Mia suocera si è licenziata. Detta così non fa notizia. Se dico che mia suocera si è licenziata dal suo posto di lavoro pubblico, forse inizierete ad aguzzare le orecchie e ad aprire gli occhi per la curiosità. Ma se vi dico ancora che mia suocera, cittadina americana, si è licenziata da un ente pubblico dopo 30 anni di onorato servizio, senza il diritto almeno del 80% della pensione ma solo del 40% di quanto prendeva mensilmente, sicuramente darete la colpa al ministro Fornero. No, questa invece non è l’Italia, sono gli Stati Uniti d’America e la Fornero non sanno chi sia. Mia suocera avrebbe dovuto aspettare altri 10 anni di lavoro per avere come pensione almeno il 60% del suo stipendio attuale. Ma non ha aspettato, perché? Perché preferisce vivere bene e in salute: “c’è gente giovane che muore domani ed io non voglio marcire in quel posto altri 10 anni a lavorare con degli inetti”, questa è stata una tra le sue dichiarazioni a caldo. Alzino la mano gli italiani che invece sarebbero stati altri 10 anni “in quel posto pubblico” pur di avere maggiori diritti pensionistici? Anche arrabbiandosi il fegato. Lei, invece, ha preferito cercare un altro lavoro, all’onorata età di oltre 50 anni (per onestà e galanteria non dico quanti di preciso). Strafregandosene se in età lavorativa un po’ avanzata potesse trovarne uno, si è rimboccata le maniche e ha detto basta ai fannulloni del suo ufficio.

Fa il paio su quanto avevo detto in questo podcast di 3 minuti su di un SELF MADE MAN, una storia di un altro americano, fra i tanti, che si licenziano per fare altro nella vita.

Per gli scrupoli della fantasia, che a Pirandello venivano quando gli accadevano reali inverosimiglianze nella vita dopo averne scritto il romanzo (e che, senza saperlo, la vita copia dall’arte), questo invece quanto avevo già scritto sul settimanale IlFuturistaOnline il 23 ottobre 2011

Da quando vivo a Boston, noto pian piano piccole differenze. Leggevo il New York Times, in una tranquilla giornata di sole all’ombra di rossi aceri in pieno foliage. Mi rapisce subito una storia. Questa http://www.nytimes.com/2009/06/28/jobs/28pre.html Una signora che dopo tanti anni di lavoro a Wall Street si era rotta i maroni ed insieme ad un’amica decide di comprare una gelateria per mettersi in proprio. Mi fermo a pensare guardando i passanti bostoniani, i quali, non abituati alla lentezza e agli sguardi curiosi lì per lì qualcuno mi scambia per un europeo stravagante. E più osservavo nel vuoto, più provavo a vederla da un altro punto di vista: se la dinamica donna americana fosse vissuta in Italia, a quest’ora avrebbe piantato radici nell’ufficio finanziario e avrebbe sicuramente aspirato alla pensione. Anzi, con la crisi si sarebbe rivolta ai sindacati, e poi la richiesta della messa in mobilità e cassa integrazione… sarebbe scesa in piazza a protestare, rilasciato qualche intervista ad AnnoZero e avrebbe pianto il suo dramma davanti a politici vari con il solito slogan “il lavoro è un nostro diritto” (di chi poi non lo sia).

Invece la “non bella ma flessibile donna”, pianta baracca e burattini andandosene da quella banca d’affari per ributtarsi nel calderone e vendere gelati.

Non dico che le nostre proteste italiane non abbiano ragioni, ma di sicuro non ne servono troppe. In primis gli scioperi. Basta svegliarsi e guardare meno TV: osservare meglio la gente, fidarsi…e capire la differenza tra un buon gelato e un lavoro che non ti da soddisfazioni.

AL PROSSIMO SIPARIETTO!