritto a matita il nome del politico che la raccomandava. In quel momento si sente imbarazzata. Le spiegano che deve insegnare ai ciechi. Lei risponde che è incompetente sull’argomento. Che dovrebbe formarsi, prima di insegnare in questo settore molto delicato. E la secca risposta fu “va be’ non si preoccupi, se lei rifiuta il posto lo diamo ad un’altra incompetente”. Testuali parole. Ah va be’, dice lei, se lo dovete dare ad un’altra incompetente io il lavoro lo prendo. Dunque comincia a studiare il software per i non vedenti e per poter dar loro un’autonomia di vita. Comincia anche a registrare la propria voce in formati audio mp3 così i non vedenti possano esercitarsi a casa. Non l’avesse mai fatto! Alla riunione degli insegnanti se la mangiano: “ma come ti sei permessa, ora tutti questi ciechi ci chiedono di registrare i podcast e così dobbiamo lavorare e fare una cosa in più”.  Ma lei risponde chiedendo come altrimenti avrebbero dovuto imparare il software, se non vedono? E loro: “dai loro le fotocopie”. Le fotocopie? Ma se non vedono!  “Si, se le fanno leggere dai parenti”. Testuali parole.

Intanto quel ciccione ricciolino vicino a noi dal viso simpatico, col sorriso un po’ sornione, l’unico ad ascoltare i nostri pettegolezzi su un’Italia che perde i suoi pezzi, l’unico tra i silenziosi pendolari americani a cui forse gli piaceva sentire il suono del nostro linguaggio, continua a guardarci. Perché?

Ma B. dopo tutte le sue frustrazioni, così com’era costretta in Sicilia a sottomettersi a quell’andazzo, e ad accodarsi a quel che sembrava fosse la fine di ogni meritocrazia, arriva veramente alla fine della sua corsa.  Smanetta al cellulare freneticamente mentre il treno si ferma nella sua stazione di arrivo. Sfreccia per uscire, quasi senza salutarmi.

Io nel frattempo mi alzo per scendere alla prossima. E chi mi chiama? Lui. Dopo tutto il nostro chiacchiericcio, chi sarà? Il grigio e silenzioso individuo americano che magari l’italiano lo ha studiato e ci ha capito tutto il tempo? Il pendolare che non ne può più di quello che ha sentito, il “civilizzatore” che a un certo punto per caso vuole ribellarsi ai nostri aneddoti intrisi di galanterie d’antan e all’italiota tendenza all’incompetenza affrescati così per bene nei racconti della mia amica B.?

No, era proprio quel tipo che stava ad ascoltarci tutto il tempo. Ridendo. Era italiano, direte voi? No. Dopo tanto tempo l’ho trovato. Un sedicente italiano che l’italiano non lo conosceva.

Mi fa: “tu pppur Ittal? Quaul partt?” – Ed io: Vuoi dire quale parte, quale regione? Siamo del Sud, io Calabria e quella ragazza dalla Sicilia – “Si, purr’io da Sicccil”. Non pensavo lo incontrassi mai nella vita reale, il personaggio dell’emigrato tipico e grottesco creato dal comico Carlo Verdone nel film Bianco, rosso e Verdone. Quando lo vidi in faccia pensavo a tutto quello di cui avevamo parlato io e la mia amica B. Volevo farglielo vedere, perché parlava proprio come il personaggio del materano nel film. Ma B. era ormai lontana nella notte americana, eppur così vicina ad un’Italia che non si sa mai come definirla o comprenderla.  Chissà se lei rimarrà negli States e cosa diventerà. Ma piuttosto, dei nostri discorsi, cosa avrà capito quel figlio dell’emigrato italiano del dopoguerra che ci ascoltava? Avrà capito che l’Italia, vista da lontano al di qua dell’Oceano Atlantico, è sempre più incomprensibile, indefinibile, e pure senza merito? Secondo me non ha capito un emerito cazzo. Così come suo padre l’ha lasciata da povero del Sud, magari alla fine degli anni Cinquanta, prima che i quiz di Mike Bongiorno unificassero gli italiani. Lui è partito e non ha più riconosciuto né la propria lingua né la propria cultura, (che nel frattempo è cambiata) e giustamente ha trovato i valori dell’Individuo nord-americano. Ma sul parlare, Verdone lo aveva dipinto molto bene. Dando per scontato che nulla cambi mai, specie in un vagone della Metro alle 10 di sera, mentre due italiani parlano sull’Italia che oggi hanno lasciato. Grazie, B.