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OVVERO, IL FASCINO DISCRETO DELL’ITALIANATA MEDIA.

Qual è la differenza tra genio e americanata? A Boston esiste il Museo del Tea party. Voi vi immaginerete un museo statico, fatto di statue e dipinti e didascalie come un italiano è abituato a vederli in un museo. Niente di tutto questo. Solo dinamici attori che recitano invece il ruolo degli eroi nazionali, in inglese antico, nella ricostruzione di quella notte quando un gruppo di patrioti si ribellò all’aumento delle tasse sul the. E poi quadri che si animano proiettati da ologrammi, per finire in una messa in scena che coinvolge gli spettatori: saranno loro stessi ad essere i patrioti con tanto di targhetta del personaggio assegnato all’entrata e a buttare in mare finte casse di the da un battello ricostruito per l’occasione. Guardare nel video del link per capire cosa dico.

Li ammiro. Saranno disneyani. Ma questo è dare un valore a quel poco che si ha. Diversamente dalla immensa mole di materiale che l’Italia ha nei magazzini sepolti dei musei, dove opere d’arte giacciono senza nemmeno avere il pregio di essere esposte.

C’è comunque una sottile differenza tra questo tipo di genialità e l’eccesivo. L’americanata. Un vocabolo tutto italiano che sta a significare qualsiasi cosa esagerata, sgargiante, pacchiana, pomposa, vistosa, o solo di cattivo gusto e a volte falsa come gli innumerevoli spot pubblicitari nei quali spesso, lo ammetto (chiedere a mia moglie), ci casco come l’americano che compra la fontana di Trevi da Totò. Si possono enumerare come quella di mangiare in pubblico o in piedi, o seduti sul divano e non a tavola, o come i festival religiosi italoamericani dei Santi Patroni con i soldi attaccati alla statua, la “Coolatta” da Starbucks e tutti i marchi falsi venduti come italiani. Anche perché in Italiano la pronuncia culatta vuol dire un’altra cosa. Così come i nostri idiotismi nella lingua italiana non mancano quando vogliamo dire una cosa in inglese per sembrare più fighi (stavo per dire cool). Ne avevo parlato ne LE PAROLE SONO IMPORTANTI, nel link precedente. E ne ha parlato anche il blogger Marratzu qui.

Quello che invece un blogger americano ha spiegato è stato invece proprio il concetto dell’americanata che agli americani ancora viene nascosto. Possiamo essere d’accordo o no su quello che dice. Ne fa una lista abbastanza di parte, nel link.

Così ho pensato a farne io una lista di americanate, dal mio punto di vista. Mi è capitato infatti un articolo sull’inserto culturale del Boston Globe e parlava di un certo Dominique Ansel, Chef Pasticciere di Manhattan, che ha preso la pasta per i croissants, ne ha dato la forma di una ciambella tipo graffa, qui si chiamano doughnut (si legge DONAT), e l’ha messa a friggere, riempita con crema tahitiana alla vaniglia. Ma lo ha chiamato il cronut (ibrido linguistico misto tra croissant-doughnut). Questa è una.

Ne seguono tante altre, seguite dalla mania americana di mescolare anche le parole che risale al ventesimo secolo, quando venne coniato il brunch metà breakfast e metà lunch dove si poteva usare una spork (metà spoon, cucchiaio, e metà fork, forchetta) e fare una guesstimate (stima sul numero dei guess, ospiti) per un ginormous (un po’ giant, gigante, ed enorme circa il numero di partecipanti). Anni dopo arrivò il webinar, l’advertorial, chillax (chill out e relax), dopo l’ovvio cheeseburger che risale al 1920. Hamburger per fortuna non deriva da Ham, prosciutto cotto, e borgo, ma dalla città tedesca Amburgo. Oggi nella catena di caffetterie di Starbucks fioccano anche i frappuccino (frappé + cappuccino).

È nota l’esuberanza del palato americano, quella anche di abbinare in un’insalata la pesca e il pomodoro con balsamico e formaggio.. non coscienti che la pesca è già acida come anche il pomodoro, diversamente dall’abbinamento tra melone e prosciutto (solo due ingredienti, tra l’altro e non cinque). E’ noto lo schifoso metà gelato e metà bibita gassata, l’IceCreamSoda.

Senza contare il “turducken”, un turkey (tacchino) ripieno di duck (anatra) a sua volta ripiena di chicken (pollo), servito anche a Thanksgiving, la festa del ringraziamento, che nella serie TV “The Big Bang Theory” la madre di Howard festeggia servendo del “turbriskafil”, una somma di turkey + brisket (punta di petto) + gelfite fish (pesce di tipo Yiddish). E la torta a tre strati di ciliegie, zucca e mele? Quale gusto se ne indovinerà via via sul palato?

E voi? Quante americanate conoscete?

Si contano anche le “italianate”, eh!

Vignetta americanate

Il museo del Tea Party

Il museo del Tea Party e Sud di Boston, dal 17esimo piano del Consolato Italiano

Quando ero piccolo in Calabria i genitori mi dicevano “mangia mangia…che ti fai grande”. Una volta un po’ più grande poi hanno smesso nel ripetermelo, stravolgendo addirittura la raccomandazione precedente : “ma quando la smetti di mangiare così tanto?”. Non è successo solo a me, ma dagli aneddoti di molti italoamericani ne ricavo che anche i nostri avi, spinti dalla paura della fame, invitavano i figli ad approfittare del ben di dio sulla tavola; ma una volta poi diventati grassi si pentivano del comandamento dato quand’erano piccoli per rivolgergli un “ma basta mangiare, non vedi quanto sei grasso?”.

Più o meno il vizio si ripete quando la gente non ti vede da molto tempo e ti dice “ma come sei ingrassato” o “ma che tribunale che hai fatto, quando smaltisci quella pancia?”. Se fossi magro mi direbbero invece “ma tua moglie non ti fa mangiare?”.

Gli italiani, si sa, non hanno VIE DI MEZZO nel dire le cose. Ogni volta che dico a un americano che un italiano gli direbbe in faccia quanto è grasso, è per farlo spaventare della crudeltà e della sfacciataggine dell’italiano medio. Magari ci penserebbe due volte nel tornarci in vacanza. È quello che succederà a me ora che torno per Natale. Purtroppo.

Devo dire la verità, qui nella parte est degli Stati Uniti non vedo molti obesi. È l’area più universitaria, intellettuale, quasi newyorkese e snob che spinge la gente a stare attenta alla linea, amante dello sport e curiosa del cibo proveniente da mercatini locali.

Perciò cari parenti e amici, la mia linea è sempre uguale…peso lo stesso di prima. Ma sarete abili nel vedermi diverso, lo so. Mi darete dell’americano, anche se non mi strafogo di hamburger come credete nei films. E se amate nutrirvi di preconcetti… se volete veramente vederli… leggete invece di quando ho parlato degli stereotipi che vi arrivano con i films (in questo link); quei luoghicomuni come potenti ministeri occulti della cultura pop americana.

Se volete venirmi a visitare, vi porterò invece a mangiare qui (in questo link). Ma la lista dei posti dove si mangia bene non è ancora esaustiva… State sintonizzati perché presto pubblicherò altri podcast in giro per fattorie e mercatini, fotografando una Boston turistica e non solo raccontata in episodi di 7 minuti.

Se volete sapere come funziona la Sanità, in modo positivo, leggete questo mio post pubblicato appena arrivato negli States, l’anno scorso.

Se volete saperne i risvolti negativi, leggete quanto ha scritto una blogger traduttrice italiana in trasferta a San Francisco.

Se volete non confondermi con un italo americano che non parla l’italiano, leggete come la pensavano i siciliani del 1821 in questo reperto trovato nel Kentucky.

Se volete leggere un piccolo aneddoto di una siciliana moderna…nella metro… potete sganasciarvi se ancora non lo avete fatto.

Gli italo americani poi meritano un capitolo a parte. Alcuni amici pensano che io un giorno me ne uscirò a parlare come gli italoamericani che inventano la VIA DI MEZZO né dialetto né inglese. I nonni degli italoamericani di oggi, l’italiano non solo non lo sapevano (essendo emigrati prima dell’Unità d’Italia e prima che Mike Bongiorno la unificasse con i quiz), ma imposero ai figli l’inglese per non essere soggetti a razzismo. Si veda la scena de Gli Intoccabili quando Sean Connery vuole sapere il vero nome del poliziotto (recitato da Andy Garcia) John Stone. Quel povero gli confesserà “mi chiamo Giovanni Petri”.

Cliccate qui (anche per chi non ha facebook) se volete vedere l’America che vedo ogni giorno con i suoi colori. E anche quella degli aneddoti fatti di scorci.

A proposito di aneddoti, questa ve la devo raccontare. A mia suocera, che dopo essere andata in pensione per scelta con meno dello stipendio di quanto prendeva (nel link altro piccolo raccontino sulle pensioni americane), ieri è successa una cosa. È andata a fare spese con sua sorella, poverina, non molto magra (si noti l’eufemismo). “Ti regalo 100$ per Natale per comprati qualcosa”, le dice. Ne spendono alla fine 329. Pagano. Ma una volta che si avvicinano alla porta per uscire, la commessa le ferma e sfodera uno di quegli slogan americanazzi “volete che oggi il nostro negozio faccia diventare i vostri sogni una realtà?”. Mia suocera che, anche se americana, non è scema: “si va be’, cosa vuoi?”. Incredula e quasi scocciata segue la tipa alla cassa. In pratica il negozio ogni giorno sceglie a caso una persona per regalargli l’intero shopping. Spesa gratis. Mia suocera rimane senza parole. Le danno indietro 329 dollari di spesa, così sull’unghia. Vestiti gratis.

Ecco, in poche parole questo è il marketing degli americani i quali stanno molto attenti a non dire a qualcuno “questo vestito non le sta perché ha messo qualche chilo in più”. Qui le VIE NON SONO DI MEZZO, si chiamano marketing diretto.

In compenso si lamentano quando il cibo americano non è così locale quanto vorrebbero. Anche loro litigano con le VIE DI MEZZO, come gli italiani alla fine.

Old State House

Old State House

 

Il mio articolo che segue in corsivo è apparso l’anno scorso prima di Natale sul sito del magazine IlFuturista. È impressionante quanto è ancora attuale dopo un anno, in fatto di cibo. Poi si dice che in America le cose cambiano presto. Altroché vie di mezzo!

Negli Stati Uniti la percentuale di persone obese e sovrappeso è elevata, il tumore al colon-retto è la seconda causa di tumore per cancro. Non è male come inizio di questo post. Questo sta succedendo però anche ai figli italiani, con le loro mamme indaffarate e distratte. In realtà tutti quanti mi chiedono come si mangia nel paese cosiddetto delle opportunità e dell’american dream: io rispondo sempre che puoi trovare di tutto, potendo scegliere tra moltissime etnie, ma solo sei educato, istruito e benestante puoi capire l’importanza del cibo. Se sei povero, ti conviene ingrassare. Se vuoi mangiare sano, devi fare lo snob, lo chic, il foodie, lo schizzinoso: scegliere gli alimenti organici e biologici.

Dove il Fondo mondiale per la ricerca sconsiglia supplementi di vitamine o minerali, negli States invece vanno matti a rimpizzarsi di pillole: tanto che per legge la pasta prodotta in USA deve avere in aggiunta vitamine e minerali quanto quella integrale ne ha già all’origine.

Quando mi offrono del vino alle 5 del pomeriggio pensando di farmi cosa gradita, visto che fa chic un italiano che parli loro del vino, li sconvolgo rispondendo che non sono un alcolizzato e che noi italiani il vino lo beviamo solo ai pasti. Anche se negli Stati Uniti il nettare degli dei lo si sta riscoprendo nei consumi di massa.

Negli Stati Uniti la digestione poi è un tabù: in una puntata di Big Bang Theory, quel telefilm sui ricercatori secchioni, un amico parla al suo coinquilino del colon, e di come digerisce: la faccia dell’altro è a dir poco scandalizzata. Scatta la risata della sitcom: per loro è una battuta. Noi italiani invece ci divertiamo a parlare dei rumori dello stomaco, di come trattiamo il fegato e di quante volte andiamo al bagno contenti. Ci fa star sereni e riappacificati con la coscienza.

Una risposta alla domanda sulla differenza culinaria e salutare sono le porzioni. Per chiedere un gelato di misura normale secondo i miei canoni di italiano devo scegliere sempre quello per bambini, perché la misura grande è veramente grande quanto una nostra vaschetta per 4 persone. Ma succede anche in molti ristoranti. Basterebbe mangiare meno, ancora molti americani non l’hanno capito. Ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison invece hanno dimostrato che un minore apporto di calorie ha lo stesso effetto nelle scimmie. Il mio medico di fiducia però mi ha consigliato di stare attento anche all’acqua: perché qui anche quella ha tante calorie. Scherzava, forse.

Ma nemmeno io scherzavo quando ho detto a casa che per Natale volevo due primi e due secondi, come da tradizione italiana. E qualche americano mi ha risposto come facciamo noi italiani a non ingrassare, se mangiamo così tanto. È stato sconvolgente fargli capire che non mettevamo nei nostri piatti almeno 10 salsine dall’origine imprecisata.

E poi ci siamo scambiati il Buon Natale.

L'antica dogana vicino il porto di Boston

L’antica dogana vicino il porto di Boston

 

 

 

Lungo Old Greenfield

NON POTEVAMO NON RESTARE INDIFFERENTI. NON POTEVAMO NON DARE UNA RISPOSTA AL FAMOSO POST DI UN’AMERICANA A ROMA “LE 50 COSE CHE HO IMPARATO IN ITALIA“. Da tempo avevo raccolte le mie di considerazioni, scrutando ogni possibile scorcio di storia.

Ma per averne una visione più ampia mi sono fatto aiutare da Davida di Basilico & Ketchup, che ora vive in un bellissimo log cabin nel Western Massachusetts insieme al loro cane black labrador di nome Bella. Alcuni punti della lista delle 70 cose sono pertanto frutto della sua collaborazione. Siamo andati a trovarli questo fine settimana di foliage. Viaggiando per il Mohawk Trail. Un po’ parlando da italiani all’estero su cosa ci manca dell’Italia e cosa non ci manca. E la lista che ne segue, in risposta alla simpatica blogger americana a Roma, è innanzitutto un’autoironia di noi italiani (avvolta di mea culpa sui nostri vizi, e chi poi non ne ha?), ma al tempo stesso anche una satira reale di come si presenta il cittadino statunitense agli occhi di noi vecchi europei. Non mancano gli elogi all’essere americano, non mancano le incomprensioni sulle contraddizioni che abbiamo trovato (ma poi chi non ne ha?).

Se siete un italiano/a che viaggia in giro per gli Stati Uniti, non perdetevi le ultime mie foto sul foliage (anche se non l’ho beccato molto rosso questa volta).

Se siete un italiano alla ricerca delle piccole differenze tra ITALIA e Stati Uniti e che noterete solo vivendoci, tenetevi pronti. Via con le 70 COSE CHE NOI ITALIANI ABBIAMO IMPARATO IN U.S.A.!

1 – Non si capisce cosa ci mettano nel latte e nei derivati se anche quello “fresco” dura due settimane se non di più (allora non è più fresco).

2 – Negli Stati Uniti i cibi non scadono mai.

3 – Se sudiamo e poi ci mettiamo davanti a un ventilatore, non ci ammaliamo come in Italia: l’aria è diversa. Gli americani sanno conservare anche quella, oltre ai cibi.

4 – Sull’autobus anche se c’è spazio per passare, ti chiedono scusa perché hanno paura di soffiarti accanto il loro respiro: noi italiani non capiremo mai perché non ci si può nemmeno abbracciare.

5 – All’asilo, se sei una maestra, non puoi cambiare il pannolino da sola ma soltanto accompagnata.

6 – I germi non fanno anticorpi, ma sono come Bin Laden: vanno distrutti con ogni mezzo.

7 – L’aceto è il conservante “toccasana” in ogni porcheria in forma di salsina.

8 – Noi italiani ci sentiamo sempre come Meg Ryan nel film Harry ti presento Sally, vogliamo tutti “on the side”. Perché gli americani metterebbero salsine ovunque sui cibi, tanto da dar loro sempre lo stesso sapore: ketchup, mayo and mustard. Sarebbero capaci di chiederle anche in un ristorante gourmet.

9 – La più grande tragedia di un cittadino medio americano è quella che qualcuno gli rubi la bandiera americana appesa fuori casa (magari prima del 4 luglio, Festa dell’Indipendenza)… tanto da chiamare la polizia.

10 – Perché un italiano che ha fatto pochi studi conosce più dati storici rispetto al suo omologo medio americano? (Si veda il documentario 1001 Irans di Firouzeh Khosrovani o le interviste in questo video http://youtu.be/-VNmtkWlp40 )

11 – Nel sistema educativo americano è contemplata soprattutto la materia “Essere sicuri di se stessi”, prima ancora del conoscere la storia.

12 – Copiare in America è sacrilegio.

13 – Non puoi aprire con due mani una busta sigillata di un pacchetto di pasta o di crackers: ci vogliono le forbici della NATO.

14 – Una legge vecchia degli anni della Depressione prevede le vitamine dentro la Pasta e le farine in generale, perché gli americani muoiono ancora di fame.

15 – Le auto sono talmente grandi che ogni posto del parcheggio è il triplo della dimensione di quello italiano (effetto collaterale nel punto successivo).

16 – Gli americani non riescono a fare manovra con l’auto se non c’è abbastanza spazio di 5 metri! Chiamano la polizia.

17 – Due auto posteggiate vicine necessitano al massimo una distanza prossemica come due persone in autobus: distanti come due innamorati ormai lontani.

18 – Tutto è grande! Anche la larghezza della cartaigienica.

19 – Il servizio clienti di qualsiasi azienda è 3000 volte più efficiente e veloce al telefono di qualsiasi italiano (ma con l’effetto collaterale: vedi punto successivo)

20 – Basta chiamare solo una volta al telefono a un servizio clienti o per fare qualsiasi abbonamento cartaceo, che riceverai miriadi di offerte commerciali ad ogni ora.

21 – I ferri da stiro americani sono fatti apposta per far spendere di più in tintorie e stirerie: non si trova un ferro in grado di stirare come quelli italiani (e stavolta il design e il “bello” non c’entra niente). Basta pagare di più.

22 – Anche i maschi americani portano la “maglia della salute”: il bello è che la fanno vedere, anche se brutta.

23 – I sandali infradito, le cosiddette Flip-Flop, sono il culto pop di ogni donna americana al pari degli zoccoli di legno per le casalinghe italiane.

24 – Agli americani piacciono i calzettoni bianchi di spugna. Li metterebbero ovunque, coi sandali, le ciabatte e con l’abito.

25 – Le ciabatte nere a strisce bianche dell’Adidas che noi usiamo per andare in piscina o al mare, gli americani le usano per andare in giro. Con le calze, ovvio.

26 – I semafori americani non sanno cosa sia il pedone (questo punto si contraddice col successivo): se scatta il verde in una corsia, non è detto che sia verde anche per i pedoni sui marciapiedi che provengono dalla stessa direzione delle auto.

27 – Il pedone è sacro una volta che passa sulle striscie pedonali.

28 – Negli USA al semaforo puoi passare con il rosso (come a Napoli), ma solo se devi girare a destra.

29 – Se andate negli Stati Uniti e siete italiano o arabo, potete guardare negli occhi una donna anche se sconosciuta e salutarla per una strada deserta: se vi sorride, non vi vuole scopare. È solo per educazione. Una donna vi potrebbe sorridere anche dal benzinaio davanti al marito e non ci sarebbe niente di male.

30 – Il mal d’orecchio non è stato causato finalmente da un “colpo d’aria.”

31 – L’aria condizionata è diffusa con un getto proporzionale e non a cascata come in Italia: c’è un progetto scientifico preciso nel rendere felice l’americano nella sua battaglia contro il sudore.

32 – Ci si abitua all’aria condizionata, ma a volte pare di stare nel reparto frigo del supermercato.

33 – Ancora non è stato scientificamente provato il motivo per cui a molti italiani scatta l’istinto di dissenteria ogni qual volta si passa da 40 gradi Celsius di fuori, ai 5 gradi C. di un negozio o luogo pubblico al chiuso.

34 – Gli americani non associano il fegato alla rabbia come nel Medioevo, però non sanno nemmeno dove si trova… il fegato.

35 – Anche la “cervicale” non esiste. E per curare gli strappi muscolari alternano impacchi di caldo, freddo, caldo, freddo… (oddio, ci viene la cervicale solo a pensarci!)

36 – Noi italiani all’estero siamo felici che non abbiamo finalmente le nostre mamme che si preoccupano se usciamo col collo bagnato o che prendiamo freddo. Se usciamo con i capelli bagnati, la tramontana finalmente non esiste.

37 – Finalmente due finestre aperte non fanno “corrente che ci ammazza”.

38 – Gli americani quando hanno un’influenza intestinale bevono una bibita gassata. Gli italiani un po’ di riso in bianco con un pizzico di parmigiano e una goccia di olio d’oliva. Che eleganza!

39 – “Preservatives” non sono i Preservativi, ma i conservanti.

40 – Gli uomini hanno paura ad indossare dei pantaloni rossi.

41 – Se due uomini sono visti a mangiare fuori qualcosa insieme, sia una pizza o insieme al cinema, saranno di sicuro due gay.

42 – Il pigiama. Ancora un indumento che NON dovrebbe oltrepassare la porta d’ingresso della casa. Ma qui oltrepassano porte di supermercati (Walmart è il preferito) uffici postali, scuole, ecc…

43 – La salsa Alfredo dicono che è come quella italiana ai 4 formaggi, però con una differenza: senza i formaggi.

44 – Pensavamo noi italiani fossimo malati di riservatezza ma con gli statunitensi ci accomuna la privacy: è una brutta malattia. E gli americani ne sono malati profondamente.

45 – Sarà un retaggio culturale dell’epoca dei Cow-Boy ma agli americani piace mangiare col cappello in testa. Potendo, anche con gli occhiali da sole: in casa.

46 – Le parolacce non si dicono. Le bestemmie invece non subiscono il beep in Tv: perché fondamentalmente di Dio non ce n’è mica uno solo.

47 – Alcuni americani mangiano i ravioli senza condimento. Non in bianco, proprio senza condimento.

48 – Gli americani sono esagerati in tutto: col patriottismo, con l’aggiunta di salsine e anche con l’entusiasmo.

49 – Quando la gente ride ad una battuta e tu non sai perché, significa che non capisci l’humour americano.

50 – Gli americani ridono per ogni cosa, anche solo per educazione.

51 – La bandiera americana a stelle e striscie deve essere esposta solo di giorno, oppure di notte deve essere illuminata; non deve toccare terra (altrimenti tocca bruciarla) e non deve essere bagnata dalla pioggia (tocca sempre bruciarla); deve essere piegata quando la si mette via; quando usurata va cambiata; quando è vecchia o deve essere bruciata si deve portarla in appositi centri che provvederanno al tutto… guai buttarla nel pattume!

52 – Anche per la bandiera italiana ci sono regole simili, non così rigide, ma nessuno le ha mai sentite per il semplice fatto che non ce ne frega una mazza!

53 – La burocrazia americana ti fa spendere il tempo necessario di un battito di ciglia. La lentezza italiana qui è letteratura fantasy.

54 – In U.S.A. solo se hai un debito e sei in rosso puoi farti un mutuo, se sei in attivo in banca non vali niente. Vedi qui http://www.vivereinusa.com/2011/01/30/carte-di-credito-usa-come-funzionano-e-come-ottenerle

55 – Anche mia suocera americana ha la licenza per redigere gli unici atti “notarili” permessi nel caso della compravendita di immobili: prova ne è che in USA i notai “non esistono”.

56 – La sanità americana  alla fine è come quella privata italiana, molto efficiente: se paghi ti fanno gli esami necessari tutto e subito; con una differenza non da poco: qui se non hai un’assicurazione devi pagare il doppio rispetto che se l’avessi, se infatti ti fai male a un dito e sei assicurato puoi pagare al pronto soccorso 70 dollari, se non sei assicurato ne paghi 700 ma la compagnia assicurativa ne paga all’Ospedale molto meno.
57 – Gli Stati Uniti sono grandi e alcune considerazioni, su cosa è legale e cosa no, a volte scadono e non valgono fra Stato e Stato. Tranne sulla Sanità: esistono le classi come in India, i più poveri o meno abbienti contro chi si può permettere una buona assicurazione sanitaria e vivere sano secondo la Costituzione.

58 – Contrariamente al punto 57, il diritto per Costituzione di pursuit of happiness in Usa è preso alla lettera: non si deve soffrire manco dal dentista che ti anestetizza per quasi due giorni!

59 – In Italia un pazzo potrebbe fare una strage al cinema o in una scuola. Non in Massachusetts, ma facendo un viaggetto fuori porta verso la frontiera di qualche Stato tipo Colorado, Alabama, Virginia o Arizona, avrebbe invece la differenza di trovare le armi facilmente. Anche comprandole in una banca.

60 – Il consumatore americano è così assuefatto allo zucchero tanto da abbinare un vino dolce persino con un vitello nel piatto.

61 – Il pericolo è che anche l’acqua abbia delle calorie. (citazione del mio medico)

62 – Il cibo americano non esiste. Esistono i cibi delle tante etnie.

63 – I bambini al ristorante devono stare zitti. E lontani da altri tavoli per evitare che tirino i capelli ad estranei. (Sta scritto nei libri per genitori)

64 – Gli americani non si vantano in pubblico se compiono una furberia.

65 -  Alcuni tipi di americano medio, detti anche Horders,  non risparmiano ma collezionano ogni tipo di cianfrusaglia. L’espiazione si chiama yard-sell 

66 – Non puoi giocare ad una slot-machine davanti a un minorenne di 20 anni, nemmeno se gli dai succo di mela fingendo che non sia vino rosato novello. Però a 18 anni, anche se non puoi bere vino, è bene ti levi dalle sottane di mamma e papà cambiando casa.

67 – Un adolescente di 18 anni a Natale è costretto a brindare con succo di mela frizzante e credere che sia Prosecco.

68 – Rispettare la fila. La fila davanti a ogni cosa e per qualsiasi motivo. Noi italiani ci siamo abituati dopo millenni di paradiso perduto vissuti sgomitando nella follia da menefreghismo.

69 – In cosa noi italiani amiamo gli Stati Uniti? Perché sul posto di lavoro il tuo capo ti ringrazia e ti apprezza per quello che fai, anche se quel giorno a te sembra tu abbia fatto una cosa da niente.

70 – Gli statunitensi non hanno un buon rapporto con la morte e la malattia. Quest’ultima la si deve curare ad ogni costo: un medico non dirà mai al paziente in fin di vita che “non c’è più niente da fare”, sempre secondo il diritto a vivere felici fino alla fine. Ma se sei un vegetale, un tuo parente stretto -non potendoti vedere soffrire in quel modo-  ha il diritto però di staccarti la spina. (Giusto per finire con una contraddizione…e con una situazione tutta contraria rispetto all’Italia).

Al prossimo siparietto.

Noi italiani, il cibo ce lo sogniamo la notte. Non è un proverbio trito e ritrito, ma vero. È per questo che noi italiani a Boston e dintorni siamo temuti da tutti, critici imperdonabili di ogni nuovo angolo culinario in via di apertura in città.

A dirvi la verità questo post è dedicato a quelli che in Italia mi dicono continuamente “se fossi negli Stati Uniti al tuo posto mi ammazzerei di hamburgers”. Ma molti italiani in visita in vacanza, almeno qui a Boston, dovrebbero sapere che non troveranno nei fast foods la stessa aria che si respira nei films di Hollywood. Di conseguenza, mangiare sempre carne pressata non è da vero gourmet italiano come mamma vuole, guardatevi infatti il documentario FOOD inc. (il trailer in questo link)  e qua invece i primi 10 minuti del film visibili con sottotitoli in italiano… e avrete conati e fiumi di liquidi da riversare nel mondo pari al ciccione de Il Senso della Vita dei Monty Python

Ecco, molti conoscono il cibo americano tramite il cinema, e lo conoscono male. Altri ne vengono a conoscenza tramite le loro vacanze, per cui al ritorno in Italia dovranno raccontare cosa hanno mangiato e puntualmente risponderanno “sono stata da McDonalds e faceva schifo, peggio che in Italia”. Ti credo, ci vanno i barboni! Così la catena dei miti e dei pregiudizi continua e si perpetua come se il cibo in America fosse solo fast food.

Mi perdonino i bambini che stanno leggendo questo post per l’estrema semplicità di quello che sto per scrivere, e se si sentono offesi nella loro dignità di comprendonio: il problema è che gli Stati Uniti sono grandi, e ogni Stato ha una sua cultura a sé in movimento, specialmente riguardo al cibo. Se sei povero, non comprendi il dono del pane fresco o di una coscia di pollo senza ormoni o di una verdura fresca cresciuta nell’orto. Se hai invece una educazione decente, come minimo ti informi sull’origine di ciò che stai mangiando. Differenze vanno fatte se uno vive nel deserto o in aree più urbanizzate.

Memori dunque della difficoltà italiana a trovare i posti giusti per la soddisfazione dei nostri sacri stomaci e facili dunque a distinguere un pelo nella minestra, è arrivato il momento dell’azione. È con questo spirito che la brava professionista expats Enrica Dente in www.enricadente.com/restaurants , ha stilato una raccolta di posti dove mangiare con tanto di mappa, divisi sia per location  che per cucina etnica differente - Qui invece gli italiani residenti a Boston potranno compilare un form per consigliare la loro preferenza http://bostonbambinoclub.org/restaurants.html

Saltando per ora i posti italiani autentici, i quali meriterebbero un post a parte ed utile soprattutto per gli espatriati residenti, direi che il consiglio che do agli italiani che si apprestano a venire in vacanza e a nutrirsi dell’inesistente mito del cibo americano è: 1) cosa venite a fare in USA e cercate la pizza o la pasta? 2) l’Hamburger da fast food non esiste, è un’invenzione della CIA per sondare eventuali antiamericanismi in Europa.

Scherzi a parte, ecco i miei preferiti:

Grass Fed http://www.grassfedjp.com/ e sai cosa mangi

Idem per Ten Tables http://www.tentables.net ottime birre e carne naturale senza ormoni

Red Bones http://redbones.com  per gli amanti del barbecue, prenotate o rimarrete fuori tutta la notte

Island Creek Oyster Bar http://islandcreekoysterbar.com  oltre al pesce fresco, un amico turista italiano mi ricordo chiese il triplo del cestino del pane. Ambiente tra il jazz e i vecchi magazzini americani del secolo scorso. Da segnalare i vari assaggi di buone birre artigianali e tutta la gastronomia delle fattorie locali a Brookline (raggiungibile con la linea Verde della Metro) al ristorante LINEAGE e dello stesso gruppo EASTERN STANDARD con meno roba nel menu ma più semplice.

Per la Clam o Fish Chowder, nota zuppa di pesce del New England, alcuni suggeriscono di provare Ned Devine’s  al Faneuil Hall noto luogo votato all’interculturalita del cibo, ma anche Legal See Foods non è affatto male, una catena esistente solo nel Massachusetts, ma anzi un buon compromesso tra buon pesce e prezzo.

Formaggio Kitchen , per gli amanti del formaggio francese e di tutti gli altri tipi; non è un ristorante ma un negozietto che Dio ha mandato in terra per noi formaggiofili.

Menzione al miglior asiatico va a Myers+Chang http://www.myersandchang.com , due chef coppia anche nella vita hanno creato il miglior modo per sfatare lo stereotipo che striscia nelle menti dell’italiano medio ancora impaurito del cibo orientale. Da provare la zuppa di melanzane e basilico… Attenzione, che scotta! Ah, troppo tardi!

Regal Beagle http://www.thebeaglebrookline.com da provare i datteri avvolti nella pancetta (bacon) abbrustolita e ripieni di gorgonzola, abbelliti con sprazzi di crema balsamica. Ottime birre.

Tres Gatos http://tresgatosjp.com I salami vi faranno sentire a casa in Europa, buoni vini.

The Blue Room http://www.theblueroom.net, ogni tanto sperimentano sul Sud d’Italia e sui sud del mondo, oltre ai sottaceti (prima scottati in padella) quelli di una volta del buon hamburgeraio WESTBRIDGE nella stessa piazzetta in zona Kendall a Cambridge. Nella stessa piazzetta, da non suggerire l’hamburger di carne scadente (anche se ha delle buone birre) della Cambridge Brewing Co.

Da GIULIA a Cambridge, dopo l’Università di Harvard, si possono trovare i funghi freschi di montagna come le migliori prelibatezze di un buon italiano di lusso.

Henrietta’s Table http://www.henriettastable.com Locale di gusti raffinati e l’influenza francese e lounge si percepisce non solo dalle cremes fraiche

A Rozlindale http://www.reddsinrozzie.com da provare la carne alla brace e la paella. Ottimi vini.

Per chi vuole essere trattato bene http://www.thecapitalgrille.com/locations/boston/main.asp Ambiente elegante per la vera carne di qualità americana

Se invece volete strafarvi di Cheesecake http://www.thecheesecakefactory.com Ho assaggiato anche buone insalate molto ricche. Come molto ma molto ricche sono le porzioni dei dolci. Molto semplice.

Ultimo ma non il meno importante è Strip-T’s http://stripts.com , di giorno più diner americano vecchio stampo (cucina il padre), la sera molto moderno (cucina il figlio) ma i gusti e il modo di cucinare sono paragonati al sapore di casa. Non quella americana dei film, quella degli orti. Hanno un pane che fa invidia all’Europa.

Per i Pub facilmente raggiungibili in centro che servono anche da mangiare, in ordine di preferenza:

Beehive http://www.beehiveboston.com Imperdibili i fiori di zucca con ricotta fatta in casa. Ah, hanno la Peroni. Ma non scherzano nemmeno i concerti dal vivo e le creazioni giornaliere dello chef al banco al bar.

Russell House Tavern http://www.russellhousecambridge.com Vi ubriacherete in modo sano; provate la pizza, anche se non è quella italiana ne merita la diversità.

Ma non finisce qua.

Ci vediamo alla prossima portata. E se volete vedere un film diverso dell’America, di come ve lo siete fatti in mente, eccolo qua.

Parlare delle germe di grano o del pomodoro pelato è come ritornare bambini. No, non sono impazzito. Succede anche al critico Anton nel cartone animato Ratatouille. E’ successo anche a me.

Vai a Taste, il festival dell’alta gastronomia a Firenze, e ritrovi il sapore del pane intinto nel sugo che tua mamma ti dava appena tornato da scuola. O le germe di grano che ricordano il profumo della farina di grano duro che tua madre usava la domenica per fare la pasta fatta in casa.

Il problema oggi è l’industrializzazione di certi prodotti che ha creato la loro omologazione. Casa Barone, Paolo Petrilli con LaMotticella e la giovane Saveria Pozzuto di Masseria Dauna per il pomodoro, nonché il pastificio Morelli con le germe di grano ci stanno provando a rendere ancora più netta la differenza tra il sapore comune e quello unico. Ci sono riusciti con la caparbietà, l’umiltà e la competenza.

Tutti buoni gli aceti balsamici, i prosciutti, le birre, meno il servizio clienti inesistente di alcuni: ma trattasi di un solo caso di un anziano del periodo Avanti Web, per fortuna, e che crede ancora che deve essere il cliente ad andare in negozio e non il contrario, e della recidiva Schooner di Empoli azienda produttrice di baccalà e pesce insaccato, imbambolati nel servire quasi ad evitare il cliente) – Si veda il commento in questo post nei blog del critico Romanelli e del sommelier Andrea Gori -

Ottima idea dunque dell’Antico Pastificio Morelli di San Romano (Pisa) per aver dato un inconfondibile sapore in grado anche di sprigionare nell’acqua il colore verde del grano fresco (buono per il mercato americano, fatto per stupire!). La semplicità è una delle qualità più apprezzate dell’Italia (ahimé solo quella del cibo). I pomodori pelati delle aziende succitate ne danno un esempio: la competizione nel campo del gusto è così facile per noi italiani che eccellere a volte è un gioco troppo facile. Ma questo, solo i più bravi lo capiscono.

Porto di Ancona. Un camion carico di 20 tonnellate di pasta “italiana” sta sbarcando, proveniente dalla Grecia. Esterno Notte. Porto di Bari. La nave Federal Danube, battente bandiera cipriota, arriva dal Quebec. Il suo carico: migliaia di tonnellate di grano.

Non è un film giallo. Era la realtà dei nostri porti. E il film poteva essere rigirato a Gioia Tauro, Messina, o a tutti i valichi di frontiera. E il protagonista è stato anche un prosciutto, poi spacciato per nazionale. Sì perché sono stati 60 i miliardi di euro mangiati ogni anno dal finto Made in Italy. Quasi la metà dei nostri prodotti proveniva dall’estero, anche se batteva bandiera tricolore sul marchio e l’etichetta. Oppure era lavorata con materia prima di oltre confine. Alla fine di un grande viaggio, per mare o per terra, è finita per tanto tempo nel grande calderone dei 129 prodotti Dop (Denominazione di origine protetta) e dei 77 Igp (Indicazione geografica protetta) che l’Italia oggi vanta. Questo giro di sotterfugi e inganni ha alleggerito del 40% le spese di produzione delle nostre imprese alimentari. E’ una sconfitta italiana, avere così tanti acronimi sulla tavola (Doc, Dop, Igp), marchiare e promuovere la filiera agricola certificata quando poi due prosciutti su tre sono stati venduti come italiani (ma ottenuti da maiali allevati all’estero), tre cartoni di latte su quattro erano stranieri, un terzo della nostra pasta fatto di grano importato, il 50% delle mozzarelle da cagliate o latte straniero. Anche il sugo di pomodoro non hanno lasciato in pace: il dragone cinese nel 2010 ci ha inondato di 100 milioni di chili di pomodoro, spacciato per tricolore.

Ma la mannaia per gli allevatori e contadini è arrivata per tanto tempo anche per la mortadella bovina, dalle cagliate boliviane, dal grano delle Isole Barbados, dai finti San Marzano e Pachino, dal Brunello romeno, le mozzarelle lituane, la soppressata calabrese, il San Daniele. L’Italian food all’estero spesso coincide ancora con l’Italian sounding: una semplice copia del sapore del nostro piccolo mondo di buongustai. Il problema se lo pongono anche i francesi (quante copie di Roquefort, Comté e Reblochon arrivano sulle tavole del mondo!), i greci (i più grandi venditori di Feta sono Francia e Germania, ma l’UE ha stabilito che solo la Feta prodotta in Grecia è originale), gli spagnoli (il prosciutto iberico, jamon serrano, è il più imitato; così sono nate denominazioni più dettagliate come patanegra e altri sinonimi di qualità), per non parlare dei poveri tedeschi ai quali tutto il mondo copia la birra e i wurstel. Tutte falsificazioni di formaggi italiani, per esempio, sono realizzate con latte statunitense in Wisconsin, New York o California. Qui la causa sono le regole igieniche diverse da ogni nazione, e che nessun trattato bilaterale di commercio ester si sogna di inquadrare per partigianerie.

Ma perché parlo al passato? Chi erano i furbetti che hanno permesso tutto ciò? Imprenditori anche blasonati che si rivolgevano a produzioni non italiane acquistando a prezzi inferiori anche del 70%. Non era una pratica illegale. Ma una pratica destinata a finire: finalmente la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti. Alcuni cibi hanno (o dovrebbero avere) il marchio di provenienza: carne di pollo e bovina, frutta e verdure fresche, le uova, il miele, la passata di pomodoro, il latte fresco, il pesce e l’olio extravergine di Oliva, pasta, carne di maiale, salumi, carne di coniglio, pecora e agnello, frutta e verdura trasformata, i formaggi. Il provvedimento obbliga tutti i prodotti alimentari commercializzati a riportare in etichetta l’origine della materia prima agricola e per i trasformati il luogo dell’ultima lavorazione. Per i prodotti trasformati, nel caso di mix di carni va indicata anche la provenienza delle carni estere. Analogo il discorso relativo a latte e formaggi. Per il latte a lunga conservazione può valere un’etichetta analoga a quella del latte fresco, mentre per i formaggi va riportata la provenienza del latte, segnalando anche aggiunte di prodotto estero. Anche nella pubblicità si dovrà consentire al consumatore di capire la provenienza del prodotto: saranno sanzionati gli spot che servendosi di un’immagine che evoca l’Italia promuovano un alimento che non contiene materia prima made in Italy.

Il viaggio del nostro cibo continua. Anche in quello che abbiamo ingerito per tanti anni, senza che nessuno ci abbia detto con cosa era stato nutrito. (Lo spezzone del film I NUOVI MOSTRI di Dino Risi, spiega tutto).

Non c’è ombra di dubbio che un viaggio negli Stati Uniti possa avermi cambiato. E’ inevitabile uno rifletta sulle regole e i diritti tra il paese che ti ospita e il tuo. Per esempio ho scoperto invece che alcune ordinanze in vigore nelle località turistiche italiane non permettano il bivacco nel centro storico, o che sia vietato passeggiare in costume o in bikini, che è vietato tagliare erba nei fine settimana, che è vietato poggiare i piedi sulle panchine, o il NO ai bagni di notte, oppure che è vietato sedersi alle panchine dopo le 23, in un paesino che non dico il nome per pudore è pure vietato fare castelli di sabbia, e niente fuochi d’artificio nelle feste private, e dulcis in fundo NO ai massaggi in spiaggia. E ora? Come la mettiamo? Vi aspettavate la classica lista di strane leggi regionali statunitensi che gira via internet? GIA’ NE PARLAI IN QUESTO LINK

Dicevo, è chiaro che se uno parte, scopre cose che gli Stati Uniti sono diversi da come si dipingono: si mangia male? Niente di più sbagliato. Sarebbe meglio dire che i poveri mangiano male. In Italia invece tutti sanno di poter mangiare bene, anche i barboni o i contadini. Anche solo con una ricotta fresca al mattino. Un americano povero non ha i soldi invece per comprare frutta e verdura, perché l’hamburger costa meno (guardatevi “FOOD inc.”). L’italiano poi parla sempre di cibo, anche della digestione: è la sua forza valore, il suo PIL. L’americano ride invece del fatto che lui stesso sa di mangiare male, anzi, non gliene può fregare proprio niente. Go ahead. Si va avanti!

Mi stancano, non c’è ombra di dubbio, i racconti di viaggio, perché la gente non ti crede. Basta digitare su YouTube la voce “America” e “Food” e avremo molte testimonianze di obesità diffusa. Ma è bastato un volo e un mese e più di scuola, per capire che le bandiere a stelle e striscie che vediamo appese alle case in ogni stramaledetto film di qualunque genere… non è che i registi le inquadrino per enfatizzare il patriottismo: è che veramente su ogni casa privata sventola la bandiera nazionale. Cose che se non vedete non credete.

Se andate negli Stati Uniti e siete italiano o arabo, potete guardare negli occhi una donna anche se sconosciuta e salutarla per una strada deserta: se vi sorride, non vi vuole scopare. E’ solo per educazione. Una donna vi potrebbe sorridere anche dal benzinaio davanti al marito e non ci sarebbe niente di male. Quindi, bando ai sedicenti Richard Gere.

E poi, negli Stati Uniti si pagano le tasse. E questo è un bel finale a sorpresa.

(E pensare che avrei voluto parlare di tecniche di seduzione estiva o del duello finale dei due leader di Destra italiani, ma me ne vado a Positano, Capri e poi in Calabria…mica starete a leggermi dal Kindle o dall’Ipad?! )

Finalmente la pioggia è finita. Detta così sembra l’incipit di un tema da scuola elementare. Ma così dev’essere. Abbiamo dimenticato le cose semplici, le frasi tipo “vorrei ascoltare Modugno perché sembra che non dica niente ma c’è tutto”. Insomma, è arrivato il sole di primavera. Pare che la nube del vulcano islandese si sospetta fosse stata la causa di nuove tempeste. Non ne potevamo più. Avevamo bisogno di dimenticare i nostri debiti. Chi è che non ha debiti? Nei paesi musulmani è un reato farsi dei debiti. Noi occidentali invece li quotiamo in borsa. Il mio debito però è la pancia. Oltre che le multe e i prestiti per viaggi studio. Non riesco a smaltirla, e dò la colpa al poco tempo per gli esercizi addominali. Non è che sia un fanatico dell’estetica. Ma del mangiare bene sì. Si è gonfi, i vestiti non entrano più con l’età: come l’Italia che dopo 150 anni ha bisogno di vestiti nuovi. C’è che bisogna vedere le cose da ogni lato. Siamo come ci vediamo? Oddio, non cominciamo con Pirandello! Bisogna essere più semplici, come quella pubblicità di una nota marca di bevande che faceva dire ad una bambina “tutti parlano della crisi, ma io bevo… e mangio pane e salame, quando vado dalla nonna mi piace tanto la pasta col sugo”. Ecco, di sicuro lei non pensava ai debiti. L’Italia, nonostante gli italiani paghino poche tasse (non che ce ne siano poche, ma le evadono), ha un debito: quello che quando tutto va male, tutto si complica. Mi spiego: c’è la crisi? Un problema tira l’altro. Il turismo crolla per i pochi viaggi? Eccoti la nube islandese che ferma gli aeroporti. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, anche con i debiti. E’ un modo facile per dimenticarli e rinviarli. Come il sole che tardava ad arrivare in questa primavera. Per fortuna vivo in un paese che fa del suo fine settimana al mare il suo sport atavico. Al mare si dimentica l’infermiera morta per protestare per il mancato pagamento dello stipendio o quella degli operatori di un call center frustati. Notizie così. Però la nostra penisola ha spiagge assolate piene di umanità felice e spensierata. Tra i tanti interrogativi che ci poniamo sulle sorti del futuro italiano, pare che quello su come rimandarlo il più a lungo possibile, e quello su come affrontarlo in spiaggia, vadano per la maggiore.

Il Graziano Cecchini disturbatore/decoratore di rosso della Fontana di Trevi e della cascata di palline colorate sulla gradinata di Piazza di Spagna, si confessa in un’intervista in esclusiva allo SpremiAcume rilasciata a Taste. Dopo 100 anni dalle avanguardie del Novecento, il tema è LA CUCINA FUTURISTA. Ascolta l’artista Cecchini.

Poi anche SGARBI CI METTE ANCHE DEL SUO. Ascolta.

Ma sempre in onore a Taste n°5 , in questi giorni il festival espositivo e ring di dibattiti sulla gastronomia, ci concediamo un po’ di ironia: un articolo apparso su un famoso giornale newyorkese, THE ONION. Qui la fonte in inglese.  Ci sarebbe tanto da riflettere su questa spassosità. Buona lettura!

- SE VAI A FIRENZE DOVRAI VISITARE QUESTA TRATTORIA MEDIOCRE CHE CONOSCO -

Ho sentito che qualcuno farà una vacanza in Italia questa primavera. Caro turista, che fortunato che sei! Kelly ed io, nel giugno scorso, siamo stati lì per il nostro anniversario. Ci siamo divertiti tantissimo. Anche se so probabilmente che, da bravo turista, hai già pianificato tutto il viaggio, ti devo dire che, se capiti a Firenze, devi assolutamente trovare il tempo per visitare questa trattoria piccola e molto mediocre. Fidati! E’ il ristorante meno ispirato di tutta Firenze. Se non fai nient’altro in questa città, ti devi regalare questo posto completamente sufficiente e più che conformista. Che bella cosa da trovare! E’ una piccola trattoria completamente scontata, non per il prezzo, proprio nella zona più rumorosa e turistica della città. Se ci credi, a Firenze è veramente il primo posto dove siamo stati. Lo abbiamo trovato così per caso a tre metri dal nostro albergo. Cavolo, quanto eravamo contenti una volta trovato! Era come entrare in una versione inferiore di una trattoria molto eccellente! Infatti siamo finiti a mangiare lì ogni sera per paura di vagare fuori dalla nostra zona conosciuta ed esplorare invece tutta la roba affascinante che questa città antica ha da offrire. Se c’è un problema di Firenze è che è un po’ infestata da ristoranti pittoreschi e meraviglie culinarie, ed è proprio questo che fa sì che questa trattoria mediocre possa essere così fantastica e piacevole. Il palazzo è del 2004. Quindi un ambiente bello e moderno. E’ ideale se vuoi evitare tutto lo charme del vecchio mondo che trovi nelle strade principali. Ti puoi godere di un’atmosfera con una decina di altri americani, mangiare un po’ di cibo veramente scadente, in un ambiente altamente impersonale e falso. E’ proprio magico! E il cibo? Mamma mia com’è accettabile! Ecco il miglior modo di descriverti l’esperienza di aver mangiato in questo posto. Hai mai per caso avuto tantissima fame, che so io… dopo aver girato tutto il giorno per i monumenti e avevi bisogno di qualcosuccia di pesante e fatta di amido per riempire lo stomaco? Onestamente non ti fregava poi tanto che il cibo messo in bocca non fosse buono? Ti sentivi talmente affamato? E proprio non volevi fare il classico giro di routine per ritrovare il ristorante giusto e rispettato in una bella zona? Bene, è esattamente così. Però sei a Firenze!

E fatti il favore di ordinare una bella Coca light con spaghetti: con solo un morso ti sei trasportato con la mente al pensiero di ogni cena di spaghetti ordinaria che hai mai avuto in vita tua.

Sono così geloso che fai questa esperienza per la prima volta! Ti dico, è il posto perfetto per rilassarti con un bel bicchiere di vino rosso del ca… che costa troppo.

Vivere la vita nel modo in cui la immaginerebbe una persona che non sa niente dell’Italia!

E vedrai quando conoscerai il proprietario! Angelo. Che personaggio anonimo e squallido! Assicurati di dirgli che ti ho mandato io. Tanto lui non avrà idea chi io sia.

Non ti dico molto di più perché non voglio rovinarti la completa mancanza di mistero di questo posto. Però fammi dire solo questo: se vuoi il giorno più romantico della tua vita, non puoi fare meglio di curiosare in centro facendo shopping di gadget in giro per Firenze, tornare in albergo per un pisolino e un po’di Tv, mangiare il piatto speciale e scontato a 50% di linguine con salsa falsa di aragosta in questa trattoria appena passabile che conosco, guardare un artista di strada per qualche minuto insieme a trenta turisti, per poi tornare in albergo con un po’ di tv ed andare a letto alle 10.

Ah Firenze, come vorrei tornarci!

Viaggiando senza tenere saldo il manubrio, spesso rende le mani occupate a gesticolare o spremere le meningi? Mentre le foglie cadono, evento quanto mai nutritivo per la terra come l’imprevisto per qualsiasi tipo di arte, io regalo il mio sguardo sintetico al web. Non a caso ho iniziato con un gioco di parole linguistico, spremendo il mio acume, e una formula matematica: dove porterà il mio lavoro di ricerca teatrale? Quale “goal” farà, se calcolato bene? L’esperimento del titolo era nel mio primo post.

Veniamo subito al dunque. Oggi c’ è finalmente la tendenza a sapere da dove provengono le cose che mangiamo (il comportamento italiano insegna) o le cose che vogliamo sapere. Le fonti nascoste nel mondo globalizzato. E’ uno show window.

Questa “Vetrinizzazione” della società, termine caro ad una mia amica professoressa e studiosa, ha migliorato la differenza tra i blogs virali e i “cat blog”, rispetto alla funzione che assumono. I primi, viral, veicolano idee o influenzano politicamente, vedi Beppe Grillo. I secondi, più delicati o pericolosi per la privacy e altamente o meno autoreferenziali, sono chiamati così perché raccontano anche del mal di pancia del proprio gatto: un tempo i diari si tenevano segreti e chiusi a chiave, oggi invece si aprono alla rete di tutti. Con la degenerazione in siparietti rosa di porno casalinghe confessioni. Sono questi che impauriscono e affascinano: palchi di solitudine, sfoghi antidepressione. Ci sono anche però quelli fatti per condividere foto a distanza e racconti di vita oltreoceano o da viaggio: il duplice confine di cat blog in viral può tramutarsi in un servizio pubblico, vedi i numerosi blogs sull’enogastronomia. Voyeurismo da chiave da serratura tramutato dunque in utilità pubblica.

La vetrina, al cui interno si collocano dunque gli attori della rappresentazione, merci o persone che siano, ha spinto fino all’estrema conseguenza la sua funzione comunicativa di rappresentazione spettacolare, show window appunto, diventando peraltro protagonista di un fenomeno che affonda le sue radici fra la 1° e la 2° Rivoluzione Industriale. Il valore crescente erano le botteghe, poi negozi, poi gallerie commerciali e grandi magazzini. Oggi il web 2.0 e i social network.

Ora, più di due secoli dopo, la vetrina deve essere infatti interpretata anche come messa in scena del prodotto, ma anche come il punto di partenza di un luogo. Posso protestare chiamando un call center per un disservizio o fare una recensione cattiva per evitare che altre persone mangino male in quel posto e che il venditore si comporti in modo più educato: questo tipo di reclamo ne è l’esempio.

Così questo blog dovrebbe avere le sembianze di una rivista di molti legami  (per non dire link): frutti secretati, verità pronte a secernere dibattiti, frantoi o torchi che spremono meningi come film. Lo scopo, o il claim, dei video dovrebbe avere l’intento di mettere in guardia dai molti finti teatri di strada: un advisor di specchi sociali, politici e di piazza.

La domanda che si dovrà porre sempre questo blog è: se spremessimo l’acume, qual è il vero riflesso di una reazione ad un comportamento di una persona? E quale ne sarà il suo cibo per la mente?

Giova poi anche alla propria libertà: questo giornalismo grassroats, che viene dal basso, è un’opportunità per moltissime persone di far sentire la propria voce, condividendola poi con l’opinione di milioni di persone. Questa è la democrazia informativa, partecipativa, collaborativa: il potere ai clienti e alla comunicazione o la protesta in tempo reale. Questo blog si spremerà le meningi o si farà tutto un film di quello che vede per strada. Anche con gli intervalli dei miei raccontini. Ecco, offro il mio sguardo agli altri. Lo Spremiacume dunque sarà la mia VETRINA dove si vedono gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede: vale più di qualsiasi altra cosa al mondo. Credetemi. E diffidate da chi vi dice che il surrealismo non è la realtà. Spesso vi vuole dire la sua bugia.

L’ITALIA CHIAMO’ – Radio Show U.S.A. chiama Italia

Programma di musica jazz e italiana contemporanea, risate e personaggi di un'Italia in fuga

Spremere v.t.=Premere con forza per estrarne sugo e umido – Acume=Dal lat.Acumen, Acùere, rendere aguzzo; in senso fig. la forza del cervello affilata che penetra il vero delle cose

Il mio palco “under the Boston sun”

Per osservare dall’alto lo SpremiAcume bostoniano

“LOST” YOU IN TRANSLATION

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FILOTTETE MANFREDI, acronimo di Emanuele Capoano. Blogger e attore teatrale. E' corrispondente per il giornale online toscano LoSchermo.it
Calabrese, ma ha vissuto per anni a Firenze proiettando al cinema come nel film di Tornatore, calcando teatri, lavorando nelle promozioni pubblicitarie e anche parlando in radio come giornalista free lance: coltivando però la sua dote preferita, quella della curiosità. Qui a Boston insegna italiano, cerca di fare il traduttore, la guida turistica e intanto fa il performer della Commedia dell'Arte, cura inoltre un podcast per il Bostoniano.info

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