C’era un film in cui i napoletani non lavoravano mai. L’unico giorno in cui riuscivano a trovar lavoro era il giorno del 1° maggio, festa del lavoro, al concerto musicale romano. Quel film però è una realtà italiana, non un surrealismo regionale.
Ci sono molti cerchi continui nelle storie a cui assistiamo. E non sono film comici.  L’invio dei curriculum e i colloqui sono la più bella ispirazione per chi vuole scriverci uno show. Per esempio: se non conosci l’inglese, non puoi comunicare. Se non sai comunicare non puoi essere assunto in un ufficio. Se non ti assumono in un ufficio non potrai mai dimostrare esperienza. Se non hai esperienza, cazzi tuoi!

Io che non lavoro e cerco ogni giorno instancabilmente anche un buco precario, ho casa per conto mio e vivo da solo. C’è chi ne guadagna uno stipendio di 1000 o 2000 euro ma ancora si tiene stretto alla gonnella di “mammà”.

Il ministro della pubblica amministrazione vuole fare una legge contro i bamboccioni, i mammoni, ma ammette che lui a 30 anni non si sapeva ancora rifare il letto da solo. Ecco, sono i cicli di una trama che non capiamo.

Questi paradossi sono catene che non hanno fine. Da dove ricominciare? Dove iniziano allora gli sbagli della nostra generazione?

C’era un film in cui molti laureati lavoravano fuori città solo per pagarsi l’affitto, e accettavano ogni tipo di lavoro da “grazie per averci scelto, e in cosa posso aiutarla?”. Poi la trama volgeva nel ridicolo: fare la lavatrice, scottarci le mani in cucina… cose così. Poi tornavano a casa, come un vero happy end americano. Ma questo film non l’ho mai visto. Siamo una generazione che racconta il cane che si morde la coda di quando si affaccia dalla finestra tutti i giorni. Ma fuori dalla finestra ancora non riesce a buttarsi, perché non trova lavoro. Vorrebbe solo saltare e fuggire di casa, alzare i tacchi per creare regole diverse. Avete soluzioni?