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La mattina, quando mi sveglio, di solito tanto per cominciare mi faccio un’oretta di sonno almeno fino alle 9. E’ per questo che forse sto bene in salute. Tranne che da un po’ di tempo ho sempre sete di notte. Sarà un principio di diabete o di ipertensione? Consigli su internet ce ne sono tanti e tutti molto comici: lavarsi i denti, bere molto, fare movimento, mangiare meno salato… cose così insomma, tipo come dire “se non fosse morto sarebbe ancora in vita“. Tant’è che mi sono deciso a prenotarmi gli esami del sangue e chiedere al medico: il che passeranno almeno due settimane, tra visita dal medico curante, richiesta prenotazione e rinnovo della tessera sanitaria presso un ufficio dell’azienda sanitaria. Il cui ufficio è aperto solo martedì giovedì e venerdì dalle 8 alle 12, che volete!? Anche loro hanno diritto almeno il lunedì ad alzarsi tardi come me e iniziare la settimana con almeno un’oretta di sonno in più. La mattina è bella insomma da viverla, perché porta salute. Anche quando aspetti una posta raccomandata che ti dia una buona notizia: oggi, infatti, a concludere la settimana lavorativa (mi scusino i disoccupati precari come me per la bestemmia “lavorativa”), il campanello ha suonato due volte. Chi era secondo voi? Il mio vicino che rompe perché gli penetra l’acqua nel suo magazzino dal mio cortile? No, se suona due volte sarà il postino. Vai! Sarà una buona notizia che aspetto da un concorso, si vinceranno dei soldi. E invece era una raccomandata di una vecchia rateizzazione Equitalia per multe non pagate 10 anni fa. 800 euro in 7 comode rate. Era meglio tornare a letto e farsi un’ora di sonno in più.

Devo passare all’azione per non cadere in depressione. Mi riguardo tutte le interviste rilasciate da Brunetta, il ministro anti-fannulloni della Pubblica Amministrazione, ai giovani precari in TV. Sono spassose, non so se le avete mai viste: consiglia loro ogni volta di fare gavetta come ha fatto lui, sorridendo, e di andar via di casa presto (anche se a 30 anni, lo ha ammesso lui, non sapeva ancora rifarsi il letto); oppure passo a rileggermi la lettera che Celli, Preside della Luiss – Università della Confindustria, ed ex presidente della RAI, scrisse al figlio dal Corriere della Sera (a quanto pare non comunicano in casa): “figlio mio vattene dall’Italia…” , non fare come me, l’Italia è un paese di raccomandati, diceva pressapoco così. Tranne che poi Montezemolo gli ha detto di fare di più il serio.

Non funziona questa terapia.

Poi leggo il comunicato stampa di una mostra “Diario di una bambola” che fa “…attraverso il colto sguardo della fotografa, il dramma dell’esistenza si fa estetico, come trappole di bellezza capaci di risucchiare pensieri d’amore…”. Apro la foto in allegato e vedo un pupazzo immortalato in chiaroscuro. Ci sono! Se rovisto nel mio garage, forse posso concedermi anche un Vernissage esponendo i miei giocattoli da bambino  e intitolare la mostra “Memoria di un gadget Juventino sciatore – drammatica inchiesta sull’alienazione del diverso”, oppure “Confessioni di un fucile regalato alla Befana – icastico reportage sull’insicurezza dell’eroe postmoderno”. Uhm…No, eh?

Mi tuffo poi nella rete dove impazza un video in cui la discografia spiega quanto sia importante la discografia e come la crisi sia da imputare ai fottuti pirati cibernetici. Poi mi chiedo: Cara Discografia! Basta con queste stronzate, muori almeno con dignità! Abbassa la tassa di lusso sui dischi e poi vedi. Non dipende da te? Ma incolpare Internet per la tua agonia è come accusare la corrente elettrica per la scomparsa delle lampade a olio di balena! La tua fine venne predetta 20 anni fa e per giunta accanirsi contro la pirateria è come se il capitano del Titanic, prima di andare giù, avesse esortato “Fanculo, affondiamo. Tutta colpa di quest’acqua di merda”.

L’avevo detto! Era meglio restare a letto a dormire.

Era meglio restare a letto ad ascoltare Lui, il campione dell’ovvietà. I consigli del narcisista televisivo e sessista nonché critico d’arte Vittorio Sgarbi, intervistato da me e da altri sul tema della crisi. La sua soluzione è… “non cambiarsi le mutande!” Intervistato a un salone del Gusto. Il che è tutto un dire!

ASCOLTA 55 SECONDI DI QUESTA PERLA

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C’era un film in cui i napoletani non lavoravano mai. L’unico giorno in cui riuscivano a trovar lavoro era il giorno del 1° maggio, festa del lavoro, al concerto musicale romano. Quel film però è una realtà italiana, non un surrealismo regionale.
Ci sono molti cerchi continui nelle storie a cui assistiamo. E non sono film comici.  L’invio dei curriculum e i colloqui sono la più bella ispirazione per chi vuole scriverci uno show. Per esempio: se non conosci l’inglese, non puoi comunicare. Se non sai comunicare non puoi essere assunto in un ufficio. Se non ti assumono in un ufficio non potrai mai dimostrare esperienza. Se non hai esperienza, cazzi tuoi!

Io che non lavoro e cerco ogni giorno instancabilmente anche un buco precario, ho casa per conto mio e vivo da solo. C’è chi ne guadagna uno stipendio di 1000 o 2000 euro ma ancora si tiene stretto alla gonnella di “mammà”.

Il ministro della pubblica amministrazione vuole fare una legge contro i bamboccioni, i mammoni, ma ammette che lui a 30 anni non si sapeva ancora rifare il letto da solo. Ecco, sono i cicli di una trama che non capiamo.

Questi paradossi sono catene che non hanno fine. Da dove ricominciare? Dove iniziano allora gli sbagli della nostra generazione?

C’era un film in cui molti laureati lavoravano fuori città solo per pagarsi l’affitto, e accettavano ogni tipo di lavoro da “grazie per averci scelto, e in cosa posso aiutarla?”. Poi la trama volgeva nel ridicolo: fare la lavatrice, scottarci le mani in cucina… cose così. Poi tornavano a casa, come un vero happy end americano. Ma questo film non l’ho mai visto. Siamo una generazione che racconta il cane che si morde la coda di quando si affaccia dalla finestra tutti i giorni. Ma fuori dalla finestra ancora non riesce a buttarsi, perché non trova lavoro. Vorrebbe solo saltare e fuggire di casa, alzare i tacchi per creare regole diverse. Avete soluzioni?

Firenze sta per accogliere l’arrivo del Tram. (IN QUESTO LINK, LE MISURE DEL TRAM) Dopo credo 50 anni che erano stati eliminati dal centro storico. Ma un’altra occasione sprecata è in arrivo. Firenze era la prima capitale d’Italia durante il processo di unificazione, 150 anni fa. Ma è per questo che rimase capitale per solo pochissimo tempo? Avevano capito che il carattere e la mentalità non era europea? La mia provocazione è questa. Come un’occasione mancata quella di non essere una vera capitale europea, così la possibilità di salire con le biciclette da un capolinea lontano e fuori città.
In Germania hanno il nostro stesso spazio nel tram. Eppure sanno come riscaldarsi e sanno come essere una città vivibile.

bici dentro il tram

PERCHE’ NOI NON POSSIAMO? O FORSE NON VOGLIAMO? EPPURE … SI PUO’. Qualcuno ha anche detto che … WE CAN!

Bah! A quanto pare … “un si pole”!

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Personaggi teatrali

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FILOTTETE MANFREDI. Blogger, Attore teatrale, Calabrese, come se la terza fosse una professione. Ho vissuto per 15 anni anche a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e raccontando le news in radio: coltivando però la mia dote preferita, quella della curiosità. Poi a Boston, MA ho insegnato italiano alla Societa' Dante Alighieri, ho fatto il traduttore, la guida turistica e l'actor/performer della Commedia dell'Arte. Ho curato inoltre un podcast per l'Ufficio Scolastico del Consolato Generale d'Italia "Tutti in Classe". Nella stagione 2014 ho avviato l'esperimento comico nel programma radio L'ITALIA CHIAMO' su http://litaliachiamo.wordpress.com per poi da settembre a dicembre 2014 nel progetto radio televisivo www.litaliachiamo.com. Dalla fine del 2015 vivo a New York. Dopo tutto questo, essendo figlio e fratello di una sarta, sto cercando di ritagliare il tempo per tessere il mio primo libro di racconti.