UN NUOVO 25 APRILE DI PACIFICAZIONE

Sono quelle piccole cose la cui presenza si rivela nell’assenza: il calduccio, la poltrona, il giornale, il notiziario, il bidet, la scarpa comoda, il sapone, il buon bicchiere di quello buono. E le mutande pulite. Le dolci abitudini. A questo non si è preparati quando muore un bimbo e l’altro no. Crolla una casa e l’altra no, magari il giorno dopo. Questa è la livella. Come distinguere ora tra un fotogramma che sembra Gaza e invece è Onna, tra un italiano che sembra un moldavo, un macedone, uno zingaro, un clandestino, un ultimo della terra sulla nuda terra? Pigiami lerci e mani nude sono l’avanguardia di un’esplosione di vita ed è per questo che i poveri sono in vantaggio. Partono dall’assenza delle mille piccole cose che fanno l’abitudine del benessere diffuso. In un dolore così grande si ribaltano i ruoli sociali. Pastori, manovali, braccianti, immigrati e ragazzi assumono, naturaliter, i ruoli di un’élite spontanea fatta di vigore e forza. L’agilità di movimento prevale sulla stanca e cinica autorità intellettuale. I professionisti e gli agiati cedono il passo ed è il carisma immediato di chi sa risolvere i problemi che fa la differenza e la legge. Non si distinguono gli affamati di ieri e quelli messi a digiuno oggi. (Pietrangelo Buttafuoco)

La California e il Giappone sanno che verranno colpiti da un grande terremoto nel corso dei prossimi trent’anni, ma hanno fatto il possibile per ridurne le conseguenze. Anche noi sappiamo che la terra continua a tremare sotto di noi, che il Vesuvio non è spento, che i torrenti dell’Appennino possono diventare spaventose macchine da guerra, che i nostri boschi sono male custoditi e governati, che Venezia è esposta a rischi mortali. Ma ora è il tempo che l’impresario teatrale ceda il passo all’imprenditore: che la nostra arte del pensare sui tempi lungi non è stata mai il nostro forte si sapeva, per questo è l’ora che il Presidente del Consiglio debba essere generoso ma anche pratico come tutti gli italiani. (Sergio Romano)

Come la primavera è il pressapoco dell’Estate e Bergamo è il pressapoco di Milano, in Italia dovremmo evitare di essere il paese delle leggi pressapoco. Dodici giorni ci metterebbe lo Stato, secondo il piano d’evacuazione studiato, a portare in salvo tutta la gente che vive sotto il Vesuvio (che prima o poi sarà una seconda Pompei, non pressappoco). C’è un’emergenza in Italia: uscire dall’emergenza. Sappiamo che è un territorio a rischio idrogeologico per frane e quant’altro ma abbiamo bisogno della date catenaccio che ci mettano il fiato al culo. Anche nel calcio diamo il meglio quando rischiamo l’eliminazione. Per essere poi costretti a rispettare i tempi. Troppo facile fare il ponte di Messina. Ma l’Italia deve mettersi alla prova, deve credere in se stessa e scavalcare lo Stretto. (Pressappoco Gian Antonio Stella)

Come sono capaci di distruggere una persona con un trafiletto o farne Dio con un titolo! Giuliani, il “tecnico di laboratorio” che dice di aver previsto il tremendo terremoto, sarà un uomo distrutto dai media, rovinato dalla sua reputazione, denigrato dai suoi stessi colleghi. Lo snobismo dei media saranno pronti a coglierlo in fallo per ogni frase e sarà fatto a pezzi anche dalla comunità scientifica. I giornali devono fare un articolo tutti i giorni, preferibilmente scioccante e originale, mentre gli scienziati hanno bisogno di più tempo per esprimersi sulla bontà o meno della macchina inventata da Giuliani. Ma lui non deve per sua sopravvivenza rilasciare più interviste. Non deve presentare il suo aggeggio per la rilevazione del gas radon se non a scienziati in grado di capire ciò di cui sta parlando. Deve attendere in silenzio i risultati delle analisi e accettare le critiche senza fare la vittima. Se dovesse rilevare un nuovo allarme sisma ne parli solo con chi è preposto alla sicurezza dei cittadini. E non faccia il classico errore dei neofiti pensando che la cosa più importante sia l’approvazione dei giornali. La ragione gliela deve dare il consesso scientifico, non un foglio di carta inchiostrata. Se nessuno certifica l’utilità delle sue ricerche, o perché non si potevano spostare migliaia di persone da un posto all’altro vista la non precisa indicazione del luogo, si accontenti di aver fatto tutto quello che ha fatto in buona fede. Perché se è in malafede sarò io il primo a farlo a pezzi. (Marco Cobianchi su Epolis)

I segugi di Santoro sono andati in giro tra le tende degli accampati. La tesi era che bisognava comunque attaccare la Protezione Civile, i vigili del Fuoco, la comunità scientifica che non ha dato retta a Giuliani, gli amministratori locali, il ponte sullo stretto, Berlusconi, il governo. Il giornalismo per lui funziona così: ha intervistato una signora che si lamentava di un ritardo di un paio d’ore dei soccorsi, un signore che diceva di aver freddo, di un altro ancora che cercava riparo in tende non ancora montate, una studentessa che preoccupata aveva lasciato l’Abruzzo per tempo, un medico che denunciava la mancanza di bottigliette d’acqua nel suo reparto. Devastazione organizzativa, per Santoro. Se un dottore chiede aiuto per la mancanza di qualcosa significa il fallimento dei soccorsi, l’impreparazione della Protezione Civile, lo sfascio. Ma la sua zizzania sull’impegno insonne dei volontari lui la spaccia per libertà d’informazione. Esistono gli abusi edilizi, ma forse anche gli abusi di libertà. (Aldo Grasso)

L’Expo di Milano alla Ndrangheta; il dopo ricostruzione de L’Aquila, alla Camorra. Sabbia di mare per gli edifici crollati. 400 sismologi precari rischiano il rinnovo del contratto di lavoro. Mentre la stampa straniera, dedita al culto di Onan nelle loro redazioni fumose (in quanto senza legge Sirchia) invece di rinchiudersi il fine settimana a leggere un buon libro di storia italiana contemporanea e a consultare mozioni e dibattiti di congressi politici degli ultimi 20 anni, la stampa straniera dicevo, come  sempre, non capisce ora la frase “fine settimana in campeggio” e arma lo scandalo: così da far dire ai politici stranieri che siamo fascisti (fa sempre comodo dirlo), mandolinari e arlecchini. Non capisce in realtà il sorriso bonario di un mecenate che ha tutto da guadagnarci con la sua faccia politica. Les Berlusconneries, le chiamano. Qui è abitudine all’allegria. Quando siamo nella merda.

(Pressappoco, Io)