Cosa c’è in una faccia? Generalmente ci vediamo dentro una finestra sull’intera vita, così tanto da leggerne le emozioni dalle espressioni. Un progetto lanciato lo scorso anno dall’Aeroporto Logan di Boston ha monitorato la sicurezza personale dei passeggeri convertendola dalle scannerizzazioni dei loro movimenti facciali per emozioni sospette. Alcune aziende scientifiche stanno sviluppando modi di giudicare automaticamente l’umore di una persona in parte osservando il movimento dei muscoli del volto. Molti specialisti sono convinti che alcune espressioni di sentimento siano basilari, automatiche, universali. Tristezza, felicità, rabbia e disgusto sono comuni a tutti gli umani. Ma un nutrito numero di psicologi ha da molto confutato questa teoria perché sovrasemplifica come la gente si esprima e come percepisce le emozioni. Il contesto e le conseguenze della cultura, su come ci interpretiamo attraverso le espressioni facciali, hanno il loro peso in quanto le produciamo in un modo illeggibile e poco chiaro.

Nel 1872 ne “Le espressioni delle emozioni nell’uomo e negli animali” Charles Darwin propose che ogni espressione del viso fosse universalmente riconosciuta come una cosa a sé stante, più come una risposta ad un predatore ed eventualmente sviluppatesi dentro di noi come un’abitudine associata all’emozione. Poi negli anni 60 e 70 del secolo scorso psicologi come Paul Ekman lanciarono una nuova ondata di interesse nell’origine dell’evoluzione e nelle espressioni facciali. Esse potevano derivare molto di più da una causa biologica di quanto uno non si accorgesse.

La gente in pratica interpreta le espressioni in modo differente a seconda dalla situazione: il linguaggio del corpo, la familiarità con una persona e le cose che gli stanno attorno. Molte ricerche hanno dimostrato che il linguaggio e il vocabolario influenzano la percezione delle emozioni delle persone. Altri hanno trovato differenze culturali in come la gente interpreta le espressioni facciali degli altri.

In un film possiamo percepire e leggere il sentimento di un viso impassibile di un attore, ma ci aiuta molto di più la scena, le luci, la musica.

 

Mi sono interessato al linguaggio del corpo da quando ho iniziato i miei studi di teatro. Ma più andavo sul palco, e più capivo che fingere non era recitare ma solo mimare una convenzione di gesti: solo lasciandomi andare mi sono liberato successivamente di quella gabbia che il nostro corpo si crea attaverso i tabù.

Così ho compreso che spesso gli equivoci tra due popoli vengono creati proprio dai movimenti del corpo che ognuno a suo modo giudica sbagliati.

I giapponesi per esempio ignorano la stretta di mano e s’inchinano al saluto. Gli americani odiano quei silenzi che mettano a disagio e si rifugiano negli small talks, ma per l’uomo orientale il silenzio è importante per mostrare rispetto alle parole altrui, non solo inoltre guardano in basso quando l’altro parla ma non piace essere toccati in pubblico con una bella pacca sulle spalle occidentale.

Annuire non vuol dire essere d’accordo: per i giapponesi è mostrare di ascoltare l’altro, se sorridono non è per contenteza ma imbarazzo per la rudezza altrui. E dire di No direttamente è considerato rude: solo un Si indiretto è un vero No. L’americano invece pensa che l’uomo orientale nasconda qualcosa se evita lo sguardo.

 

Al prossimo siparietto!