OVVERO, IL FASCINO DISCRETO DELL’ITALIANATA MEDIA.

Qual è la differenza tra genio e americanata? A Boston esiste il Museo del Tea party. Voi vi immaginerete un museo statico, fatto di statue e dipinti e didascalie come un italiano è abituato a vederli in un museo. Niente di tutto questo. Solo dinamici attori che recitano invece il ruolo degli eroi nazionali, in inglese antico, nella ricostruzione di quella notte quando un gruppo di patrioti si ribellò all’aumento delle tasse sul the. E poi quadri che si animano proiettati da ologrammi, per finire in una messa in scena che coinvolge gli spettatori: saranno loro stessi ad essere i patrioti con tanto di targhetta del personaggio assegnato all’entrata e a buttare in mare finte casse di the da un battello ricostruito per l’occasione. Guardare nel video del link per capire cosa dico.

Li ammiro. Saranno disneyani. Ma questo è dare un valore a quel poco che si ha. Diversamente dalla immensa mole di materiale che l’Italia ha nei magazzini sepolti dei musei, dove opere d’arte giacciono senza nemmeno avere il pregio di essere esposte.

C’è comunque una sottile differenza tra questo tipo di genialità e l’eccesivo. L’americanata. Un vocabolo tutto italiano che sta a significare qualsiasi cosa esagerata, sgargiante, pacchiana, pomposa, vistosa, o solo di cattivo gusto e a volte falsa come gli innumerevoli spot pubblicitari nei quali spesso, lo ammetto (chiedere a mia moglie), ci casco come l’americano che compra la fontana di Trevi da Totò. Si possono enumerare come quella di mangiare in pubblico o in piedi, o seduti sul divano e non a tavola, o come i festival religiosi italoamericani dei Santi Patroni con i soldi attaccati alla statua, la “Coolatta” da Starbucks e tutti i marchi falsi venduti come italiani. Anche perché in Italiano la pronuncia culatta vuol dire un’altra cosa. Così come i nostri idiotismi nella lingua italiana non mancano quando vogliamo dire una cosa in inglese per sembrare più fighi (stavo per dire cool). Ne avevo parlato ne LE PAROLE SONO IMPORTANTI, nel link precedente. E ne ha parlato anche il blogger Marratzu qui.

Quello che invece un blogger americano ha spiegato è stato invece proprio il concetto dell’americanata che agli americani ancora viene nascosto. Possiamo essere d’accordo o no su quello che dice. Ne fa una lista abbastanza di parte, nel link.

Così ho pensato a farne io una lista di americanate, dal mio punto di vista. Mi è capitato infatti un articolo sull’inserto culturale del Boston Globe e parlava di un certo Dominique Ansel, Chef Pasticciere di Manhattan, che ha preso la pasta per i croissants, ne ha dato la forma di una ciambella tipo graffa, qui si chiamano doughnut (si legge DONAT), e l’ha messa a friggere, riempita con crema tahitiana alla vaniglia. Ma lo ha chiamato il cronut (ibrido linguistico misto tra croissant-doughnut). Questa è una.

Ne seguono tante altre, seguite dalla mania americana di mescolare anche le parole che risale al ventesimo secolo, quando venne coniato il brunch metà breakfast e metà lunch dove si poteva usare una spork (metà spoon, cucchiaio, e metà fork, forchetta) e fare una guesstimate (stima sul numero dei guess, ospiti) per un ginormous (un po’ giant, gigante, ed enorme circa il numero di partecipanti). Anni dopo arrivò il webinar, l’advertorial, chillax (chill out e relax), dopo l’ovvio cheeseburger che risale al 1920. Hamburger per fortuna non deriva da Ham, prosciutto cotto, e borgo, ma dalla città tedesca Amburgo. Oggi nella catena di caffetterie di Starbucks fioccano anche i frappuccino (frappé + cappuccino).

È nota l’esuberanza del palato americano, quella anche di abbinare in un’insalata la pesca e il pomodoro con balsamico e formaggio.. non coscienti che la pesca è già acida come anche il pomodoro, diversamente dall’abbinamento tra melone e prosciutto (solo due ingredienti, tra l’altro e non cinque). E’ noto lo schifoso metà gelato e metà bibita gassata, l’IceCreamSoda.

Senza contare il “turducken”, un turkey (tacchino) ripieno di duck (anatra) a sua volta ripiena di chicken (pollo), servito anche a Thanksgiving, la festa del ringraziamento, che nella serie TV “The Big Bang Theory” la madre di Howard festeggia servendo del “turbriskafil”, una somma di turkey + brisket (punta di petto) + gelfite fish (pesce di tipo Yiddish). E la torta a tre strati di ciliegie, zucca e mele? Quale gusto se ne indovinerà via via sul palato?

E voi? Quante americanate conoscete?

Si contano anche le “italianate”, eh!

Vignetta americanate

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