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“E come potevamo noi cantare”.
Dopo la bomba alla Maratona di Boston , mi sentivo come Quasimodo in queste ultime settimane: incapace di scrivere qualcosa di bello sulla città. Volevo andare avanti, go ahead, e pensare ad altro. Non volevo vedere ancora i mille video sulla bomba, le immagini che ci hanno rinchiuso in casa incollati alla radio e alla Tv in un assurdo coprifuoco, utile per la cattura dell’attentatore. Mi sentivo con il “piede straniero sopra il cuore”, come dice la poesia “Alle fronde dei salici”, anche se paradosso vuole sia stato un cittadino statunitense, seppur sposato con un’americana (convertitasi all’Islam) a calpestare il giorno di gioia di primavera a Copley Square.
Anche Obama pare abbia dichiarato: “…dove abbiamo sbagliato se anche un cittadino naturalizzato ci odia”. È il concetto del go ahead di cui voglio far risaltare. Il blogger religioso la pensa così, nel seguente link sull’Huffington Post Italia, sul 19enne fratello del terrorista Tamerlan.
Andare avanti, dice lui, go ahead ; pure Boston lo ha dimostrato con un fiorire di slogan molto sportivi: “Boston Strong”, piazzati dappertutto.
Ora l’attenzione si sposta sul processo, che di sicuro sarà molto breve. L’opinione pubblica non fa in tempo a rifletterci su – go ahead – che già il caso delle prigioniere di Cleveland la fa da padrona. (Nei due links iniziali di news, i resoconti, come quest’ultimo, del corrispondente da Boston Stefano Salimbeni).
Il caso giudiziario del momento va avanti, go ahead, capace anche di adombrare l’uscita del libro di Amanda Knox.
È di giustizia infatti che oggi voglio parlare con una traduzione di un articolo. L’editoriale descrive un “andare avanti” della mentalità americana che gli stranieri potrebbero definire sommario e precipitoso, ma anzi, sopra ogni ragionevole dubbio negli States si fa in fretta a chiarirsi le idee e… go ahead. Il capo d’imputazione nei confronti del ceceno sospettato di aver piazzato le bombe alla Maratona di Boston è fatto di sole 11 pagine. Niente lungaggini. Niente da invidiare ai faldoni italiani di 300 pagine e anni di processo.
L’articolo è in inglese qui http://bigstory.ap.org/article/knox-case-puts-italian-justice-under-scrutiny ed è apparso sul Boston Globe scritto da un corrispondente dell’Associated Press; è un resoconto schietto sulle differenze del processo penale americano e quello italiano. Ho tradotto una versione ridotta pubblicata sul giornale bostoniano. Ma molti siti hanno ripreso l’articolo per intero, soprattutto rimarcandone l’approfondimento sui casi giudiziari italiani di questi ultimi anni.
La riapertura del caso Amanda Knox è stata un tamtam internazionale diffuso su molti blogs ma credo di essere stato tra i pochi ad averlo tradotto in italiano. Se non l’unico. Mi sembra una traduzione fedele al pensiero dell’opinionista. Trarre le conclusioni non serve, avremo molte opinioni differenti sulla giustizia ma almeno ci fa specchiare al meglio su come noi italiani siamo bravissimi ad allungare il brodo. Ad andare avanti, ci si inceppa.
La decisione su Amanda Know pone sotto i riflettori il sistema giudiziario italiano
Come una lunga serie di appelli trascina spesso casi per lungo tempo
Quando il finanziere corrotto Bernie Madoff venne giudicato a New York, il Corriere della Sera pubblicò una vignetta in prima pagina schernendo la giustizia italiana.
Da una parte vi era una giuria di un tribunale statunitense, dove il giudice rilasciava una sentenza di 150 anni di prigione dopo 6 mesi di processo. Dall’altra, veniva raffigurato un giudice italiano intento a rilasciare una sentenza di 6 mesi dopo 150 di processo.
Questo è come il quotidiano più importante d’Italia sintetizzava la lentezza, a volte senza nessun risultato, del sistema giudiziario italiano.
La decisione della Corte d’Appello, per i casi penali, di rovesciare la sentenza di assoluzione per Amanda Knox e per il suo fidanzatino dell’epoca Raffaele Sollecito, con l’ordine di un nuovo processo dopo l’uccisione della loro coinquilina britannica, fa crescere interesse e preoccupazione sulla giustizia del BelPaese.
È un sistema dove gente incensurata potrebbe temere di andare in galera per una sentenza lasciata in sospeso per anni. Mentre gente come Silvio Berlusconi, l’ex Primo Ministro, può evitare di andarci quasi in modo definitivo archiviando appello dopo appello fino alla scadenza per la prescrizione del reato.
“C’è molta confusione e tante contraddizioni”, ci racconta lo chef Angelo Boccanero nel dare le sue impressioni sul caso Knox.
E non sono soltanto le cause penali che ci palesano scetticismo.
Anche l’arretrato di cause civili è così grande che inciampa disperatamente negli investimenti stranieri così tanto ambiti dall’Italia. I divorzi possono durare anni: ciò vuol dire che le coppie possono restare legalmente unite per tanto tempo. Senza contare i risarcimenti per contratti di proprietà o beni immobili: ci vogliono anni, se non mai, prima di vedere del denaro.
I governi successivi hanno sempre promesso di snellire i tempi ma hanno sempre fallito: i principali motivi sono legati al potere affaristico di politici e avvocati presenti in Parlamento i quali sgambettano ripetutamente le riforme a difesa dei loro interessi.
Una criticità è proprio l’alto tasso di avvocati presenti in Italia. Solo Milano, per esempio, ha più avvocati di tutta la Francia. Nelle cause civili, la media per raggiungere il verdetto è di sette anni.
I difensori sostengono che il sistema legale italiano è uno tra quelli più garantisti al mondo. Gli imputati sono garantiti per tre livelli di processo prima che il carcere sia definitivo. E ad entrambe le parti è garantito il ricorso in appello, sebbene i magistrati non fanno spesso appello per assoluzioni minori.
Il sistema saltò fuori nel secondo dopoguerra pensato per prevenire ulteriori sentenze farsa e processi sommari, questi ultimi scenario sotto la dittatura di Benito Mussolini; ma la giustizia oggi non può ritardare se non addirittura negata mentre i casi si muovono a passo di lumaca.
L’Italia è inoltre una delle voci più combattive nella campagna contro l’abolizione della pena capitale. Nel 1996, l’Italia ha rifiutato l’estradizione di uno dei suoi cittadini ricercato per omicidio in Florida, sostenendo di non aver ricevuto abbastanza garanzie, una volta l’accusato fosse andato in prigione, sul rischio di pena di morte negli Stati Uniti. Venne poi giudicato in Italia e condannato a 23 anni.
Per la Knox, il sistema ha permesso di far venire a galla nuove evidenze nel processo d’appello che la condusse all’assoluzione nel 2011.
Ma ora la espone ad un terzo processo, che con ogni probabilità verrà seguito fino alla Corte di Cassazione e a cui non assisterà. Se condannata, e la sentenza confermata da questa sorta di Corte Suprema in quanto gradino più alto per i casi penali, l’Italia ne potrà chiedere l’estradizione. E la legge degli Stati Uniti la permette.
Un altro aspetto chiave del caso Knox: il sistema italiano non include la protezione dell’accusato secondo il quinto emendamento per gli U.S., protezione nei casi in cui l’imputato viene processato due volte dalla magistratura per lo stesso reato.
“Il nostro sistema giudiziale come tutti i sistemi non è infallibile”, sostiene Stelio Mangiameli, specialista di diritto costituzionale all’Università LUISS di Roma, ma aggiunge: “Non è né peggio né meglio di quello degli Stati Uniti”. Garantisce, ha sostenuto ancora il Professore Mangiameli, la difesa e per questo l’Italia si infligge per proteggere il diritto della vittima. “Bisogna considerare che quando c’è un reato, c’è anche una vittima,” ha aggiunto Mangiameli, “nel caso di Amanda Knox c’è una ragazza uccisa e qualcuno ha bisogno di avere una risposta sulla sua morte, non importa se di nazionalità americana, francese o di altre”.
Ma il processo, che in alcuni casi continua per oltre una decina d’anni, rischia di lasciare persone come Amanda Knox in un limbo giudiziario.
A settembre un Tribunale italiano ha ordinato il governo di pagare 100 milioni di euro per danni civili ai parenti delle 81 vittime uccise nel disastro aereo del 1980, la cui causa era stata attibuita prima ad una bomba a bordo poi ad un scontro aereo. Il Tribunale ha stabilito che i ministeri della Difesa e dei Trasporti avevano tenuto segreto la verità per anni, sebbene un Tribunale penale cinque anni dopo assolse due generali per mancanza di prove.
Sembrerebbe naturale dopo 30 anni che la sentenza di settembre si avvii a chiudere il caso. E invece già si profilano gli appelli.
Per 20 anni, Berlusconi si è mosso di processo in processo per capi d’imputazione che comprendono la corruzione, la frode fiscale e la prostituzione. Si è descritto come una vittima innocente dei magistrati i quali li stronca ad ogni pie’ sospinto con l’epiteto di “comunisti”. L’ex premier non è stato mai condannato dal gradino giuridico più alto della Cassazione, né ha fatto fino ad ora un solo giorno di galera. I suoi avvocati impiegano vigorose tecniche difensive che includono leggi -uno delle quali bocciata anche come anti costituzionale- come l’immunità e il blocco dei processi per le più alte cariche dello Stato. Come premier, Berlusconi ha fatto approvare leggi ritagliate a suo favore e che potessero fare da scudo alle sue difficoltà legali.
Quanti libri parlano di Boston? Vi risparmierò per ora la lista dei film ambientati qui a Boston. Sarà per un altro post. Perché di film ne succedono tutti i giorni per strada. L’ultima notizia è che alla festa dei regali per un neonato (qui si chiama baby-shower) con più di 200 parenti, è scattata una rissa che anche la polizia più tardi definirà un’incredibile caos. Da noi sarebbero venuti 2 Carabinieri con i pennacchi e con le armi, qui sono venuti 3 dipartimenti, la polizia statale, lo sceriffo della contea e 20 poliziotti in assetto di guerra armati di Taser Elettroshock. Si, avete capito bene. La pistola elettroshock. E ha funzionato.
Certo, non è lo specchio dell’America tranquilla di Norman Rockwell, quella delle illustrazioni col tacchino. Però si contraddice con l’America che se ne sta seduta a prendere un caffè da Starbucks, con gli avventori così concentrati a leggere senza neppure parlarsi che alla domanda ad alta voce di un benefattore “è di qualcuno questo Iphone lasciato a caricare per terra?” nessuno risponde. Si sente solo un rumore di un Iphone pestato e la bestemmia di un lettore tra le nuvole. Come tra le nuvole cadde quella lettera trovata in una soffitta e scritta da un lontano siciliano a suo fratello emigrato a North End, il quartiere italiano a Boston. Pura letteratura tra moralismo religioso del 1821 e reperto storico.
È di lettori divoratori che voglio parlare oggi. Ho collezionato varie citazioni letterarie dalla maggior parte dei libri, tra romanzi di vario genere, che hanno parlato di Boston. Credo che nessuno sia stato tradotto in italiano. Confermatemelo. Ci ho provato io a tradurre almeno alcuni brani, stralci, scorci di una Boston e di uno storico Massachusetts. Roba seria, non i raccontini postali che ricevo da aspiranti scrittori.
E come una miniatura, vista dall’alto…
…ecco altre mie miniature. Ditemi pure se li ho tradotti bene o con qualche storpiatura. Sono aperto ad ogni critica. Sono anche loro un piccolo viaggio in questa capitale, la più “europea” di tutta l’America .
A New England Winter by Henry James
“Alto nel cielo, posato al punto giusto, oltre ogni cosa stretta a grappoli, sta quel punto di Boston più azzeccato, fortunato, il duomo indorato della State House.”
Joy Street by Frances Parkinson Keyes
“[La stagione alle porte per i debuttanti di Boston] comincia con il pranzo della domenica, che Emily e Roger di solito danno nella loro casa a Joy Street, una cerimonia sfarzosa nel loro genere, ma quasi immediatamente eclissata da una cena elaborata che la vecchia signora Forbes aveva dato in Louisbourg Square.”
Sarah’s Long Walk by Stephen e Paul Kendrick
“Oltre la cima e poi giù per Joy Street… la discesa ripida aumenta man mano si cammina oltre l’incrocio infame di Pinckney, tempo fa disegnato per separare in effetti la classe d’elite di Beacon Hill dalla vallata a Nord dove vivevano servi, poveri e commercianti. Prima della guerra civile era una delle più grandi comunità di liberi neri americani. Le luci calde si riversano nella strada buia, il vecchio centro della Boston nera.”
One Boy’s Boston by Samuel Eliot Morison
“Quasi l’intera piazza tra la parte posteriore di Beacon, il fiume, e le vie del Mt.Vernon, e poi ancora il fiume, era occupata da piccoli e grandi immutabili alberi lungo il viale, la zona tra il Charles e il fiume era chiamata per scherno la via degl’ippocastani.”
Boston Adventure by Jean Stafford
“[La signorina Pride] disse che non c’era tempo oggi per farmi conoscere i punti di interesse di Boston… ma mi avrebbe fatto vedere l’unica cosa che per lei era come il gioiello della città. Non le importava se ogni altra cosa come la First Church o i Giardini o la King’s Chapel fossero andati distrutti, ma solo la buona conservazione del Cimitero del Granaio”
Pickman’s Model by H.P. Lovecraft
“Gad, ma come [Pickman] riuscirebbe a dipingere! C’era uno studio chiamato L’incidente nella Metro dove un intero stormo di cose abbiette si era inerpicato dalle catacombe sottoterra attraverso una crepa nel pavimento della metropolitana di Boylston Street e attaccato la folla sulla banchina”.
Looking Backward by Edward Bellamy
“[L’essermi risvegliato da un’immaginifica e futuristica Boston] Ho cercato Washington Street nel punto più affollato, e sono rimasto fermo, ho riso a voce alta. La mia vita non avrebbe potuto chiedere tanto aiuto per un tale umorismo così folle, mosso alla vista di un’interminabile vista di negozi e negozi e negozi…”
“La Music Hall, ora Orpheum Theater, così fulminante e di enormità quasi romana, le porte che aprivano alle balconate superiori, fin lassù, le quali si altalenavano costantemente da e verso il passaggio degli spettatori e delle maschere, gli ricordò dello schifo che aveva letto riguardo alle descrizioni del Colosseo.”
The Last Hurrah by Edwin O’Connor
“Questa mattina, una volta dentro il vecchio palazzo comunale della città, mi accorsi che il progresso era stato così lento: c’erano molti sostenitori del sindaco Skeffington sin lungo il patio fino alle porte. Dopo, tenne un breve discorso, ringraziando tutti quelli che erano venuti per il sostegno anticipato alla campagna in cui stava per correre.”
“Il giornalista Jack C. Ferguson si affrettò giù per Beacon Hill, passato il tribunale e Scollay Square, dove si riunivano la folla per il pranzo. Il pranzo in Scollay Square: due bevande nella sala Domino osservando il cavallo Shirl detto La Piroetta e i suoi fiocchetti”.
“All’investigatore Carlotta Carlyle sembrava un grosso buco nel terreno, una ferita spalancata e orizzontale coperta da pedane, riempita di scaffali, furgoni e macchinari misteriori. Un tipo maneggiava con una scopa intorno alla terra battuta intorno all’enorme fossa. Il resto macinava senza meta, seduto su pile di barre di ferro.”
Make Way for Ducklings by Robert McCloskey
“Proprio quando erano pronti per partire sulla loro strada, arrivò uno strano uccello enorme. Spingeva una barca piena di gente, e c’era un uomo seduto a poppa. ‘Buongiorno’ disse la signora Mallard nel suo qua qua molto educato. Il grande uccello era troppo orgoglioso per rispondere”
Massachusetts by Nancy Zaroulis
“Il Back Bay era stato costruito da più di trent’anni e alla fine aveva cominciato a prendere le sembianze per cui era stato pensato all’inizio: i lunghi boulevard della Parigi del Barone Hausmann. In quell’epoca di senza riposo, di rude invidualismo, ogni architetto aveva scommesso qui il suo ego disegnando l’intero scorcio di strade; il tentativo di un design inappropriato sarebbe stato un pensiero fatto di cattive maniere.”
Valediction by Robert B. Parker, ambientato a Nord End
“Spencer non riusciva ad ascoltare nessuna conversazione tra le ricerche…ma loro non avevano bisogno di parlare…Noi eravamo sull’orlo della baia, dove il Charles sfocia nell’Atlantico attraverso una serie di nodi… L’aria umida era così forte che il profumo del sale marino e il flebile senso d’eco parevano muovere le acque”.
The Friends of Eddie Coyle by George V. Higgins
“Non so dove tu vuoi che io vada, disse il ragazzo. Stava facendo marcia indietro con la sua auto lungo i binari… Vai in giro di fronte al parco, disse Dillon. ‘Vai fuori, oltrepassa gli uffici del registro e l’inizio dell’autostrada Mons. O’Brien nel caso si svegli. Guida soltanto’. So cosa sta succedendo, disse il ragazzo. ‘Bene’, disse Dillon, ‘mi fa piacere sentirlo. Guida”.
The Living Is Easy by Dorothy West
“Cordoni di venditori urlavano i loro articoli. I loro prodotti accatastati bloccavano i marciapiedi con i compratori che ispezionavano la merce dentro le gabbie… Faneuil Hall era un ronzio d’alveare, con i suoi agili e sfreccianti operai che andavano su e giu per informare i venditori, impegnati alle loro cabine in affitto, della merce già in partenza per nave o via treno da ogni angolo della nazione fino al punto più lontano della terra”.
The Education of Henry Adams by Henry Adams
“Uno dei comunissimi gioco invernali per bambini, ereditati direttamente dall’Ottocento, era un gioco di guerra sul Boston Common. Ai vecchi tempi le due forze ostili venivano chiamate i NordEnder e i SudEnder. Nel 1850… c’era una battaglia sulla Latin School contro tutti i nuovi arrivati”.
The Address Book by Anne Bernays
“Phillis insistette di prendere un taxi per il Ritz; Alicia avrebbe preferito passeggiare ma non disse niente. Ricevettero un tavolo direttamente al Cafe – il maitre chiamò Phyllis per nome – e si sedettero alle finestre brune. “Mi è sempre piaciuto questo posto” disse Phyllis. “Mi fa pensare che il denaro non deve essere un problema”.
Two Years Before the Mast by Richard Henry Dana
“Avevamo i nostri cuori pronti a prendere la città prima della notte e sbarcare, ma la marea iniziava a salire molto forte contro di noi… e il pilota diede gli ordini di buttare l’ancora e revisionare la catena…in mezz’ora o più, eravamo comodamente sdraiati, le vele ripiegate, sulla baia di Boston; terminava il nostro lungo viaggio.”
AL PROSSIMO SIPARIO, per ora vi lascio in chiusura con la frase pronunciata in questa bellissima scena con lo sfondo di Boston alla finestra: “I could learn to love that skyline”, potrei imparare ad amare quello skyline. Con lo sfondo della beffa nel dramma. Buona visione bostoniana!
“Come stai?” Non vuol dire “How are you?”. Anni di scuola ad imparar l’inglese e poi ti ritrovi una sera a chiederlo ad un americano e lui lo scambia per un semplice saluto per strada. Invece tu, italiano chiacchierone e invadente, vuoi chiedere veramente se sta bene, se ha un raffreddore, se ha passato bene la settimana senza mal di testa o avendo una buona frequenza di rapporti sessuali con il proprio partner. Il mio vicino ogni volta che passo in bici davanti casa sua lui mi saluta con un “how are you” ed io mi chiedo sempre come fa a rivolgermi il mio letterale “come stai” se vede che me ne sto andando, tant’è che una volta mi sono fermato a rispondergli per dirgli veramente come “stavano” le cose e mi sono accorto che era freddo e tutto d’un tratto mi ha salutato di fretta senza andare troppo in là nel dialogo. Avrà pensato che ero il solito pazzo italiano.
Dunque l’«how are you» è solo una formalità, più conforme al nostro “come va”. Una simpatica signora americana me lo fece notare quando, quel bel giorno che mi capitò di assistere all’infuriata di S., mi disse: “noi americani a volte siamo così formali che se chiediamo «come stai» non lo chiediamo veramente col cuore, ma solo di sfuggita mentre facciamo un’altra cosa scappando”. Se chiedi una cosa alla lettera, a volte vuol dire l’opposto. Che bello, ho pensato, siamo come in Sicilia, quando Tomasi di Lampedusa faceva dire al barone di Salina “affinché tutto cambi, tutto deve rimanere così com’è”. E quel giorno lo capii quando l’infuriata di S. mi mostrò il vero volto dei temperamenti americani, quasi come le tempeste e gli uragani. Se esistono i correttissimi (nel conteggio dei minuti che ognuno ha a disposizione) dibattiti politici in TV per la corsa alla Casa Bianca, non è detto che la gente discuta pacificamente anche per strada di quell’argomento. Non chiedete “come stai” se nemmeno volete al contrario chiedere ad un americano un’opinione politica. È un tabù esattamente se alla domanda “How are you” (scambiata quindi per il nostro letterale “come stai”) si risponde con un “oggi devo fare una colonscopia, la settimana scorsa ho anche vomitato…” e via discorrendo. Se infatti salutate un americano con l’How are you e poi gli chiedete di darvi un’opinione politica, di sicuro l’angelo più dolce del cielo diventerà diavolo. È quello che successe a me e ad una collega insegnante parlando dell’ultimo faccia a faccia Obama-Romney.
L’infuriata di S.
S. è così preciso nel darti la busta paga ma anche una persona di una calma assoluta, estrema calma. Tranquillo a tal punto che se osi pensare che ti sta fregando nello stipendio a fine settimana, lui si mette a ridere e ti spiega come funziona l’intera economia per ore ed ore. Tranne quando gli chiedi di politica. Quel giorno capii la vera tempesta che si nasconde dentro ogni americano, come al personaggio di Un giorno di Ordinaria Follia
Con una collega insegnante ci esce di bocca l’indemoniato “a me Obama piace”. Tutto d’un tratto, quell’angelo diventerà sterminatore. Inizia a urlare con un musicale crescendo di tono, saltellando anche vicino agli studenti che in quel momento entrano a scuola. Sbraita quasi fino alle lacrime, ammettendo la sua passionalità per dovere di informazione a chi ne sa di meno. Noi ci scusiamo, ammettiamo la nostra ignoranza da novelli negli Stati Uniti, solo perché non siamo abituati a quel tipo di riforma sanitaria così lontana dai canoni europei. S. con la sua voce da tenore, inonda di echi tutto l’auditorium: “Voinonsapetequellochevidiconoperchéilpartitodemocraticoamericanononè quellodiunavoltaenonèverocheRomneydifendeiricchicosìcomeanche ScottBrowndifendelaclassemediaperDio!…”
Cerco di cambiare argomento: «S. ti prego, ricordi quando mi hai consigliato per il fine settimana del foliage di andare a visitare le foglie rosse degli alberi del Mohawk Trail?». Cerco di metterla sul lato della sua anima poetica. “Romneycredenelleresponsabilitàeconomicheeneibilanciappostoeoltrequello nonhatroppicrediideologicieparaocchiperchélalibertàèimportante…”. Non funziona. Cerco di metterla sullo specchio italiano, che nell’aver sentito la frase “binders full of women”, già diventato un tormentone nella rete, in bocca a Romney mi pare di veder gli stessi riflessi di un berlusconismo maschilista. Dribblo sulle differenze ideologiche tra Europa e Stati Uniti, poi me la cavo con la scusa dell’inizio delle lezioni. Mettendola anche sullo scherzo: “Dai, S., anche a casa siamo divisi, mio fratello è di una parte ed io dall’altra, così anche mia moglie è pro Obama e suo padre un fervente cristiano pro Romney”.
Mai chiedere agli americani di politica, specie se ti salutano con un «How are you» e tu rispondi con “mi è piaciuto Obama ieri…”. Mai. Meglio parlare di malattie iniziando con un bel “come stai”.
Volevo imparare a dire “come stai” nella lingua dei Nativi Indigeni (Indiani Pellirossa è dispregiativo) se una volta ne avessi incontrato uno, e invece neanche l’ombra nemmeno quando seguii il consiglio del pacifico S. di andare sul Mohawk Trail. Il percorso dei Mohawk affonda le sue radici nell’era post glaciale, quando i popoli del NordEst non avendo né carro né cavalli crearono un passaggio per gli scambi commerciali verso il New England.
I primi coloni europei nel 1600 naturalmente usarono il passaggio dei Nativi per viaggiare tra gli insediamenti inglesi di Boston e Deerfield a quelli olandesi di New York, e commerciare i prodotti della pesca e della caccia: gli Indiani Pocumtuck, ramo del Masachusetts e della Valle del fiume del Connecticut, inviavano salmone con i Mohawk di New York e del Deerfield River. Il National Geographic Traveler ha addirittura inserito questo tragitto naturale tra le 50 rotte più panoramiche degli Stati Uniti d’America. Ma cosa resta di questo percorso? 
Quando i Nativi man mano che sparivano, un po’ per le epidemie portate dai coloni europei per cui gli indigeni non erano naturalmente “vaccinati”, un po’ per le guerre basate sugli equivoci di traduzione, tutto pian piano andava riducendosi ad una cartolina. Dove in basso sta sempre scritto «come stai? Qui tutto bene». Non ci credete quando qualcuno ve la manderà.
Se l’Italia a volte annega in cattive acque, come dal precedente post di Marzo, ritorno a catalogare sul mio palcoscenico di storielle uno spiffero di fine Maggio. Tra le lezioni di italiano e il mio inglese alla “ricerca del tempo perduto”, ho scoperto un documento storico sull’emigrazione (questa volta le navi da crociera non c’entrano) di cui vi parlero’ nel prossimo post.
A volte tra le riviste a cui sono abbonato, ricevo proposte commerciali come anche numeri zero con testimonianze letterarie e non, piccole storielle scritte da aspiranti scrittori. Ne voglio pubblicare due, così, tra quelli che mi hanno colpito in una fugace lettura in subway. Quasi stropicciati. Accartocciati nel taschino della mia camicia. A volte hanno la stessa sembianza di apparire come fantasmi o presenze nella propria mente. Come ricordi mai vissuti: nella stessa maniera in cui Benigni nell’ultimo film di Fellini “La voce della luna” vagando in un cimitero parla nella notte illuminata chiedendosi dove vanno tutte quelle vite una volta seppellite dietro un marmo. Me lo sono chiesto quando ho scoperto che dietro bacheche di un noto social network spesso continuano a vivere persone anche se all’improvviso scompaiono dalla terra: e gli amici continuano a salutare quella persona anche se sanno che il “nome utente” non potrà più loro rispondere.
Personal story by Bobbie Willis
Eugene, Oregon
What saves me from the tedium of another day is falling hopelessly in love with the people I meet: the curly-haired barista at the coffee shop who hands me my change as if dipping his fingers into holy water; the girl with Down syndrome who talks loudly about vacationing with her grandmother; the elderly couple who grow giant bubble-gum-colored puffs of dahlias at the corner of Twelfth and Chambers; the toddler girl across the street who bleats sweetly, “Mama, come see!”. I fall in love with the deep timbre of my brother’s laugh; the way my mother says my name; the way my father calls me sweetheart; the way my sweetheart calls me baby.
Dinosaur
a short story by Bruce Holland Rogers
When he was very young, he waved his arms, snapped his massive jaws, and tromped around the house so that the dishes trembled in the china cabinet. “Oh, for goodness’ sake,” his mother said. “You are not a dinosaur, he thought for a time that he might be a pirate. “Seriously,” his father said to him after school one day, “what do you want to be?”. A fireman, maybe. Or a policeman. Or a soldier. Some kind of hero.
But in high school they gave him tests and told him he was good with numbers. Perhaps he’d like to be a math teacher? That was respectable. Or a tax accountant? He could make a lot of money doing that. It seemed a good idea to make money, what with falling in love and thinking about raising a family. So he became a tax accountant, even though he sometimes regretted it, because it made him feel, well, small. And he felt even smaller when he was no longer a tax accountant, but a retired tax accountant. Still worse: a retired tax accountant who forgot things. He forgot to take the garbage to the curb, to take his pill, to turn his hearing aid on. Every day it seemed he forgot more things, important things, like where his children lived and which of them were married or divorced.
Then one day, when he was out for a walk by the lake, he forgot what his mother had told him. He forgot that he was not a dinosaur. He stood blinking his dinosaur eyes in the bright sunlight, feeling its familiar warmth on his dinosaur skin, watching dragonflies flitting among the horsetails at the water’s edge.
MI SENTO UN PO’ FELLINI IN QUESTA “AMMERIGA” A VOLTE TROPPO SQUADRATA. Al prossimo siparietto!
Note di racconti
«Qui è la Mafia a dare posti di lavoro. E poi reinveste al Nord. Sono a favore del Ponte sullo Stretto solo perché darebbe la sensazione materiale di unire due Stati o forse Tre (compreso l’antiStato che è la criminalità) divisi da 150 anni con un pezzo di carta dimenticato.
Il Sud Italia è seduto su un vulcano, un vulcano non di natura geologica, ma sociale. E sebbene questo vulcano stia per esplodere, i politici fanno finta di nulla, anzi si appassionano in discussioni sostanzialmente inutili.»
Franco Battiato, da un’intervista al Corriere della Sera, Agosto 2009
Anche Boston ha il suo Sud? Lo devo ancora cercare. Perché chi è nato a Sud, lo cerca per tutta la vita. Anche se da Oriente, mi sono trasferito ad Occidente. Questo video che segue è infatti la colonna sonora del mio tragitto.
AL PROSSIMO SIPARIETTO!
ASCOLTA QUI L’INTERVISTA A FULVIO CAUTERUCCIO: QUELLO CHE NON CI HANNO DETTO SULL’UNITA’ D’ITALIA.
Undici minuti di intervista possono sintetizzare tomi di libri di storia sull’Unità d’Italia? Parlare con l’attore Fulvio Cauteruccio ti dà questa sensazione, è un vulcano di rimandi storici, un susseguirsi di scoperte che farebbero gola a Wikileaks. Sì perché gli sbagli e le letture che ci hanno sempre propinato a scuola sono frutto di prese ideologiche e politiche: nello spettacolo “Terroni d’Italia”, Fulvio Cauteruccio ci racconta invece come sono andate veramente le cose, in pratica una fanfara all’incontrario; non una sfilata pomposa di tricolori e magari grottescamente esposta come trofeo ma un lavoro critico su chi ha veramente costruito lo stare insieme degli italiani, un Unità fatta anche con un certo tipo di federalismo e a un certo prezzo. Che il Sud sia povero lo è grazie ai saccheggi di 150 anni. Come Cauteruccio è riuscito a raccontarcelo? Levando la maschera dei luoghi comuni sul palco del Teatro Studio, piccola grande avanguardia della provincia italiana. Il teatro una volta con i “cunti” ti faceva capire le storie, le cose vere. Oggi si preferisce la Tv dei “reality show”. Per questo l’attore calabro-toscano ha pensato di narrare al pubblico la storia di un pensionato delle Poste che sognava di fare l’attore di arte drammatica. E poi…è andata a finire come ci ha raccontato nell’intervista.
Finalmente la pioggia è finita. Detta così sembra l’incipit di un tema da scuola elementare. Ma così dev’essere. Abbiamo dimenticato le cose semplici, le frasi tipo “vorrei ascoltare Modugno perché sembra che non dica niente ma c’è tutto”. Insomma, è arrivato il sole di primavera. Pare che la nube del vulcano islandese si sospetta fosse stata la causa di nuove tempeste. Non ne potevamo più. Avevamo bisogno di dimenticare i nostri debiti. Chi è che non ha debiti? Nei paesi musulmani è un reato farsi dei debiti. Noi occidentali invece li quotiamo in borsa. Il mio debito però è la pancia. Oltre che le multe e i prestiti per viaggi studio. Non riesco a smaltirla, e dò la colpa al poco tempo per gli esercizi addominali. Non è che sia un fanatico dell’estetica. Ma del mangiare bene sì. Si è gonfi, i vestiti non entrano più con l’età: come l’Italia che dopo 150 anni ha bisogno di vestiti nuovi. C’è che bisogna vedere le cose da ogni lato. Siamo come ci vediamo? Oddio, non cominciamo con Pirandello! Bisogna essere più semplici, come quella pubblicità di una nota marca di bevande che faceva dire ad una bambina “tutti parlano della crisi, ma io bevo… e mangio pane e salame, quando vado dalla nonna mi piace tanto la pasta col sugo”. Ecco, di sicuro lei non pensava ai debiti. L’Italia, nonostante gli italiani paghino poche tasse (non che ce ne siano poche, ma le evadono), ha un debito: quello che quando tutto va male, tutto si complica. Mi spiego: c’è la crisi? Un problema tira l’altro. Il turismo crolla per i pochi viaggi? Eccoti la nube islandese che ferma gli aeroporti. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, anche con i debiti. E’ un modo facile per dimenticarli e rinviarli. Come il sole che tardava ad arrivare in questa primavera. Per fortuna vivo in un paese che fa del suo fine settimana al mare il suo sport atavico. Al mare si dimentica l’infermiera morta per protestare per il mancato pagamento dello stipendio o quella degli operatori di un call center frustati. Notizie così. Però la nostra penisola ha spiagge assolate piene di umanità felice e spensierata. Tra i tanti interrogativi che ci poniamo sulle sorti del futuro italiano, pare che quello su come rimandarlo il più a lungo possibile, e quello su come affrontarlo in spiaggia, vadano per la maggiore.












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